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La tassa sul macinato

L’Irap è l’imposta più odiata dagli italiani. Eppure è tecnicamente corretta e la sua introduzione ha significato una riduzione del carico fiscale per molti contribuenti. Tanta avversione nasce forse dal fatto che colpisce categorie professionali con un grande peso nella formazione dell’opinione pubblica. Ma anche da aspetti psicologici quali la sua indeducibilità dalle altre imposte sul reddito. Su questo, però, qualcosa si potrebbe fare.

Le tasse sono impopolari per definizione. A nessuno piace pagarle e tutti pensano che ce ne siano troppe. Tuttavia, non tutte le imposte sono odiate nella stessa misura. Le persone ispirano i propri comportamenti o almeno il proprio “dover essere” a concezioni elementari di giustizia e generalmente si adattano volentieri, o meno malvolentieri, a imposte che vengono percepite come “giuste”. Per esempio, i contribuenti generalmente trovano equo che attraverso imposte progressive individui più fortunati si facciano carico di quelli meno fortunati. Allo stesso modo, le persone accettano di pagare le tasse più volentieri se pensano che anche gli altri lo facciano, mentre tendono a reagire rabbiosamente se percepiscono che gli altri “fanno i furbi” – per inciso, una delle ragioni principali per cui i condoni possono essere così pericolosi per la tenuta del sistema tributario.

È importante dunque domandarsi quali aspetti rendano un’imposta “accettabile” e quali invece odiosa, indipendentemente dalla razionalità economica dell’impianto che ne ha motivato l’introduzione. Per esempio, le famigerate “imposte sul macinato”, responsabili di furiose rivolte popolari in passato, erano perfettamente giustificabili sul piano dell’efficienza economica (il pane è un bene a domanda rigida e dunque l’imposta non altera le scelte degli individui).

Irap, la più odiata dagli italiani

In Italia, per molte categorie di contribuenti, l’Irap sembra essere diventata una moderna tassa sul macinato. La sua abolizione rappresenta la promessa non (ancora) mantenuta che più di frequente viene rinfacciata all’attuale Governo. E se l’Irap ha contributo alla sconfitta elettorale del centro-sinistra, il suo mantenimento potrebbe contribuire non poco alla sconfitta dell’attuale maggioranza. Di qui, le preoccupate rassicurazioni del presidente del Consiglio nella recente campagna elettorale.

Ma perché quest’imposta è così odiata? La domanda è pertinente, se non altro perché l’Irap gode viceversa di buona stampa tra gli esperti, ha suscitato interesse e perfino qualche tentativo di imitazione a livello internazionale. L’imposta sembra dunque tecnicamente corretta, ma resta ferocemente odiata.

La domanda diventa ancora più intrigante alla luce di un’ulteriore considerazione. Come ricorda Giannini, l’Irap venne introdotta nel 1998 in sostituzione di numerose altre imposte, inique e inefficienti, come i contributi sanitari e la tassa sulla salute in primis, ma anche l’Ilor, l’Iciap, la patrimoniale sulle imprese, la tassa sulla partita Iva, etc. Non solo, ma al tempo della sua introduzione, il ministero delle Finanze sbagliò clamorosamente i conti: l’aliquota scelta (in media il 4.25 per cento), che avrebbe dovuto garantire un gettito pari a quello delle imposte abolite, finì con il generare un gettito inferiore di circa 12mila miliardi di lire. L’introduzione dell’Irap comportò quindi un risparmio per il settore privato di pari misura. Dunque, non solo la riforma sostituì un gran numero di piccole imposte con una sola grande imposta, con minor costi burocratici e minor distorsioni perché ad aliquota bassa (in prima approssimazione, la perdita di efficienza di un’imposta è proporzionale al quadrato dell’aliquota), ma finì anche per rappresentare un notevole sconto di imposizione fiscale per un gran numero di contribuenti. Dunque, come mai tanto odio?

La voce dei perdenti

Una prima spiegazione, in qualche misura ovvia, è che se la maggior parte dei contribuenti, direttamente o indirettamente, ha guadagnato dalla riforma, questo non è stato vero per tutti. In particolare, non è stato vero per tutti coloro che ora sono soggetti all’Irap, mentre prima non pagavano le imposte che l’Irap ha sostituito. Tra questi contribuenti vanno annoverati liberi professionisti, avvocati, commercialisti, tributaristi etc., i quali erano soggetti alla cosiddetta “tassa sulla salute”, ma erano esenti dall’Ilor, che premeva invece sui redditi di impresa con un’aliquota del 16,2 per cento. Questi contribuenti hanno sicuramente sofferto dalla riforma e hanno immediatamente innescato un conflitto con il fisco, a colpi di ricorsi alla Corte costituzionale, che non si è ancora concluso. Nulla di male in questo, se non che queste categorie, assai limitate quantitativamente, godono viceversa di una ampia “voce” sul mercato politico e hanno un ruolo rilevante nel formare l’opinione pubblica, a partire da quella dei propri clienti.

Inoltre, per molte categorie di contribuenti, l’Irap ha avuto qualche altra conseguenza inattesa. La base imponibile dell’Irap, il valore aggiunto netto, non è composta infatti solo dai redditi di impresa, ma da tutti i redditi che un’attività produttiva genera e dunque anche i redditi da lavoro e gli interessi pagati sul debito (che sono, appunto, reddito per i prestatori di capitale). Ne segue che l’Irap è dovuta anche da imprese in perdita o da imprese fortemente indebitate. Tutto questo era atteso e voluto dai riformatori, che intendevano usare l’Irap anche in funzione anti-evasiva e allo scopo di stimolare una riduzione dell’indebitamento da parte delle imprese. La conseguenza è però stata che per molte categorie marginali, abituate a evadere l’imposta sui redditi e con scarso accesso a risorse alternative al debito, l’Irap è apparsa subito come un pesante e ingiustificato fardello.

I tecnici non sono psicologi

A questi aspetti in qualche modo inevitabili (da una riforma fiscale, c’è sempre qualcuno che ci rimette), se ne sono però aggiunti altri, più “psicologici” che forse avrebbero potuto essere evitati. Il principale è stato senz’altro la scelta di rendere l’Irap indeducibile dalle imposte sui redditi.

Poiché non possono detrarla dal proprio reddito, come invece accadeva con i contributi sanitari, i contribuenti pagano prima l’Irap e poi pagano l’Irpef o l’Irpeg anche sulla quota di reddito che è servita a pagare l’Irap. In altri termini, pagano le imposte su un’imposta, una considerazione sufficiente a irritare il contribuente più disponibile.

Si noti che questa non è una scelta obbligata. In realtà, sarebbe stato e sarebbe tuttora possibile rendere l’Irap deducibile, aumentandone l’aliquota media di circa il 30 per cento (cioè portandola attorno al 5.6 per cento), che è appunto l’aliquota media dell’Irpef e dell’Irpeg per le categorie rilevanti. Stime in questo senso erano state avanzate dalla Commissione Gallo, la commissione di studio che nel 1996 aveva svolto i lavori preparatori dell’Irap. La ragione per cui alla fine si è scelta la strada dell’indeducibilità è, sul piano tecnico, ben fondata. Poiché l’Irap è un’imposta regionale e le Regioni hanno facoltà di scegliere l’aliquota all’interno di un dato intervallo, rendere deducibile l’Irap avrebbe creato un pericoloso contenzioso tra Regioni e Governo centrale. Variando l’aliquota dell’Irap, le Regioni avrebbero cioè variato la base imponibile dei tributi erariali, introducendo un elemento di concorrenzialità tra livelli di governo che si è ritenuto opportuno evitare. Ma gli effetti di questa scelta sulla percezione dei contribuenti circa l’equità dell’imposta sono state disastrosi.

E ora?

In conclusione, una più accorta politica di gestione e presentazione del tributo, che avesse preso in esame la possibilità di ridurre o eliminare l’imposta su alcune delle categorie più penalizzate dalla sua introduzione, avrebbe aiutato a rendere l’Irap molto più accettabile ai contribuenti. Su questo, anche i tecnici dovrebbero fare ammenda. In particolare, visti i risultati, sarebbe stato e sarebbe probabilmente opportuno intervenire rendendo l’Irap deducibile, aumentando l’aliquota media e compensando lo stato con parte del gettito Irap per la riduzione nelle entrate dei tributi erariali. Il problema però è che il Governo non si è impegnato a fare la cosa più semplice: migliorare l’Irap. Ha promesso invece di eliminarla del tutto. Una promessa che per molti motivi, come segnalato negli articoli di Guerra e Giannini appare assai più difficile da realizzare.

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9 commenti

  1. Bordignon

    Come si fa a dire che l’IRAP è una tassa tecnicamente corretta? E’ semplicemente mostruosa perchè tassa la voglia di fare impresa, cioè prima ancora di aver prodotto un reddito si viene tassati per il solo motivo di aver comprato un capannone o per aver assunto dei dipendenti.
    Giancarlo Fichera

    • La redazione

      Tutte le tasse introducono distorsioni e vanno valutate rispetto alle alternative. Per esempio, anche prima dell’introduzione dell’Irap si pagavano i contributi sanitari sulle retribuzione dei dipendenti e la tassa patrimoniale (oltreché altre imposte abolite dalla riforma) sugli immobili, ancor prima di aver prodotto utili di impresa. E se questi redditi venivano prodotti, erano tassati ad un’aliquota molto più elevata di quella attuale. Sono comunque d’accordo che l’Irap può e deve essere migliorata. Questo è il senso del mio articolo.

  2. Giuseppe Di Vincenzo

    Non ci sono molti dubbi che l’Irap dovrebbe essere migliorata, non tanto perchè viene percepita come tassa ingiusta, ma piuttosto per gli effetti distorsivi su alcuni industrie. Mi riferisco alle industrie che operarano nei settori ad alta tecnologia (quelle che sono state alla base della crescita americana negli ultimi anni) e che appaiono particolarmente penalizzate. In aggiunta a tutti gli altri problemi del sistema Italia, come può una start-up operante in settori quali la farmaceutica/biotecnologie e l’IT caratterizzati da crescita elevata ed elevate spese per R&D non essere fortemente penalizzata rispetto ad aziende di altri paesi da una tassa come l’Irap?

  3. Bordignon

    Non mi è piaciuta la criminalizzazione della categoria professionisti, come se indistintamente fossero tutti e gli unici evasori.
    Sono dipendente di uno studio professionale, l’anno dell’introduzione dell’Irap (grazie Visco!) eravamo dodici dipendenti (costi indeducibili), ora siamo in otto. Quelli che si sono dimessi, per motivi personali, non sono stati rimpiazzati, molto meglio computer e macchinari elettronici vari (costi deducibili).
    Per il pagamento della tassa, se non è chiaro, si deve tenere una contabilità specifica, altro che riduzione della burocrazia e dei costi!
    I soci dello studio pagavano complessivamente circa 15 milioni all’anno di tassa della salute, con l’Irap si sono trovato aggravati di un’importo di circa 45-50 milioni annui.
    E’ triste doverlo dire, ma sarebbe meglio un ritorno al passato.

  4. valter ottello

    Mai nessuno ha letto "euroschiavi"? Nessuno segue "canale italia"? Che pure fà .it sul web! I nostri politici al Parlamento europeo vengono descritti "fatcat"! I nostri politici sono i più pagati, i nostri politici sono quelli che ti guidano ad utilizzare i derivati per ripianare il debito degli enti locali, come apparso su "il cannocchiale blog": il derivato Tremonti!!! E basta con questa Italia. Sarebbe gradito un’intervento di Napolitano. Chissà però se è qualcuno, in alto, è interesato alla salute ed all’interesse dell’italiano medio. Sempre più spesso si sente dire che il pesce comincia a puzzare dalla testa e Bruno Vespa che incita gli italiani ad andar a prendere i politici con "il forcone" se non esaudiranno le preomesse fatte durante la campagna elettorale. Ma gli "studi di settore", è forse una legge anticostituzionale? Forse, molti di quelli in alto, non l’hanno neppure letta. L’ultimo bellissimo Decreto Legislativo è quello del 19 novembre 2008 n. 194 (art.2 comma 1, art. 10 comma 4). Einaudi si starà rivoltando nella tomba e provando vergogna dei tempi attuali, sicuramente dirà: dove siamo finiti. Valter da torino

  5. Paolo M.

    Finalmente qualcuno che esamina l’imposta con criteri tecnici. Queste cose si sentono solo nelle università e purtroppo i cittadini le ignorano. E’ giustissima quest’opera di alfabetizzazione economica che portate avanti, perchè spesso la gente vede e conosce solo un lato di un problema che di lati ne ha 100. Lo scusante che è un imposta ridicola perchè si paga anche in caso di perdita d’esercizio è quasi esiderante. Potrei elencarne parecchie imposte che hanno queste peculiarità. Il problema è che l’imposta è efficacie anche verso coloro che non sono abituati a pagare l’Ires…ed è questo che la rende "scandalosa"

  6. Francesco Caivano

    Tutte le imposte sono evase da parte di coloro che ne hanno la possibilità. E’ noto che solo i lavoratori dipendenti ed i pensionati non possono evadere le imposte, tutti gli altri lo possono fare e, di fatto, lo fanno tranquillamente e senza vergognarsene. Conosco degl’imprenditori che non solo evadono le imposte dirette e indirette, ma se ne fanno una ragione ed un vanto. Come dire una forma di rivincita nei confronti dello Stato che li trascura non chiedendosi da dove prendono i soldi per i loro consumi (ville, suv, vacanze esotiche, ecc.). L’IRAP, però, è un’imposta che è quasi impossibile da evadere, anzi la si evade solo per la quantità di profitto che, com’è noto, è un elemento che viene quasi sempre nascosto. L’IRAP è antipatica solo perchè di difficile evasione, che sia tecnicamente corretta e, nel breve periodo, difficilmente sostituibile agli evasori abituali non importa un fico secco. E’ del tutto falso che l’ IRAP possa determinare un aggravio di costi relativi alla tenuta della contabilità perchè chi redige il bilancio dovrebbe essere addestrato alla sua veloce rielaborazione. Esistono anche dei software in materia.

  7. Tino

    Non so come fossero le tasse che l’IRAP ha sostituito, ma, per me, è odiata soprattutto perchè è slegata dal vero andamento dell’azienda. Per di più è stata introdotta in anni in cui le aziende italiane, specie manifatturiere, si sono trovate ad affrontare un mercato sempre più concorrenziale, che le obbliga a combattere con margini risicati. Vedere che lo stato tramite l’Irap, ma anche con altre voci indetraibili ai fini Ires, si crea un’entrata certa partendo dall’assunto che se un’azienda registra un costo deve avere un conseguente guadagno, ha creato questa fama di tassa vessatoria. Infatti, al momento di redarre il bilancio, si sarebbe portati a pensa: costi-ricavi= utile su cui calcolare le tasse. Invece negli anni ci si è spostati molto da questa formula!

  8. Max

    E’ noto che gli imprenditori abbiano mille modi di evadere o eludere l’ IRES … e lo facciano costantemente. A mio avviso ciò non è del tutto sbagliato in quanto l’imprenditore in genere crea ricchezza e paga tasse e contributi sotto forma di stipendi pagati ai dipendenti. L’IRAP d’altra parte è un’imposta che effettua un prelievo a prescindere dai redditi dichiarati …. un fisco moderno che favorisca le imprese e la voglia di fare impresa dovrebbe dire: caro imprenditore ti abolisco l’IRES (che tanto fai di tutto per non pagare) ma tengo l’IRAP perchè comunque per un tot devi contribuire al sostentamento dello stato e della comunità. Quest’ IRAP però te la miglioro introducendo esenzioni per le imprese giovani, esenzioni per ricerca, etc…. non sarebbe un sistema più equo così ?

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