L’evidenza empirica dimostra che alcuni aspetti della mondializzazione sembrano avere contribuito ad alleviare il problema della povertà nel Sud del mondo. Un risultato forse inaspettato che tuttavia non esime i governi dei Paesi ricchi da un maggior spirito di responsabilità economica e di solidarietà. Il G8 di Evian può essere un primo passo.

Fedele al multilateralismo di cui si è fatta paladina, la Francia è riuscita a porre al centro dell’agenda del “G8” di Evian il problema della povertà e la discussione di temi cruciali per lo sviluppo economico nei Paesi più poveri: solidarietà; spirito di responsabilità economica, sociale e ambientale; sicurezza; democrazia.

In una fase di “de-globalizzazione” (rallentamento del commercio internazionale, caduta degli investimenti diretti esteri, dispute commerciali di vario tipo e gravità) o ristagno della mondializzazione, un’analisi serena e propositiva dell’impatto della globalizzazione sui differenziali di reddito e benessere tra Nord e Sud del mondo, da un lato, e sulla persistenza di povertà e ineguaglianza nei Paesi in via di sviluppo dall’altro, potrebbe dare nuovo slancio all’azione dei “G8” a sostegno delle nazioni povere.

Globalizzazione, povertà e ineguaglianza

Se c’è un punto di vista che raccoglie i consensi di differenti strati sociali e generazioni, è proprio quello secondo il quale negli ultimi due decenni la globalizzazione avrebbe causato sia la crescita della povertà nei Paesi in via di sviluppo sia l’ampliarsi del divario tra Paesi ricchi e poveri.

Accomunare nello stesso giudizio povertà e ineguaglianza e addossare la responsabilità della loro supposta crescita a un processo composito come la globalizzazione rappresenta tuttavia una scorciatoia fuorviante. E rende più difficile individuare i possibili rimedi che invece incontri come quello di Evian potrebbero determinare per coniugare correttamente equità ed efficienza.

Innanzi tutto, mentre la povertà, e a maggior ragione il suo incremento, è sempre socialmente indesiderabile, il discorso sull’ineguaglianza è più complesso. Un suo aumento può infatti derivare sia da un peggioramento del reddito e degli standard di vita dei poveri che da un miglioramento del reddito e degli standard di vita dei ricchi.

Si può così argomentare che una distribuzione fortemente egualitaria del reddito è deleteria per le sorti dell’intera economia perché tende ad annullare gli incentivi a investire in capitale umano e capitale fisico, oltre a deprimere gli istinti imprenditoriali.

In effetti, che l’ineguaglianza sia più elevata nella fasi iniziali dello sviluppo economico è stato evidenziato già negli anni Cinquanta da Simon Kuznets, una considerazione tuttora largamente condivisa dagli economisti dello sviluppo. Nondimeno, è altrettanto corretto sostenere che un livello elevato dell’ineguaglianza possa sfociare in tensioni sociali e instabilità politica, con conseguente contrazione delle attività economiche. In definitiva, esiste un trade-off tra equità e ineguaglianza, ma la seconda è comunque necessaria per stimolare la crescita economica e rendere possibile un miglioramento degli standard di vita dell’intera popolazione.

L’evidenza empirica

Ma quanto incide, se incide, la globalizzazione sulla povertà e l’ineguaglianza? Due studi presentati alla recente conferenza su “Inequality, Poverty and Human Well-being” organizzata dal World Institute for Development Economics Research (WIDER) della United Nations University di Helsinki offrono evidenza empirica niente affatto scontata.

Almas Hesmathi costruisce un indice di globalizzazione basato su quattro componenti principali: l’integrazione economica (investimenti diretti esteri, flussi finanziari in entrata e in uscita), i contatti personali (flussi turistici, traffico telefonico con l’estero), tecnologia (numero di utilizzatori di Internet, numero di siti Internet), coinvolgimento politico (numero di ambasciate nel paese, presenza negli organismi internazionali).

I Paesi in via di sviluppo risultano particolarmente deboli in riferimento alle componenti personali e a quelle politiche di tale indice e sembrano privi degli strumenti idonei a ridurre questo gap con i Paesi ricchi, i quali denotano invece profili sostanzialmente analoghi per tutte e quattro le componenti.

Tuttavia, un’analisi della relazione fra globalizzazione (fattore esterno) e ineguaglianza della distribuzione del reddito all’interno dei Paesi, evidenzia, per 62 fra Paesi avanzati e in via di sviluppo, una relazione inversa. Dunque, la globalizzazione sembrerebbe ridurre l’ineguaglianza all’interno dei Paesi.

In un mio lavoro con Paolo Figini, studiamo invece la relazione fra povertà assoluta (quota di individui con un reddito inferiore a uno o due dollari Usa al giorno) e relativa (quota di individui con un reddito inferiore al 50 per cento o al 40 per cento di quello medio pro-capite del Paese), da un lato, e apertura al commercio internazionale, apertura finanziaria, spesa pubblica e de-regolamentazione dei mercati dall’altro, in riferimento a 120 Paesi in via di sviluppo per il periodo dal 1970 al 1999. In generale, una maggiore apertura economica, una deregolamentazione più accentuata dei mercati e un livello più elevato della spesa pubblica (in particolare quella per sanità e istruzione) corrispondono a un livello più basso della povertà assoluta. Al contrario, una maggiore apertura finanziaria risulta legata a livelli più alti sia della povertà assoluta che di quella relativa.

In definitiva, alcuni aspetti della globalizzazione sembrano avere contribuito, negli ultimi decenni, ad alleviare almeno in parte il problema della povertà nel Sud del mondo e ad allentare, indirettamente, possibili tensioni sociali all’interno dei Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, questo processo di integrazione economica non deve far venire meno il ruolo attivo dei governi come fornitori di determinati beni meritori (salute, istruzione) e di una rete di protezione sociale per gli individui a maggiore rischio di povertà ed emarginazione.

Lo spirito di responsabilità economica e solidarietà richiamati nell’agenda di Evian sembrano dunque destinati a rivestire grande importanza per la ripresa di una globalizzazione pacifica e meno “selvaggia” che in passato. A patto che i “G8” decidano di superare i recenti contrasti e di aiutare concretamente e attraverso iniziative congiunte i Paesi più poveri.

Per saperne di più

A. Hesmathi, “The relationship between income inequality and globalization“, presentato alla WIDER Conference on “Inequality, Poverty and Human Well-being”, Helsinki, 30-31 maggio 2003

E. Santarelli e P. Figini, “Does globalization reduce poverty? Some empirical evidence for the developing countries”, presentato alla WIDER Conference on “Inequality, Poverty and Human Well-being”, Helsinki, 30-31 maggio 2003

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