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Le conseguenze dell’uscita dall’euro

Un sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno voluto commentare il mio articolo “Uscire dall’euro? No, grazie”. Dato l’elevato numero dei commenti, rispondere a ciascuno è un compito al di là della mie forze (peraltro, alcuni commenti hanno già avuto risposta da altri commentatori, che mi sono venuti in aiuto). Provo quindi a dare una risposta collettiva, schematizzando le argomentazioni dei lettori  e concentrandomi su quelle che ritengo le obiezioni più serie.

– Sul punto 2) (effetti della svalutazione) si sono concentrate le critiche a mio avviso più fondate. Alcuni hanno ricordato che la svalutazione del cambio (nominale) non è generalmente del tutto compensata dall’inflazione, anzi in alcuni episodi (Italia nel 1992, Corea del Sud nel 1997) la svalutazione nominale si è tradotta in una svalutazione reale, favorendo le esportazioni nette e così la ripresa economica. Altri hanno obiettato che la politica monetaria potrebbe farsi carico di tenere sotto controllo l’inflazione, attraverso una strategia di inflation targeting. Altri infine sostengono che l’inflazione non è poi una cosa così grave: sempre meglio della deflazione.  Ho tre contro-obiezioni.

a. Le esperienze passate di svalutazione non sono un buon esempio per capire cosa accadrebbe con l’uscita dell’Italia dall’euro. Questa non sarebbe una svalutazione come le altre: sarebbe una svolta storica, perché sarebbe l’inizio della rottura dell’unione monetaria europea. La fuga di capitali che ne seguirebbe farebbe schizzare i tassi d’interesse nei paesi periferici dell’area euro a livelli altissimi, facendoci precipitare in recessione (anche più forte di quella attuale). Un anticipo di questo scenario lo abbiamo già visto un paio di anni fa, quando cominciò a serpeggiare la possibilità di un break-up dell’area euro: anche una piccola probabilità di break-up fece schizzare il nostro spread oltre i 500 punti base (con pesanti riflessi sulle imprese); immaginiamo cosa potrebbe accadere qualora il break-up diventasse una realtà.

b. Pensare a una uscita dall’euro accompagnata da una politica monetaria restrittiva, che limiti l’impatto della svalutazione sull’inflazione, è una contraddizione. Una delle principali motivazioni addotte per uscire dall’euro consiste nella possibilità di riprendersi la sovranità monetaria e monetizzare il debito pubblico: ma questo comporta una forte creazione di moneta, che rende impossibile un inflation targeting.

c. Una inflazione elevata ha pesanti effetti redistributivi. Colpisce i percettori di stipendio, mentre favorisce chi può “fare suoi i prezzi”: lavoratori autonomi, commercianti, ecc. Naturalmente, è vero che anche la deflazione va evitata, e forse la Bce potrebbe fare di più in questa direzione, possibilmente accompagnata da una politica fiscale espansiva da parte di quei paesi (Germania) che hanno i conti pubblici in ordine e un consistente avanzo commerciale.

– In relazione al punto 3) (ridenominazione del debito pubblico), qualcuno insiste sul fatto che l’autorità dello stato sovrano ci consentirebbe di ridenominare tutto il debito pubblico nella “nuova lira”. Non sono un giurista e quindi non mi addentro in dispute legali. (1) Ma anche ammettendo che sia possibile ridenominare tutto, quello che si perde di vista è che non c’è alcun guadagno, per il motivo già ricordato nell’articolo, e che ripropongo qui in altre parole. Quando si dice che, grazie alla conversione del debito da euro a lire (svalutate), si ridurrebbe il rapporto debito/PIL, si dimentica che non solo il debito ma anche il PIL verrebbe ridenominato in lire! Si tratta di un rapporto tra due grandezze nominali, e ovviamente resterebbe invariato, moltiplicando sia numeratore che denominatore per lo stesso fattore di conversione.

Qualcun altro obietta che, se è vero che qualche debito potrebbe restare in euro e quindi essere rivalutato, è anche vero che questo varrebbe anche per i crediti verso l’estero. Naturalmente questa obiezione è fondata, ma trascura gli effetti redistributivi: se una impresa (una banca) ha una posizione debitoria netta verso l’estero, e la sua rivalutazione produce una forte perdita, non gli è di grande consolazione sapere che qualcun altro ci ha guadagnato, avendo una posizione creditoria netta verso l’estero. Se l’impatto di questa redistribuzione portasse al fallimento di qualche banca/impresa, l’effetto aggregato sarebbe recessivo.

– Infine, sul punto 4) (monetizzazione del debito pubblico), alcuni sollevano obiezioni sul fatto che l’indipendenza della banca centrale sia un valore condiviso; anzi, secondo loro sarebbe meglio tornare a una banca centrale obbligata a comprare i titoli del debito pubblico invenduti sul mercato (come era la Banca d’Italia prima del “divorzio” del 1981). Ammetto che l’indipendenza della banca centrale non sia un valore condiviso da tutti: come per qualsiasi cosa, c’è sempre qualcuno che non è d’accordo. Tuttavia, credo sia innegabile che vi è una convergenza della teoria economica (si veda un qualunque manuale di macroeconomia o di economia monetaria) sul principio della autonomia della banca centrale dal potere politico, per una ragione molto semplice: essa garantisce una gestione della politica monetaria orientata a obiettivi di lungo termine, sganciandola dall’orizzonte breve, tipicamente legato alle scadenze elettorali, al quale sarebbe costretta se fosse condizionata dal potere politico.  Quanto alla monetizzazione, mi permetto di rinviare alle argomentazioni fatte nell’articolo, senza stare a ripeterle qui. In relazione al “divorzio” del 1981, è facile osservare che l’esplosione del debito pubblico italiano deriva non solo dall’onere degli interessi, ma anche da una spesa pubblica fuori controllo, cresciuta costantemente negli scorsi decenni, e che ha dato luogo agli sprechi di cui leggiamo tutti i giorni sui giornali. Inoltre, l’euro ha rappresentato sotto questo profilo una opportunità unica, garantendoci una riduzione drastica del costo di finanziamento del debito pubblico (prima della crisi esplosa nel 2011): è colpa nostra se non abbiamo saputo sfruttare quella occasione per ridurre il nostro debito, non dell’Europa.

(1) Osservo solo che quando la Grecia impose una ristrutturazione del suo debito (il tristemente famoso Private Sector Involvement) i titoli emessi secondo il diritto internazionale non subirono alcuna decurtazione (haircut).

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31 commenti

  1. Pier

    Ma come si può sostenere rimanendo seri che “In relazione al divorzio del 1981, è facile osservare che l’esplosione del debito pubblico italiano deriva non solo dall’onere degli interessi, ma anche da una spesa pubblica fuori controllo, cresciuta costantemente negli scorsi decenni”? http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/tagli-alla-spesa-pubblica-una-vecchia-ricetta/#.U0bGkvl_uCw

  2. Leonardo Sperduti

    Le stesse assurdità che venivano dette prima dell’uscita dell’Italia dallo Sme nel 1992, vengono riproposte costantemente e saranno poi smentite dai fatti a seguito dell’Eurexit.

  3. Gianluca

    Errare è umano, perseverare diabolico.

  4. cala mar

    “L’euro ha rappresentato sotto questo profilo una opportunità unica, garantendoci una riduzione drastica del costo di finanziamento del debito pubblico”. Ancora con questa storia del dividendo dell’euro? Ma lei ha visto come è stato l’andamento dei tassi d’interesse anche per quei paesi che non hanno l’euro? “Le esperienze passate di svalutazione non sono un buon esempio […] anche una piccola probabilità di break-up fece schizzare il nostro spread oltre i 500 punti base”. Esatto, lo spread esplode dentro l’euro proprio perché i mercati scontano prima dell’uscita l’uscita stessa e lo spread è sceso per il famoso “whatever it takes” di Draghi! “Questo comporta una forte creazione di moneta, che rende impossibile un inflation targeting”. Ancora con la moneta che crea inflazione? Lo vada a raccontare a Giappone, Inghilterra. “Una inflazione elevata ha pesanti effetti redistributivi”. Non è vero se ci sono meccanismi automatici di recupero dell’inflazione.
    “Ridenominazione del debito pubblico” è un fatto che vale la lex monetae, almeno per quel che riguarda il debito emesso sotto legislazione nazionale che attualmente è il 97%. “Indipendenza della banca centrale”. Lei dice che siccome il popolo e i politici non sanno quale siano i valori importanti nel lungo periodo, togliamo dal controllo democratico la politica monetaria e lasciamola ai banchieri che naturalmente si da per scontato che siano indipendenti e che non facciano l’interesse di nessuno in particolare ma lavorano solo per il bene comune. Diciamo che usando lo stesso metro oltre che per al politica monetaria anche per la politica di difesa, per la politica fiscale, per la politica sanitaria, per la politica industriale la conseguenza sarebbe “è meglio la dittatura che la democrazia”…

    • stefano cianchetta

      “è un fatto che vale la lex monetae, almeno per quel che riguarda il debito emesso sotto legislazione nazionale che attualmente è il 97%.”
      Vero, ma attenzione anche a questo stanno provvedendo: l’Erf (European Redemption Fund) trasformerà (in pochi anni) la maggior parte del nostro debito pubblico in debito soggetto al diritto estero e non ridenominabile (prevede anche conferimento di riserve auree / valutarie / beni reali a garanzia e la cessione automatica di una significativa frazione delle imposte).

      • Daniele

        E infatti mi par di capire che in Grecia abbiano già cominciato con l’emissione di ieri.
        Elaine Moore sul Financial Times:
        “The bond will be governed by UK law in an attempt to attract investors who fear they could be wiped out by another debt restructuring”

        • stefano cianchetta

          Quello greco credo sia un “normale” bond di diritto estero
          Riguardo l’Erf o Drf (debt redemption fund) bisognerebbe leggersi questo:
          31.03.2014 – The chairperson of the Commission’s expert group on a debt redemption fund and eurobills, Gertrude Tumpel-Gugerell, has submitted the group’s final report to President José Manuel Barroso and Vice-President Olli Rehn, responsible for Economic and Monetary Affairs and the Euro.
          Earmarking the proceeds from specific taxes (such as Vat or a wealth tax) for servicing payments would be another way of making such payments more certain and reduce the potential for moral hazard. Such earmarking has been in fact used in a number of guarantee arrangements in the 19th and early 20th centuries57. However, there are downsides related to legal and constitutional problems (see Chapters IV and V above).
          To sum up, while the current Eu Treaties do not allow any schemes of joint issuance of debt resting on Member States’ joint and several liability, they may allow guarantee structures based on pro rata commitments and in particular a capital structure analogous to that of the Esm.

      • Fulvio Spada

        Non si pretende che tutti amino la moneta unica, ma l’onestà intellettuale direi che dovrebbe essere un pre-requisito dal quale non prescindere. “Stanno provvedendo” chi? Visto che al momento tutto ciò che c’è di concreto sono le conslusioni pubblicate da un gruppo di esperti della Commissione Europea http://ec.europa.eu/economy_finance/articles/governance/2014-03-31-redemption_fund_and_eurobills_en.htm? Gruppo di esperti che fra l’altro dice chiaramente che il suo rapporto “does not formulate policy proposals or recommendations, nor endorse explicitly or implicitly either of the two ideas”.”In pochi anni” come, visto che il Debt Redemption Fund richiederebbe la modifica dei trattati europei?

        • stefano cianchetta

          http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2014/4/3/SPY-FINANZA-La-tagliola-dell-Ue-che-mette-in-svendita-l-Italia/488167/
          Nell’articolo Bottarelli cita la risoluzione Ferreira già approvata dal parlamento europeo
          Qui sotto trovi il link al testo completo (non l’ho esaminato) dove si parlerebbe di istituire un fondo di rimborso del debito su un periodo di circa 25 anni (evidentemente l’Erf): http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2012-0173+0+DOC+XML+V0//IT

        • stefano cianchetta

          Mi riferivo ad un pezzo di Mauro Bottarelli sull’ERF che faceva riferimento alla risoluzione Ferreira già approvata dal parlamento europeo. Nel documento “The European Redemption Pact: An Illustrative Guide” si ipotizza un periodo di alcuni anni (4 per l’Italia) per entrare a regime nel fondo (roll-in phase):
          “Transferring debt into the redemption fund is organized by allowing participating member countries to refinance themselves through the redemption fund until the amount of debt refinanced through the Erf reaches the current difference between the debt accumulated to date and the hypothetical debt that would just equal 60 % of Gdp, i.e. the Sgp debt threshold (Chart 1). The exact length of this transitional phase depends on the sequence of immediate refinancing needs.”

  5. Piero

    Purtroppo l’autore non ha risposto alle critiche: in primis conferma che il legame valutario che oggi tiene legati i paesi euro è solo la paura, non sanno cosa succede dopo, non si capisce nemmeno come si ridefinisce il debito, la cosa è ovvia, naturale che il cambio valuta non fa migliorare il rapporto debito/Pil, ma sarà l’inflazione inevitabile che verrà a migliorare tale rapporto, almeno a livello nominale e sarà successivamente l’aumento dell’export a migliorarla con effetti anche reali. Sull’indipendenza di una banca centrale dal potere politico: una banca centrale dipende sempre da un potere, almeno al momento della nomina, poi vi sono gli obbiettivi, ma essi sono talmente vaghi che ogni azione può essere giustificata, ad esempio oggi Draghi pur riconoscendo che abbiamo un’inflazione prossima allo zero, non attua politiche monetarie espansive con strumenti non convenzionali perché dice che tra tre anni l’inflazione torna prossima al 2%, come si vede si può dire tutto e più di tutto; mentre gli altri paesi crescono la Bce al soldo della Merkel fa gli interessi della Germania (1200 miliardi di avanzi della bilancia commerciale tra i paesi euro, vuole dire che grazie al cambio fisso vi è stato un trasferimento di ricchezza tra i paesi meridionali e la Germania, pari quasi all’80% del Pil italiano). Oramai tutti si sono accorti di tale imbroglio.

  6. stefano cianchetta

    Indipendenza della banca centrale:
    “When monetary policy comes to involve choices of inflating or deflating, of favouring debtors or creditors, of selectively bailing out some and not others, of allowing or preventing banks to collude, no democratic country can leave these decisions to unelected technicians. The independence doctrine becomes impossible to uphold.”

    Axel Leijonhufvud
    Professor of Monetary Theory and Policy at the University of Trento, Italy and Professor Emeritus, Department of Economics, UCLA
    http://www.voxeu.org/article/central-banking-doctrine-light-crisis
    PS: faccio notare che si parla appunto di “democratic country”, (è ancora il nostro caso?) e che la democrazia non è solo una procedura per stabilire chi governa realizzando un programma qualunque
    La democrazia prevede obbligo di attivazione per la realizzazione delle priorità definite nella Costituzione (dove è che si parla di Bce indipendente? Fino a che punto l’indipendenza è compatibile con la democrazia? E sopratutto indipendente da chi?)
    infatti:
    “La democrazia dei diritti fondamentali, nella forma accolta in Costituzione, basata sull’obbligo di attivazione delle istituzioni di “governo”, per rendere effettivi i diritti nella loro specifica portata assunta come “sociale”, viene indicata, da Mortati stesso, come “forma necessitata”.
    Cioè affermatosi un concetto di democrazia capace di riassumere gli interessi equiordinati di tutti i cittadini senza distinzione di classe (sesso e credo religioso), la democrazia o “vive” in questo obbligo di attivazione, e quindi nella realtà di politiche pubbliche rispondenti ai diritti fondamentali (di cui il lavoro, serve forse ripeterlo, è il primo) o “non è”.

    • nextville

      Non so cosa resti della politica monetaria se le togli anche il controllo della stabilità dei prezzi. E l’esperienza storica dimostra ampiamente che la stabilità dei prezzi è meglio controllata da una banca centrale indipendente dalla politica (a cui la legge dà un mandato, quindi nessun problema di non-democrazia). Mettere la politica monetaria in mano alla politica, soprattutto in paesi come il nostro, è come dare la chiave della dispensa al bulimico. L’indipendenza della banca centrale è la garanzia per i cittadini del proprio potere d’acquisto.
      Del resto, non affidiamo ai giudici (sottoposti solo alla legge) e non ai politici il potere giudiziario?
      In effetti tra la stabilità dei prezzi e la certezza del diritto ci sono molte analogie: sono la garanzia per i cittadini rispetto agli arbitri del politico.

  7. Maurizio Cocucci

    Una delle mancanze dell’Ue è che alcune istituzioni e documenti non vengono tradotti in ciascuna lingua dei Paesi aderenti, quindi nel nostri caso in italiano. E’ vero che molti conoscono l’inglese ma quanti spendono qualche ora a leggersi ordinamenti, testo dei trattati o leggi in una lingua straniera quando non lo si fa nemmeno nella propria? Da questa mancanza ecco emergere ondate di disinformazione, quali ad esempio la confusione tra decisioni che provengono dai veri e propri organismi decisionali europei (Commissione e Parlamento) e quelli che invece prende il Consiglio Europeo che non è altro che l’insieme di capi di Stato e di Governo. Si ripete spesso “ce lo chiede l’Europa” quando invece lo richiedono i trattati che non sono arrivati appunto dal Parlamento Europeo o dalla Commissione ma da accordi promossi e sottoscritti dai rispettivi capi di governo e poi anche ratificati dai sempre rispettivi Parlamenti nazionali. La Commissione poi svolge il ruolo di controllore non perché lo ha deciso da sé, ma perché è il trattato stesso che assegna loro questo compito. Semplicemente: il nostro capo di governo approva e sottoscrive un trattato che prevede norme da rispettare e che assegna alla Commissione il ruolo di garante, questo trattato viene poi recepito e ratificato dal Parlamento e quando il commissario Ue ci richiama al rispetto delle clausole ci indigniamo sostenendo che avremmo perso sovranità? Che poi se vogliamo la sovranità la perdono tutti, non solo noi. Tornando alla disinformazione, ancora oggi si sente dire che a causa del Fiscal Compact dovremmo pagare 50 miliardi circa all’anno o che per il fondo Esm dovremmo versare 125 miliardi in 5 anni, quando basta leggersi il testo dei trattati per capire come entrambe siano del tutto infondate. Non mi meraviglia quindi che adesso ne emerga una nuova che vorrebbe addirittura il conferimento di riserve auree, di parte della nostra fiscalità e chissà cos’altro a fronte del Erf (European Redemption Fund) e non mi sorprende che queste voci completamente infondate diffondano invece malcontento e diffidenza in molti cittadini che per l’appunto sono più propensi a fidarsi di articoli superficiali e menzogneri piuttosto che verificare personalmente la veridicità delle informazioni. Insomma se potessi fare una critica a Barroso e Van Rompuy sicuramente sarebbe: “ma è possibile che con tutti i fondi che avete non potete dedicare qualche decina di migliaia di euro all’anno per tradurre i documenti più importanti e i siti delle diverse istituzioni quali ad esempio quello della Banca Centrale Europea in ciascuna lingua?”

  8. Roberto

    A me fa sorridere che ci sia qualcuno che parli di possibile uscita dall’euro, semplicemente perché è impossibile uscire dall’euro. Dopo l’unione monetaria, ormai l’Europa si sta integrando sempre più verso un unione bancaria che prevede il rispetto di determinate regole e controlli da parte della Bce, nessun paese può pensare di uscire da questo processo. A maggior ragione l’Italia, per la situazione debitoria in cui si trova e si troverà nei prossimi anni (la vera sfida italiana sarà il rientro dal debito sulla base dei parametri del fiscal compact), non può permettersi di perdere l’ombrello protettivo della Bce. Molti si dimenticano che circa il 40% del debito pubblico italiano è in mano estera, ma veramente qualcuno pensa che all’estero siano disposti a comprare il nostro debito in lira agli stessi tassi attuali. Per non parlare dell’irrilevanza internazionale che ha una nazione come l’Italia da sola, già pesantemente in declino e con poche reali chance di ripresa.

    • nextville

      Infatti dal punto di vista economico finanziario non è affatto un tema all’ordine del giorno: è del tutto evidente che nessuno nei mercati oggi crede a una rottura dell’euro. Ormai vanno a ruba persino i bond greci!

      • Roberto

        Concordo che nessuno nei mercati creda ad una rottura dell’euro per il semplice motivo che fortunatamente l’unione bancaria e le mosse di Draghi vanno in senso opposto, cioè una maggiore integrazione europea. Purtroppo però sento molta gente credere ad una possibile uscita dall’euro, e per di più che darebbe dei fantomatici vantaggi all’Italia.
        E’ importante quindi spiegare a questa gente (gli articoli di questo sito sono molto esplicativi in questo senso) che oltre ad essere impossibile un’uscita dall’euro, i vantaggi tanto sbandierati non esistono anzi si rischierebbe il tracollo finanziario dell’Italia.

  9. asterix

    Segnalo solo un libro scritto da un premio nobel Modigliani e Baldassari e con la collaborazione del Csc di Confindustria che parlava del Miracolo possibile ottenuto dall’Italia quando la Lira si sganciò dal legame con l’Ecu di allora. Giusto per far capire che la svalutazione monetaria è una misura che funziona come funziona tra euro-dollaro e dollaro-yen è non è reato. Parlare di inflazione indotta con la disoccupazione al 13% e con il 40% fra i giovani è follia pura..la metà degli italiani non ha un lavoro o sotto i 1.200 euro. Chi sarebbe il pazzo che alza i prezzi in questa situazione?

    • Maurizio Cocucci

      Guardi, prima dell’inflazione mi interessano le prospettive sull’occupazione. Nel 1993 (l’anno successivo alla svalutazione) si persero 300mila posti di lavoro e altrettanti nel 1994. Vennero poi ricreati ‘solo’ nel 1999. Confindustria così come le altre associazioni di rappresentanza delle imprese, i sindacati, l’Abi, la Banca d’Italia non sono a favore di un ritorno ad una moneta nazionale. Tra gli economisti c’è netta prevalenza verso questa posizione e il fatto che si dica che l’euro presenta anomalie che dovrebbero (e dovranno) essere risolte non significa che sia meglio tornare indietro.

  10. chinacat

    Ciclo di Frenkel, terza fase: aumenta il Pil e diminuisce il debito nei Paesi della “periferia”. L’afflusso di prestiti alimenta la domanda di famiglie e imprese della “periferia” generando una crescita dei consumi e degli investimenti e, di conseguenza, del Prodotto interno lordo. Allo stesso tempo migliorano
    i conti pubblici in quanto aumenta anche il gettito fiscale collegato all’espansione economica.
    Difatti, come ha detto chiaramente il vice presidente della Bce, V. Costancio, siamo in una crisi la cui origine è il debito privato.

    Quindi: Lei continui pure a trattare i lettori come dei cretini; sappia almeno che non tutti sono dei cretini.

    Cordiali saluti.

  11. Piero

    Oggi i nostri politici sostengono che si stia offrendo all’Italia lo stesso scenario che ci fu all’inizio dell’euro, tassi bassi e crescita Pil, solo che nel 2001, il governo non colse il momento e non fece le riforme che erano necessarie per fare competere l’economia italiana con quella tedesca. Nulla di più falso, la sola verità è che non sono state fatte le riforme, ma ciò non vi deve meravigliare, ancora oggi, nonostante i proclami non abbiamo le riforme, ma il vero problema è il quadro economico dell’Italia, il suo debito pubblico è troppo elevato per potere pensare che con l’adozione dell’euro possa essere pagato, spiego, come strutturato l’euro, il debito pubblico italiano è come se fosse stato contratto con una valuta estera, quindi solo con politiche di bilancio può essere onorato, ciò è giusto se tutti i paesi del mondo si comportassero in tale modus operandi, se c’era nel mondo una sola valuta ciò era giusto, ma nel mondo le più grandi economie si comportano diversamente, basta vedere l’America, con la sua politica monetaria ha svalutato il dollaro sull’euro di oltre il 40%, le imprese italiane hanno perso il mercato americano tutto ad un tratto; se questa è la premessa, come possiamo competere nel mercato più grosso del mondo, portando i nostri salari a 500 euro mese, ok, siamo disposti, facciamolo, ciò vuole dire arretrare dalla 5 economia del mondo alla trentesima, tutto ciò perché non possiamo più competere nel mondo con la politica monetaria, oggi di esclusivo interesse della Germania.
    Altro problem, al momento dell’adozione dell’euro si ebbe la pretesa che l’euro soppiantasse il dollaro, nulla di più falso, l’ammontare degli euro in circolazione è inferiore alla somma delle valute sostituite, l’euro non è stato capace nemmeno di sostituire le valute soppresse, l’euro è stato un fallimento storico, può essere. Salvato solo da una forte azione della Bce, ma credo che oltre agli annunci Draghi non andrà mai, mi auguro di sbagliare.

    • Maurizio Cocucci

      Non quali dati abbia letto per sostenere questo scenario catastrofico dell’export italiano verso gli Usa. Allego una immagine con i dati relativi all’anno 2012 e le variazioni rispetto all’anno precedente e in basso un breve riassunto dei valori delle nostre esportazioni dal 1975. Come può vedere l’euro non ha rallentato per nulla le nostre esportazioni.

      • Piero

        Tavola 1.2, sintesi rapporto Ice pag.34: nel 2002 14,7%, nel 2011 10,9% quindi vi è stato un calo del 26%.

        • Maurizio Cocucci

          Non è che il metodo più significativo per analizzare questo tipo di questione sia di prendere i dati in valore assoluto? Ad esempio osservare che nel 2003 si sono esportate merci verso gli Usa per quasi 22 miliardi di euro e nel 2012 per oltre 26 miliardi. Sarebbe utile anche seguire l’andamento anno per anno e riferirlo al contesto storico economico da dove potrebbe emergere che in un certo periodo potrebbe essersi verificata una crisi mondiale che ha ridotto il commercio internazionale e quindi anche delle importazioni statunitensi con la conseguenza sulle esportazioni degli altri Paesi verso quel mercato, Italia compresa, da dove emergerebbe che la moneta non c’entra nulla visto che a crisi rientrata (da loro) le vendite sono riprese a salire. Se guarda il tutto dal lato delle percentuali potrebbe osservare che nel 2003 la Germania era il primo esportatore al mondo (10% del mercato) davanti a Stati Uniti e Cina mentre ora è al terzo posto (7,7% del mercato). Ma incorrerebbe in errore sostenendo che la Germania ha subito un calo visto che dai dati assoluti risulta che nel 2003 esportava per 748 miliardi di dollari e nel 2012 per 1400.

  12. Piero

    Oggi quando un economista scrive un articolo deve prima dire come verrà pagato il debito italiano e il fiscal compact, mette giù le cifre, poi può raccontare le teorie economiche; il quadro italiano a tutti è noto, portiamo le vere soluzioni, dopo il marketing governativo c’è sotto le elezioni, sono le regole del gioco per prendere i consensi, agli economisti non sono dei politici, devono fare un discorso scientifico.

    • Maurizio Cocucci

      Queste sono domande da porre al governo, non agli economisti. Le risposte le può trovare nel prospetto dei dati macroeconomici allegato al Documento di Economia e Finanza presentato nei giorni scorsi dal governo Renzi.

      • Piero

        Degli schemi da Lei citati, negli ultimi anni ne abbiamo letti tanti, se i nostri politici fossero stati bravi, oggi l’Italia non sarebbe in queste condizioni.
        L’economista deve spiegare e trovare soluzioni scientifiche alla crisi, è un suo onere quindi dare una ricetta economica su come superare la crisi.
        Ciò precisato, non può non tenere conto dell’elevato debito pubblico italiano.

  13. marioribaz

    Controobiezioni
    2A)La fuga di capitali dal nostro sistema bancario ed il conseguente incremento dei tassi d’interesse/razionamento dei capitali/caduta dei prezzi degli asset è sicuramente la più grande minaccia nel periodo precedente/immediatamente successivo all’uscita dall’euro ed avrebbe ripercussioni inevitabili sul settore bancario e sulla fiducia del sistema economico.
    Nell’estate-autunno 2011 la probabilità di rottura dell’area euro raggiunse un livello molto alto: gli investitori esteri cominciarono a vendere massicciamente quote di debito pubblico dei paesi periferici e, al tempo stesso, i cittadini di tali paesi che potevano permetterselo liquidarono i conti correnti nei Piigs per trasferire i soldi nei paesi core europei. Ciò è esattamente quello che accade solitamente prima del break up di un’area valutaria e ciò è il motivo per cui il piano per un’uscita dall’eurozona dovrebbe essere gestito in segreto il più a lungo possibile. Ci sono degli
    esempi storici a riguardo della sostenibilità di questa mia tesi; l’ultimo in ordine cronologico è stato:
    >>la rottura dell’unione monetaria tra Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca, a seguito del referendum del 1992. Dopo settimane di trattative segrete il governo e la banca centrale cecoslovacca decisero il break up il 19 gennaio 1993 ed il piano fu tenuto segreto fino al 2 febbraio 1993, sei giorni prima del break up effettivo. I cittadini slovacchi avevano comunque correttamente anticipato la divisione valutaria che sarebbe seguita alla divisione politica in seguito al referendum 1992. Nei mesi precedenti si registrarono flussi di capitali dalle
    banche slovacche alle banche ceche. Questo accelerò il processo di decisione. Tra il 4 e il 7 febbraio 1993 furono introdotte restrizioni ai movimenti di capitali e controlli alle frontiere per impedire alla gente slovacca di recarsi
    in Repubblica Ceca. Dopodiché un limite di ritiro contanti di csk 4000 (un salario mensile ) fu introdotto e tenuto per qualche mese.
    Altri esempi storici suggeriscono l’importanza di limitare il ritiro di contanti nei mesi necessari alla stampa di nuove banconote (le nuove lire, nel caso italico); per tutto il resto delle transazioni si può ragionevolmente confidare nella potenza delle transazioni elettroniche. Il vero periodo critico durante il quale potrebbe esserci un sostanziale capital flight sarebbe dall’annuncio dell’uscita alla mezzanotte del giorno zero. L’annuncio dovrebbe essere fatto il venerdì, a chiusura dei mercati finanziari e delle banche e fino alla mezzanotte tra domenica e lunedì (momento catartico in cui tutti i valori verrebbero riconvertiti nelle nuove lire) non dovranno essere concessi ritiro di contanti e operazioni finanziarie.
    Dal lunedì o pochi giorni dopo i mercati finanziari dovranno essere riaperti e i prezzi degli asset /del tasso di cambio lasciati liberi di fluttuare. Rimuovere i controlli di capitali il prima possibile.
    2B) Le stime del gap di competitività accumulato in Italia dal 1999 al 2013 nei confronti dei paesi del Nord Europa, in particolare la Germania, suggeriscono che, la svalutazione della nuova lira nei confronti dell’euro sarebbe del 30%. Ciò significa che le esportazioni italiane diventerebbero più convenienti per i consumatori esteri e le importazioni meno convenienti per i consumatori italiani. Basandomi sulla letteratura economica del pass-trough e sulle condizioni di Marshall Lerner, ritengo implausibile che l’inflazione in Italia scoppierebbe negli anni seguenti. Stime spannometriche mi suggeriscono che, essendo import/gdp italiano=30%, un
    deprezzamento della nuova lira del 30% si trasferirebbe in un aumento dell’inflazione
    italica del +10%, spalmato su più anni, per le naturali rigidità dei prezzi/contratti. Non mi sembra si tratti di fenomeni iperinflattivi. Ci sono due cose che certamente frenerebbero la prima ondata inflattiva in seguito ad una rapida svalutazione:
    -le rigidità dei contratti che solitamente gli importatori firmano con i fornitori
    -essendo la domanda interna depressa è probabile che gli importatori/commercianti al dettaglio non trasferiscano il 100% dei costi aggiuntivi derivanti dalla svalutazione al prezzo finale, ma preferiscano, in parte ridurre i margini
    3)Il principio giuridico della ridenominazione del debito pubblico nella nuova valuta è quello della Lex Monetae, presente in tutti gli ordinamenti giuridici dei paesi europei: questo principio afferma che qualsiasi cosa riguardi la valuta di un nazione può essere deciso dal governo di quella nazione. (nel codice civile italiano art 1277 ss). Dunque il primo passaggio fatto sarebbe quello di convertire il debito pubblico in euro in debito pubblico in lire, pena l’esplosione del rapporto debito pubblico/pil: ciò si raffigurerebbe, a tutti gli effetti, come un default implicito. Come Lei fa notare, il rapport debito/pil tuttavia non varierebbe, variando, nelle nuove lire, anche il denominatore. Sono d’accordo: nel caso italiano, essendo il debito pubblico divenuto un fardello insostenibile, si suggerirebbe di accompagnarlo anche ad un default esplicito sul debito estero, in modo da abbassare il livello entro soglie sostenibili. Lei cita giustamente i titoli emessi secondo il diritto internazionale; analisi del 2012 stimano che il debito pubblico italiano emesso secondo leggi italiana sia pari al 98%, debito del settore bancario italiano circa 80%, debito del settore industriale italiano circa 40%(Nomura,Bloomberg). Appurato che non ci sarebbero effetti rilevanti sul debito pubblico (solo il 2% sarebbe preteso ancora in euro), potrebbero sorgere dei problemi per quanto riguarda il debito emesso secondo il diritto internazionale delle nostre banche/industrie. Per queste situazioni dovrebbero essere messe a disposizione delle linee di credito agevolate da parte della Banca d’Italia, per prevenire default, soprattutto nel settore bancario (la nuova Banca d’italia non incontrerebbe limiti, in tale operazione)
    4)Per quanto riguarda il costi del debito pubblico non vi è ombra di dubbio che i tassi pagati fossero più alti negli anni ’70-’80 e che poi, a partire dagli anni ’90 vi sia stato un decremento del costo del servizio del debito. Media Italia anni 1990-1999 (9,39%), media 2000-2013 (5,1%). Parte di questo calo è sicuramente imputabile all’introduzione dell’euro, che, almeno fino al 2009-2010 ha ristretto i differenziali di spread con i Bund tedeschi, rispetto agli anni ’80,’90. Parte di questo calo è invece dovuto a fattori globali, il primo fra tutti la decrescita dei tassi d’interessi mondiali cominciata a metà degli anni ’90 e imputabile ad un eccesso di risparmi maturati nei paesi in via di sviluppo (Global Saving Glut, BenBernanke, 2005). Quindi si può dire che, i minori interessi pagati grazie all’euro siano minori di quelli che Lei giustamente cita a sostegno dell’euro.

  14. Davide Ischia

    Finalmente un articolo serio. Aggiungerei che se l’Italia uscisse dall’Euro e ridenominasse il proprio debito pubblico in Lire a suo vantaggio, scoraggerebbe tutti i futuri finanziatori italiani nei prossimi cinque anni (almeno). Immaginate di prestare 10 euro a un amico e che, a un certo punto, il valore di questo debito si dimezzasse. Li riprestereste? Chi comprerebbe più i nostri titoli di stato, Italiani a parte? E, inoltre, cosa dire del danno causato ai nostri creditori? Questo è il motivo per cui durante la crisi del sud-est asiatico non si è semplicemente “bloccato” i capitali in uscita. E’ questione di credibilità di mercato.

  15. Christian Caiumi

    La svalutazione reale non si traduce assolutamente in altrettanta inflazione, quindi la supposizione di elevata inflazione è piuttosto peregrina e in realtà poco probabile.
    Non è affatto vero che si tratti di una situazione così diversa: il crollo del 1992 avvenne all’interno del cosiddetto “SME credibile” e quindi sostanzialmente un esperimento dell’euro. Qui inoltre si ragiona come se il crollo dell’euro coinvolgesse solo l’Italia, ma non sarebbe così… Nessun paese avrebbe interesse a far crollare il mercato, per evitare a sua volta shock interni elevati. Ci si lamenta sempre del fatto che “pochi capitali vengono in Italia, non si può sostenere adesso che “scapperebbero”. Se i capitali stranieri in Italia sono pochi, la loro fuga non creerebbe disastri.
    Nessuno pensa ad una politica monetaria restrittiva, all’inizio del percorso una certa inflazione sarebbe accettabile, per attutire lo shock dell’uscita, ma per consentire anche all’economia reale di ripartire, e questo in prima istanza sarebbe molto più importante, soprattutto in un paese dall’elevato potenziale manifatturiero come l’Italia.
    Una BC agganciata al Tesoro consentirebbe di contenere molto meglio l’esposizione per interessi dello Stato, mettendo sotto controllo il debito pubblico, e non è affatto vero che “nell’economia moderna le banche centrali siano sganciate”, in GB, Giappone, USA sono decisamente agganciate ai governi, per fortuna, e questo non ha impedito politiche di lungo periodo.

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