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  1. Franco Leoganti Rispondi
    Il "miglioramento medio nazionale di quasi l’1 per cento" potrebbe semplicemente essere l'effetto di un abbassamento degli standard. Se gli esami diventano più semplici, se i programmi dei corsi si accorciano, se i docenti diventano meno "severi" (o seri) agli esami allora il numero di laureati aumenta. Per verificare questa ipotesi sarebbero necessari dati sulla reale preparazione dei neolaureati al momento della laurea e quella dei loro predecessori.
  2. M.S. Rispondi
    Mi sembra di ricordare -- partecipai ad una analisi delle carriere universitarie nel '93 -- che all'inizio anni 90 la quota media di laureati sugli iscritti fosse intorno al 10% (considerando i laureati fino tre-quattro anni fuori corso). Cio' rafforzerebbe l'argomento che ci sia stato un netto miglioramento, confrontando la laurea vecchio ordinamento con l'attuale laurea triennale, ma un miglioramento molto lieve se si considera il ciclo completo 3+2. Inoltre gli studenti di quella generazione (fine anni '80, inizio anni '90) non avevano se non in casi eccezionali selezioni all'ingresso, e le tasse di iscrizione erano molto basse. Mi sembrerebbe pregevole una riduzione dello spreco di anni di istruzione che non portano a titoli di studio, a prima vista; eppure molti mi dicono che il livello qualitativo delle attuali lauree triennali e' spesso molto basso, che gli studenti fanno molti esami, ma che non imparano granche'. E' solo vox populi o ci sono problemi nel riassetto? C'e' una connessione tra qualita' della laurea triennale e proseguimento degli studi? Una informazione di contesto internazionale. Nel 2012 l'Unione Europea aveva proposto obiettivi estremamente ambiziosi per il 2020: portare la quota di laureati sulla popolazione al 40% (media Europea). L'Italia aveva contribuito indicando come proprio obiettivo una percentuale di molto piu' bassa (intorno al 20 o 25%, ma vado a memoria..), comunque l'obiettivo piu' basso, insieme alla Romania. Tutti gli altri paesi Europei hanno indicato percentuali piu' ambiziose, pari o superiori al target medio. L'Inghilterra si era invece 'astenuta', cioe' rifiutata di fornire un target quantitativo. Insomma, sarebbe proprio interessante capire quale e' la posizione del governo Italiano su tutte queste vicende...come anche se in Europa c'e' una qualche discussione in merito (grazie per l'articolo).
  3. Attilio Rispondi
    La dinamica salariale e la mancanza di meritocrazia nella carriera lavorativa post-laurea sono il vero freno che disincentiva gli studenti italiani e che premia quelli stranieri. Chiunque si laurea in Italia adesso avrà una prospettiva di 36 mesi di contratti determinati che si rinnovano per 8 volte senza certezze di risultati né ex-ante né ex-post e inoltre se vuole intraprendere una libera professione deve sottoporsi alle vessazioni e alle umiliazioni per cercare un praticantato. Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di liberalizzazioni. Incominciamo dal liberalizzare le professioni e chi si laurea in qualunque materia (qualche distinguo merita quella medica) può iniziare subito la sua attività di libero professionista. Sarà il mercato a valutarlo e a dichiararne il successo o meno. La domanda che si pongono gli universitari è "che farò dopo la laurea?" Se gli diciamo che avranno contratto prorogabili sine die e senza prospettive perché dovrebbero studiare e applicarsi allo spasimo? Diciamogli: il futuro è vostro; studiate, apprendete il più possibile dai vostri docenti e il prima possibile e poi sarete voi a giocarvi la partita della vita. Homo faber sua quisque fortuna! Si otterrebbe il caos delle professioni? Forse nella fase iniziale ci sarà una fase di ingorgo, ma poi il mercato farà la selezione. Quale altro beneficio ricadrebbe sulla società italiana? La riduzione delle tariffe professionali che a dispetto del paniere Istat e del Cpi continua a salire. Lo Stato e la società ne beneficerebbero doppiamente (meno studenti a bighellonare per anni e più laureati di buona qualità) con potenzialità da sfruttare. Se non diamo speranze a chi vuole studiare, chiudiamo le università e facciamo di questo Paese l'hub europeo degli imbianchini, dei muratori, degli elettricisti, dei panettieri e degli idraulici. Ma poi non lamentiamoci che non abbiamo le competenze tecniche per progettare aerei, auto, macchinari e tutti i prodotti ad alto valore aggiunto che creano ricchezza e prospettive di crescita economica nel lungo periodo.
    • rob Rispondi
      "..l'hub europeo degli imbianchini, dei muratori, degli elettricisti, dei panettieri e degli idraulici" Esiste già! E' quello propagandizzato delle piccole aziende- della presa per i fondelli del "fenomeno del Nord -Est" del piccolo ma bello (studiare il dialetto...)
  4. Max Rispondi
    Analisi interessante. Aggiungo io una quarta interpretazione più pessimistica: "grade inflation" o riduzione degli standard educativi. Docenti ed istituzioni di fronte al calo di risorse (20% circa citato nell'articolo) cercano di compensare la minore efficacia didattica (esempio minori fondi per esercitazioni e tutoraggi rispetto al passato) rendendo il corso di studi meno selettivo, in poche parole gli esami più facili. Inoltre, se gli Atenei vengono penalizzati in termini di risorse sulla base del tasso di abbandono, ed in assenza di un controllo di qualità dei laureati (es. correzione a campione degli esami da parte di docenti esterni all'Ateneo) è chiaro quale sarà il loro incentivo. Resta comunque il fatto che gli abbandoni sono inefficienti, e che forse gli studenti che abbandonano non sono stati adeguatamente orientati. Per caratterizzare la riduzione degli abbandoni come guadagni di efficienza del sistema ci sarebbe forse bisogno di una valutazione delle competenze degli studenti universitari (o laureati) basata su test standardizzati, per confrontare i laureati nel tempo (abbandonano di meno ma sanno meno?). Anche qualora non si volessero confrontare tra loro gli Atenei (per evitare il solito vespaio), valutazioni di questo tipo sarebbero comunque interessanti per confrontare i laureati di uno stesso Ateneo nel tempo e garantire che gli standard rimangano immutati.
    • Giulio Grossi Rispondi
      Max hai fatto un esempio preciso, ma la conclusione (almeno nella mia esperienza) è stata differente: spesso ho partecipato a corsi che prevedevano negli anni passati seminari, esercitazioni e tutoraggi che erano indispensabili per poter sostenere l'esame, ma per mancanza di fondi sono stati cancellati. La pressione di questo problema è ricaduta sugli studenti che hanno dovuto barcamenarsi per preparare esami di Macroeconomia avanzata o Econometria senza l'assistenza dell'università, con i professori che consapevoli del loro ruolo non abbassavano il livello dell'esame, spronando lo studente a tirar fuori quel "gap" di preparazione che avrebbe dovuto fornirgli il corso. Morale della favola: sputando sangue ci s'è fatta e siamo arrivati allo stesso livello con molti servizi in meno, e questo non è un caso isolato, spesso e volentieri è scelta discrezionale del professore come gestire il livello del corso, e almeno da me non si sono fatti problemi a bocciare indiscriminatamente, pur riconoscendo tutte le attenuanti del caso.
  5. Fabio M. Manenti Rispondi
    Sarebbe interessante avere qualche informazione più disaggregata (ad esempio per classi disciplinari o per aree geografiche).
  6. Francesco Ferrante Rispondi
    Il dibattito sulle inefficienze e sui presunti sprechi dell'università italiana, che pur sono presenti, è stato viziato da analisi poco rigorose, discutibili operazioni di data mining e pregiudizi. In pochi sono andati a controllare la documentazione Oecd, che restituisce un quadro ben diverso. Fatto 100 il costo di un laureato italiano nel 2009 (43.218 dollari), prima quindi che si verificassero i tagli degli ultimi governi, a parità di potere d’acquisto, un laureato spagnolo costava 182, uno tedesco 207 e uno svedese 239 (Oecd, 2012). Un’efficienza complessiva del sistema, quella palesata da questi dati, che paghiamo a caro prezzo in termini di difficoltà a potenziare la qualità dell’offerta didattica e, soprattutto, a offrire servizi di supporto alla didattica e a sostegno del diritto allo studio, a tutto detrimento degli studenti più svantaggiati e a più elevato rischio di abbandono. Va rilevato che il riferimento al presunto peso eccessivo della spesa universitaria in conto corrente e, in particolare, di quella relativa al personale docente, non trova riscontro nella documentazione Ocse. La prime in Italia hanno un’incidenza sulla spesa totale del 90,8%, inferiore alla media europea a 21 paesi (91%) e a quella dei paesi Ocse (91,2%). La spesa per il personale docente ha un’incidenza sulla spesa in conto corrente del 35,9%, decisamente inferiore alla media europea a 21 paesi (42,7%) e a quella media dei paesi Ocse (41,6%). Il Regno Unito, spesso segnalato come esempio virtuoso, presenta un’incidenza rispettivamente del 94,9% e del 43,1%.
    • Riccardo Rispondi
      Caro Francesco, riguardo ai dati che hai fornito sul costo medio di uno studente: si tratta del costo complessivo (pagato in parte dallo studente e in parte dallo stato) o del solo costo per lo stato? Perché nel secondo caso questo minor costo dello studente italiano è dovuto alle maggiori tasse pagate rispetto che in Germania o in Svezia (dove addirittura le tasse sono negative, cioè lo stato effettua un trasferimento monetario - dovrebbero essere circa 300€ al mese - ad ogni studente ovviamente in corso). Naturalmente questo fatto da solo (le maggiori tasse) implica una maggiore selezione sociale, e quindi una più forte inequality of opportunities, perché è molto più difficile in Italia rispetto che in Svezia per uno studente povero ma meritevole arrivare alla laurea. Ne credo che la via inglese/americana dei prestiti d'onore sia sensata a causa sia delle enormi inefficienze e imperfezioni del mercato del credito italiano ma anche e sopratutto, perché una persona povera è tendenzialmente molto avversa al rischio. E tutto questo limitandosi alle motivazioni economiche perché moralmente costringere una persona povera ad indebitarsi per decine di migliaia di euro per poter studiare ed avere così le stesse opportunità di un "figlio di papà" è una cosa molto squallida. Chiederei all'autore e a lavoce di fare un altro articolo sull'argomento con dati più approfonditi.
  7. Paolo Palazzi Rispondi
    Non vorrei che la conclusione dei politici fosse di continuare a ridurre risorse per aumentare l'efficienza. L'asino di Buridano è una storia molto ignorata nella politica di questi ultimi anni in Italia e in Europa.