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Chi ha ancora paura dell’Invalsi?

In attesa del nuovo presidente, rimangono aperti gli interrogativi sulla possibilità che l’Invalsi riesca a continuare nell’importante opera di misurazione degli apprendimenti, diventando il perno del sistema nazionale di valutazione. Il nodo del potenziamento di personale e strumenti.
LA RICERCA DI UN NUOVO PRESIDENTE
Le dimissioni di Paolo Sestito dalla presidenza dell’Invalsi e la nomina di una commissione ministeriale incaricata di selezionare i candidati alla sua sostituzione, hanno riaperto il dibattito sui processi di valutazione del nostro sistema scolastico e sull’utilizzazione, a tal fine, di misure oggettive delle competenze acquisite da chi lo frequenta.
A ridestare la preoccupata attenzione sull’Invalsi di almeno una parte della pubblica opinione ha contribuito la scelta dei componenti della commissione. Non c’è dubbio che si tratti di studiosi di chiara fama e che il loro presidente, Tullio De Mauro, sia persona attenta all’uso di prove standardizzate per misurare gli apprendimenti scolastici. È anche vero, però, che l’inserimento nella commissione di qualcuno tra gli economisti, i sociologi e gli statistici che, negli ultimi anni, e proprio grazie ai test dell’Invalsi, hanno condotto rigorose analisi quantitative sul nostro sistema di istruzione, avrebbe aiutato a fugare qualsiasi timore sugli orientamenti culturali dei possibili candidati alla presidenza dell’Invalsi. Negli ultimissimi giorni, la ministra Carrozza ha dato ampie assicurazioni al riguardo e, dunque, il discorso sul futuro responsabile dell’Istituto può considerarsi chiuso, almeno fino a quando non si conosceranno il nominativo e il curriculum del prescelto.
IL FUTURO DELL’INVALSI
Aperti rimangono, invece, gli interrogativi sulla possibilità che l’Invalsi riesca a continuare le importanti iniziative di misurazione degli apprendimenti fin qui attuate e cominci a operare come perno del sistema nazionale di valutazione (Snv), giusto quanto stabilito dal pertinente Regolamento licenziato dal governo nel marzo di quest’anno (Dpr 80/2013).
Le rilevazioni Invalsi sulle competenze acquisite al termine dei vari cicli dell’istruzione d’obbligo hanno consentito che anche l’Italia disponesse di affidabili informazioni oggettive sulle quali basare meditate analisi dei punti di forza e di debolezza delle singole scuole, pacate riflessioni sulle capacità del sistema scolastico, nel suo complesso, di trasmettere saperi indispensabili per partecipare alla vita associata e – questione, forse, ancora più importante – rigorose valutazioni della capacità delle singole misure di politica scolastica di raggiungere gli obiettivi formativi che esse si erano prefisse. Per tempo immemorabile, nel nostro paese, il dibattito su tutti questi temi è stato preda di pregiudizi ideologici e di sentenziosità arbitrarie. [tweetability]L’Invalsi ha consentito che anche da noi si cominciassero a esprimere opinioni sulla scuola fondate sui fatti[/tweetability]. Naturalmente, oltre a trasmettere competenze, la scuola deve insegnare adeguate strategie cognitive e contribuire alla formazione complessiva delle persone. Una scuola che fallisse nella trasmissione di competenze sarebbe, però, una scuola generatrice di disuguaglianze e un ostacolo allo sviluppo del paese. Si può discutere se altre competenze, oltre a quelle fin qui considerate dall’Invalsi, dovrebbero essere fatte oggetto di analisi. E si può discutere su quali siano gli strumenti di misurazione più adeguati. Pare, tuttavia, ragionevole affermare che senza la raccolta di solide informazioni oggettive e standardizzate sugli apprendimenti di chi frequenta i vari ordini e gradi del nostro sistema scolastico, nulla potrebbe essere fatto per porre rimedio a sue eventuali carenze formative, o di sue singole componenti, né diffondere le buone pratiche organizzative, pedagogiche e didattiche poste in atto da dirigenti e insegnanti. Per continuare in questa sua essenziale funzione di documentazione e di analisi del funzionamento del nostro sistema scolastico e per completarla, indagando anche sugli apprendimenti raggiunti al quinto anno di corso delle secondarie superiori, l’Invalsi abbisogna, oltre che di un vertice competente, di accrescere le proprie risorse scientifiche e tecniche e la propria strumentazione informatica. Del resto, senza il potenziamento del suo personale e delle sue dotazioni strumentali, l’innesco dei processi di autovalutazione, di valutazione esterna e di rendicontazione sociale delle singole scuole e del sistema scolastico nella sua interezza, così come stabilito dal Dpr 80/2013 e già disegnato nei suoi tratti essenziali dallo stesso Invalsi (progetto Vales), non potrà mai avvenire.
 

Leggi anche:  L’importanza di “andare” a scuola

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11 commenti

  1. antonio gasperi

    Appunto, chi ha ancora paura dell’Invalsi? Nessuno, parrebbe dal contenuto dell’articolo, o forse sì, c’è qualcuno che teme “il potenziamento del suo personale e delle sue dotazioni strumentali” e questo qualcuno si trova ai piani alti del Ministero dell’Economia e ha il compito di far pareggiare il bilancio secondo il nuovo dettato costituzionale. Oppure, dato che si parla di “processi di autovalutazione, di valutazione esterna e di rendicontazione sociale delle singole scuole e del sistema scolastico nella sua interezza” il timore è di chi dirige le singole scuole che rischierebbe di lasciare che venga accertata la propria inettitudine a dirigerle? In attesa che la montagna partorisca il topolino, restiamo in attesa di una rendicontazione dei soldi finora già spesi. Saluti

  2. alberto vergani

    Condivido le preoccupazioni espresse da Schiezzerotto; è assolutamente da evitare, per il bene di tutti, che si ripeta la ‘solita’ incompiuta italica. Imperdonabile stavolta, forse ancora più delle altre ….

  3. rob

    aldilà delle banali esternazioni di Ricolfi in merito “..all’aiuto che i professori del centro-sud forniscono agli studenti…” . Questo strumento parte male perchè strumento atto a fare ricevere contributi. Se la scuola si scrollasse di dosso tutti gli orpelli di Consigli di classe, sindacati, psicologi etc e i professori ritrovassero l’orgoglio di essere professori, queste valutazioni dal sapore di “americanate” non servirebbero. Se solo pensiamo che la più grande e reale riforma della scuola risale al secolo scorso ( Gentile) viene la pelle d’oca. I “riformatori” alla Berlinguer, alla Moratti per non parlare della Gelmini non hanno certo lo spessore ne culturale, ne di personalità per essere riformatori. I figli della buona borghesia ben istradati seguitano a frequentare il liceo classico e lo scientifico in ottime scuole private. Al popolo resta i licei sportivi, i linguistici, pedagocico e altre menate. La scuola ridotta a spot pubblicitario, la biada al popolo è stata servita

  4. Wassily Kandinsky

    ichino for president … andrea !!!

  5. Marco

    Insegno matematica e fisica al liceo. Non ho nulla contro la valutazione del mio lavoro. Tuttavia nella questione INVALSI diverse cose lasciano perplessi.
    Il primo è che la prova della scuola media inferiore concorre a determinare il voto di diploma. Che senso ha? Questo tipo di prova la dovrebbe mandare il Ministero (che infatti lo fa per gli Esami di Stato). Il compito dell’INVALSI dovrebbe essere altro.
    Che attendibilità si può dare a prove uguali per tutti gli alunni dal momento che, sedendo accanto, possono facilmente guardare il test del compagno di banco? Non mi si dica che i docenti dovrebbero fare la sorveglianza (fra l’altro, il nostro contratto nemmeno lo prevede, ma questa è questione sindacale): è impossibile sorvegliare gli sguardi di 25-30 alunni, infatti tutti i docenti preparano le prove scritte per file.
    Davvero si pensa che un singolo test possa dare un quadro realistico?
    Da un lato si spinge per allentare le prescrizioni su ciò che si deve insegnare (“programmi” sostituiti da più vaghe “indicazioni”, individualizzazione spinta per disabli, DSA, BES, e chissà che altro arriverà ancora), dall’altra si aumenta il numero di prove calate dall’alto (da un paio d’anni si ventila anche la prova INVALSI all’Esame di Stato) uguali per tutte. Schizofrenia pura.

  6. rockville1999

    Ottiimo articolo. Sempre per la questione scuola, potreste parlare un giorno di questi della questione dei TFA e dei PAS e dei soliti pasticci/truffe da parte del ministero? mi riferisco a questo, esempio di “programmazione zero” nel campo dell’educazione, da parte del governo 🙁 http://www.huffingtonpost.it/antonio-grizzuti/tfa-il-vizietto-italico-della-sanatoria-colpisce-ancora_b_4454709.html

  7. carlo

    C’è un punto fondamentale della discussione che si tace: può una valutazione pensata per le strutture essere usata per valutare i singoli? In tutto il mondo civile la risposta è no. Invece spesso chi difende la valutazione delle strutture da noi poi vuole usare quello stesso strumento anche per i singoli e a quel punto i contrari alla valutazione passano dalla parte della ragione, a prescindere dai disastri che possano aver provocato in passato negandone l’uso.

  8. enrico maranzana

    L’Invalsi è nato nel 2003 per onorare gli impegni che l’Italia aveva assunto in Europa: è stata bypassata l’esigenza di accertare e di validare le politiche formative, educative e dell’istruzione che le scuole avrebbero dovuto enunciare nei Pof. E’ stato trascurato
    il fatto che la valutazione esterna deve studiare l’efficacia del servizio, esprimendo un giudizio sul grado d’adempimento del mandato che dovrebbe caratterizzare la vita delle scuole. Si è invece deciso di ostruire il canale informativo che connette il Miur agli istituti scolastici. L’elaborazione delle linee strategiche è oggi affidata all’istituto di valutazione che effettua “periodiche rilevazioni nazionali sugli apprendimenti e sulle competenze degli
    studenti, predisposte e organizzate dall’Invalsi anche in raccordo alle analoghe iniziative internazionali”. Le scuole si autovaluteranno “sulla base di tali rilevazioni e delle elaborazioni sul valore aggiunto”. Perché la gestione scolastica è stata gettata nell’indeterminatezza e nella confusione? Rimando in rete a “Il Miur naviga a vista” e a “Il regolamento Invalsi..un obbrobrio” per un primo raffinamento della questione.

  9. opinion

    Mi permetto di estendere la discussione: Avete riflettuto sui dati del concorso all’insegnamento? Avete fatto caso del divario “abissale” registrato nella preselezione effettuata nelle diverse aree geografiche? Non è questo sintomo di un (qualche) problema sul livello qualitativo della preparazione, perlomeno se affrontato a livello macro, esaminando i dati aggregati?

  10. GeAtt

    Ma che problema c’è? Per far quadrare i bilanci accontentando anche i funzionari Invalsi basta ordinare al Miur di tagliare qualche altro insegnante di qua e qualche altro di là e il gioco è fatto, no? Tanto a questo servono i quiz a crocette, a misurare oggettivamente il disastro degli ultimi 20 anni di riforme.

  11. Chiara Fabbri

    Mi spiace che si continui a dare spazio a un argomento, gli INVALSI, che ha purtroppo da tempo la funzione di soppiantare la discussione sulle vere problematiche della scuola, cioe’la mancanza di fondi, la totale mancanza di formazione permanente degli insegnanti, lássoluta mancanza di infrastrutture. Se e’vero, come spesso gli economisti amano dire, che gli INVALSI sono un termometro necessario per misurare la febbre della scuola, io mi chiedo come mai ci si concentri sulla misurazione di un sintomo e non sul debellare le sue cause. La sommisnistrazione di test sempre piu’raffinati (e non lo sono) non intacchera’di un millimetro le aule cadenti, la mancanza di palestre, di fondi per le gite o di semplici supplenti. Cio’detto, si dimentica di notare che misurare lápprendimento in maniera uniforme presuppone programmi uniformi, cosa che non e’. Lo scorso anno mi e’stato fatto notare come i test INVALSI per la seconda elementare contenessero anche domande sul programma di terza (matematica), magari in qualche scuola ci si porta piu’avanti ma e’evidente che sarebbe piu’logico tarare i test, aventualmente, sul programma dellánno di riferimento.

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