La riforma approvata dal Governo peggiora il quadro normativo per le imprese medie e medio-piccole, costringendole a scegliere tra una disciplina delle società per azioni dai più elevati costi “vivi” e una disciplina delle società a responsabilità limitata che può rivelarsi molto problematica in caso di disaccordo tra i soci.

Fino a oggi in Italia le imprese medie e medio-piccole hanno potuto scegliere tra due modelli di società di capitali, la Spa e la Srl, regolate in modo molto simile. Di conseguenza, molte imprese, anche a carattere familiare, con pochi soci e di medie dimensioni, hanno scelto la forma Spa, preferita per il presunto maggior “prestigio” sociale e per la maggiore facilità di dare in garanzia azioni rispetto a quote di Srl al fine di finanziare l’impresa.

Per le imprese medie o medio-piccole, il diritto societario assume un ruolo di primo piano soltanto quando i soci litigano tra loro. Altrimenti, è tutt’al più fonte di alcuni costi “vivi”: i compensi da pagare ai sindaci e ai notai (quando si tratta di modificare lo statuto), i diritti spettanti alle camere di commercio per i depositi e le iscrizioni di atti.

La realtà della riforma spegne le speranze

La riforma avrebbe quindi dovuto ridurre i costi “vivi” del diritto societario e predisporre strumenti più adeguati di risoluzione delle controversie tra i soci. Al contrario, a riforma varata, si può dire che le Pmi sono ora costrette a scegliere tra un nuovo modello di Spa – che probabilmente fa crescere i costi vivi – e un modello di Srl – che incentiva molto più di oggi comportamenti opportunistici da parte delle minoranze e ne scarica gli effetti sull’impresa sociale.

I costi dei meccanismi di controllo interno e contabile non si abbassano, anzi sembrano destinati ad aumentare. Infatti, estendendo a tutte le Spa le scelte del testo unico della finanza in materia di società quotate, la riforma accresce i doveri e i poteri del collegio sindacale, rafforza i requisiti d’indipendenza dei sindaci ed estende il contenuto del controllo legale dei conti. È ragionevole prevedere che gli ordini delle professioni contabili utilizzeranno queste novità (e le maggiori responsabilità che ne conseguono) per aumentare le proprie tariffe. Inoltre, le società tenute a redigere il bilancio consolidato dovranno avvalersi anche di un revisore esterno per il controllo contabile: invece di tre professionisti, come oggi, bisognerà metterne a libro paga quattro. È vero che in teoria i tre sindaci non dovrebbero più essere retribuiti per il controllo contabile, ma quello sulla gestione non può prescindere dalla conoscenza dei dati contabili, cosicché i sindaci continueranno a esaminare questi profili e dunque a pretendere un compenso che, in qualche misura, ne tenga conto.

La disciplina è un po’ meno onerosa nel caso in cui si scelga un sistema di amministrazione e controllo alternativo (dualistico o monistico): sono però forme che la riforma ha reso poco appetibili per le Pmi, grazie alle pressioni dei professionisti contabili..

Tutti i pericoli delle Srl

Le nuove regole sulle Srl, dal canto loro, semplificano notevolmente le procedure interne, del resto già prima ampiamente disattese nella prassi, e riducono in parte i costi vivi previsti dall’attuale sistema. Per chi supera determinate soglie quantitative mantengono, però, l’obbligatorietà del collegio sindacale, con le accresciute competenze previste per le Spa.

Vi sono poi diverse novità che rendono la forma giuridica Srl particolarmente pericolosa per i soci attivi nella gestione sociale e piena di opportunità, invece, per i soci che vogliano liberarsi del vincolo sociale o semplicemente ricattare gli altri soci.

In particolare:

Per le sole Srl viene introdotta una disciplina penalizzante in caso di finanziamenti dei soci alla società (postergazione rispetto ai creditori): se il principio è giusto, la norma è formulata in modo da attribuire al giudice fallimentare un’ampia discrezionalità. Nell’applicarla, deve infatti valutare se vi sia stato eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto ai mezzi propri o se la situazione finanziaria avrebbe reso ragionevole un’iniezione di liquidità a titolo di capitale di rischio;

vengono ampliate notevolmente le ipotesi di recesso, fino al punto di consentirlo anche in caso di “operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto della società (…) o una rilevante modificazione dei diritti” attribuiti ai singoli soci: fattispecie alquanto vaga, che apre spazi insperati per azioni pretestuose. È evidente che il recesso è la forma di tutela del socio di minoranza che più incide sulla funzionalità dell’impresa sociale: impone alla società di usare risorse proprie e dunque di impoverirsi per far uscire il socio (se i soci di maggioranza non vogliano sollevarla da questa incombenza);

le operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto della società devono essere deliberate dall’assemblea dei soci. Si è recepito così un orientamento giurisprudenziale tedesco che è stato definito di recente “un dono piovuto dal cielo per avvocati e professori di diritto commerciale perché nessuno può dire, ex ante, quando un’operazione è sufficientemente significativa da richiedere l’autorizzazione dell’assemblea ” (1).

ciascun socio viene legittimato inderogabilmente all’esercizio dell’azione sociale di responsabilità verso gli amministratori, utile certo in caso di comportamenti opportunistici della maggioranza, ma fonte di potere ricattatorio per le minoranze litigiose. Inoltre, la responsabilità è esplicitamente estesa ai “soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento degli atti dannosi”: questo rende scomoda anche la posizione dei semplici soci attenti alla gestione della società e ne disincentiva così il controllo.

Per le Pmi la scelta è dunque tra un modello che prevedibilmente accrescerà le rendite di posizione dei professionisti contabili (la Spa) e un modello che porterà più lavoro accresce alle professioni legali (la Srl). È un risultato in fondo non sorprendente, perché queste sono state le lobby più attente alla gestazione della riforma. Certo, non è un risultato positivo per il nostro sistema imprenditoriale.

(1) Klaus J. Hopt, Modern Company and Capital Market Problems. Improving European Corporate Governance after Enron, p. 6

 

 

 

 

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