L’interessante analisi di Sabrina Iommi per l’ennesima volta conferma quanto hanno sostenuto negli ultimi venti anni molti esperti di finanza locale e commentatori. I costi della politica locale sono ininfluenti e a mala pena ristorano gli interessati per l’opera prestata. 

di Marino Massaro*

La dilagante e disdicevole moda di addossare, sic et simpliciter, tutti i reali problemi dei conti pubblici alla “casta” dei politici è puro populismo, figlio di ignoranza o di malafede.
Restando al tema tecnico di finanza locale, Iommi riprende la teoria della curva ad “U” della spesa corrente notata dagli studiosi (Gori, Rey, Pica, Pola e altri) negli anni ‘70 quando iniziavano a manifestarsi gli effetti della sciagurata (per gli enti locali) riforma Visentini che introducendo Irpef, Ilor e Iva troncò di netto quella già non considerevole, ma sufficiente autonomia impositiva comunale allora vigente.
Come i più anziani ricordano, due furono i fatti conseguenti: la previsione di finanziare i Comuni e le Province con i “trasferimenti erariali sostitutivi dei tributi soppressi” e l’esplosione della spesa corrente e in conto capitale negli enti locali (specie di maggiore dimensione e dell’Italia settentrionale) per fronteggiare i nuovi fortissimi bisogni delle rispettive collettività (basti pensare all’impatto dei flussi migratori interni degli anni ‘60 su città come Torino, Milano o Roma).
L’accumularsi del debito locale frutto della differenza tra i due fattori input-output portò, come noto, alla necessità del famoso intervento dello Stato e del Tesoro con il primo decreto Stammati (1972) di consolidamento della finanza locale il cui squilibrio provocava allora forti problemi di compatibilità con le esigenze di credito bancario del sistema produttivo. Allo “Stammati 1” seguirono decine di decreti:  un vero regime “decretizio” fondato per quasi un ventennio su una logica incrementale delle dotazioni finanziarie, specie di parte corrente, senza che vi sia stato il minimo sforzo di affrontare il vero nocciolo duro della finanza locale: la riqualificazione (e conseguente riduzione o moderazione) della spesa e la definizione di un congruo sistema di cespiti tributari autonomi per gli enti locali, possibilmente correlato alle rispettive funzioni (esempio: tassazione sulle case per i Comuni e imposte automobilistiche per le Province che hanno competenze sulla viabilità).
I tanti studi effettuati in quegli anni avevano più volte dimostrato l’andamento ad “U” della spesa che evidenzia tre ordini di bisogni sul piano del riassetto istituzionale e organizzativo delle Autonomie.
Primo, se è vero, come è, che il migliore rapporto tra spesa e dimensioni demografiche si ritrova nella classe 15mila-30mila abitanti, occorre portare il livello di gestione dei servizi locali a quella misura, senza costringere a fusioni di enti storici ma (come aveva previsto l’ottimo e dimenticato disegno di legge Napolitano-Vigneri) favorendo la gestione associata di taluni servizi tra Comuni contermini.
Secondo, resta comunque necessario un regime di finanza locale ad hoc per i Comuni di piccolissima dimensione e per quelli di grande dimensione. Ne discende (e ne discendeva già allora) che sul piano delle funzioni non ci poteva più essere la parità di obblighi per un ente di 3mila abitanti e per Roma e che si rendeva necessaria una meditata riforma ordinamentale e finanziaria che desse corpo al dettato costituzionale.
Terzo, rimane indispensabile una funzione perequativa dei residuali trasferimenti erariali (ex compensativi dei tributi soppressi) ai Comuni secondo le modalità messe a punto negli anni passati (decreti Andreatta) dal ministero dell’Interno.
Cosa è  successo, invece? Dopo tanti studi,  convegni, assemblee, commissioni speciali (vedasi la prima Commissione “Maroni” per la riforma della finanza locale, 1994) che avevano quasi definito un progetto minimamente ragionevole, è esplosa la smania disgregatrice e populista che, senza portare alcun beneficio alla finanza pubblica, ha distrutto quel  poco che restava dell’autonomia impositiva locale.
Questi sono gli effetti di scelte politiche improvvide, non estranee (a mio modesto avviso) alle gravi degenerazioni di comportamento del ceto politico, che hanno ridotto gli enti locali a sportelli di spesa del sistema centrale statale, riconducendo le autonomie a quel ruolo di residualità rispetto alle esigenze del bilancio dello Stato che deve essere definito storico, dato che (riportano gli atti parlamentari) già all’indomani dell’unità d’Italia, Camillo Benso di Cavour, intervenendo al Senato, denunciava come pericoloso fenomeno.
Quali prospettive? A parte l’ovvia e doverosa opera di pulizia dei comportamenti di spesa illeciti ad opera delle varie “caste”, sarebbe a mio avviso il caso di riprendere in considerazione la struttura dell’intero ordinamento, nell’ottica di un riavvicinamento (che responsabilizza e aumenta il controllo democratico) delle istituzioni al cittadino anche attraverso il ripristino di una consistente autonomia impositiva, la riqualificazione della spesa pubblica locale basata non sui tagli a raso bensì sulla riduzione-riallocazione delle funzioni, il recupero del disperso concetto di Stato-ordinamento che è l’opposto di quello di Stato-ente, sotto il cui tetto tutto è possibile. Anche il nutrimento di vecchie e nuove caste.

*Giornalista, già caposervizio della redazione Norme e Tributi (settore enti locali) de Il Sole 24 Ore-Milano

 

La risposta dell’autrice

Concordo su alcuni punti e meno su altri.
Partiamo dai punti di accordo: confermo che i costi della politica a livello locale, nel caso dei comuni di piccola dimensione, sono veramente ridotti. Questo però non è vero per le grandi città, un po’ perché sono più complesse, un po’ perché in alcuni casi ci sono dei veri e propri eccessi (si veda il divario Nord-Sud).
Fatta questa necessaria premessa, tuttavia, ritengo che il costo della politica vada valutato non solo in senso assoluto, ma anche in rapporto alla funzione svolta, con un approccio costo-benefici. Con quest’ottica i comuni di piccole dimensioni risultano “perdenti”, non perché costino troppo, ma perché non riescono ad agire. Quindi, confermo che l’evidenza empirica dimostra che sotto i 15-30mila abitanti, gli enti non riescono a gestire le funzioni di cui sono titolari.
A questo punto, preso atto del problema, le soluzioni possono divergere.
La mia opinione è che gli enti vadano accorpati, perché ciò evita soluzioni temporanee e volontaristiche (che per anni abbiamo atteso inutilmente, peraltro) e inefficaci duplicazioni di strutture. In più, l’accorpamento avrebbe il vantaggio di rendere più coerenti i confini amministrativi con i bacini territoriali in cui le persone svolgono realmente le loro azioni quotidiane.
Una soluzione alternativa alla fusione può essere quella di prevedere funzioni differenziate in base alla taglia degli enti, ma di fatto ciò vuol dire svuotare i piccoli delle loro competenze e lasciar loro solo la funzione di “ascolto sociale”, che peraltro potrebbe essere svolta con strumenti più idonei (associazionismo, strumenti di partecipazione). La considero dunque una soluzione perdente.
Infine, un breve commento sulla questione dell’autonomia impositiva. Concordo sul fatto che i governi locali, per avere senso, debbano avere potere decisionale di entrata e di spesa e rispondere ai cittadini delle scelte effettuate. Per svolgere appieno questo ruolo, tuttavia, occorre che superino la dimensione minima necessaria.

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