Il 25 maggio si vota per eleggere i rappresentanti al Parlamento europeo. Presentare le elezioni come una sorta di referendum sull’euro è fumo negli occhi dei cittadini, perché i parlamentari europei non possono proporre l’uscita del loro paese dall’Unione. Slogan e azione dei Governi nazionali.

MESSAGGI DA CAMPAGNA ELETTORALE

Le campagne elettorali hanno tutte dei cavalli di battaglia che divengono terreno di scontro per i partiti. Nel nostro paese, basta ricordare il “milione di posti di lavoro” del 1994 o la questione dei “costi della politica” dello scorso anno. È facile etichettarli come slogan, capaci solo di “parlare alla pancia dell’elettorato”; in realtà si tratta di refrain che, al di là della carica simbolica, hanno una doppia funzione: influenzare l’agenda setting del futuro Governo e obbligare gli avversari politici a confrontarsi con quei determinati problemi in campagna elettorale, lasciandone da parte altri, su cui si è più deboli.
Alla vigilia delle elezioni europee, si assiste a una montante campagna anti-euro, ossia contro la moneta unica e non tanto contro le istituzioni europee in sé. Il messaggio è che si tratta un progetto fallimentare, da cui è necessario liberarsi “democraticamente” attraverso un referendum consultivo (la posizione del Movimento 5 Stelle) oppure iniziando la procedura per uscire dall’Unione Europea, non essendo prevista dai Trattati la possibilità di svincolarsi dalla moneta unica rimanendo nelle istituzioni. I media alimentano questa visione facendo apparire le elezioni come un referendum sull’euro.
Se lo scopo delle campagne elettorali è alimentare un ciclo virtuoso di consapevolezza fra i cittadini, dovremmo essere soddisfatti che le elezioni europee abbiano un interesse per sé, e non svolgano solo un ruolo di “secondo ordine” rispetto a quelle nazionali, tanto più in un paese che ha visto un consenso (tacito o meno) largamente maggioritario nei confronti dell’integrazione europea (si vedano i dati dell’Eurobarometro dal 1973 al 2011, riportati su lavoce.info da Rony Hamaui. (1)

L’EURO NELLE ELEZIONI EUROPEE

Ma cosa accade se la maggiore consapevolezza si fonda su presupposti sbagliati? Cosa accade, cioè, se la dicotomia euro/non euro su cui si è costruita la campagna elettorale, è irrealizzabile?
In un articolo scritto su lavoce.info, Pietro Manzini non esclude, in punta di diritto, la possibilità di uscire dall’euro e rimanere nell’Unione Europea. E probabilmente questa interpretazione è corretta.
Tuttavia, l’articolo 3 del Trattato sull’Unione Europea al paragrafo 4 è esplicito nell’asserire che l’“Unione istituisce un’unione economica e monetaria la cui moneta è l’euro”. La questione dell’euro è politica ed è inestricabilmente legata all’Unione Europea: se è l’euro il problema, non potrà che esserlo l’Unione Europea quale progetto economico, perché il telos del mercato unico non è semplicemente l’abbattimento delle barriere doganali, quanto giungere all’unione politica attraverso il progetto di unione economica.
Questo non vuol dire che ogni critica sulla struttura dell’Unione o sulle storture create dall’euro implichi il rigetto del progetto europeo: tutt’altro. L’opposizione nelle istituzioni dovrebbe essere il sale di un’unione politica.
L’opposizione (più che legittima) all’esistenza della moneta unica e il convincimento che non sia riformabile (quindi è da rigettare), tuttavia, sposta il terreno dello scontro al di fuori dell’istituzione. Perché se il mercato unico e l’euro sono la stessa faccia dell’Unione Europea, rifiutare il secondo significa ritenere fallimentare anche il primo nella forma che conosciamo ora. Anche qui, ciò non significa automaticamente che chi si oppone all’euro si oppone al “progetto di pace” attraverso il quale è cresciuta l’Unione negli anni: quel progetto potrebbe essere accettato (non è detto), ma si potrebbe volerlo esprimere in una forma altra rispetto all’Unione Europea, così come è stata concepita dal Trattato di Lisbona, anche nella parte legata ai principi fondamentali.
Se è vero, poi, che è possibile iniziare una procedura per l’uscita dall’Unione o chiedere agli elettori di uno Stato membro di esprimersi sulla moneta unica, è doveroso sempre premettere che è uno Stato ad agire autonomamente per avviarle. Una tautologia, a prima vista, ma non è una questione scontata in questa campagna elettorale.
Il 25 maggio, difatti, si vota per il eleggere un nuovo Parlamento europeo e di conseguenza per rinnovare la Commissione europea. Seppure sia automatico porre sul piano politico l’equazione elezioni europee uguale euro, l’uguaglianza non è tale. Tutt’altro. Per questo motivo l’impostazione data alla campagna elettorale europea è un’arma di distrazione di massa. Mentre gli slogan di precedenti campagne possedevano una propria cittadinanza politica, essendo promesse elettorali “nazionali”, più o meno utopistiche, ma potenzialmente realizzabili, in questo caso la possibilità di votare un rappresentante europeo per far sì che contribuisca a portare il proprio paese fuori dall’area euro o dall’Unione è falsa.
E che sia falsa lo si legge nel preambolo del Trattato sull’Unione Europea, nel quale viene sancito che gli istitutori dell’Unione sono stati (e sono tutt’ora) i rappresentanti degli Stati membri. È a loro che si deve la creazione della Comunità, su cui il Parlamento e la Commissione, in seconda istanza per dirla un po’ superficialmente, sono chiamati a legiferare di concerto con gli Stati stessi.
Il Parlamento europeo non può nullapoliticamente di fronte alla volontà degli Stati di iniziare l’iter di uscita dall’Unione Europea e, di conseguenza, è impotente di fronte alla volontà di uno Stato di abbandonare l’euro, rimanendo nell’Unione Europea (ammesso che la procedura sia possibile).
Perciò, il convincimento per cui votando i rappresentanti a Bruxelles e Strasburgo si possa in qualche modo mettere in discussione l’euro è fuori dalla realtà. A meno che le elezioni europee non vengano utilizzate come grimaldello per scopi interni. In questo, non ci si allontana dall’abitudine di considerare le elezioni europee come referendum interni per mettere in difficoltà i vari Governi, ma si dimostra ancora una volta l’insipienza del voto europeo.
La vera battaglia è dunque una battaglia di significato, di “framing”, per riportare le elezioni europee nel loro giusto alveo, poiché prestare il fianco alla diffusione della dicotomia pro o anti euro è nocivo. Non tanto dal punto di vista politico, dato che ogni elettore può avere la propria legittima opinione, quanto dal punto di vista della consapevolezza dell’elettorato su cosa, per cosa e per chi votare.
Si ritorna così al motivo della diffusione dei refrain: influenzare l’agenda setting del Governo e obbligare gli avversari politici a confrontarsi con quei determinati problemi in campagna elettorale. Se il confronto continua a essere focalizzato principalmente sull’euro, i partiti europeisti (e i Governi) saranno costretti a farsene carico, dovendo giustificare politicamente la razionalità e il fine del progetto. Ma soprattutto si ritroveranno sul terreno scivoloso – e tutt’altro che neutro – del referendum europeo sulla moneta unica. Un referendum che, nelle elezioni di maggio, sarà fumo negli occhi di gran parte dell’elettorato, ma che non avrà alcuna attinenza (se non per una valenza politica interna agli Stati) con ciò che il nuovo Parlamento europeo sarà chiamato a fare nei prossimi cinque anni.

(1) A proposito del ruolo delle elezioni europee, si possono vedere, Reif K. e Schmitt H., (1980), Nine Second Order National Elections: A Conceptual Framework for the Analysis of European Election Results, European Journal of Political Research, Vol.8, pp 3-44. Marsh M., (1998), Testing the Second-Order Election Model after Four European Elections, British Journal of Political Science, Vol. 28, No.4, pp. 591-607.

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