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Fondi strutturali: prendere o lasciare?

Come spendiamo i fondi strutturali europei?  Inefficienze, sprechi e dubbi sulle modalità di applicazione e funzionamento sono evidenti. Ma i benefici non mancano, su tutti una maggiore coesione europea. Meglio restituirli o spenderli meglio?

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La casa delle regole europee? Un labirinto *

  1. Restituirli, sono fonte di clientela e di sprechi infiniti, poiché non è possibile controllare da parte della comunità europea e statale, perché quando le “carte” sono a posto vuol dire che siamo nella legalità, perciò è bene essere più “poveri”. I risultati nella città di Crotone (non so dire, se non immaginando,nel resto del meridione) sono una vergogna ed i cittadini, quei pochi capaci di senso critico, sono privati dell’accesso agli atti. Per continuare il racconto occorrerebbe una Treccani!

  2. M.S.

    Commento all’audizione parlamentare e al testo di Martini-Sisti.
    1. Sembra positivo che l’audizione ci sia stata, anche se è parsa ancora estemporanea.
    Si sono avuti approcci differenti da parte dei politici. Si è detto (vero) che parte dei problemi menzionati non è attribuibile solo o tanto (a seconda dei casi) ai fondi strutturali, ma rivela un problema di funzionamento di ambiti della politica pubblica di cui si parla, a livello nazionale e/o regionale.
    C’è infatti spesso attrito (+/- forte) tra le politiche che i fondi strutturali cercano di costruire e obiettivi di mantenimento di “sistemi pre-esistenti”, organizzati su scala nazionale o sopratutto locale; nelle versioni più spregiudicate l’Europa è usata solo come portafoglio aggiuntivo. La proposta di trasformare “politiche inattuabili” in defiscalizzazioni (già usata in passato in Italia) suona ora diversamente, ma affrontare “tutti i problemi insieme” riduce la possibilità di capire.
    2. su Martini e Sisti: il conflitto tra manager/autorità di gestione e ricercatori (o “valutatori”, termine molto malinterpretabile) è un problema di disegno istituzionale (e motivazioni e competenze dei ricercatori). Non mi sembra c’entri molto con il bando, ma con capire (prima) che un ricercatore ha una motivazione psicologica in quanto tale. Penso che una analisi costo-efficacia delle valutazioni PON e POR mostrerebbe che è la cultural worldview, il driver più stabile che guida l’autostima di un ricercatore, ciò che conta.

  3. Enrico Rettore

    Grazie ad Alberto e Marco per il loro lucido contributo. Che condivido integralmente.

  4. Alfonso Gambardella

    La cattiva, cattivissima utilizzazione dei fondi strutturali è una piaga ulteriore del comportamento della nostra classe politica e del suo entourage burocratico. Tutti questi personaggi sono abilissimi a tener nascoste le informazioni e affidare la esecuzione di progetti con finalità speculative agli amici degli amici. Come potrà cambiare questo sistema? Chiedetelo a Barca che ha tentato qualche aggiustamento come ministro della coesione sociale, quando anche i suoi uffici davano risposte dilatorie fino alla scadenza dei termini!

  5. Alberto Garbato

    Ho frequentato diversi corsi di formazione e qui in Sardegna sono completamente sganciati dalla realtà economica e dalle reali esigenze delle aziende. Oltre alle improbabili figure professionali che si vorrebbero formare, gli studenti che poi frequentano gli stage hanno il mero ruolo di osservatori e difficilmente gli verrà proposto un posto di lavoro al termine del corso (questo però vale persino per i corsi per panificatori). Solo nei bandi si fa il doveroso accenno ad una figura professionale coerente con le esigenze del tessuto economico locale, nei fatti per il tessuto economico locale lo studente di questi corsi è un corpo estraneo. Ci si conta spesso la frottola che è poi il corsista che apprese le basi deve proporsi alle aziende, ma questi corsi non formano professionisti e il mercato del lavoro chiede professionisti e non improvvisatori, se no è una scommessa ma a quel punto conta l’età, il titolo di studio e la raccomandazione. Nei mercati l’offerta non si inventa se non c’è domanda o la domanda è un’altra. Semplicemente ci si preoccupa di accaparrarsi una fetta dei fondi per la formazione, e la formazione è il fine, poi ci si mettono un po’ di aziende a contorno che si prenderanno gli stagisti. La formazione dovrebbe nascere da una reale esigenza delle aziende, ma qui in Sardegna ho l’impressione che le aziende, persino le associazioni di categoria, vivano alla giornata, insomma qui di professionalizzante abbiamo i corsi per barman e agente di commercio!

  6. Edoardo Croni

    Interessante, edificante e intrigante il contributo di Silvia De Poli e Antonio Schizzerotto. Sarebbe bello monitorare la “best practice” per capire se verrà trasformata in metodo valutativo standard, se la valutazione andrà ad incidere sulle scelte formative future dell’amministrazione che gestisce le iniziative, se si avrà il coraggio di completare l’indagine con un’analisi costi-benefici (dove evidentemente andranno a confluire pure i costi connessi alle spese per misurare questi fenomeni)

  7. Iris

    La coesione è per definizione una questione nazionale, di cui si deve far carico la politica “ordinaria”. I Fondi Strutturali sono un’indispensabile fonte finanziaria aggiuntiva, ma non possono da soli finanziare una policy distinta e autocontenuta, sia perché alimentano solo spesa in conto capitale (quindi investimenti, ma non gestione delle infrastrutture ed erogazione di servizi), sia, soprattutto, perché tutte le condizioni per una loro spesa efficace dipendono dalla politica ordinaria: volontà politica, visione strategica, qualità della regolazione, capacità amministrativa, contrasto alla corruzione e criminalità, garanzia dell’addizionalità, politiche settoriali adeguate, governance efficace, accountability. Dall’evidenza empirica non emerge infatti alcuna distinzione di policy, se non formale e contabile: non soltanto i Fondi Strutturali cofinanziano i medesimi investimenti concepiti in altri contesti, secondo la prassi italiana dei finanziamenti “plurifonte”, ma sono spesso usati in sostituzione, e non in aggiunta, alle risorse ordinarie. Di conseguenza, i problemi dei Fondi Strutturali sono gli stessi della generalità degli investimenti pubblici e la policy di coesione è di fatto vanificata.
    Per essere più utile, il dibattito dovrebbe quindi concentrarsi su due questioni distinte e collegate:
    1. Come perseguire una visibile ed efficace politica di coesione all’interno della politica ordinaria?
    2. Come riqualificare gli investimenti pubblici infrastrutturali?

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