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  1. Jean Sebastien Rispondi
    L'alta disoccupazione e la conseguente deflazione sono già misure che recuperano competitività erosa dall'euro troppo forte per la nostra economia. Con la disoccupazione i lavoratori sono costretti ad accettare salari più bassi oltre ad accettare la precarietà. I senza lavoro poi hanno il "potere" di limitare i consumi e quindi limiteranno le importazioni. La Spagna è il caso esemplare fino al 2009 con una disoccupazione adulta al 10% era in grosso deficit di partite correnti, oggi è quasi in parità, quindi ha recuperato molto competitività a fronte però di una disoccupazione al 26%. Con l'euro che non può essere flessibile bisogna fare svalutazione interna.
    • Maurizio Cocucci Rispondi
      Dove rileva che le nostre esportazioni soffrono l'euro forte? A me risulta che esse siano costantemente aumentate e i settori in difficoltà siano semmai quelli i cui concorrenti producono in aree dal basso costo di manodopera e pressione fiscale. Ad esempio quello dei mobili o dell'abbigliamento tanto per fare un esempio, se hanno delocalizzato non è certo per la concorrenza tedesca, francese o olandese, ma per il fatto che producendo in Paesi come la Romania o la Slovenia conseguono margini nettamente maggiori grazie al basso costo del lavoro, di pressione fiscale e di burocrazia. Timisoara non è segnata nemmeno nelle migliori enciclopedie del turismo eppure vi sono voli quotidiani verso quella destinazione e il motivo è appunto quello del viaggio d'affari. La difficoltà della domanda interna non risiede nella moneta, bensì nel ridotto reddito disponibile che sarebbe lo stesso adottando lira, tallero, denari o altro. Se ti do 100 e ti lascio 30 non è che cambiando logo sulle banconote/monete la tua capacità di spesa cambi a parità di potere di acquisto. La valutazione sulla Spagna è alquanto approssimativa e in buona parte inesatta. La Spagna ha sempre visto crescere il livello delle esportazioni così come quello delle importazioni, che però hanno visto un tasso di crescita maggiore rispetto all'export, ma i salari o l'occupazione non c'entrano. La Spagna ha avuto una crescita sostenuta in buona parte grazie alla bolla immobiliare che ha trascinato il settore dell'edilizia e quindi tutto quello che ruota attorno (arredamento). Inoltre da non tralasciare i molti investimenti dall'estero vista la buona competitività. Poi arrivata la crisi finanziaria questo settore importante si è fermato bruscamente ed ecco arrivare la pioggia di licenziamenti e fallimenti. Oggi l'economia si sta lentamente riprendendo e personalmente in maniera meno squilibrata di 10 anni fa, non credo che tornando alla peseta possano aspettarsi migliori obiettivi.
      • Jacopo Piletti Rispondi
        Giusto, però una svalutazione decente (tipo cambio euro dollaro 1,20) aiuterebbe a vendere di più. Abbiamo avuto in classe un imprenditore che esporta all'estero "made in Italy" e diceva che con un cambio meno forte di quello odierno ne avrebbero beneficiato non poco.
      • nextville Rispondi
        La spagna nel 1995 aveva una disoccupazione vicina all'attuale Boom and bust: crescita insostenibile e poi inevitabile scoppio della bolla. Bisogna cominciare a ragionare non in termini di stimolo alla domanda e di tassi sotto i tacchi che generano bolle, ma di crescita sostenibile con tassi che remunerano in modo adeguato il risparmio. Tenendo conto del fatto che la deflazione da costi, a differenza di quella da scarsa domanda, è ottima cosa
    • nextville Rispondi
      La spagna nel 1995 (prima dell'euro) aveva una disoccupazione vicina all'attuale. La disoccupazione attuale è effetto dello sboom del precedente boom, della bolla immobiliare.
    • Piero Rispondi
      Se questo deve essere il costo dell'euro si doveva fare un referendum al momento dell'adozione per valutare se i cittadini italani erano disponibili ad effettuare tale sacrificio.
  2. Francesco Neroazzurro Rispondi
    Oh certo come no! Riforme significa naturalmente mandare le persone in pensione a 70 anni, portare il precariato perenne nel lavoro, distruggere il welfare state e tante altre belle cose che ai liberisti come lei piacciono tanto. L'Europa non è un'area valutaria ottimale, non lo è mai stata, e imporre una moneta unica a paesi strutturalmente diversi in ogni loro aspetto è stata una follia; questo gli economisti veri come Stiglitz e Krugman (non lei) lo dicono da sempre. La moneta doveva essere l'ultimo passo, non il primo. Continuare a menarla con questa storia delle riforme (che non sono riforme, ma solo taglio di diritti) non ha nessun senso: persino FMI e OCSE hanno ammesso che non vi è nessuna correlazione tra indici di protezione del lavoro e tasso di disoccupazione; questa storia della flessibilità non serve a aumentare la torta, ma solo a darne una fetta più grossa a chi già ne mangia la maggior parte. Anzi: ci sono studi che dicono che l'aumento della flessibilità ha portato molte imprese a ridurre gli investimenti tecnici, in tal modo riducendo ancora di più la produttività e quindi l'occupazione. E le valute non è che si svalutano tutte le volte perché lo vogliono i governi, è una semplice legge di mercato: se aumenta la domanda di una valuta perché i consumatori comprano più beni di quel paese (es Germania) il marco si rivaluta e allo stesso tempo la lira si svaluta che è lo stesso meccanismo visto da due parti diverse; la lira non ha sempre svalutato nella sua storia, ha avuto anche periodi di rivalutazione e le svalutazioni più marcate come quelle della crisi petrolifera, le fecero anche gli altri paesi per difendersi.
    • Alberto Chilosi Rispondi
      "Persino FMI e OCSE hanno ammesso che non vi è nessuna correlazione tra indici di protezione del lavoro e tasso di disoccupazione" In genere c'è una netta correlazione positiva fra indici di protezione del lavoro e tasso di disoccupazione di lungo periodo (quella che veramente rileva), tranne che nei paesi scandinavi: cfr. http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2228497; http://mpra.ub.uni-muenchen.de/47786/
      • Francesco Neroazzurro Rispondi
        http://www.nber.org/papers/w11750 page 20: "differences in employment protection seem however largely unrelated to differences in unemployment rates across countries". Firmato: Oliver Blanchard, capo economista Fmi.
        • Alberto Chilosi Rispondi
          Si, ma non nella composizione della disoccupazione fra quella di breve (fisiologica) e di lungo (patologica) periodo.
    • Ryoga007 Rispondi
      Non capirò mai quelli che insistono sulla questione della "pensione a 70 anni", ignorando i numeri demografici che chiaramente indicavano che si andava verso il disastro. L'avessimo fatta 20 anni fa una riforma simile probabilmente non saremmo in questa situazione. In secondo luogo, ci sono tante riforme da fare, non solo quelle legate alla flessibilità del mercato del lavoro. L'euro avrà anche dei limiti, l'Europa non sarà un'area valutaria ottimale, ma qui ci si perde in chiacchiere inutili. Anche accettando tutto questo l'euro può essere causa del 10% dei nostri problemi, il resto sono cause interne che abbiamo tutti sotto gli occhi ma non abbiamo il coraggio di ammettere. Cerchiamo il solito feticcio, il nemico esterno, la soluzione ovvia e sotto gli occhi di tutti, per evitare di prenderci le nostre responsabilità.
      • Francesco Neroazzurro Rispondi
        Quale disastro, mi scusi? Per quanto riguarda il settore dipendente sia privato che pubblico eravamo ampiamente in avanzo; come al solito si confonde la previdenza con l'assistenza, che non deve essere computata in questo calcolo, non facendo parte del sistema pensionistico, ma della fiscalità generale. Quando parla di "questa" situazione penso si riferisca al debito pubblico, ma l'esplosione del debito pubblico inizia dopo il 1981, anno del divorzio Banca d'Italia-Tesoro, quando i tassi reali sul debito schizzarono; le pensioni c'entrano poco e nulla, è dal 1995 che l'Italia è in avanzo primario di bilancio. "L'europa non sarà un'area valutaria ottimale ma il problema non è l'euro"? Se l'Europa non è un'area valutaria ottimale, imporgli una moneta unica è un enorme problema perché crea degli squilibri macroeconomici enormi fra paesi, i quali, non avendo oltretutto nemmeno un bilancio comune col quale redistribuire risorse, restano tali! E se l'Italia va tanto male, mi spiega come avevamo fatto a diventare la 5° potenza mondiale e ad essere il 2° paese manifatturiero in Europa? La produttività italiana va di pari passo con quello della Germania fino al 1995, anno in cui ci agganciammo all'ECU e poi cala. Tra l'altro, esistono anche la legge di Kaldor-Veerdorn sulla produttività e la domanda aggregata vedi Keynes)
  3. MG_in_Progress Rispondi
    Bisogna pero' dire che alcune riforme, sotto la spinta dell'euro, sono andate decisamente nel senso sbagliato e invece di favorire l'aumento della produttività via competitività non di prezzo hanno spinto la solo competitività di prezzo via riduzione del costo del lavoro.