L’intervento di Chiara Saraceno  sull’azione del Governo in materia di povertà plaude al significativo incremento delle risorse per il contrasto alla povertà, ma critica il fatto che ad esso continui ad accompagnarsi un intervento non solo frammentario, articolato cioè su più istituti, ma anche fortemente categoriale.

In realtà, a fronte di una forte frammentazione nelle risorse (che si accompagna a vincoli stringenti nel loro utilizzo), il Governo sta costruendo una misura unitaria contro la povertà, di carattere nazionale, che in prospettiva dovrebbe diventare universale, che vada al di là di un semplice trasferimento monetario e si configuri come un Sostegno all’Inclusione Attiva (Sia). Questo in accordo con i principi che sono stati compiutamente elencati nel documento elaborato dalla Commissione istituita dal Ministro Giovannini e da me presieduta, che definisce il Sia come una misura: nazionale, universale, di inclusione e di attivazione, a base familiare, ma con attenzione per gli individui, rivolta anche agli immigrati condizionatamente a un periodo minimo di residenza in Italia.
La linea scelta va quindi esattamente nella direzione indicata da Chiara Saraceno. Il problema, ovviamente, sta nella sua implementazione. Vediamo allora di capire in cosa consista questa strategia di contrasto alla povertà e come si evolverà nel 2014 a seguito delle decisioni finora adottate.

LA STRATEGIA DI CONTRASTO ALLA POVERTÀ

La strategia muove da una misura sperimentale, introdotta dal Governo Monti e poi estesa dal Governo Letta, che affianca ad un trasferimento monetario (che varia da un minimo di 231 euro mensili a un massimo di 404 euro in funzione della numerosità della famiglia), realizzato attraverso una carta acquisti (1), un intervento di inclusione attiva (2). Il nucleo familiare beneficiario dell’intervento stipula un patto di inserimento con i servizi sociali degli enti locali, il cui rispetto è condizione per la fruizione del beneficio. I servizi sociali, per parte loro, si impegnano a favorire con servizi  di accompagnamento il processo di inclusione e di attivazione sociale di tutti i membri del nucleo. Nel caso degli adulti, ad esempio, si promuove, in collegamento con i centri per l’impiego, la partecipazione al mercato del lavoro, anche attraverso esperienze formative e di riqualificazione professionale. Nel caso dei minori, si richiede l’assolvimento dell’obbligo scolastico e il rispetto dei protocolli delle visite sanitarie pediatriche.
Questa misura soddisfa quindi molti dei principi richiesti dal Sia, ma presenta due limiti molto importanti. Innanzitutto, non è nazionale: la sperimentazione è stata avviata, per ora, solo nelle dodici città con più di 250 mila abitanti. In secondo luogo è uno strumento categoriale, in quanto è rivolta esclusivamente ai nuclei familiari con minori e con un forte disagio lavorativo, che sono i nuclei nei quali più forte è l’incidenza della povertà (3).

QUALI E QUANTE RISORSE

Chiara Saraceno ammette che criteri così stringenti potevano avere un senso, stanti le ridotte risorse disponibili, quando è stata varata la sperimentazione nelle dodici città, ma si chiede perché non siano stati abbandonati, a favore di una misura universalistica, quando la sperimentazione è stata (come si vedrà) allargata a tutte le regioni del Sud, o perché non lo siano ora che i fondi destinati al contrasto della povertà sono consistenti. Per rispondere a questa importante obiezione occorre guardare non solo alla natura di questi fondi ma anche alla successione temporale con cui sono stati reperiti (vedi tabella 1).

Tabella.1                            Fondi per il contrasto alla povertà (in milioni di euro)

tabella guerra

 

*Valutazione provvisoria della ripartizione sui due anni dei 300 milioni destinati al Sud

 

Nell’ambito della prima riprogrammazione dei fondi europei (giugno 2013), promossa dal Ministro Trigilia, occorreva scegliere fra obiettivi concorrenti, (molti relativi al sostegno all’occupazione) in accordo con le regioni interessate. Rispetto all’insuccesso di tentativi esperiti, nella stessa direzione, dal precedente governo, è stato un buon risultato ottenere, con il dl 76/2013, quei 167 milioni che permettono di realizzare una misura che copre tutto il territorio meridionale, sia pure con lo stesso target categoriale della misura riservata alle dodici città.
Nonostante lo fosse per il Ministro del Lavoro, il tema del contrasto alla povertà non è stato assunto come prioritario dal Governo nella legge di stabilità, che ha inizialmente previsto il solo rifinanziamento, (250 milioni) della Social card tradizionale, cioè del sussidio introdotto dal Governo Berlusconi nel 2008, pari a 40 euro mensili, riconosciuto a individui di età superiore ai 65 o inferiore ai 3 anni, subordinatamente al soddisfacimento di un insieme di requisiti economici. Non si è inteso con tale stanziamento rafforzare quella misura, trasformandola in una vera misura di contrasto alla povertà, quanto piuttosto si è evitato di lasciare senza una pur modesta integrazione al reddito le circa 430 mila persone, per due terzi anziani, che mediamente ne beneficiano, nel periodo di transizione al Sia.
Nel corso della discussione parlamentare, la legge di stabilità è stata modificata, anche grazie ad un emendamento del Pd: la versione approvata,  prevede che, a fronte di una progressiva limitazione dei beneficiari della Social Card, una parte dei 250 milioni, unitamente ai 40 milioni all’anno aggiunti per il triennio 2014-2016, siano utilizzati per raggiunge un ammontare di risorse sufficiente ad estendere la Sperimentazione in essere a tutto il territorio nazionale. In questo modo, quindi, si è superato uno dei due limiti principali della Sperimentazione sopra citati.
Successivamente all’approvazione della legge di stabilità, la seconda riprogrammazione di fondi comunitari ha permesso di dedicare ulteriori 300 milioni per il contrasto alla povertà, che potranno essere spesi solo nelle otto regioni meridionali, sia per ampliare la platea dei beneficiari, rimuovendo alcuni dei requisiti di categorialità della misura (facendo così un ulteriore passo nella direzione del Sia a regime), sia per estendere la durata temporale dell’intervento a tutto il 2015, creando le condizioni per il suo necessario, ma non ancora certo sul piano normativo e finanziario, consolidamento.
Se dunque non si sono ancora create le condizioni per sostenere finanziariamente una misura universale, come deve essere il Sia, su tutto il territorio nazionale, per la quale la citata Commissione di studio ipotizza siano necessari non meno di 1,5 miliardi, va però ricordato che, nel discorso dell’11 dicembre, il Presidente del Consiglio Letta ha chiesto la fiducia del parlamento su un programma che prevede il consolidamento della misura, nel corso del 2015, sulla base della sperimentazione realizzata nel 2014.

VERSO UNA MISURA NAZIONALE NON ANCORA UNIVERSALE

Si sarebbe potuto e dovuto fare di più, ma il risultato importante, e non certo piccolo, è che a partire dal secondo semestre del 2014 avremo per la prima volta in Italia una misura nazionale di contrasto alla povertà, ispirata al principio dell’inclusione attiva, con cui si confronteranno contemporaneamente tutte le amministrazioni locali, anche quelle che fino ad ora non hanno avuto alcuna esperienza circa la presa in carico dei beneficiari di programmi sociali e la costruzione per essi di piani personalizzati. Una misura che potrà avvalersi di una più credibile ed equa valutazione della condizione economica dei beneficiari, grazie alla riforma dell’Indicatore utilizzato a tal fine (Isee), appena giunta in porto.
Inoltre, il rafforzamento dei servizi di inclusione che devono accompagnare il trasferimento monetario, di cui si terrà conto anche nella programmazione regionale dei servizi, sarà sostenuto dalla quota nazionale del fondo sociale europeo destinata all’obiettivo inclusione sociale per i prossimi sette anni. Un ulteriore sostegno a questi servizi verrà dal fondo europeo per gli indigenti, che andrà anche a sostenere la filiera della distribuzione alimentare e di altri beni materiali, diretta soprattutto alle figure fortemente marginali (come i senza tetto).
Come si vede, quindi, pur operando su un sentiero stretto e accidentato, abbiamo preso molto seriamente il tema della lotta alla povertà, mettendo in campo una strategia articolata, che si svilupperà ulteriormente nel prossimo biennio, e un ammontare di risorse senza precedenti.  Un’azione che è certo fuorviante etichettare come “vecchia politica”.

(1) Per questa ragione viene spesso indicata come Nuova Social Card
(2) Per questo è stata denominata dal dl 76/2013 Carta per l’inclusione
(3) I nuclei con minori sono anche quelli da cui l’Unione Europea con un’apposita raccomandazione, ha chiesto all’Italia di partire.

 

Leggi la risposta al viceministro di Chiara Saraceno

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