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  1. Cosimo Copertino Rispondi
    Sono anni che si parla di questo argomento e non ho conoscenza di novità significative da quando vi lavoravo ad oggi. Sono tanti gli aspetti che concorrono al buon funzionamento di un sistema e a giudicare dall'alto tasso di arresti/inquisiti in questo settore in giro per tutta Italia (da Genovese, buon ultimo, passando per i vari assessori regionali lombardi nelle varie giunte Formigoni) vien da pensare che il settore è fortemente imbrigliato nelle relazioni politiche, è un settore "ricco" a fronte di una discrezionalità alta dei decisori, è un settore in cui regna l'immobilismo di vision in tandem con una impostazione datata del funzionamento e dell'allocazione delle risorse della formazione professionale. Ad ogni modo, non per buttarla per forza in politica, ma un passo importante sarebbe dare una nuova architettura (riforma) al (del) sistema degli ammortizzatori sociali e degli strumenti di politica attiva del lavoro (se ne parla da tanto ma, ad es. alla stessa riforma Biagi è mancata proprio questa parte). Il trasferimento delle risorse "dall'offerta alla domanda" avrebbe una logica più chiara e funzionale nel quadro della riforma.
  2. Franco Bisi Rispondi
    Sono sempre più convinto che esista un inconsapevole pregiudizio verso la formazione professionale che si alimenta di affermazioni raramente confrontate con i risultati effettivi in termini di esiti occupazionali. Occorre distinguere la formazione a favore dell’inserimento al lavoro da quella fatta per i lavoratori. In un mercato del lavoro in Italia composto di operatori di basso livello di istruzione la formazione dei lavoratori non fa aumentare direttamente il numero degli occupati, ma evita l’aumento dei disoccupati e questo non è censibile in termini di nuova occupazione, ma è importante per l’intero sistema economico. Per la formazione al lavoro esistono sistemi di rilevazione occupazionale meno raffinati e ricchi di quelli esposti per la Provincia di Trento, ma altrettanto rivelatori in Emilia-Romagna: la rilevazione degli esiti occupazionali a 12 mesi dal termine dei corsi. Sono a conoscenza di dati parziali, ma penso che studiosi dalla materia siano in grado di ottenere i dati aggregati dalla Regione Emilia-Romagna. Torno oggi da un convegno nel quale sono stati citati dati da “La Voce” sul fatto che la formazione serve unicamente a finanziare gli stipendi dei formatori. È uno slogan facile da riferire e soddisfa gli istinti forcaioli degli esasperati. Ben vengano ricerche di questo tipo e altre ancora che affrontino il tema in modo più imparziale e approfondito.
  3. Claudia Villante Rispondi
    Comincio a pensare che esista un disegno dietro questo attacco indiscriminato alla mancanza di valutazione. Qui il problema non è la mancanza di valutazione ma lo scarso investimento in questo processo che non inizia, come sanno bene gli autori, al termine dell'intervento, ma al momento del disegno della policy. Per parte mia, occupandomi dell'argomento dal lontano 1994, posso dire che ho fatto una fatica enorme a ricostruire l'universo di riferimento. Certo in realtà piccole come la Provincia di Trento tutto è molto più semplice (è possibile addirittura ricostruire i percorsi personali dei trattati), ma le cose ovviamente si complicano in realtà ben più ampie. Tuttavia dal mio osservatorio posso evidenziare che, malgrado tali difficoltà, passi avanti ne sono stati fatti (Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna.....) e non è assolutamente vero che le valutazioni non siano state realizzate!
    • M.S. Rispondi
      E che cosa sospetta? Non sono molte le valutazioni ben fatte in Italia, ma sopratutto larga parte della spesa pubblica non è valutata, nè per l'efficacia delle procedure adottate (a volte molto peculiari rispetto ad altri paesi Europei) nè per gli esiti che consegue. Sopratutto il sistema è spesso collusivo, cioè incoraggia il valutatore a lavorare solo quando c'è accordo preventivo con il policy maker, ed in dipendenza completa dallo stesso; quest'ultimo, quando il risultato non è gradito (cioè se il valutatore non sostiene la "sua" politica, o dà qualche notizia comunque sgradita), lo manda a casa, in modo del tutto indipendente dalla qualità del lavoro realizzato. Di conseguenza si ha che solo quando una valutazione conferma la decisione del policy maker questa viene conclusa e resa pubblica, altrimenti è molto spesso soggetta a seri problemi di censura (in maniera indipendente dalla sua qualità). Molte valutazioni svolte "sul mercato" sono realizzate da società di consulenza, e poche o pochissime di queste società investono in competenze adeguate, e riescono a realizzare lavori utili e soddisfacenti. E' invece scoraggiato un atteggiamento indipendente che possa mostrare, con analisi fondate, ed oneste (non finalizzate a sostenere tesi precostituite), esiti insoddisfacenti da correggere. Tra le cause ci sono problemi di disegno istituzionale, ma anche di qualità dei responsabili delle politiche pubbliche, non sempre adeguati rispetto alla possibilità di migliorare il funzionamento dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali per le politiche che realizzano. Infine, e in un certo senso sopratutto, la valutazione resta spesso nelle pubbliche amministrazioni, piuttosto che essere diretta utilmente alle assemblee parlamentari, dove i suoi esiti potrebbero e dovrebbero essere discussi per migliorare il funzionamento delle politiche pubbliche, il contenuto del dibattito politico, ed il processo legislativo.
  4. giulio Rispondi
    Molto interessante, ma non sarà che la motivazione (a partecipare a un corso oppure a cercare attivamente un lavoro) spiega la differenza tra trattati e controlli? Che è difficile controllare con un propensity score matching. Grazie
    • Enrico Rettore Rispondi
      Non è il metodo in sè - il ps-matching - che conta, sono le variabili incluse nel pscore. Qui sono inclusi 36 (trentasei) mesi di storia lavorativa precedente l'inizio del corso che dovrebbe incorporare parecchie delle caratteristiche individuali rilevanti per gli esiti sul mercato del lavoro. Questo almeno è quanto suggerisce tutta la letteratura in tema di valutazione di 'active labour market policies'.
      • Maria Cristina Migliore Rispondi
        C'è la possibilità di ricevere il report di questa ricerca? Sarei interessata a conoscere quali sono le variabili considerate per controllare le caratteristiche individuali. Dove lo si può trovare? Grazie.
        • Enrico Rettore Rispondi
          Il testo del rapporto è stato utilizzato per un saggio di prossima pubblicazione. Non appena possibile, indicheremo i riferimenti del medesimo. Nel frattempo fornisco qui di seguito l'elenco delle covariate utilizzate. Oltre alle caratteristiche principali dei soggetti (età, genere, nazionalità), le variabili chiave sono nella descrizione della storia lavorativa pregressa. Sono stati utilizzati gli stati occupazionali (occupato o disoccupato) nei 36 mesi precedenti l’inizio dell’intervento formativo; il numero di mesi trascorsi in disoccupazione dalla data di iscrizione al CPI; il numero di avviamenti al lavoro e la qualifica professionale più elevata raggiunta negli ultimi tre anni; la qualifica professionale e il settore produttivo relativi al lavoro di maggior durata svolto negli ultimi 3 anni.
          • Maria Cristina Migliore
            Grazie per la risposta. Aspetto il rapporto per capire meglio il tipo di analisi fatta. Al momento mi pare che più che effetto sulle probabilità di occupazione, mi pare lo studio metta in luce come un effetto di disturbo del periodo di formazione. A ben guardare il grafico mostrerebbe - come mi ha fatto notare un collega - un effetto di delay: i Formati recuperano sui Controlli in un secondo tempo il ritardo cumulato con la perdita di contatto con il mercato del lavoro durante la formazione che richiede un tempo di ripresa dei contatti (effetto lock in). Comunque sono d'accordo che occorrano maggiori investimenti nella valutazione delle politiche e anche una più ampia discussione di cosa sia l'apprendimento.