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Le conseguenze di un ripudio. Del debito

Il problema dell’Italia è l’elevato livello di debito pubblico, sopra il 130 per cento del Pil. Pensare che uscire dall’euro apra una strada facile per ridurne l’onere è illusorio. Sia il default sia la monetizzazione avrebbero pesanti conseguenze sull’economia reale.

IL PESO DEL DEBITO

Tra gli oneri che gravano sul nostro sistema economico spicca l’elevato livello di debito pubblico, al di sopra del 130 per cento del Pil. Alti costi di servizio del debito si riflettono in alta tassazione, con conseguenze negative sull’attività economica. Senza una forte crescita del Pil, ridurre l’onere del debito è difficile. Come per qualunque debitore, esistono due modi per uscirne: stringendo la cinghia oppure dichiarando fallimento, rifiutandosi di pagare. Il ripudio del debito si è verificato molte volte nella storia, generalmente con costi notevoli.
Molti commentatori a favore dell’uscita dall’euro prospettano la “terza via”: la monetizzazione del debito, cioè ripagarlo stampando moneta. Questa possibilità è preclusa dalla partecipazione all’euro, in quanto la politica monetaria è decisa dalla Bce. Nemmeno riacquistando la “sovranità monetaria” ci riapproprieremmo della possibilità di monetizzare il debito, perché è denominato in euro; ridenominarlo forzosamente in nuove lire (svalutate) equivarrebbe a dichiarare un default sulle obbligazioni precedentemente contratte. Ma anche qualora si riuscisse a monetizzare il debito in euro (per esempio tramite la Bce) sarebbe illusorio ritenerla una intelligente soluzione al problema: la monetizzazione è una forma di sostanziale ripudio e con esso condivide gran parte dei costi. Vediamo perché.

LE CONSEGUENZE DI UN DEFAULT

In caso di default sovrano, o ristrutturazione, lo Stato annuncia ai creditori che pagherà solamente una parte dei propri debiti. È ovvio che questa politica comporta una redistribuzione significativa di risorse allo Stato da parte dei detentori del debito pubblico. Chi sono i detentori nel caso dell’Italia? Il debito è detenuto da banche e altri intermediari finanziari italiani (circa il 35 per cento), dalle famiglie italiane (circa il 13 per cento), dagli investitori esteri (circa il 30 per cento) e da Bce e Banca d’Italia (un altro 10 per cento, si veda la figura sotto di fonte Banca d’Italia). Rinnegare il debito significherebbe infliggere consistenti perdite in conto capitale a questi soggetti, con conseguenze gravi per tutta l’economia. Rinnegare il debito non vuol direfar pagare il conto a zio Paperone: oggi, meno di un terzo del nostro debito è detenuto da investitori esteri. Significa invece impoverire una parte importante dell’economia italiana, come le famiglie e gli intermediari finanziari. E il fallimento degli intermediari interessa parecchio le famiglie italiane: è presso questi soggetti che detengono la propria ricchezza finanziaria, e se falliscono “le banche” (e le assicurazioni e i fondi pensione, e via dicendo) spariscono gran parte dei loro risparmi e di quelli delle imprese. (1)
Le conseguenze di un default del debito sovrano sono state studiate approfonditamente proprio per la loro pericolosità: quella immediata è il collasso del sistema finanziario, in quanto le banche si ritrovano un patrimonio netto negativo (che, anche in Italia, detengono circa il 30 per cento del debito). Le ripercussioni sull’economia reale dei collassi del sistema finanziario sono state storicamente drammatiche: utilizzando i dati relativi a cento episodi di crisi finanziarie sistemiche si osserva che il prodotto della nazione che ripudia il debito (Pil) cala per un ammontare compreso tra il 10 e il 35 per cento e ci vogliono in media otto anni per ritornare al livello pre-crisi. (2)
La ragione è facile da capire: un’economia che si ritrovi improvvisamente senza intermediari finanziari, e con il risparmio privato fortemente ridotto, non ha risorse per finanziare l’attività di impresa e nemmeno le comuni operazioni di pagamento. Ne deriva un collasso della produzione e degli scambi. L’Italia sta già attraversando una grave crisi finanziaria, aggiungervi un default sul debito sovrano contribuirebbe a spingere la nostra economia ancora più verso il fondo, per forse un altro decennio, prima di uscire a riveder le stelle.

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Cattura

…E QUELLE DELLA MONETIZZAZIONE

Monetizzare il debito vorrebbe dire ripagare il debito in scadenza o riacquistare una parte di quello detenuto dai risparmiatori, stampando moneta. Si possono fare diverse ipotesi sui tempi e l’entità della monetizzazione. La più verosimile sarebbe una monetizzazione del debito in scadenza: se il debito venisse monetizzato completamente, ciò porterebbe nel giro di circa sei anni ad aumentare di circa 10 volte la base monetaria: un aumento vicino al 1.000 per cento in sei anni, intorno al 45 per cento all’anno. Ci sono pochi dubbi che l’enorme aumento della massa monetaria condurrebbe a un proporzionale aumento dei prezzi. Storicamente tassi di crescita elevati della massa monetaria si tramutano in uguali tassi di inflazione. In alternativa, si potrebbe ipotizzare una monetizzazione parziale: tassi di inflazione a due cifre per un decennio contribuirebbero consistentemente a ridurre il valore reale del debito pubblico. Il punto fondamentale è che una riduzione sostanziale del valore del debito attraverso la monetizzazione avrebbe effetti sull’economia simili a quelli di un default: forti perdite in conto capitale per tutti i detentori di debito pubblico. Il motivo è semplice: se lo Stato mi deve 100 euro e mi ripaga stampando moneta in una misura tale da raddoppiare il livello dei prezzi (per esempio), mi ritroverò in mano un potere d’acquisto dimezzato. Di fatto questo è un default: è lo stesso che sentirsi dire dallo Stato: dei 100 euro che ti devo, te ne do solo 50 (a prezzi invariati). E, proprio come il default, comporta una riduzione della ricchezza dei cittadini, una crisi finanziaria e un conseguente prolungato periodo di stagnazione.
Al di là di questa similarità fondamentale, vi sono anche delle differenze tra la monetizzazione e il default. Mentre il default colpisce in prima battuta solo i titolari di debito pubblico, un tasso di inflazione elevato influenza una platea molto più vasta di cittadini. L’inflazione modifica il valore di tutti i contratti di debito stipulati in termini nominali, inclusi quelli fra privati, trasferendo ricchezza dai creditori (che vedono ridursi il valore dei propri crediti) ai debitori. Anche se l’idea di vedere il valore del mio mutuo ridotto dall’inflazione può apparirmi attraente (nel caso abbia un mutuo a tasso fisso), in pratica la riallocazione di risorse che ne deriva costituisce uno shock molto forte per l’economia, che acuisce le conseguenze discusse sopra per il default sul debito pubblico.
Bisogna inoltre considerare che, in mancanza di un meccanismo di indicizzazione dei redditi, l’inflazione attacca direttamente tutti i percettori di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati, ad esempio). È per questi motivi che, in generale, l’inflazione ha costi sociali notevoli e pochi hanno nostalgia di quella – alta – che abbiamo sperimentato in Italia negli anni Settanta e Ottanta. L’avversione feroce dei tedeschi al fenomeno risale proprio all’iper-inflazione sperimentata negli anni Venti durante la repubblica di Weimar, legata per l’appunto alla monetizzazione del debito pubblico.
Un’ultima differenza è che il default darebbe corso a controversie legali, mentre la monetizzazione no, in quanto il debito è una promessa nominale, che verrebbe formalmente rispettata stampando moneta. Tuttavia, nel caso di una fuoriuscita dall’euro anche la ridenominazione del debito in lire porterebbe a complesse dispute legali. L’esempio dell’Argentina e del suo debito in dollari insegna molte cose su quanto complessi possano essere gli strascichi giuridici di una ridenominazione del debito unilaterale, con conseguente esclusione dai principali mercati internazionali per anni.

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NON ESISTONO SCAPPATOIE INDOLORI

Il livello elevato del debito pubblico di molti paesi sviluppati rischia di diventare insostenibile se la crescita del Pil non aumenta. Ridurre l’onere del debito attraverso operazioni straordinarie può diventare una necessità. Non esistono purtroppo scappatoie indolori. Pensare che uscire dall’euro apra una strada in discesa per ridurre l’onere del debito pubblico è illusorio. Sia il default che la monetizzazione avrebbero pesanti conseguenze reali, causando una recessione prolungata. Il default avrebbe poi importanti effetti redistributivi fra lo Stato e i detentori del debito (i risparmiatori), mentre una monetizzazione li estenderebbe a tutti i rapporti debitori aventi natura nominale.

 

(1) La quantità di titoli di Stato nei bilanci bancari è elevata e in grado di compromettere la loro solvibilità in caso di default perché è elevata rispetto al capitale e alle riserve delle banche (vedi la tavola 2.17 del Bollettino economico della Banca d’Italia).
(2) Si vedano Reinhart e Rogoff  “Recovery from Financial Crises: Evidence from 100 Episodes”, AEA papers and Proceedings (2014) per le fonti e i dati.

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47 commenti

  1. Enrico

    “Ridurre l’onere del debito attraverso operazioni straordinarie può diventare una necessità”
    In linea di principio sarei anche in accordo con prelievi forzosi, un-tantum e via dicendo, ma solo un governo che abbia tagliato sprechi e prebende ed abbia applicato una cura dimagrante reale potrebbe farlo.
    Naturalmente il giorno dopo devono ridurre le tasse al pari dei risparmi ottenuti dall’interesse.

  2. umbeD

    Da commentare c’è davvero poco.
    Solo da osservare che sono queste le persone che dovrebbero partecipare ai talk show, diventando questi molto meno show e molto più talk intelligente.

    Umbe

  3. MG_in_Progress

    Articolo molto semplice, lo si vada a spiegare a gente come Borghi, Bagnai e simili…
    E’ pero altrettanto vero che si dovrebbe aprire un tavolo per la rinegoziazione e/o cancellazione del debito a livello europeo ed una sua mutualizzazione. Altrimenti é inutile continuare ad avere avanzi primari crescenti per pagare interessi di un debito oramai insostenibile in se e condannare il PIL alla decrescita.

  4. bobczr

    Due annotazioni: 1 perchè insistere a dire che convertire il debito in lire equivarrebbe a un default? questa è pura disinformazione, nel senso che è vero solo per quella quota di debito pubblico emesso in regime di diritto straniero (non voglio dire imprecisioni, ma mi sembra intorno al 2% del totale) ma non certamente per il debito cui si applica il diritto italiano, dato che il codice civile prevede espressamente il regime della lex monetae per cui ogni debito va pagato nella valuta avente corso legale al momento del saldo. 2 Sia in UK che in USA la monetizzazione del debito è in corso, nel senso che le banche centrali acquistano titoli del debito garantendo un tasso di inflazione superiore al rendimento dei titoli stessi. Non sarebbe il caso di spiegare meglio perché la politica di repressione finanziaria che va bene in questi paesi sarebbe così dannosa da noi?

    • giulioPolemico

      Non è pura disinformazione; è pura verità. I nostri titoli di Stato, convertiti in lire, perderebbero subito molto valore, perché la lira sostenuta unicamente dalla debole economia italiana si deprezzerebbe subito (invece l’euro è sostenuto dalle economie del nord ed è per questo che mantiene il potere d’acquisto). Gli investitori stranieri (istituzionali e non) che hanno acquistato BTP, ridenominati in lire perché si sarebbe passati alla lira, si troverebbero con carta quasi straccia.

      In UK e USA lo Stato funziona e la ricerca scientifica pure. Per loro la ricetta è valida, per noi no perché se applicata all’Italia si perpetuerebbe la condizione che ci ha portati a questi punti.

      I guai di adesso sono proprio la conseguenza storica di decenni di debito pubblico esorbitante e di inflazione a 2 cifre. Noi adesso stiamo pagando gli errori degli anni 60, 70, ecc. L’euro è arrivato ben dopo.

    • La differenza tra le aree valutarie dell’America, dell’Inghilterra, del Giappone con l’area euro è notevole, noi non abbiamo uno stato, quindi abbiamo singoli stati che influenzano la Bce, la Germania, in questo momento è il paese che comanda in Europa, non ha, per il momento, nessun interesse alla svalutazione dell’euro sul dollaro, ciò naturalmente fino a che la sua economia cresce a discapito delle altre economie europee.
      Quando tutti gli stati saranno in bancarotta, allora anche la Germania non potrà vendere più i suoi profitti in Europa e forse in quel momento si avrà un cambiamento di politica monetaria.

  5. Daniele Girardi

    Le operazioni di monetizzazione del debito sarebbero qualcosa di equivalente al quantitative easing che sta effettuando la FED: stampare moneta per acquistare titoli di Stato. “Ci sono pochi dubbi che l’enorme aumento della massa monetaria condurrebbe a un proporzionale aumento dei prezzi. “, sostengono gli autori. Ma in realtà la FED sta monetizzando il debito da tre anni senza alcun aumento dell’inflazione USA. E il motivo è chiaro: l’economia è molto lontana dalla piena occupazione, per cui non c’è motivo per cui uno stimolo monetario si dovrebbe tradurre in alta inflazione. Potrebbe invece fornire uno stimolo positivo alla crescita, mettendo in moto risorse inutilizzate. Per di più nella attuale situazione di deflazione un accelerazione della crescita dei prezzi, se davvero si verificasse come sostengono gli autori, non sarebbe un male, ma anzi perfino un fatto positivo. Per cui la tesi che gli autori portano contro la monetizzazione del debito mi sembra piuttosto debole, perlomeno nell’attuale contesto di deflazione.

    • Rainbow66

      Il quantitative easing è diverso dalla monetizzazione del debito. Nel quantitative easing vengono acquistati dalla Fed titoli di stato e obbligazioni private (prevalentemente quelle legate ai mutui immobiliari, infatti il real estate è ripartito e sta trainando la ripresa americana) con l’intento di abbassare il livello dei tassi di interesse x, favorire gli investimenti e i consumi, e far svalutare il dollaro x, rilanciare l’export Usa. I titoli acquistati dalla Fed vengono detenuti dalla Fed stessa (infatti il bilancio della Fed è strutturalmente cambiato,sembra che detenga quasi 4000 miliardi di titoli,ormai,e questo sta diventando un problema,c’è dibattito negli Usa su questo aspetto,ne ha parlato anche Paul Krugman) ma non vengono annullati ( come accade nella monetizzazione del debito!),ossia verranno reimmessi in circolo progressivamente quando terminera’il quantitative easing ( per riassorbire moneta), oppure verranno tenuti a scadenza ( riscuotendo il controvalore nominale). Nella monetizzazione del debito, invece, i titoli in circolazione vengono riassorbiti e annullati cioe’spariscono dal circuito finanziario.

      • Daniele Girardi

        Ha ragione, ho ignorato questa distinzione per semplificare e perché ininfluente ai fini del nostro discorso. La sostanza di quello che ho scritto non cambia: non è vero che un acquisto di titoli di Stato da parte della Bce (sia si tratti di Qe sia di monetizzazione vera e propria) comporti automaticamente un inflazione fuori controllo, mentre permetterebbe di abbattere gli interessi sul debito.

    • Tutto dipende dall’entità della monetizzazione. In caso di situazione recessiva un certo livello di monetizzazione (come negli USA e GB) può essere indicato. D’altronde l’obiettivo del quantitative easing era non la monetizzazione del debito ma di compensare prima di tutto lo shock monetario recessivo associato alla crisi finanziaria. Ma il livello di monetizzazione necessario per una riduzione sostanziale del debito pubblico italiano è un altro paio di maniche. Occorrerebbe considerare la crescita relativa della base monetaria operata dal quantitative easing (che comunque andava a compensare la forte e improvvisa riduzione della quantità di moneta creditizia durante la crisi) rapportandola inolte alla riduzione del debito pubblico americano detenuto al di fuori della Riserva Federale prodotta dal quantitative easing e considerare invece i valori che presumibilmente dovrebbero essere impliciti nella monetizzazione del debito pubblico italiano operata dopo il passaggio dall’euro alla lira. Non sarebbe credo difficile per gli autori fornire questi dati. Inoltre va considerato che buona parte dei nostri problemi sono strutturali e legati alla concorrenza internazionale piuttosto che a un’assenza di domanda aggregata e che l’elasticità dell’ offerta in Italia è probabilmente molto inferiore a quella di paesi, come gli USA o la Gran Bretagna dotati di un mercato del lavoro molto più flessibile del nostro, oltre che a una “facilità di fare impresa” molto più elevata che nel caso italiano..

    • Francesco Lippi

      Le rispondo, certo della sua buona fede: ha una idea delle grandezze di cui stiamo parlando (e della natura del fenomeno)? mi spiego in due semplicissimi punti:

      (1) il QE 1 e 2 messi assieme hanno portato a quadruplicare la base monetaria (le passivita a vista della Fed). Una monetizzazione del debito italiano porterebbe a moltiplicare per 30 (non per 4, per TRENTA) la base monetaria. E’ come confrontare l’ effetto della pioggia con quello di un uragano. Le pare la stessa cosa ?

      (2) Secondo fondamentale punto: il QE e’ un aumento dell’ offerta di moneta. Questa offerta e’ stata aumentata perche le banche erano disperatamente alla ricerca di liquidita. Quindi un aumento di offerta di moneta in risposta a una aumentata domanda di moneta, non porta conseguenze inflative perche questa moneta rimane a bilancio delle banche (in questo senso e’ “domanda” di liquidita da parte delle banche). Se lei invece moltiplica per 30 l’ offerta di moneta in assenza di un uguale aumento di domanda indovini cosa succede (se non lo sa, ha la fortuna di poter leggere analisi meravigliose, da Von Mises a Sargent).

      • Daniele Girardi

        La ringrazio della risposta, che però non risolve i miei dubbi sulla sua tesi. Prima di risponderle sui 2 punti, le chiederei di chiarire un punto. Riconosce che la sua affermazione “l’aumento della massa monetaria conduce a un proporzionale aumento dei prezzi” è valida solo sotto l’assunzione che l’economia sia in piena occupazione? Anche negli USA i monetaristi sostenevano che il QE avrebbe portato alta inflazione (parlavano di “debasement of the dollar”), perché come lei assumevano implicitamente piena occupazione nelle loro analisi.

        Sui due punti che solleva

        1) Questi suoi calcoli sono basati sull’ipotesi che tutto d’un tratto la Bce acquisti per intero o quasi il debito pubblico italiano. In un viaggio da Nord a Sud Italia si incontrano diverse nuove stazioni ferroviarie. Sono spesso progettate da archistar, ma la loro funzionalità e utilità suscitano più di un dubbio. Mentre mancano del tutto controlli e sanzioni per eventuali costi impropri. È chiaro che se uno fa un’ipotesi estrema ottiene una cifra clamorosa (il 30plicamento della base monetaria!) che può usare per fare retorica. In realtà basterebbero acquisti in ammontare simile o inferiore (in termini di peso sull’economia) a quelli effettuati dalla Fed o dalla banca centrale giapponese per abbassare drasticamente il tasso d’interesse sul debito pubblico italiano. Concorderà che portando il tasso reale sul debito al di sotto del tasso di crescita dell’economia (magari con l’aiuto di un inflazione superiore all’attuale 0,6-0,7% ) sarebbe possibile invertire il trend di crescita del debito persino conducendo dei leggeri deficit di bilancio.

        2) Anche le banche italiane ed europee sono alla ricerca di liquidità, mi meraviglio che lei suggerisca il contrario. In ogni caso, la ringrazio per le letture che mi consiglia, ma, sopratutto in questo frangente di depressione economica, ritengo che sarebbe più fruttuoso ripassare l’economia keynesiana.

        PS: Una precisazione. Nel suo intervento ha scritto esplicitamente che l’acquisto di titoli di stato da parte della Banca Centrale sarebbe deleterio anche se effettuato dalla Bce in uno scenario di permanenza nell’euro. Questa è l’affermazione che le contesto.
        È chiaro che se invece parliamo di uno scenario di uscita dall’euro entrano in gioco varie complicazioni (legate anche alla modalità di uscita e alla gestione del tasso di cambio) che dovremmo discutere per esteso (cosa che lei non fa nell’articolo) prima di arrivare a qualche tipo di conclusione sugli effetti su inflazione e redditi.

        • Rainbow

          Concordo sul Qe infatti Draghi e la Bce hanno annunciato che se la deflazione permarrà, adotterranno misure non convenzionali (leggi Qe) sul modello della Fed Speriamo che la Germania, in specie, Jans Weidmann, non si metta di traverso! Draghi sta facendo tutto quello che è in suo potere x combattere la recessione, praticamente è lui che ha salvato l’euro finora! Un po’ di inflazione (non iperinflazione!) ci vorrebbe per ripagare il debito! Infatti per rispettare il fiscal compact, contrariamente a quello che i catastrofisti no euro dicono, basterebbe avere un tasso di inflazione annuo al 2%, una crescita reale al 1% annui e il rapporto debito/Pil in 15 anni si abbasserebbe verso il 60% da solo! Ovviamente bisognerebbe controllare il deficit annuale che dovrebbe azzerarsi a livello strutturale, ma non sarebbe una cosa impossibile da fare con una gestione oculata dei conti e un po di riforme serie!

          • Franco

            Concordo pienamente sul fiscal compact e sull’abbassamento “automatico” del rapporto debito/Pil fino al 60% solo che riusciamo a mantenere l’azzeramento del deficit (come adesso, del resto) e, con inflazione al 2%, a incrementare il Pil dello 0,8 percento all’anno (ma ci riusciremo, visto il primo trimestre di quest’anno)?

      • Rainbow

        Prof. Lippi, solo per verificare se le mie conoscenze sono corrette, non sono laureato in Economia ma in Legge, ( si imparano molte cose dai post e dalle risposte!), non so se ha letto il mio post.
        Il Q.E è diverso rispetto alla monetizzazione perché oltre ad aumentare l’offerta di moneta in misura notevolmente inferiore rispetto alla monetizzazione del debito come ha giustamente puntualizzato lei, è strutturalmente” diverso perché non annulla il debito ma lo sospende soltanto. In pratica i titoli acquistati dalla Fed vengono ritirati temporaneamente dal circolo ( vanno nel bilancio della Fed, in attivo) ma non annullati come avverrebbe nella monetizzazione per quanto ne so!
        Nella monetizzazione, se ho capito bene, i titoli in scadenza e non verrebbero acquistati ed annullati cioè non più reimmessi nel circolo. Altrimenti a che servirebbe la monetizzazione, solo ad aumentare la base monetaria? Lo scopo, invece, secondo i fautori della monetizzazione, sarebbe quello di togliere i titoli in circolazione, annullarli e non emettere più titoli di Stato perché non ce ne sarebbe più bisogno in quanto le spese in eccesso verrebbero finanziate con le banconote.

        • Matteo della Terra

          Cioe’ se io pago i debiti emettendo titoli di stato (carta) sbaglio, se invece emetto direttamente moneta (carta) faccio bene perche’ non la conto come debito. Ma allora perche’ sono cosi’ fessi questi signori da stampare titoli di stato invece di stampare direttamente le monetine? Complotto ai danni dei poverelli?
          Pero’ mi sorge un dubbio. Se io per guadagnare 1000 lire devo lavorare, perche’ invece di lavorare non me le posso stampare direttamente (le 1000 lire)? Sarebbe tutto piu’ semplice e ognuno potrebbe stamparsi direttamente i soldi che gli servono senza sudore della fronte e senza passare da stati corrotti pieni di banchieri e massoni che stamperebbero solo per sistemarsi gli affari loro. O no? Se poi proprio non si puo’, (ma perche’ no) allora suggerisco di stampare i soldi necessari sia a ripagare tutti i debiti di tutti (non solo quelli in titoli di stato, perche’ sarebbe una vera ingiustizia per gli altri debitori che dovrebbero cacciare i soldi di tasca loro), ma anche di stampare tutti i soldi necessari ad abolire tutte le tasse che opprimono i laboriosi italiani, in special modo i padagni. Cosi’ ‘amo risolto tutti i probblemi in 4 e 4 = 44. Se le cose le dovemo fa’, famole bene.

    • L’inflazione è l’unico modo per pagare il debito, il tasso deve essere superiore al tasso del debito.

  6. enzo

    Senza entrare nel merito ma per semplice curiosità : è possibile mantenere il vecchio debito in euro e ripagarlo finanziandosi con nuovo debito nella nuova moneta ( ed utilizzando ovviamente il quantitative easing)? dal punto di vista della legittimazione politica è più semplice(meno trasparente) svalutare piuttosto che imporre sacrifici? Infine una domanda di fantapoliticaeconomica: se non fossimo entrati nell’euro quali sarebbero state le politiche adottate dall’italia (tasso btp al 9% mi sembra)?

  7. angie

    Porterebbe ad un prolungato periodo di stagnazione? Sono terrorizzato…

  8. chinacat

    Vorrei presentare a Lippi e Schivardi due persone che la pensano in maniera molto diversa.

    Il primo è questo tizio:
    Euro Crisis: Sources and Its Global Implications Nobel Laureate Dr. Thomas J. Sargent
    https://www.youtube.com/watch?v=YePWg1mbmO4

    Il secondo è questo:
    “How can a public debt as large as today’s European debt be significantly reduced?
    There are three main methods, which can be combined in various proportions:
    taxes on capital, inflation, and austerity. An exceptional tax on private capital is the most just and efficient solution. Failing that, inflation can play a useful role: historically, that is how most large public debts have been dealt with. The worst solution in terms of both justice and efficiency is a prolonged dose of austerity— yet that is the course Europe is currently following.”
    (Capital in the Twenty- First Century, Thomas Piketty, pag. 541)

  9. Gli autori fanno solo due scenari estremi e non prendono in considerazioni che vi è sempre una via di mezzo.
    Nessuno ha mai detto di stampare moneta per pagare il debito, ma aumentare la liquidità nel sistema affinché vi sia uno stimolo nell’economia per fare crescere il Pil anche se un po’ nominalmente dovrebbe essere la via di uscita, basta vedere cosa ha fatto la Fed con la politica monetaria espansiva, ha inondato i mercati di liquidità per oltre tremila miliardi, oggi hanno la disoccupazione al 6%.
    L’unica considerazione giusta nell’articolo è la constatazione che per pagare il debito occorre aumentare il Pil, ma nulla dicono come si può aumentare il Pil, o si agisce sugli investimenti pubblici o su quelli privati, ma in entrambi i casi occorre la liquidità, è impossibile pensare che vi possa essere un aumento del Pil se non si adotta una politica monetaria espansiva, se la Bce non si muove in tale senso, naturale che si deve uscire dall’euro.
    In caso di uscita dall’euro è naturale che la cosa non sarà semplice, ma è sicuramente possibile, la ri denominazione del debito nella nuova valuta è una conseguenza naturale, non è una dichiarazione di default, se non fosse possibile per motivi di opportunità e si sceglie di lasciare invariata la moneta del debito, esso sarà considerato un debito estero, le famiglie italiane avranno titoli statali in valuta estera, cosa cambia?
    La nuova valuta, non deve essere solo italiana, in Europa, oramai si sono delineate due aree valutarie, i paesi meridionali e i paesi nordici, in ogni caso penso che sia più facile far cambiare la politica monetaria a Draghi, o in alternativa far ritornare la Germania al marco, in modo tale da eliminare il principale sostenitore dell’euro forte.

    Tre considerazioni che saranno inevitabili se si continua con l’attuale politica monetaria:

    – giusta la valutazione della rischiosità del debito italiano con questa politica monetaria, l’Italia è una bomba ad orologeria, si è vero che non abbiamo chiesto gli aiuti ma in cambio abbiamo un tessuto economico che si sta muovendo e tra un paio di anni torneremo tutti a fare gli agricoltori, la terra è l’unica cosa che la Merkel non potrà togliere agli italiani;
    quindi quando esploderà il debito italiano il taglio dovrà essere del 70% (naturale che questa non è il mio augurio).
    – l’unione bancaria così come concepita porterà ad una ulteriore restrizione creditizia pari a 150 miliardi ( stima in difetto), ciò aggraverà la situazione del credito per le pmi italiane, aumenterà il grado di mortalità delle pmi italiane, si fa saltare tutto, anche lo stato che al momento vive con le imposte pagate dai lavoratori dipendenti.
    – L’euro è un fattore di instabilità e non di stabilità.
    Se la Bce si fosse comportata come la Fed fin dal caso della crisi Grecia, non sarebbe successo nulla, la ricchezza dei paesi nordici poteva essere erosa in termini di potere di acquisto dall’inflazione che a mio avviso non superava il 2%, oggi abbiamo 0,4% di inflazione! si paventa la deflazione! Sarà per i paesi nordici il danno peggiore.

    • Gianni Ciardiello

      L’intento dell’articolo non è quello d’informare, ma bensì di allarmare le persone. Gli autori non si curano di dire come far crescere il Pil che è, ricordo l’argomento principale. I debiti si rimborsano quando hai un lavoro e quindi un reddito. Che si perda qualcosa in conto capitale, è inevitabile, non si può avere la pretesa di fare una frittata senza rompere le uova. Voi sostenete che a sopportare il peso di un default o di una svalutazione debba essere sempre e solo il cattivo debitore. Ma il merito del credito e il rischio gravano anche sul creditore. Così facendo la vostra visuale del capitalismo è unidirezionale: credito bello, debito brutto. Ma debito e credito sono due facce della stessa medaglia. La monetizzazione parziale del debito, che vi piaccia o meno, è cosa da considerare (seppur parzialmente).

      • Perfettamente d’accordo con te, nessun creditore è mai stato costretto a prestare.

        • Matteo della Terra

          Bravo. Maledetti creditori. Prestano per fare dispetto ai poverelli debitori. Che chiedono il prestito solo per indurli in tentazione. Ed essi ci cascano. E NOI monetaristi esperti li mazzolamo come meritano.

  10. Rossoblu

    Monetizzare non significa creare inflazione.
    È un mantra ormai ampiamente smentito dai fatti. Un esempio per tutti. La GB a fine 2007 aveva un debito pubblico pari a 800 miliardi di sterline. A fine 2013 tale debito era lievitato a 1.750 miliardi di sterline. Integralmente monetizzati dalla BoE. I risultati? Crescita vicino al 3%, disoccupazione in netto calo, tassi di interesse ai minimi storici e inflazione totalmente sotto controllo. Il rapporto debito/PIL si sta stabilizzando (nonostante un deficit ancora ben superiore al 3%) ed è destinato a calare nei prossimi anni. Senza tassazioni vessatorie e stupide manovre di contabilità tafazzesca. D’altra parte la GB era già ricorsa alla “repressione finanziaria” dopo la Seconda Guerra Mondiale quando riuscì ad abbattere un debito pubblico superiore al 250% del PIL. Insomma: la storia ci insegna una semplice verità. Per normalizzare un eccesso di debito l’alternativa è tra default e repressione finanziaria. Tertium non datur.
    P.S. Per i timorosi dell’inflazione oggi è facilmente gestibile il rischio prezzi. Basta acquistare asset reali (come, in certa misura, l’equity) e titoli del debito agganciati al costo della vita.

    • Maurizio Cocucci

      Credo che abbia preso alcuni dati da fonti poco attendibili. Nel 2007 il debito pubblico della Gran Bretagna era poco più di 600 miliardi di sterline e nel 2013 è di circa 1.460 miliardi di sterline (non 1.750). Lei afferma che è stato in gran parte monetizzato, ma non è così. La Banca d’Inghilterra attraverso il Quantitative Easing ha acquistato non solo titoli del debito pubblico (gilts), ma anche obbligazioni e altri assets e per i titoli del debito non ha acquistato direttamente quelli emessi dal governo, ma quelli posseduti da istituzioni finanziarie e aziende. Praticamente ciò che ha anche fatto la Bce durante il periodo più delicato della tempesta finanziaria.
      Dovrebbe poi rammentare anche che i salari in Gran Bretagna hanno subito un calo notevole e che circa 500 mila dipendenti pubblici sono stati licenziati per ridurre la spesa pubblica. Io poi confronterei anche la pressione fiscale sulle imprese presente in Gran Bretagna con quella in Italia. Comunque maggiori (e più precise) informazioni le può trovare al sito della Banca d’Inghilterra dove è presente anche un interessante video che illustra brevemente il Quantitative Easing: http://www.bankofengland.co.uk/monetarypolicy/Pages/qe/default.aspx

      • Chiediamoci però come mai la Gran Bretagna e tutti i paesi fuori dall’euro crescono mentre l’eurozona è in recessione.
        Chiediamoci come mai la Gran Bretagna può aumentare il deficit e noi no.

  11. Marco Ferrari

    1. Per la normativa Sui CDS, l’Italia è un G8 member, può ridenominare senza fare default, i Btp sono titoli domestici, la legge che li governa è la legge italiana quindi possiamo ridenominare in qualsiasi momento.
    2. L’unico problema della ridenominazione sono le liabilities che ha il sistema bancario italiano verso l euro system, Target 2. Quindi qui il problema è solo per le banche che il giorno dopo andrebbero tutte nazionalizzate.
    3. Ridenominando si svalutano assets e liabilities e quindi? Se hai debito conviene.
    4. I depositi vanno protetti, come? 1 mese prima converti tutti I depositi domestici in US Doll.
    La faccio semplice ma è molto più facile di quello che si dice.

    • Rainbow

      3. “Ridenominando si svalutano assets e liabilities e quindi? Se hai debito conviene”. Sì, ma ci rimettono i creditori, gli autori hanno correttamente spiegato che il creditore non è un’entità astratta o un volgare speculatore (la finanza internazionale malvagia!), ma per il 70% i creditori siamo tutti noi: famiglie, imprese, fondi pensione, banche, assicurazioni! Da tener presente che suddividere nettamente i detentori dei titoli di stato tra famiglie (13%) e sistema finanziario (57%) è fuorviante perché i titoli li detengono anche i fondi pensione e le assicurazioni; quindi, magari, in questa suddivisione fittizia, formalmente io non posseggo titoli di Stato (quindi non rientro nel 13%) pero’ho una polizza vita (che investe il mio premio anche in Btp, per esempio), oppure ho un fondo comune di investimento bilanciato che investe anche in titoli di stato! Per cui,monetizzando,o facendo default, la mazzata anche x il mitico cittadino sarebbe pesante! Si salverebbero solo quelli che non hanno alcun risparmio, neanche un deposito!
      4. “I depositi vanno protetti, come? Un mese prima converti tutti i depositi domestici in dollari”.
      Buona idea, ma anche facendo cosi ci sarebbero conseguenze negative perché tutti i detentori di altri asset (titoli di stato, azioni, obbligazioni, tutto ciò che verrebbe verrebbe ridenominato in lire) se ne libererebbero per convertire tutto nei depositi in dollari protetti. Per cui si creerebbe un effetto panico sui mercati e un calo drastico delle quotazioni di questi asset!

    • nextville

      Sì, è tutto facile. Spero che chi ha quattro risparmi da parte capisca la manfrina di questi nulla tenenti che hanno la tipica mentalità del lazzarone: faccio debiti e poi non li pago e si freghi chi ha messo da parte qualche risparmio e mi ha fatto credito. Questa è la mentalità che porta i paesi al disastro.

  12. Marco Ferrari

    Va be poi la storia che l espansione della base monetaria crea inflazione e una bufala vecchia 100 anni…vedi cosa sta succedendo in USA dopo 4.5tr di money printing….in italia l inflationary pressures non Le vedi neanche con il binocolo..perche? Massive slack in the economy cioe disoccupazione Alle stelle e la cina che continua a svalutare….. Hence ci sono solo benefici a monetizzare

    • nextville

      Non si vede l’effetto sul livello generale dei prezzi, perché la liquidità non passa all’economia reale diffusa (dove peraltro sono in atto potentissimi fenomeni deflattivi), ma resta bloccata in particolari bacini di asset che stanno andando in bolla clamorosa: le quotazioni di molti mercati Usa sono bolle, per non parlare di cosa sta succedendo al mercato immobiliare del Regno Unito. Carney sta per alzare i tassi nonostante la sterlina sia già troppo forte.

    • Maurizio Cocucci

      Definire una bufala una teoria che ha alle spalle una nutrita letteratura economica e prove empiriche mi sembra eccessivo, soprattutto quando la si vuole liquidare citando dati errati: 4,5 trilioni di base monetaria emessa? Scusi ma o Lei confonde la base monetaria con la quantità di moneta oppure ha preso davvero un abbaglio prendendo dati errati o leggendoli male. La base monetaria Usa (mb) ad Aprile era di circa 3.931 miliardi di dollari (o 3,931 trilioni), non 4,5.

  13. NonSono SuFacebuk

    Il lettore viene addirittura gratificato dall’analisi di uno scenario in cui si monetizza il debito al 100 %, senza valutare l’operazione nel contesto inflativo che provocherebbe. Il calcolo differenziale è fuori dalla portata.

  14. Buggy

    Complimenti agli autori dell’articolo, che si sono espressi in modo semplice, chiaro ed esauriente. Tuttavia non condivido molto l’affermazione secondo cui non ripagare il debito sia ingiusto verso i suoi detentori. Non dimentichiamoci che essi guadagnano interessi sui titoli nel caso in cui il debito venga ripagato, e vi perdono nel caso in cui venga dichiarato default o monetizzato. Insomma, nel secondo scenario avrebbero semplicemente puntato sul cavallo sbagliato.

    • nextville

      No scusa: comprare un’obbligazione non è mica come comprare un’azione (che comporta partecipazione al rischio di impresa). L’obbligazione è un prestito in cui ci si impegna alla restituzione e il mancato adempimento è violazione contrattuale. Che poi nella vita capitino pure i fallimenti in cui si perdono i soldi, non toglie che il fallimento è un illecito civile (e spesso anche penale).

      • Franco

        Condivido pienamente quest’affermazione. Se acquisto titoli dello Stato, sto prestando i miei soldi a un’Entità che mi prefiguro solvente, sempre. Se pensassi minimamente che potrebbe essere insolvente, non glieli presterei. Quindi, se lo Stato (con la S maiuscola) decide di non pagare, commette un sopruso verso chi si è fidato di lui.

    • SaettaMcQueen

      C’è poco da complimentarsi. Se il debito pubblico si confonde con il debito privato e lo Stato come un qualunque altro soggetto tutto il resto del ragionamento posa su fondamenta di argilla.

  15. Guest

    OK. ergo? Non basta ancora. R&D. Parliamo di R&d, per cortesia. Parliamo di Ict. Qualcuno forse non se ne sarà accorto, ma negli altri Paesi ci si ricavano grosse quote di Pil. Viviamo nell’Ict, già. Istruzione, formazione, ricerca. Focalizzarsi sul solo debito è intrinsecamente..recessivo, per usare una metafora.
    Appelliamoci a San Lavazza Spa da Torino. E poi troppi avvocati!

  16. Maurizio Cocucci

    Vediamo di ricapitolare. Per uscire dall’euro occorre che a seguito di prossime elezioni in Italia (non quindi quelle del 25 maggio prossimo che sono per l’europarlamento il quale non ha giurisdizione sui trattati e quindi su euro e Fiscal Compact) la o le forze favorevoli a questa scelta ottengano la maggioranza. Il governo quindi inizierebbe le consultazioni con i partner e ammesso che non riceva obiezioni e si risolva anche la questione secondo la quale ad oggi non è prevista dai trattati la sola uscita dall’euro ma dalla Ue torni e riceva il voto favorevole parlamentare. Però in questo periodo in cui si deve trattare con gli altri membri Ue come si pensa reagiranno i mercati? Come si comporteranno gli investitori se la prospettiva è che i titoli che vorrebbero acquistare verranno convertiti in una valuta destata a deprezzarsi nel giro di pochi mesi di un 20-40%? Il rendimento globale di una obbligazione è dato sia dalla cedola che dalla componente prezzo, ovvero dalla differenza tra il valore nominale e quello di acquisto. Se il governo dovesse emettere Btp decennali con cedola ad esempio al 5% e al valore nominale di 100 euro (domani 100 lire), quale investitore dotato di buon senso lo pagherebbe che so, 98, 95 o anche 90 euro sapendo che minimo il titolo perderebbe valore di almeno 20 punti percentuali secondo le stime più ottimistiche? Senza considerare il rischio default. Offrirebbe quindi qualche decina di punti percentuali in meno e sicuramente ad un prezzo inferiore a quello di collocazione richiesto dal Tesoro, pertanto risulterebbe invenduto. Oppure il Tesoro aumenterebbe la cedola portando il tasso di interesse ad un valore molto più alto rispetto a quello attuale, risultato: incremento del debito pubblico in tempi brevi e rischio default. Altro motivo per cui gli investitori preferiranno indirizzarsi su altri titoli, meno redditizi nominalmente ma più sicuri.
    Con questo non dico che una uscita dall’euro sia impossibile, solo che è una follia pensare di farla così, unilateralmente, senza un progetto condiviso.

    • Continuate a non capire: la monetizzazione del debito non produce alcuna inflazione leggitima e la moneta copernicana di marco della luna.

      • Matteo della Terra

        E’ vero, essi non capiscono. Eppure e’ molto semplice. Ma come fanno a non capire? Saranno mica…?

        Comunque, per chi volesse realmente documentarsi e capire i molteplici benefici della monetizzazione del debito che non produce alcuna inflazione ma anzi in alcuni casi deflaziona pero’ se uno preferisce anche no, dipende dai gusti, per costui/costei/coloro il quale/la quale/i quali vuole/vogliono imparare le teorie esattamente esatte, consiglio, oltre allo studio della moneta copernicana di Marco della Luna, tutti gli scritti del prof. Bagnarolo e del suo discepolo Borgataro Aquilonio, nonche’ il fondamentale testo “La moneta che ci piace tanto e che fa dudududu” di Antonio De Curtis dell’Universita’ di Aramengo (VA).

        In questo snello tomo di 256.121 pagine trattabili, si parte dall’origine della moneta come mezzo di scambio per arrivare alla fine della moneta come carta straccia, sostituita dalla Nuova Moneta Stampabile A Piacere Non Inflattiva che assume automaticamente il valore che piu’ ci aggrada, a seconda delle circostanze.

        Distinti saluti

  17. Sàntolo Cannavale

    Si parla delle imminenti elezioni europee e, in generale, di debito pubblico.

    È opportuno fare un richiamo alla recente vicenda che ha interessato il debito della Grecia.
    Brucia ancora la grande scorrettezza operata in danno dei risparmiatori europei (molti gli italiani) nel 2012, quando, sotto la spinta e con il beneplacito dei vertici europei (BCE e Commissione europea) fu bruciato l’80 per cento del valore dei titoli di Stato ellenici.
    Certe ferite bruciano e non si dimenticano facilmente, come hanno ipotizzato e sperato i promotori della grande rapina in danno dei risparmiatori europei
    impotenti e senza voce.
    E l’occasione propizia, irripetibile, in mano ai risparmiatori bistrattati per togliersi il sasso (meglio la grande pietra) dalla scarpa è la votazione di
    partiti di rottura che portino nel Parlamento europeo la grande rabbia degli stessi risparmiatori “calpestati, cancellati, dimenticati”.
    E gli stessi risparmiatori gestiscono il voto europeo, il prossimo 25 maggio 2014, in accoppiata con i giovani senza possibilità di lavoro, con i milioni di
    lavoratori che assistono impotenti alla chiusura delle loro aziende e con i cittadini che pagano per le politiche scriteriate affidate a personaggi sovente
    di scarso spessore, disattenti alle crescenti diseguaglianze sociali.
    Tutto ciò come conseguenza, tra l’altro, di politiche neo-liberiste secondo le quali il mercato si regola automaticamente. In tal caso – svista imperdonabile
    -non è necessario l’intervento dello Stato per pianificare e redistribuire le risorse economiche anche al fine di salvaguardare il potere di acquisto delle categorie più deboli.
    Aggiungo: la crisi della Grecia, con un po’ di buona volontà ed onestà di intenti a livello europeo, si poteva risolvere in 24 ore e con mezzi finanziari
    limitati, senza danneggiare la massa di risparmiatori e senza mortificare la popolazione ellenica. Si parla di appena 11 milioni di persone e del tre per
    cento del PIL (ricchezza prodotta) nell’intera Unione europea.
    In tal modo si sarebbero evitate situazioni di panico generale e di incertezza finanziaria tali da amplificare ed aggravare i problemi economici di Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia, ecc..
    Di tutto questo, delle prese di posizione egoistiche e velleitarie di Bruxelles e Francoforte, purtroppo, ancora oggi si pagano le conseguenze nell’intera
    Europa comunitaria.
    Sàntolo Cannavale

  18. SaettaMcQueen

    Lo Stato non è “come un qualunque debitore”. Premesse sbagliate e quindi tutto il resto è aria fritta.

  19. Alberto

    Curioso come proprio l’articolo citato (2) giunga a conclusioni opposte a quelle che il Professor Lippi vorrebbe propinarci.. Qui la traduzione delle conclusioni dell’articolo: “Anche dopo una delle più gravi crisi pluriennali mai registrate nelle economie avanzate, la saggezza ricevuta nei circoli politici si aggrappa all’idea che i paesi ad alto reddito siano completamente diversi dai loro omologhi dei mercati emergenti. L’attuale fase dell’approccio politico ufficiale si basa sul presupposto che la crescita, la stabilità finanziaria e la sostenibilità del debito può essere raggiunto attraverso un mix di austerità e pazienza (e qualche riforma). L’affermazione è che i paesi avanzati non hanno bisogno di ricorrere alle politiche più eclettiche dei mercati emergenti, tra cui ristrutturazioni del debito e conversioni, l’inflazione più elevata, controlli sui capitali, e altre forme di repressione finanziaria. Ora, entrando nel sesto o settimo anno (a seconda del paese) di crisi, il prodotto rimane ben al di sotto il suo picco pre-crisi in dieci dei dodici paesi in crisi. Il divario con il prodotto potenziale è ancora maggiore. I ritardi nell’accettare che i tempi disperati richiedano misure disperate non fa che aumentare la
    probabilità che, come documentato qui, questa crisi potrebbe, alla fine, addirittura sorpassare in severità la depressione del 1930 in un gran numero di paesi.”

  20. Alberto

    Qui l’originale conclusione del lavoro citato (2):
    “Even after one of the most severe multi-year crises on record in the advanced economies, the received wisdom in policy circles clings to
    the notion that high-income countries are completely different from their emerging-market counterparts. The current phase of the official policy approach is predicated on the assumption that growth, financial stability, and debt sustainability can be achieved through a mix of austerity and forbearance (and some reform). The claim is that advanced countries do not need to resort to the more eclectic policies of emerging markets, including debt restructurings and conversions, higher inflation, capital controls, and other forms of financial repression. Now entering the sixth or seventh year (depending on the country) of crisis, output remains well below its pre-crisis peak in ten of the twelve crisis countries. The gap with potential output is even greater. Delays in accepting that desperate times call for desperate measures keeps raising the
    odds that, as documented here, this crisis may in the end surpass in severity the depression of the 1930s in a large number of countries.”

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