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  1. faldrigh Rispondi
    Distillato di doppio-pesismo. 1) la flessibilità valutaria non ha tanto l'obiettivo di rilanciare l'export quanto di contenere l'import e sostenere la domanda interna. Invece delle esportazioni lorde o quelle a valore aggiunto, volete parlare di esportazioni nette? 2) a fronte del debito pubblico c'è sempre un credito/asset da parte dello Stato. Come mai nell'e-book il secondo lato della medaglia lo vedete solo per il contributo al salvataggio della Grecia mentre non lo vedete per lo stock di debito pubblico complessivo? Avete dato un'occhiata agli studi di Bagnai?
    • nextville Rispondi
      Distillato di incomprensibilità..... 1) Tipicamente una svalutazione provoca il "contenimento" (e non il "sostegno") della domanda interna, per effetto della diminuzione del potere d'acquisto, sia verso i beni esterni (che costano di più per la svalutazione del cambio) che verso quelli interni (che si apprezzano per le componenti di costo importate). 2) Quale credito c'è "da parte dello Stato" "a fronte del debito pubblico"? Quale e-book? Dove si parla di salvataggio della Grecia? ...
      • faldrigh Rispondi
        1) la scienza economica ha ampiamente dimostrato che il contenimento della domanda interna è causato dalle politiche di deflazione salariale e di connessa austerità fiscale imposte per conseguire l'equilibrio dei conti con l'estero in un sistema di cambi fissi. Al contrario, la flessibilità valutaria favorirebbe il riequilibrio della bilancia commerciale (meno import -non più import come dice Lei- e più export) e, per questa via, sosterrebbe al contempo la domanda interna favorendo la produzione nazionale. Questo è ciò che la scienza economica ha verificato (e ormai anche Prodi ha ammesso) e ciò che la storia ha ampiamente dimostrato. 2) riguardo al punto 2, mi scuso: dovevo essere più chiaro io ma credevo che un po' di flessibilità mentale fosse rimasta, anche in assenza di quella valutaria. Vediamo se con una spiegazione più "rigida" il concetto diventa più chiaro. Dunque, l'e-book a cui mi riferivo è questo http://www.lavoce.info/euro-pro-e-contro/, che avrà certamente letto. Questa raccolta contiene l'articolo oggetto del post in commento (pagina 4) e altri contributi, come quello di Roberto Perotti (pagina 44) dal titolo "Quanto pesano sull'Italia i salvataggi europei". Alla riga 8, dice "Il primo salvataggio della Grecia, nel 2010, fu fatto con prestiti bilaterali. L’Italia prestò in tutto 10 miliardi, raccolti emettendo debito pubblico; ma anche gli attivi dello stato italiano aumentarono dello stesso ammontare, pari al credito risultante verso la Grecia". Questo passaggio è illuminante perché dimostra che così come il salvataggio della Grecia non è necessariamente stato un cattivo affare perché il debito pubblico è aumentato in misura corrispondente al credito maturato verso la Grecia, lo stesso debito pubblico non è un male in se, come Lavoce continua a predicare. Le passività accumulate hanno finanziato spesa corrente (che ha generato reddito) o spesa per investimenti (che ha creato asset). In aggiunta, ciò che per lo Stato è un debito, necessariamente risulta un credito per il risparmiatore privato (interno o estero). Il debito pubblico non è un male in se. Il problema della sostenibilità del debito è solo un problema di crescita. Ma questo ci riporta al punto 1. Per avere equilibrio dei conti con l'estero e sostenibilità delle finanze pubbliche si deve tornare alla flessibilità valutaria. Rimuovere l'austerity senza riallineare il cambio tornerebbe a far esplodere il problema dei conti con l'estero e saremo esattamente punto e a capo. Morale della favola: è proprio così incomprensibile che i lati della medaglia sono due (import e export, non solo export; debito e credito, non solo debito)?
    • Maurizio Cocucci Rispondi
      Ho letto praticamente (quasi) tutti gli studi del prof.Bagnai. Posso condividere alcune posizioni mentre molte cose non mi hanno convinto quando addirittura non le ho trovate prive di ogni fondamento (esempio gran parte delle accuse rivolte alla Germania). E' un peccato che il prof.Bagnai non accetta il confronto e le obiezioni che avevo avanzato. Evidentemente preferisce il dialogo a senso unico. Non ritengo corretto inserire qui il link al mio blog dove appunto ho espresso tali perplessità e obiezioni ad alcune posizioni del prof.Bagnai e anche del prof.Borghi, però se ha possibilità mi trova su Twitter e da li c'è l'indirizzo per gli articoli in questione.
  2. chinacat Rispondi
    "Questa funzione della flessibilità del cambio, ben chiara a Meade nel 1957 (vale anche la pena di ricordare che nel 1977 Meade conseguì il Nobel), è totalmente assente dal panorama dell’attuale dibattito. Meade chiarisce bene che "flessibilità del cambio non deve essere inteso come sinonimo di svalutazione del cambio" (a/simmetrie working paper No. 1/2014).
  3. IlGranchio Rispondi
    Analisi interessante. Mi viene in mente anche un'altra considerazione. Se a causa dell'uscita dell'Italia dal Euro il valore dell'euro dovesse aumentare rispetto al dollaro, potrebbero anche esserci effetti diretti negativi sul volume delle esportazioni, visto che indirettamente esporteremmo negli Stati Uniti in Euro.
  4. Giorgio A. Rispondi
    Siccome gli autori citano tra virgolette un passo nel quale si parla di "svalutazioni competitive" sarebbe doveroso che ne riportino la fonte. In ogni caso, l'idea stessa di "svalutazione competitiva" è priva di fondamento: l'uscita dall'euro avrebbe come scopo il ritorno al funzionamento del libero mercato valutario. Poi certo, se adesso su lavoce.info ci tocca leggere articoli che negano il ruolo economico del tasso di cambio, allora possiamo anche credere che i mercati valutari non contano niente.
    • nextville Rispondi
      Il notorio non ha bisogno di essere dimostrato... Ma lasciamo pur stare gli "scopi" dei no-euro, il punto è che quello sarebbe certamente l'effetto. Che i cambi flessibili siano migliori di quelli fissi non ha dimostrazione. Abbiamo avuto tassi fissi in tutto il periodo di Bretton Woods (1944-1971), l'epoca del miracolo economico italiano e occidentale. Quanto al dopo Bretton Woods ( da nota 2, http://www.lavoce.info/ritorno-alla-lira-svalutazione-crescita ): "Guardando al periodo post-Bretton Woods per 178 economie, Rose (2011) conclude che non c’è evidenza che i paesi con cambi variabili crescano a tassi diversi da quelli dei paesi a tassi fissi (Rose, A.K. (2011). “Exchange Rate Regimes in the Modern Era: Fixed, Floating, and Flaky”. Journal of Economic Literature, Vol. 49, No. 3, pp. 652-672. Conclusioni simili sono ottenute da altri lavori, quali Eichengreen B., Andrew K Rose (2011). “Flexing Your Muscles: Abandoning a Fixed Exchange Rate for Greater Flexibility” NBER International Seminar on Macroeconomics Vol. 8, No. 1, pp. 353-391. Atish R. Ghosh, Anne-Marie Gulde, Jonathan D. Ostry, Holger C. Wolf “Does the Nominal Exchange Rate Regime Matter?” NBER Working Paper No. 5874, January 1997. L’unica eccezione è un lavoro che trova che nei paesi in via di sviluppo tassi fissi tendono ad associarsi con crescita più bassa, mentre nei paesi industrializzati non emerge nessuna differenza: Levy-Yeyati, Eduardo, Federico Sturzenegger (2003). “To Float or to Fix: Evidence on the Impact of Exchange Rate Regimes on Growth.” The American Economic Review, Vol. 93, No. 4. pp. 1173-1193. "
      • Nicola Branca Rispondi
        Rose è quello che nel 1999 diceva che il commercio nell'area Euro sarebbe aumentato del 200%. http://goofynomics.blogspot.it/2011/12/savonarola-vs-paperoga-decrescita-e.html E questo è il link al lavoro preso di mira da Bagnai http://ideas.repec.org/p/hhs/iiessp/0678.html Credo che Rose sia poco affidabile.
  5. jay p east Rispondi
    Come risposta basta questo: http://www.startribune.com/world/260087901.html Ed é noto che la Polonia sia una grande potenza industriale.
    • chinacat Rispondi
      Come no? E sono pure pieni di pozzi di petrolio.
  6. Piero Rispondi
    Purtroppo il sistema economico europeo non è formato solo dalle multinazionali, per le quali valgono tutte le considerazioni fatte, abbiamo una miriade, almeno mi risulta, di Pmi che non sono nemmeno subfornitori dei tedeschi. Certo che se continua così, saremmo tutti loro dipendenti, per tali motivi le argomentazioni esposte non hanno validità. In ogni caso è naturale che l'aspirazione delle multinazionali e delle filiere sia quella di avere una moneta unica mondiale, ma qui abbiamo due centri di interessi: quello delle multinazionali che pensano ai loro profitti e quello degli Stati che hanno una responsabilità sociale verso i propri cittadini. Fino a che nel mondo non vi sarà una moneta unica, la svalutazione della moneta non è un metodo del passato, ma del presente, che serve per riequilibrare le diverse economie.
  7. rob Rispondi
    Io sono anni che sostengo che l'Italia non è un Paese esportatore come si vuole far credere. Ieri sera Farinetti ha chiarito con molta franchezza e efficace sintesi che noi che ci riteniamo n°1 nel made in Italy alimentare non abbiamo una catena internazionale come la Germania (Metro) la Francia (Carrefour) io aggiungerei anche l'Ikea dove ormai l'alimentare pareggia i mobili. Esperienza personale in giro per 20 anni in Europa, le nostre sono piccole realtà, con piccole quantità su mercati ristretti di connazionali all'estero. Ma quante Fiat avete visto in un semaforo di Parigi o di Berlino? Svedesi e spagnoli sono i veri marchi internazionali nell'abbigliamento. Se apri una lista di vini a Londra ti rendi conto di esserci ma accanto a tanti Paesi che non ti aspettavi. Colui che pensa di conquistare un mercato qualsiasi facendo leva solo sul prezzo è un fallito in partenza, perché troverà sempre colui che avrà un prezzo di una lira più basso. La Mercedes o l 'Audi non vi dicono niente? Hanno listini irraggiungibili come irraggiungibili sono i loro volumi di vendita.
    • nextville Rispondi
      Peraltro, in un mondo che si specializza, si può riuscire bene anche avendo un solo o pochi particolari skill, sapendosi inserire nelle catene del valore con quello.
      • rob Rispondi
        Ti puoi specializzare ma se non imponi un marchio o una filosofia se sempre sotto ricatto! Se parlo di jeans penso a Levi's, per le scarpe sportive penso ad Adidas, etc. II nostro è ed è stato sempre un Paese in ordine sparso. Il tedesco mangia wurstel non prosciutto, Da noi i wurstel sono prodotti da italiani. La differenza è notevole.
        • Maurizio Cocucci Rispondi
          L'Italia esporta 390 miliardi di euro all'anno, che poi i prodotti li veda al semaforo o meno questo non conta. Se poi vogliamo dire che si può fare di più allora è un altro discorso, i Paesi Bassi ad esempio esportano più di noi anche in valore assoluto, ma dire che il nostro export è fasullo è una affermazione alquanto discutibile.
          • rob
            Cocucci i dati da dove sono presi? Dalle fatture o dalle statistiche. Molto spesso il semaforo dice molte più cose reali. Per rispondergli con una battuta! Il ns. export non è fasullo ma alquanto discutibile..
          • Maurizio Cocucci
            Quando c'è una vendita di beni o servizi come si paga la fattura? Normalmente con movimenti bancari quindi non capisco la sua obiezione.
          • rob
            Toto' diceva che se lei si mangia un pollo e io niente per le "carte" ci siamo mangiati mezzo pollo a testa. Il semaforo è più sincero.
          • Giorgio A.
            Posto che i Paesi Bassi "esportano" semplicemente beni che transitano dai loro porti commerciali e vanno diretti in Germania.
          • Maurizio Cocucci
            Se acquisto un prodotto dagli Usa e questo transita dai Paesi Bassi, cosa mi addebiteranno questi ultimi? Il costo del servizio reso (che rientra comunque in quelli di esportazione) oppure anche il prezzo del prodotto che ho già pagato al fornitore americano? In ogni caso nel 2012 i Paesi Bassi hanno esportato merci per circa 500 miliardi di euro, la Germania ha importato merci da loro per 86 miliardi.
  8. Cena Lombardi Roberto Massimo Rispondi
    L'articolo si basa sulla situazione attuale nella quale le aziende italiane per lo più forniscono semilavorati alla Germania che li utilizza per costruire prodotti finiti da esportare negli Usa. Quindi, o nessuno crede alla Fca di Marchionne che millanta di costruire automobili di prestigio in Italia e spedirle negli Stati Uniti, oppure gli imprenditori nostrani non sono più in grado di produrre prodotti finiti concorrenziali grazie alla svalutazione competitiva della valuta italiana e venderli direttamente all'estero. E' un'ammissione di mediocrità delle nostre produzioni.
    • nextville Rispondi
      Il punto è la specializzazione verticale = il luogo-moneta di assemblaggio del prodotto finale (ad esempio le auto), non è lo stesso di produzione dei suoi componenti, i quali a loro volta possono inglobare vari sottocomponenti e relativi passaggi di cambio. Gioca inoltre l'elasticità delle relative domande (in ingresso e uscita) al prezzo: se l'elasticità è bassa la svalutazione è dannosa. Risultato complessivo: il ruolo del cambio sulla competitività (anche di prezzo) del bene finale è molto meno importante che in passato.
  9. Maurizio Cocucci Rispondi
    La maggior parte delle imprese italiane con un'alta vocazione all'esportazione è presente sul mercato da decenni e quindi ha vissuto il periodo delle svalutazioni o comunque del cambio fluttuante. Ha vissuto gli anni in cui il mercato era, soprattutto per ragioni politiche, concentrato nella parte cosiddetta occidentale e oggi sa quali cambiamenti sono avvenuti a seguito della fine di queste barriere ideologiche e l'avvento di un mercato globalizzato. Hanno quindi conoscenza di quelli che possono essere benefici e svantaggi derivanti da un ritorno ad una moneta propria e la conseguenza pratica di un cambio che vedrebbe la nostra neo-valuta perdere valore sulle altre e sono dell'opinione che non convenga proprio per quanto descritto in questo articolo. Ma volendo essere più chiari basti pensare ad esempio alle automobili. Se acquistiamo un marchio apparentemente italiano siamo sicuri che dietro c'è manodopera italiana oppure questa è stata prodotta all'estero? Se una volta era praticamente certo che un mobile fosse di manifattura italiana (sempre che non fosse dichiaratamente di importazione) possiamo affermarlo anche oggi? E l'abbigliamento? E questo vale anche per prodotti più complessi o tecnologici. Si veda ad esempio il mercato dei personal computer o dei cellulari, quanto è prodotto (a parte qualche componente) nei Paesi più avanzati? Inoltre puntare sulla svalutazione per ottenere un beneficio competitivo verso chi? Verso tedeschi, francesi o inglesi? Non sono loro i competitors che ci mettono in difficoltà, ma i settori dove troviamo produzioni realizzate nelle aree a basso costo della manodopera dove per essere competitivi si è obbligati a delocalizzare e una svalutazione non servirebbe a nulla.
  10. Congetture Rispondi
    L'affermazione «la domanda americana dei prodotti tedeschi non varia» andrebbe dimostrata spiegando perché le aziende tedesche preferirebbero aumentare i propri margini anziché incrementare la produzione.
    • Maurizio Cocucci Rispondi
      Mi sembra semplice. La quantità di prodotti made in Germany venduti dipende dalla loro domanda estera (nel caso dell'articolo dagli Usa) che non ha motivo di cambiare se il tasso di cambio euro-tedesco/dollaro non cambia. Quindi se aziende italiane riforniscono imprese tedesche ad esempio di cuscinetti per realizzare macchinari non è che queste ultime ne venderanno di più perché il prezzo di un componente (il cuscinetto) risulta più conveniente. Può semmai valere per prodotti commercializzati o realizzati con una componente rilevante (almeno 70%) di semilavorati made in Italy, ma occorre rammentare che la politica della maggior parte delle aziende è quella di massimizzare il profitto, che non comporta necessariamente aumentare le vendite riducendo il prezzo.
      • Congetture Rispondi
        Mi pare che nel ragionamento ci sia la classica fallacia del metodo superfisso. In un mercato in cui c'è un regime di concorrenza, la formazione della domanda estera dipende (anche) dal valore dei prodotti, quindi se i tedeschi vogliono incrementare la propria quota di esportazioni verso gli USA, hanno due leve: quella dei prezzi e quella della qualità. Il fatto che su quest'ultima siano tradizionalmente forti non implica automaticamente che la prima sia irrilevante. Se l'autore formula un'asserzione in cui esclude che i tedeschi trasferirebbero parte dei risparmi al cliente, dovrebbe giustificare l'affermazione con un'argomentazione forte, mentre «non è detto che accada» è solo la definizione una possibilità.
  11. pierpier Rispondi
    Bell'articolo interessante e che dimostra che le cose sono molto più complesse che euro si o no, anche se il discorso sulle value chains potrebbe essere anche posto che se continuiamo a costare troppo possiamo continuare a uscirci mentre se costiamo meno avremmo anche qualche chance in più di rientrarci. Comunque il problema è che le politiche europee sono profondamente sbagliate e se non cambiamo la rotta è solo uno stillicidio mortale
  12. Marco Trento Rispondi
    Non è molto chiaro il ragionamento. Se le imprese tedesche pagano i semilavorati italiani di meno grazie alla svalutazione, allora logicamente potranno abbassare i prezzi di vendita dei prodotti tedeschi destinati agli Stati Uniti e vendere di più (e quindi aumentare le importazioni dall'Italia). La ragione per restare nell'euro quindi non è la catena globale del valore, ma il fatto che la svalutazione della lira sarebbe il solito palliativo con effetti di semplice breve periodo (ricordiamo il 1992 e la crisi dello SME?). Le nostre imprese devono innovare di più, non competere sui prezzi.
    • Ettore Rispondi
      Dipende a) da quanto incide la componentistica italiana sul prezzo finale delle merci tedesche e b) dal fatto che le imprese tedesche preferiscano limitare i propri margini.
      • Maurizio Cocucci Rispondi
        Il prezzo di un prodotto, anzi sarebbe più corretto dire dei prodotti, dipende dall'equilibrio tra costi e ricavi. Se una linea produttiva ha capacità produttiva max 100 e quella 'nominale' è 90-95 (raramente e per brevi periodi si riesce a produrre alla massima capacità), a me basta riuscire a vendere quella quantità e se i costi dei fattori produttivi diminuiscono li capitalizzo nel margine di profitto. Poi se ritengo che ci sia la possibilità di vendere di più potrò valutare l'opportunità di investire al fine di incrementare la produzione (quello che sta facendo Volkswagen in Cina), oppure abbasso il prezzo se la quantità venduta (e quindi prodotta) scende a tal punto da portare il profitto ad un livello inferiore di quello desiderato. In definitiva tutto questo per dire che a fronte di un calo del prezzo delle forniture difficilmente corrisponde un calo del prezzo del prodotto finito.
    • nextville Rispondi
      Infatti il punto è che i prodotti tedeschi sono competitivi per qualità e non per prezzo, quindi la domanda è poco elastica al prezzo (quindi non gli conviene abbassare i prezzi, ma aumentare profitti e auto-finanziamento dell'innovazione). In generale: la convenienza di una svalutazione del cambio dipende tutta dall'elasticità al prezzo della domanda dei beni importati ed esportati. Se l'elasticità è bassa per entrambi (ad esempio importazioni di energia e altri beni che non hanno sostituti equivalenti in produzioni interne, esportazioni di beni competitivi per qualità) la svalutazione è solo dannosa, anche per le esportazioni dirette.