Ricorrere in appello è razionale perché la maggior parte delle sentenze di primo grado viene rivista a favore dell’imputato. Ma la sfiducia generalizzata verso i giudici genera un circolo vizioso che allunga a dismisura i tempi dei processi: per le strategie adottate da avvocati e cittadini e per le richieste alla classe politica di accrescere sempre più le garanzie processuali.

La giustizia italiana non sembra cavarsela bene neanche nel settore penale. Secondo il procuratore generale presso la Cassazione, la durata complessiva media di un processo penale conclusosi nel periodo 1 luglio 2001 – 30 giugno 2002 è stata di 1.509 giorni, ancora in aumento rispetto ai 1.490 dell’anno precedente (1).

Le conseguenze di questo stato di cose sono evidenti: innocenti che attendono anni per vedersi scagionati dalle accuse; colpevoli condannati molto dopo il momento in cui hanno commesso il reato, magari quando si sono “rieducati” o hanno continuato a delinquere. E poi il grave problema dei detenuti almeno formalmente “in attesa di giudizio”, di sentenza definitiva: circa il 40 per cento del totale.

Se la lentezza crea problemi per i casi “normali”, le conseguenze vengono amplificate quando gli imputati sono uomini politici di rilievo. Come gli avvenimenti di questi anni, e di questi mesi, mostrano bene, in questi casi perdura una situazione di incertezza con ovvi riflessi negativi sull’intero sistema politico.

Le ragioni

Le ragioni di questa situazione sono molte, ma il procuratore generale ha messo l’accento su una in particolare : la struttura del processo.

Dopo la riforma del 1989, il processo penale ha conosciuto una lunga serie di interventi legislativi, il più delle volte volti a rafforzare le garanzie dell’imputato. Così, “ogni provvedimento del giudice o anche del pubblico ministero deve essere sottoposto a controllo” e “accanto ai tradizionali mezzi di impugnazione delle sentenze, sono germinate numerose forme di riesame, opposizione, reclamo (…) che a loro volta danno luogo ad un regime di impugnazione”. I fatti sembrerebbero dare ragione al procuratore generale: ad esempio, in materia penale già nel 1995 l’Italia presentava 75,1 decisioni della corte di Cassazione per 100.000 abitanti contro 61,4 in Francia, 28,5 in Olanda, 14,6 in Portogallo, 12.2 in Spagna, 11.8 in Austria e meno di 5 in Germania (2).

La possibilità di fare appello o ricorso da sola non spiega l’ampio uso che ne viene fatto. Perché le parti ne approfittano? In linea di principio, nel processo penale l’interesse dell’avvocato a “tirarla per le lunghe” dovrebbe essere controbilanciato da quello del cliente, desideroso di dimostrare la propria innocenza senza aspettare anni. Senza poi contare il pubblico ministero, il cui stipendio non dipende certo dalla durata delle cause.

In realtà, i dati a disposizione ci dicono che spesso le condanne emesse in primo grado vengono rovesciate in appello: secondo il ministero della Giustizia nel 1998 il 55 per cento delle sentenze di primo grado è stato riformato in appello, di solito in senso favorevole all’imputato (3). È quindi razionale per il condannato appellarsi.

La sfiducia e le sue conseguenze

Un imputato innocente può avere interesse a una sentenza rapida se è convinto di vedere riconosciuta la propria innocenza, cioè se ha fiducia che la corte la riconoscerà. Ma solo il 48,5 per cento degli avvocati penalisti dichiara di aver fiducia nell’imparzialità dei giudici di primo grado, percentuale che sale al 68 per cento per quelli d’Appello e al 70,8 per cento per la Cassazione (4). Anche l’atteggiamento del cittadino nei confronti della giustizia non sembra improntato alla fiducia: solo il 38 per cento degli italiani dichiara di avere fiducia nella giustizia contro una media del 47,7 per cento dei cittadini dell’Unione (5).

È quindi probabile che anche il cittadino che si ritiene innocente cerchi di procrastinare il più possibile una decisione definitiva perché la teme avversa. Sa inoltre che in questo modo è probabile arrivi la prescrizione. In ciò sarà confortato dall’avvocato che condivide la sua sfiducia nell’imparzialità dei giudici, specie di primo grado, e che da questa strategia può trarre anche un guadagno.

L’atteggiamento del pubblico e dell’avvocatura non ha influenza solo sulla strategia degli imputati. Gioca un ruolo nel processo legislativo. La sfiducia degli avvocati nella magistratura – e forse anche il loro interesse – li vedrà favorevoli a introdurre un maggior numero di garanzie. Quanto all’opinione pubblica, anch’essa spinge la classe politica ad approvare provvedimenti di questo tipo.

Che fare?

Per questi motivi fino a oggi le politiche della giustizia hanno rafforzato soprattutto le garanzie processuali. Poco o nulla si è fatto per migliorare la fiducia del pubblico e della professione legale verso i nostri giudici. La magistratura rimane un corpo rigidamente separato dall’avvocatura: è quasi impossibile per un avvocato diventare giudice, a meno di non cominciare la carriera dal basso. Il fatto che pubblico ministero e giudice facciano parte della stessa organizzazione favorisce poi il sospetto di collusioni fra i due, a danno dell’accusato. Inoltre, la stessa preparazione professionale dei magistrati lascia a desiderare, mentre ancora insufficiente attenzione viene data alla necessità di garantire l’imparzialità e soprattutto l’immagine di imparzialità (si pensi alle dichiarazioni alla stampa) del giudice.

Senza intervenire su questi punti è difficile che la fiducia nella nostra amministrazione della giustizia migliori e che si possa alleggerirla di quelle garanzie che oggi la inceppano.


Fonte: Eurobarometro. Media di 6 rilevazioni condotte fra il 1997 e il 2002.

(1) Vedi la relazione pronunziata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2003. In realtà la durata effettiva tende a essere ancora maggiore perché i dati non tengono conto dei tempi necessari per spostare materialmente i fascicoli da un ufficio ad un altro.

(2) Vedi Irsig-Cnr, European Data Base on Judicial Systems, Bologna, 2000.

(3) Ultimo dato disponibile.

(4) Cfr. G. Di Federico e M. Sapignoli, Processo penale e diritti della difesa, Roma, Carocci, p.128. Si tratta di un approfondito sondaggio di oltre 1000 penalisti da cui emerge la forte sfiducia della categoria nei confronti della magistratura, specie di quella requirente.

(5) Nella media è compresa l’Italia. Dopo i picchi di Mani pulite, fra il 1992 e il 1994, la scarsa fiducia nella magistratura è confermata anche da altre ricerche. Vedi i dati presentati di recente da R. Mannheimer, in “Corriere della sera”, 12 maggio 2003 e disponibili presso l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Va aggiunto che sempre i dati dell’Eurobarometro segnalano una fiducia ancor più bassa dei cittadini italiani nei confronti di altre istituzioni come Governo, Parlamento e pubblica amministrazione (vedi Tabella).

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