Ci vuole coraggio per scrivere un “Manifesto capitalista” di questi tempi. Lo ha fatto Luigi Zingales, con un libro appena uscito per Rizzoli. Nella prima parte propone un’approfondita analisi delle ragioni della mancanza di popolarità di cui gode oggi il capitalismo. E siccome pensare di fermare la globalizzazione o il progresso tecnico è inutile, nella seconda parte individua i fattori che potrebbero rovesciare questa tendenza. Insieme agli attori del cambiamento: donne, giovani e immigrati, cioè gli esclusi dai privilegi che il sistema economico odierno concede.

A poco più di venti anni dalla caduta del muro di Berlino, che certificava il fallimento dell’esperimento delle economie del socialismo reale, l’economia di mercato non se la passa bene, malgrado tutti ammettano che a essa non vi siano reali alternative. La crisi economica che ha attanagliato gran parte dei Paesi occidentali e che in alcuni non sembra avere fine, ha portato molti a scendere in piazza proprio contro l’economia di mercato, come hanno fatto gli indignados e il movimento diOccupy Wall Street. Ci vuole coraggio allora a scrivere proprio oggi un libro che nell’edizione italiana ha il titolo di “Manifesto Capitalista” e in quella inglese di “A Capitalism for the People”. E il coraggio non manca certo a Luigi Zingales, economista dell’università di Chicago, prossimo presidente della prestigiosissima American Finance Association, editorialista delSole-24 Ore, membro del consiglio di amministrazione di Telecom e molte altre cose ancora.

LE RAGIONI DELL’AVVERSIONE AL CAPITALISMO

Zingales non nega la crisi di consenso dell’economia di mercato e, anzi, nella prima parte del libro propone un’approfondita analisi delle ragioni di tale mancanza di popolarità del capitalismo attuale. L’economia di mercato, per funzionare bene, deve fornire incentivi a chi esercita impegno nelle proprie attività, a chi ha talento, a chi ha propensione a innovare e rischiare. La conseguenza è che genera disuguaglianze: chi ha successo (o perché ha talento o perché ha lavorato più e meglio di altri o perché ha visto opportunità che altri non hanno visto) guadagna più di chi non ha successo. Le disuguaglianze non sono di per sé popolari, dato che sono pochi i vincitori e molti di più i perdenti. La globalizzazione e le nuove tecnologie, creando in molti settori un unico mercato mondiale, hanno amplificato la tendenza alla disuguaglianza. Nessuno si accontenta di avere un prodotto buono: tutti vogliono avere il prodotto migliore o i prodotti migliori o semplicemente quelli che sono alla moda. Quindi alcune imprese fanno profitti stellari, mentre altre sono costrette a chiudere. Ma anche i lavoratori sono toccati da questa apertura delle frontiere: le imprese possono scegliere di de-localizzare le produzione o di dare in outsourcing una quantità sempre maggiore di servizi. Questo riduce i salari dei lavoratori poco qualificati nei Paesi occidentali e crea disoccupazione in alcuni segmenti del mercato del lavoro. La forbice crescente tra l’andamento della produttività e i salari medi è lo specchio di questa crescente disuguaglianza.
Se questi fattori di per sé non rendono popolare l’economia di mercato, scoprire che alcune imprese prosperano grazie a concessioni che vengono dal potere politico o il fatto che alcune banche siano state salvate con i soldi dei risparmiatori perché erano “too big to fail”, dopo che i manager che le avevano portate sull’orlo del fallimento avevano intascato bonus milionari, è stato il vero colpo di grazia al consenso per il mercato. E, aggiunge Zingales, l’intervento pubblico spesso non risolve i problemi, ma li aggrava. La capacità delle imprese, attraverso la loro attività di lobby, di condizionare a proprio favore la regolamentazione o di ottenere monopoli va a scapito dei contribuenti e dei consumatori. E lo Stato sta fallendo anche nella sua funzione di ammortizzatore contro le disuguaglianze crescenti create dalla globalizzazione. Un miglior livello di istruzione potrebbe portare a salari più elevati e a una maggiore probabilità di impiego. Ma, ci ricorda Zingales, il fattore che è maggiormente significativo nel determinare l’apprendimento degli studenti è la qualità degli insegnanti, che dovrebbero essere selezionati in base alle loro capacità. Questo, però, è impedito dalle potenti lobby degli insegnanti anche in quella che dovrebbe essere la patria del libero mercato e della meritocrazia, cioè gli Stati Uniti. Siamo in presenza di un doppio fallimento: quello di un mercato sempre meno concorrenziale e sempre più preda delle grandi imprese e quello di uno Stato che dovrebbe fare rispettare le regole e invece le interpreta e le adatta alle esigenze del big business. Il Tea Party con la sua avversione al crescente ruolo del governo e il movimentoOccupy Wall Street con la sua avversione al mercato hanno in realtà molto in comune: avversano in realtà le deviazioni dalla concorrenza sul mercato e le degenerazioni economiche e politiche che ne conseguono.
La situazione italiana è per molti aspetti ancora peggiore. Da noi l’intreccio tra politica e economia è incarnato da Silvio Berlusconi, che ha dominato la scena pubblica italiana degli ultimi venti anni. Il libro mette impietosamente in evidenza i fallimenti dei suoi tanti anni di governo.

CHI GUIDERÀ IL CAMBIAMENTO

Zingales, però, non si rassegna a vedere sparire il modello di società che lui sognava da ragazzo e che lo ha entusiasmato nella sua esperienza di studio e lavoro americana e nella seconda parte del libro analizza alcuni fattori che potrebbero rovesciare il trend. Inutile pensare di fermare la globalizzazione o il progresso tecnico. Il protezionismo e il neoluddismo hanno poco da offrire. Servono invece altre cose. Una rete di protezione sociale, con sussidi di disoccupazione abbinati alla possibilità di riqualificazione personale dei lavoratori. Un sistema di voucher scolastici per le famiglie, così da incentivare la concorrenza tra le scuole e quindi la qualità della didattica. Norme sociali “cooperative” che possano supplire all’assenza di regolamentazione. Un ruolo importante per l’etica, che consenta di andare al di là degli incentivi dati dalla legge e dalle sanzioni che essa può imporre. Regole semplici che possano essere fatte rispettare senza manipolazioni e che generino trasparenza. Limitare la forza del lobbismo, dando potere ai consumatori con strumenti come le class action. Dati resi pubblici per una maggiore trasparenza e migliore informazione dei cittadini. Una riforma della finanza che impedisca il “too big to fail”. Tasse pigouviane che correggano le esternalità, fonti di fallimenti di mercato. Come si vede, sono tanti i fattori che secondo Zingales potrebbero tornare a darci un capitalismo popolare, cioè per la gente e non avversato dalla gente. Ciascuno di essi è già stato proposto nel dibattito di politica economica e nessuno sembra di per sé decisivo, anche se la lucidità e l’esaustività di questo libro ce li fanno apprezzare meglio.
Il libro colpisce per la qualità e la ricchezza delle argomentazioni, in cui dati presi da studi accademici sono intrecciati con episodi della vita dell’autore. Zingales ripete molte volte la sua tesi principale, ma sempre da un punto di vista diverso. È una sintesi molto riuscita di conoscenze che gli vengono dall’attività di ricerca e di una capacità di farsi leggere acquisita come editorialista.
La sensazione che mi è rimasta alla fine del libro è quella di preoccupazione, forse perché ho trovato la prima parte più convincente della seconda. La domanda che ci si pone inevitabilmente è: ma perché stavolta il capitalismo dovrebbe essere capace di riformarsi? Cosa ci può indurre a pensare che, passata l’emergenza, tutto non tornerà come prima? A sorpresa, un ruolo positivo può essere giocato, secondo Zingales, dal sentimento anti-establishment – non importa se politico o economico – che nasce quando una fetta della popolazione si impoverisce. Gli attori del cambiamento possono essere donne, giovani e immigrati, cioè gli esclusi dai privilegi che il sistema economico odierno concede. La crisi li renderà consci che non hanno da perdere nulla dal cambiamento all’infuori delle proprie catene, come avrebbe detto un altro, più famoso – ad oggi – Manifesto. Ma non è ovvio che il movimento populista che sta nascendo in quasi tutti i Paesi occidentali si indirizzerà in una direzione che alla fine sarà pro-mercato. Zingales ricorda l’esperienza degli Stati Uniti della fine del 1800 e inizio del 1900, che portò all’adozione di misure come lo Sherman Act del 1890, cioè la legge antitrust americana. Ma quanto è generalizzabile quell’esperienza? Nessuno lo sa, temo. Da parte mia, più che nei movimenti populisti, cerco motivi di speranza guardando i banchi dei miei studenti, pensando che trenta anni fa su quegli stessi banchi sedeva proprio Luigi Zingales e sperando che tanti tra di loro avranno la sua smisurata energia, il suo incredibile talento e la sua passione civile.

 

Luigi Zingales, Manifesto capitalista. Una rivoluzione liberale contro un’economia corrotta. Rizzoli (collana saggi italiani), 2012, 407 pagine.

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