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Poste: qui manca la concorrenza

L’intervento di Vincenzo Perrone “Fuori dal coro sul caso Poste italiane” offre l’opportunità di tornare sul tema delle privatizzazioni e liberalizzazioni su cui abbiamo recentemente proposto un commento.

LA LOGICA AZIENDALE NON È LA RISPOSTA

Il contributo di Perrone valuta le scelte di Poste italiane, con la diversificazione delle attività nel settore bancario, assicurativo e di telefonia mobile, sotto il profilo della razionalità e profittabilità aziendale, offrendo un giudizio positivo. Al contempo, l’ipotesi di separazione delle attività bancarie e assicurative viene giudicata impraticabile e fonte di perdite rilevanti nelle sinergie che la rete di sportelli, infrastruttura essenziale di Poste italiane, consente. Inoltre, valuta l’accusa di concorrenza sleale, associata alla dinamica salariale dei dipendenti di Poste italiane ben più bassa rispetto ai loro colleghi che operano nei comparti bancario e assicurativo, ritenendo che siano i salari di questi ultimi a essere oggi non giustificati dalla produttività degli attori.
Ritengo che una valutazione delle politiche pubbliche, quali la liberalizzazione del settore e la privatizzazione di Poste italiane, non possa essere bassata su una logica aziendale: sicuramente Poste italiane ha dimostrato un acume manageriale nel cogliere le opportunità che una infrastruttura sottoutilizzata, oggi e tanto più in futuro per la progressiva riduzione delle attività postali tradizionali, offriva nell’utilizzare la rete di sportelli per vendere prodotti bancari e assicurativi. Ma il successo di BancoPosta, Poste Vita e Poste Mobile non rappresenta la risposta alla domanda che, dal punto di vista delle politiche pubbliche, è necessario porsi. E che possiamo articolare in questo modo: quali potenzialità per lo sviluppo dei mercati e della concorrenza possono essere utilizzate quando esiste una infrastruttura, la rete di sportelli con i collegati sistemi Ict e di logistica, che risulta sovradimensionata rispetto all’evoluzione dei servizi postali tradizionali, ma che è fungibile anche per la distribuzione di altri servizi, tra cui quelli bancari e assicurativi?

LIBERALIZZAZIONI NEI SETTORI A RETE

Per articolare una risposta è forse bene ricordare come le politiche di liberalizzazione hanno provato a rispondere in altri settori a rete che sono stati aperti alla concorrenza negli ultimi quindici anni:

  • Una separazione funzionale (telecomunicazioni) o proprietaria (elettricità e gas) tra le attività di rete e le attività di servizio che possono utilizzare la rete stessa
  • L’apertura dell’accesso all’infrastruttura essenziale per i concorrenti nelle attività di servizio
  • La regolazione delle tariffe di accesso alla rete.

Questo schema di ridisegno dei mercati è applicabile al caso di Poste italiane? Ritengo che la domanda, per cui le risposte sono sicuramente complesse, non sia stata mai affrontata, creando una notevole distonia tra i modi con cui le grandi industrie a rete sono state liberalizzate negli ultimi quindici anni e il caso dei servizi postali.
A titolo di esempio, per quale ragione non è possibile immaginare che le reti di sportelli possano prevedere postazioni o spazi di ufficio, dove oggi opera il funzionario di Poste italiane che vende prodotti assicurativi di Poste Vita, che invece siano utilizzati, pagando un affitto, da broker assicurativi che vendono prodotti delle diverse compagnie di assicurazione e che possono sfruttare la rete per operare in modo coordinato? In questo modo, la concorrenza nel settore assicurativo, le cui difficoltà sono associate alla mancanza di operatori multi-mandatari e alla difficoltà di entrata e crescita dei concorrenti per la necessità di costruire reti di agenti proprie, potrebbe trovare una spinta ben più forte che non l’emergere di un nuovo operatore.
Non pretendo, in queste poche righe, di definire un progetto per sua natura di grande complessità. Ma vorrei sottolineare come il punto di vista necessario per ragionare sulle liberalizzazioni non sia quello di ricercare, in una logica privatistica, i modi per sfruttare in prospettiva di profitto aziendale le sinergie di una grande infrastruttura di rete, ma casomai quello di immaginare, in una logica pubblicistica, come tali sinergie possano essere messe al servizio dello sviluppo dei mercati.

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Il Punto

  1. Fabrizio

    Alcune osservazioni:
    1. Il mercato non è un concetto astratto ma una somma di imprese, anche la concorrenza non è un concetto astratto ma esiste solo tra imprese: quindi “sviluppare i mercati e la concorrenza” cosa vuol dire? Sviluppare le imprese esistenti o aggiungere altre imprese? Ed in che modo: premiando le imprese più efficienti o penalizzandole per farne entrare altre che inizialmente non sono o non possono essere efficienti? E’ un tema sicuramente aperto, l’efficienza complessiva di un sistema è data dalla somma delle efficienze dei singoli componenti, non è detto che aumenti aggiungendo attori meno efficienti, anzi, si potrebbe instaurare un meccanismo di adverse selection.
    2. Oltre a non esistere un concetto astratto e generalizzato di mercato, bisogna anche stare bene attenti a definire i segmenti di mercato (Abell docet: bisogni/funzioni d’uso, classi di clienti, tecnologie/prodotti): di cosa stiamo parlando, servizi bancari, assicurazioni o servizi postali? I primi due sono ampiamente in libera concorrenza e non esiste il concetto di “rete degli uffici postali” come rete unica paragonabile alla distribuzione elettrica, del gas o dell’ultimo miglio delle telecomunicazioni (oggi i pagamenti si fanno all’ufficio postale come al tabaccaio o via internet, per le assicurazioni ci sono fitte reti di agenti delle diverse compagnie, per gli Atm e gli sportelli bancari idem). Quindi il tema non è, come si dice nell’articolo, l’utilizzo degli uffici postali da parte di altre banche o compagnie assicurative: sarebbe come chiedere a Coop di vendere i prodotti a marchio Auchan quando ognuno ha la sua rete di supermercati.
    3. Le vere domande dovrebbero essere relative al servizio postale puro (i pacchi sono già in regime di concorrenza), o meglio a quella parte di servizio postale per la quale Poste è il gestore incaricato del servizio postale universale in Italia: le cassette postali, gli uffici postali, i postini accettano e consegnano solo le lettere di Poste Italiane e non di altri. Ma se questo segmento di mercato è in calo, a volumi e valore, ha senso costringere l’apertura di questa rete di accettazione, smistamento e consegna ad altri? Non è molto più efficace ed efficiente per il sistema paese che l’azienda stessa arricchisca questa rete con altri prodotti e servizi di valore per lo stato ed i cittadini, quali ad esempio l’accettazione di pagamenti a casa, la consegna di notifiche e certificati, etc., in modo da rendere meno inefficiente per l’azienda il costosissimo obbligo del servizio postale universale, certo non remunerato dai soli contributi statali?

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