EFFETTI DELL’ABOLIZIONE DELLE FACOLTÀ

“Semplificazione” è una parola chiave del programma di riforme dell’attuale Governo. E, per quanto riguarda il funzionamento dell’università, tutti – dal ministro al Cun ai docenti che lanciano appelli in rete – chiedono di renderlo più semplice. Ma la semplificazione organizzativa era già uno degli obiettivi principali della riforma del 2010.
La legge di riforma prevede l’abolizione delle facoltà, che nel sistema precedente programmavano e gestivano la didattica e reclutavano i docenti, e l’assegnazione ai dipartimenti anche di queste funzioni, oltre a quelle di gestione della ricerca. Dunque, una sola struttura che svolge tutte le funzioni, anziché due strutture con funzioni in parte sovrapposte. Sulla carta una bella semplificazione, che dovrebbe consentire economie di scala e una catena delle responsabilità ben definita.
Ma ridurre le strutture significa davvero semplificare il funzionamento dell’università? I dati della ricerca Unires sull’attuazione della riforma sollevano forti dubbi, mettendo in luce che questa scelta ha prodotto due “effetti perversi” che hanno finito con il complicare ciò che si voleva semplificare.

LA CATENA DELLE RESPONSABILITÀ

Il primo effetto è che ha reso molto più difficile per i rappresentanti delle strutture (i direttori dei nuovi dipartimenti) rapportarsi con il vertice dell’ateneo attraverso un canale istituzionale unico ed efficiente. E che il vertice, dal canto suo, si trova ora di fronte interlocutori più frantumati.

Tabella 1 – Numerosità media delle strutture delle università statali prima e dopo la riforma

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Nota: piccoli = atenei con < 10.000 studenti; medi = 10-20.000 studenti; grandi = 20-40.000 studenti; mega = > 40.000 studenti

* Questa media non considera i 28 atenei che non hanno istituito strutture di raccordo

I nuovi dipartimenti sono infatti più numerosi delle vecchie facoltà, e nei grandi e mega atenei (ventotto sui sessantasei atenei statali) il rettore deve ora negoziare con un numero di capi-struttura che è circa il doppio rispetto a prima della riforma. Ma soprattutto, questi interlocutori hanno uno status molto diseguale fra loro, perché solo alcuni dei direttori sono presenti nell’organo che rappresenta la comunità universitaria (il senato accademico), a causa del tetto numerico e delle modalità di composizione di quest’organo previste dalla legge.
Per ovviare a questa disparità nella capacità di rappresentanza e di interlocuzione, molti grandi e mega atenei hanno istituito un organismo che non è previsto dalla legge: l’assemblea dei direttori di dipartimento.

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Tabella 2 – Percentuale di atenei che hanno istituito un’assemblea dei direttori di dipartimento

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In questo modo, però, anziché semplificare, hanno ulteriormente complicato la governance dell’ateneo aggiungendo un organo a quelli previsti, con il rischio che si sovrapponga alle competenze che la legge assegna al senato accademico e al consiglio di amministrazione, e quindi si creino tensioni interne.

LA GESTIONE DELLA DIDATTICA

Il secondo effetto perverso della riforma è che ha reso molto più eterogenee, e in diversi casi più complicate, le modalità di gestione della didattica. Il fatto è che i nuovi dipartimenti sono strutture che devono raggruppare “docenti e ricercatori afferenti a settori scientifico-disciplinari omogenei”, mentre i percorsi formativi offerti agli studenti richiedono per lo più un ventaglio differenziato di competenze disciplinari. Il principale problema che si è posto agli atenei nell’attuare la riforma, dunque, è stato come far gestire percorsi formativi pluri-disciplinari a strutture che hanno al loro interno solo alcune delle competenze disciplinari richieste.
L’indagine di Unires mostra che la risposta prevalente è stata quella di affidare la gestione di un corso di studio al dipartimento i cui docenti offrono oltre la metà dei crediti formativi.

Tabella 3 – Chi gestisce i corsi di studio (Cds)

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Dunque, per il 70 per cento dei corsi di studio attivati, gli atenei hanno privilegiato l’obiettivo della semplificazione, probabilmente istituendo a questo scopo dipartimenti più eterogenei di quanto previsto dalla legge di riforma, oppure modificando i regolamenti didattici di alcuni corsi di studio per renderli più omogenei dal punto di vista disciplinare.
Ma, nei grandi e mega atenei,oltre un terzo dei corsi di studio attivati viene invece gestito in modo più complesso. Viene affidato a dipartimenti che offrono meno della metà dei crediti, e che quindi devono negoziare le principali decisioni con gli altri dipartimenti associati nella gestione del corso di studio; oppure a organismi trasversali ai dipartimenti (quali i collegi didattici interdipartimentali) non previsti dalla legge; oppure ancora alle “strutture di raccordo”, che la legge prevede come facoltative e a cui assegna comunque solo “funzioni di coordinamento e razionalizzazione”.
In tutti questi casi, gli atenei hanno ritenuto di poter gestire la complessità dei corsi di studio non mediante drastiche semplificazioni, ma solo mediante la creazione di meccanismi che possiamo definire “sostituti funzionali” del venir meno delle facoltà quali motori e contenitori di percorsi formativi multidisciplinari. In altri termini, gli atenei hanno dovuto creare meccanismi di coordinamento e compensazione inevitabilmente deboli, che sono chiamati a svolgere funzioni analoghe a quelle che le facoltà potevano svolgere in modo forte.
Come mai i riformatori non avevano previsto questi effetti perversi? Forse con la “dipartimentalizzazione” di tutte le funzioni erano interessati soprattutto a cambiare la gestione del personale docente, mentre hanno guardato meno ai possibili effetti negativi sulla gestione e il coordinamento della didattica. Ma questa è solo una congettura, su cui i dati non ci possono aiutare.

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