Due sono le critiche principali che hanno accolto la decisione di Poste italiane e del ministero dell’Economia e Finanze di vendere il 40 per cento dell’azienda.

IL FUTURO DI POSTE ITALIANE

La prima: sarebbe stato meglio scorporare i servizi bancari e assicurativi da quelli postali, cedendo al mercato i primi due e costringendo Poste italiane nel solo ambito dell’obbligo pubblico al servizio postale universale. In questo modo, il mercato si sarebbe affrettato a comprare i due business finanziari pagando anche multipli di 10-15 volte l’Ebitda, come ha scritto qualche ottimista. (1) È l’ipotesi dello “spezzatino” che, per chi la propone, avrebbe anche finalmente posto rimedio, seconda critica, alla concorrenza sleale che Poste fa a operatori finanziari privati. (2) La slealtà nascerebbe dal fatto di sfruttare la rete capillare di distribuzione esistente, di pagare il proprio personale meno dei concorrenti e di ricevere sussidi pubblici per la copertura dei costi del servizio postale universale in questo modo creando una ambiguità irrisolvibile nell’accertamento dei flussi di costo e di ricavo dei diversi business.
Noi crediamo che sia possibile rispondere a queste obiezioni, e quindi difendere le scelte fatte, sulla base di due elementi: alcuni principi di sana gestione aziendale e una conoscenza non superficiale dell’azienda. Si deve cominciare col chiedersi in che modo un’impresa come Poste crea valore e se questi meccanismi sono sostenibili nel tempo. Immaginate ora di essere il proprietario della più grande azienda privata di servizi postali tradizionali del nostro Paese. Siccome avete spedito l’ultima cartolina della vostra vita alla gita scolastica del liceo e controllate le bollette della luce sul cellulare, sapete che il vostro business è destinato a sparire nel corso di breve tempo e voi e i vostri dipendenti a fallire con lui. Vi trovate cioè di fronte allo stesso problema che hanno avuto prima di voi migliaia di altre imprese, dalla Ibm a Benetton, di fronte al declino della propria area di affari tradizionale. Come hanno reagito quelle imprese che non sono morte nella congiuntura? Hanno cercato di utilizzare le proprie risorse e le proprie competenze in nuove aree di attività, diversificando. Questo è esattamente quello che ha fatto Poste italiane sfruttando come forma di vantaggio competitivo le economie di raggio d’azione: ovvero la possibilità che il costo di produzione congiunto di due attività sia minore alla somma del costo di produzione disgiunto delle stesse attività. La risorsa critica sono proprio la rete di sportelli e i lavoratori che vi operano. Attraverso di essi possiamo veicolare tutta una serie di servizi diversi. Un costo solo, numerose possibilità di ricavo. È l’uovo di Colombo. Ma come tutte le uova, è fragile. Se si decide improvvisamente di separare laddove esiste una indivisibilità tecnica, non si fa solo una cosa che farebbe inorridire due premi Nobel per l’economia come Ronald Coase e Oliver Williamson: si distrugge il meccanismo di generazione del valore. Sapete quante persone sul totale di 146mila circa di Poste lavorano solo per Poste Vita (che oggi incide per quasi il 60 per cento dei ricavi complessivi) e per Banco Posta (intorno al 20 per cento)? Meno di 300 nel primo caso e poco più di mille nel secondo. Questo vuol dire che sono i 70mila dipendenti dietro gli sportelli che realizzano quei risultati economici. Per scorporare come si vorrebbe, occorrerebbero anni per distinguere sportello da sportello e dipendente da dipendente fino a creare dal nulla una banca e una assicurazione capaci di stare in piedi da sole. E in ogni caso: aziende tagliate così (non solo il loro portafoglio clienti che, quello sì, fa gola a tanti) sarebbero appetibili da un mercato dove gli operatori specializzati stanno tagliando gli sportelli e riducendo l’occupazione? Davvero qualcuno pagherebbe 40 miliardi una banca e una compagnia di assicurazioni solo italiane e uguali a tutte le altre? (3) Ci si dimentica infatti che quando si suggerisce con forza di vendere bisognerebbe allo stesso tempo sapere indicare chi compra e a quali condizioni.

UN CASO DI CONCORRENZA SLEALE?

E veniamo all’accusa di concorrenza sleale. Invece di plaudere a una forma di moderazione salariale e di solidarietà tra lavoratori, promossa e sostenuta anche da un grande sindacato, si fa finta di scandalizzarsi mentre si preparano sanguinose riduzioni del personale sia nelle banche che nelle assicurazioni private (lo sosteneva Romano Prodi in una intervista apparsa sul Corriere il 2 febbraio). Che trovano giustificazione anche in stipendi del settore finanziario, quelli sì forse troppo alti per come la produttività del lavoro rispetto al capitale si è modificata. Per effetto non della sleale concorrenza di Poste, ma dalla smaterializzazione di prodotti e processi produttivi. È interessante che i vertici delle banche e delle assicurazioni del nostro paese, peraltro beneficiari di remunerazioni altissime anche rispetto ad altri paesi oltre che in rapporto alla base della loro struttura e ai risultati che hanno prodotto ultimamente, siano preoccupati più della concorrenza di Poste italiane, che di quella di temibili potenziali nuovi entranti. Francisco González, banchiere di Bbva, ha invece ricordato ai suoi colleghi dalle pagine del Financial Times che nel medio termine proprio nuovi competitor come Google o Amazon potrebbero avere un impatto devastante. Una buona notizia per i futuri possessori di azioni Poste italiane è che questa azienda è meglio attrezzata delle banche tradizionali a competere nello scenario dominato da “big data”, avendo investito per sovrapporre alla propria rete distributiva fisica una rete virtuale informatica d’avanguardia, che costituisce un’altra risorsa competitiva fondamentale. Anche per un paese davvero in cerca di occasioni di politica industriale seria più che per le sole Poste. Il secondo fattore distintivo di Poste è infatti la capacità di innovazione sia nei prodotti/servizi (basti pensare a Postepay) che nell’utilizzo delle tecnologie. Quanto infine all’obiezione circa la confusione nella determinazione di costi e ricavi di business diversi e correlati, che potrebbero sussidiarsi tra loro, basta rispondere che questa è condizione comune a tutte le conglomerate diversificate, come General Electric, che utilizzano gli strumenti di verifica e controllo indipendente per porvi rimedio.
Insomma, ci pare che un giudizio fortemente negativo sulla vendita di una quota significativa di Poste italiane nasca prevalentemente da pregiudizi ideologici. Il primo: quello sempre contrario all’intervento diretto dello Stato in economia e sempre favorevole ai privati. Che si tratti di un pregiudizio lo dimostrano la storia del nostro paese (dove senza incentivi statali non si sarebbero mosse nemmeno le navi di Garibaldi), quella più recente di nazioni forse più liberiste di noi come gli Usa e il bilancio non proprio felice di molte delle operazioni di privatizzazione all’italiana, dalle telecomunicazioni all’acciaio. Il secondo pregiudizio, stranamente diffuso anche a sinistra, privilegia il bene dei consumatori, o peggio di una categoria, senza volto e senza interessi definiti, come i “cittadini”, rispetto a quello dei lavoratori. A nostro avviso i benefici della privatizzazione integrale e tramite “spezzatino” andrebbero almeno messi in rapporto al rischio occupazionale e quindi di ulteriore depressione della domanda interna. Occorre allora combattere questi pregiudizi, come tutti gli altri, misurandosi sui fatti ed esplicitando gli interessi che si tutelano davvero. Altrimenti l’economia rimarrà una triste scienza. E tutti si convinceranno, prima o poi, che nel luogo comune, è vero solo l’aggettivo.

* L’autore ha partecipato a uno studio commissionato da Poste Italiane al Centro di ricerca su organizzazione e management aziendali (Croma) della Bocconi.

(1) Si veda l’analisi, a cura di S. Caselli, Bocconi-CorriereEconomia del 3/2/14 http://archiviostorico.corriere.it/2014/febbraio/03/Poste_Una_quotazione_troppo_ordinaria_ce_0_20140203_cb169d6a-8c9f-11e3-8e9a-ae03c52e6797.shtml
(2) Si vedano anche M. Polo e R. Puglisi qui https://www.lavoce.info/privatizzazioni-liberalizzazioni-eni-enel-poste-italiane-ferrovie-dello-stato/
(3) Sempre dall’analisi Bocconi-CorriereEconomia citata.

Si veda la replica di Michele Polo del 14.02.2014

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