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  1. Marco Rispondi
    Sono dell'opinione che prima di liberalizzare qualsivoglia settore economico occorra preliminarmente liberalizzare il suo mercato di riferimento. Ove ciò non sia possibile, ad esempio per la presenza di monopoli naturali obbligati (come nel caso del servizio idrico) si dovrebbe usare estrema cautela nel privatizzare, cosa che non è stata fatta in passato dai governi succedutisi negli anni, che hanno privatizzato settori in monopolio in nome di principi sempre rifiutati dai cittadini (vedi referendum sull'acqua) e di norme europee falsamente indicate come cogenti (laddove viceversa l'Europa non ha mai obbligato nulla a nessuno, come è ampiamente dimostrato dal fatto che nella gran parte dei più avanzati paesi europei il servizio idrico è interamente pubblico e gestito dal pubblico). I risultati prodotti da questo tipo di politica disastrosa sono sotto gli occhi di tutti: aziende distrutte finanziariamente e conseguente mancato incremento degli investimenti. Se non vogliamo in futuro piangere altre Alitalie e/o Telecom (l'insieme delle aziende idriche e multi-utilities ha bruciato quantità di ricchezze enormi) dobbiamo subito correre ai ripari, proprio come dice Spartaco. Altrimenti ce ne pentiremo. L'Acea (che ad oggi ha consolidato debiti per poco meno di 3 miliardi) ha di recente approvato un piano industriale pluriennale con 2,4 miliardi di nuovi investimenti (almeno così riportava la stampa di recente). Ma con quali soldi li fa? Ma è ovvio: aumentando ancora il debito, in una spirale perversa che vede distribuire utili distribuiti sempre maggiori (come quest'anno) consolidando debiti sempre più importanti, sino a quando la situazione non sarà più sostenibile ed allora tutti scapperanno. Chi resterà? Anche questo è ovvio: lo Stato (in questo caso i cittadini di Roma) che dovrà riprendersi la bad company. Svegliamoci ragazzi!
  2. Roberto Marchesi Rispondi
    La distinzione tra le liberalizzazioni e le privatizzazioni e' puramente "tecnica", o meglio "politica", essendo in realta' entrambe le line economiche fortemente insite nel sistema capitalistico. Una reale distinzione, con profonde ripercussioni sul sistema economico del paese, dovrebbe essere basata tra economie ad ispirazione "egocentrica" (quelle ispirate al liberalismo economico capitalista) ed economie ad ispirazione "solidarista", quelle che hanno nel benessere sociale e nella crescita egualitaria le linee di fondo. Questa nuova ripartizione ribalterebbe l'attuale classificazione (destra-sinistra), ormai senza senso e dividerebbe le line politche su due fronti che troverebbero le (attuali) destre e le sinistre insiemeda una parte, contro un (attuale) centro, tutto improntato all'egocentrismo capitalista, dall’altra parte. Cordiali saluti da Dallas, Texas - Roberto Marchesi
    • rob Rispondi
      Una terza via come indicava Adriano Olivetti, no?
  3. Spartaco Rispondi
    Il futuro -dopo 30 anni di disastri in salsa neoliberista-è fare l'esatto opposto. Più Keynes e meno Hayek, più stato e meno mercato, più tutele e meno deregolamentazione.
    • Gianfranco Rispondi
      Ma di che neo-liberismo parli? Di quello della Camusso?
      • Spartaco Rispondi
        Ti ha risposto Marco nel suo ottimo post.
  4. Piero Thor Rispondi
    Articolo molto interessante che mi ha fatto notare una cosa a cui non avevo mai pensato: guardando il caso limitato dell'Italia azzarderei che ognuno difende i propri bacini elettorali (che sono quelli che gli garantiscono le poltrone); quindi a sinistra per difendere i dipendenti parastatali (anche se in esubero) non vendono le aziende parastatali e liberalizzano le professioni o gli autonomi (che votano a destra), mentre a destra non liberalizzano le professioni e viceversa per far cassa e magari abbassare le tasse agli autonomi (o non alzarle, o far finta di non vedere che evadono) preferiscono far cassa vendendo con cui finanziar le minori tasse o mancati aumenti.