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Libertà economica: la Cina è vicina. Noi no

Tutti o quasi, in Italia, si professano fautori della liberalizzazione del sistema economico: esponenti politici o semplici osservatori. Ma nessuna riforma strutturale è stata fatta. Nel frattempo, il nostro paese precipita nelle classifiche mondiali di libertà economica.

ITALIA IN CADUTA LIBERA

Secondo l’Economic Freedom of the World Index (Efw) pubblicato dal Fraser Institute (1), tra il 2005 ed il 2011 (ultimo dato disponibile al momento) il nostro paese ha registrato un declino costante e continuo in termini di libertà economica. L’indice Efw è passato da 7,33 a 6,81 (in una scala da 0 a 10 dove 10 indica la massima libertà economica) e soprattutto la nostra posizione nel ranking complessivo dei paesi è precipitata dal 42° posto (su 141 paesi) al 70° (su 152). I dati 2011 ci dicono anche che i nostri principali partner europei, cioè Francia, Germania e Regno Unito, si trovano rispettivamente alle posizioni 36, 20 e 9 della medesima classifica, mentre noi siamo più vicini alla Cina che a loro. Nel 2005 eravamo 3 posizioni dietro la Francia e 60 avanti rispetto alla Cina, nel 2011 la Francia è a +34 e la Cina è a -31.
L’Indice Efw si compone di 42 indicatori inerenti a cinque aree di interesse specifico: dimensioni del governo e peso delle imposte; sistema legale e certezza del diritto di proprietà; moneta; apertura al commercio internazionale; regolamentazione del credito, dell’impresa e del mercato del lavoro. Grazie a questa sua struttura, esso permette di effettuare una analisi maggiormente dettagliata della situazione del nostro paese anche in termini comparati.
Senza dubbio, nel clima politico odierno, sono dimensione del governo e peso delle imposte (Area 1 nell’Indice Efw) da un lato e regolamentazione di credito, impresa e mercato del lavoro (Area 5 nello stesso indice) dall’altro a risultare particolarmente interessanti e forieri di spunti di discussione. Se tra il 2005 e il 2011 l’Italia è rimasta più o meno stabile in classifica per quanto riguarda l’Area 5, in Area 1 il nostro paese è precipitato dalla posizione 88 alla 119. In entrambe le aree considerate siamo in ritardo rispetto ai partner europei (2), ma è il paragone con la Cina a far sobbalzare sulla sedia. In termini di regolamentazione di credito, impresa e mercato del lavoro (Area 5) siamo ancora avanti in classifica ma il margine si sta velocemente assottigliando: 35 posizioni nel 2005, solamente 8 nel 2011. Per quanto riguarda invece dimensione del governo e peso delle imposte (Area 1) la Cina, che era 33 posizioni dietro a noi nel 2005, nel 2011 ci segue a ruota, con soli due paesi a dividerci.
I dati ci dicono una cosa semplice e spaventosa al tempo stesso: secondo l’indice Efw, basato su fonti di assoluta autorevolezza e universalmente riconosciuto come valido indicatore di libertà economica, il nostro paese nel 2011 si trovava di fatto a livello della Cina in termini di dimensione del governo, peso delle imposte e regolamentazione di credito, impresa e mercato del lavoro.

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LA DEMOCRAZIA E’ SINONIMO DI LIBERTÀ ECONOMICA?

Cosa c’è dietro questa fotografia impietosa? Per misurare il concetto di “libertà economica” la letteratura scientifica ha spesso utilizzato indici composti, tra i quali il citato Indice Efw è quello che ha riscosso maggior successo.
Cosa determina poi il grado di libertà economica di un paese? Forse la presenza o meno di istituzioni democratiche? Attraverso l’indice Efw diversi studiosi hanno cercato di determinare se e come la presenza di libertà politica fosse la causa della presenza di libertà anche in ambito economico. E’ il cosiddetto approccio “CoD” (Consequences of Democratisation). Il dibattito scientifico a questo riguardo ci pone di fronte due visioni contrapposte, sviluppate a inizio anni ’90 e ancora oggi oggetto di discussione. Secondo la teoria del democratic advantage (3) solo un governo democratico sarà tenuto ad implementare riforme economiche efficaci (e sostenibili) per paura di essere punito alle successive elezioni. Altri invece (4) considerano i governi democratici meno liberi di agire efficacemente a causa di lacci e lacciuoli, e per la presenza di numerosi veto players.
Con la crisi globale del 2007/2008, gli studiosi delle conseguenze economiche della democrazia si sono focalizzati anche sull’effetto interagito di democrazia e performance economica. L’effetto delle istituzioni democratiche sulla libertà economica varia a seconda del tasso di crescita registrato del paese? I pionieri di questo approccio (5) hanno evidenziato come in caso di recessione economica solamente le democrazie rispondono con un aumento della libertà economica attraverso riforme strutturali. L’Italia sembra smentire tale risultato: come ricordato in apertura, tra il 2005 ed il 2011, e nonostante l’inversione di tendenza del 2007/2008 in termini performance economica, il nostro declino in termini di libertà economica è stato continuo e costante.
A partire dall’approccio CoD, dall’indice Efw e attraverso la costruzione di uno specifico dataset, nel paper che ha fornito lo spunto per questo contributo è stato possibile analizzare a livello globale gli effetti di democrazia e crescita economica su diverse aree dell’indice Efw (6). Da un lato le regolamentazioni del credito diventano meno stringenti nei paesi democratici quando l’economia rallenta, dall’altro [tweetable]sono i paesi totalitari a mostrare una tendenza più marcata verso l’apertura agli scambi internazionali[/tweetable] in periodi di recessione.

QUALI SOLUZIONI?

Quale insegnamento trarre da queste conclusioni a livello globale e nello specifico? Se si guarda alle citate recenti performance di Italia e Cina, la democrazia sembrerebbe essere un ostacolo alla libertà economica (e alla crescita), ma il quadro è naturalmente molto più complesso, senza relazioni chiare e lineari. E quindi nello specifico nessun insegnamento, ma qualche suggerimento.
Prevedere le conseguenze di azioni politiche è estremamente complesso. Si liberalizza nella forma, e magari si regolamenta nella sostanza. Interpretare correttamente, anzi, nel modo più corretto possibile le indicazioni fornite dai molteplici contributi scientifici con le loro relazioni dirette e indirette sarebbe già un risultato significativo. Nel nostro paese a questa oggettiva difficoltà se ne somma un’altra. Sui mezzi di informazione la necessità di liberalizzare il sistema economico dell’Italia “per favorire la crescita” viene evocata quotidianamente da esponenti politici di ogni schieramento (o quasi), ma per raggiungere lo stesso obiettivo si propongono strade diverse, e spesso contraddittorie.
La storia della nostra democrazia è la storia delle baby-pensioni e della scala mobile. Ma ora, dicono, il vento è cambiato. Dopo le larghe intese e la battaglia sull’Imu, ora le intese più ristrette puntano su riduzione di Irap e cuneo fiscale tassando le rendite (regolamentazione del lavoro e peso delle imposte, dove siamo a livello della Cina). Con quali misure specifiche? Non si sa ma sicuramente scendendo a compromessi con la coalizione e all’interno del proprio partito. Perché ognuno ha la sua ricetta. La migliore, naturalmente.
Nella perenne incertezza politica di medio periodo nessuno pensa a riforme strutturali e tutti si concentrano sul proprio bacino elettorale e sulle sue specifiche rendite di posizione. Nel frattempo non cresciamo, e il nostro ranking peggiora anno dopo anno. Siamo un paese democratico, ma immobile. E in declino. Il contrario della Cina.

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(1) Il dataset sulla base del quale si compone l’Indice EFW è disponibile in formato Excel su http://www.freetheworld.com/release.html.  Le tabelle riassuntive per i singoli paesi si trovano su www.freetheworld.com/2013/EFW2013-complete.pdf. Tutti gli indicatori presenti nelle varie versioni dell’Efw Index fanno riferimento a fonti secondarie sia istituzionali che private: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Transparency International e Pricewaterhouse Coopers, tra le altre.
(2) Area 1: Francia 108°, Germania 90°, Regno Unito 98°. Area 5: Francia 53°, Germania 44°, Regno Unito 22°. Dati Indice EFW riferiti all’anno 2011.
(3) Rodrik D. (1991). “Policy Uncertainty and Private Investment in Developing Countries”. Journal of Development Economics, 36: 229–242.
– (1996). “Understanding Economic Policy Reform” Journal of Economic Literature, 34: 9–41.
– (1999). “Where Did All The Growth Go? External Shocks, Social Conflict, and Growth Collapses”. Journal of Economic Growth, 4: 385–412.
(4) Alesina A. and A. Drazen (1991). “Why Are Stabilizations Delayed?”, American Economic Review, 81: 1170–1188.
(5) Pitlik H. (2008). “The impact of growth performance and political regime type on economic policy liberalization”. Kyklos, 61: 258–278.
(6) Ci si riferisce ai risultati di una ricerca da me condotta sulle conseguenze economiche della democratizzazione per il Dipartimento di Studi Sociali e Politici dell’Università di Milano. Il paper nella sua prima versione è scaricabile su: sites.google.com/site/filippogregorini/research.

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  1. Luigi Calabrone

    L’Italia, dove è noto che il 50% del PIL è da attribuirsi al settore pubblico (era del 20% 30% negli anni ’20-30 del secolo scorso), è l’ultimo dei paesi del “socialismo reale” – quello che è tramontato nell’Est europeo e che rimane ancora a Cuba e nel Nord Vietnam.
    L’economia in Italia ristagna – come ristagnava al tempo di Breshnev, di Andropov e del primo Gorbaciov; tranne che lì, almeno, il “socialismo reale” è caduto.
    Dal dopoguerra in poi si è formata/cementata in Italia una mostruosa alleanza, che tende alla conservazione dello status quo, tra il ceto politico/corporativo/ burocratico, formato da milioni di dipendenti statali, dai sindacati e dall’alta/media/bassa burocrazia, che finora nessun debole governo (vedi, ultimamente, Berlusconi, Monti, Letta) è riuscito a far cadere.
    Tale alleanza assorbe tutte le risorse del paese e impedisce di muovere paglia. Non c’è che da augurare a Renzi (nell’interesse degli italiani che non fanno parte dell’alleanza) di tagliare tutti questi nodi gordiani.
    Anche un numero notevole di italiani, alcuni in buona, molti in mala fede, accusano il termometro (l’euro) di avere causato la febbre
    Se Renzi non riuscirà a demolire almeno alcuni dei molteplici vincoli che legano il sistema, (purtroppo è assai probabile), continuerà il declino del nostro sciagurato paese.

    • Enrico

      Concordo. Nell’indice andrebbe anche pesata esplicitamente la componente “Burocrazia”, che in Italia è enormemente sviluppata e soffoca di fatto iniziative di qualsiasi genere. Ottemperare a tutte le necessità burocratiche diventa quasi un lavoro (oltre a quello vero che permette di vivere). Il governo attuale, se vuole veramente riformare il Paese, deve avere la forza ed il coraggio di scelte ampiamente impopolari in tempi ragionevoli (il blocco del turnover perché sia efficace deve svolgersi nell’arco di anni) e senza regali (prepensionamenti). Sostengo questo perché Il sistema mi sembra ampiamente fuori controllo, almeno in base alla mia esperienza personale; una su tutte: parlano di semplificazione e poi per il 730 di quest’anno vengono richieste le fotocopie di tutti, ma proprio tutti i documenti che si presentano, Cud compresi. Cartacei!

  2. Marco Gioanola

    Alcune riflessioni che mi sorgono dopo aver letto l’articolo.
    1) Francamente non capisco perché sia “spaventoso” e tantomeno cosa ci sia di sorprendente nel fatto che la Cina ci stia raggiungendo in questa classifica di “libertà economica”.
    2) Poi non sono nemmeno tanto sicuro che tutta questa “libertà”, soprattutto quando fa rima con “liberalismo”, sia cosa buona e desiderabile, punto sul quale anche l’autore dell’articolo non mi sembra convintissimo.
    3) Ci si potrebbe anche sbizzarrire nell’esaminare se, dato l’attuale sistema elettorale, l’Italia sia realmente una “democrazia” e se sì, quanto. Ma qui andremmo off topic.
    4) Credo che l’articolo usi la scusa sbagliata (“la Cina ci sta raggiungendo!”) per sollevare i due punti veramente spinosi: la presenza e il peso del governo nell’attività economica, e la decrescita della nostra economia. Penso che entrambi i punti vadano affrontati senza pregiudizi: l’intervento statale nell’economia di mercato non è il male assoluto, anzi. Una classe politica truffaldina e/o incompetente, invece, è un grave problema. Similmente riguardo il “declino”: premesso che è indubbio che la dimensione e l’influenza dell’economia italiana si riduce sempre di più se confrontata col mercato globale, non è detto che le misurazioni a base di PIL siano da prendere per forza di cose come oro colato, e che le ricette per promuovere la “crescita” che vanno per la maggiore (liberalizzazioni, privatizzazioni, deregolamentazione, eccetera) siano la cura giusta al problema giusto.

  3. alberto

    Giustissimo quello che dici ma il tuo discorso vale per un paese che comunque fornisce dei buoni servizi. Qui non si tratta di scegliere tra avere x dallo stato o dal privato, si tratta di avere x dal privato o “niente”. Nel senso che il settore pubblico italiano è un buco nero dove i soldi entrano ma da cui è difficile che tornino indietro. Cercando di guardare ad un immediato futuro senza sperare in colossali riforme della pubblica amministrazione, un po’ di sano liberismo sicuramente garantirebbe una maggior qualità dei servizi.

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