La lentezza della giustizia civile produce distorsioni e costi nell’economia. Per esempio, si allungano i ritardi nella realizzazione dei lavori pubblici. Perché le aziende sanno di poter sfruttare a proprio vantaggio la lunghezza dei processi. A subirne le conseguenze sono sempre i cittadini.
LE LENTEZZE DELLA GIUSTIZIA CIVILE
Il dibattito sull’inefficienza della giustizia civile in Italia non si è mai spento. Recentemente ha però ripreso nuovo vigore con il via alla “riforma Severino”, che propone una nuova geografia giudiziaria e prevede la soppressione di una trentina di tribunali e procure oltre a un centinaio di sezioni distaccate e giudici di pace. La razionalizzazione che ne consegue dovrebbe portare a risparmi di spesa e miglioramenti nelle funzionalità: nel lungo periodo, uno degli obiettivi principali della riforma è quello di ridurre i tempi medi dei processi civili.
Ne trarrà vantaggio anche l’economia del nostro paese perché i processi lenti producono distorsioni e costi. Tra le loro varie funzioni, infatti, i tribunali hanno lo scopo di dirimere contenziosi che non trovano diretta soluzione tra le parti. La lentezza nell’ottenere un giudizio e, soprattutto, la consapevolezza di questa inefficienza, può indurre i potenziali attori a non intraprendere attività che comportano il rischio di ricorrere a un tribunale; e giocare a sfavore della parte lesa quando questa, per difendersi o tutelarsi, non può far altro che ricorrere in tribunale.
EFFETTI SUI LAVORI PUBBLICI
In Italia, il fenomeno è un male endemico e spesso si è messo in luce come produca limitazioni dell’attività economica attraverso gli scarsi investimenti dall’estero o la bassa disponibilità dei prestiti bancari alle imprese.
Tuttavia, la lentezza dei processi civili può anche incentivare una delle parti nel contratto a sfruttare la situazione a proprio vantaggio, danneggiando economicamente l’altra parte o la collettività, nel caso in un cui la parte lesa sia la pubblica amministrazione. Si prenda per esempio il rapporto tra un comune nella veste di stazione appaltante e un’impresa appaltatrice di lavori pubblici. La normativa italiana prevede che se l’impresa consegna in ritardo l’opera rispetto ai tempi contrattualmente definiti, la stazione appaltante può applicare una penale, ma chi aveva ottenuto l’appalto può sempre ricorrere in tribunale per contestarla.
Un recente studio empirico su dati italiani dimostra che i ritardi nei lavori pubblici risultano maggiori dove i tribunali sono più lenti. (1) In particolare, tenuto conto di una serie di caratteristiche associate ai lavori pubblici e al territorio, nelle province dove i tempi medi per concludere una causa civile sono più lunghi, i ritardi nella consegna dei lavori pubblici si allargano. Le imprese appaltatrici sembrano quindi trarre vantaggio dalla lentezza dei processi, permettendosi di allungare i tempi di consegna – se ciò risulta loro profittevole – sapendo che le stazioni appaltanti saranno meno incentivate a escutere la penale e a correre il rischio di intraprendere contenziosi in zone dove i tribunali sono inefficienti. Lo studio stima che all’aumentare di un anno della durata media dei processi, il ritardo medio nella consegna dei lavori pubblici cresce di oltre il 7 per cento.
Lo stesso studio mette anche in luce come nelle province in cui i tribunali sono più lenti, la probabilità di vincere un appalto di lavori pubblici è maggiore per le grandi imprese rispetto alle piccole e medie. Ciò si spiega con il fatto che le prime dispongono generalmente di uffici legali interni che meglio riescono a contenere i costi di eventuali lunghi contenziosi con la pubblica amministrazione. Infine, l’analisi empirica registra come l’inefficienza dei tribunali locali possa influire anche sul comportamento delle stazioni appaltanti. Queste, infatti, disegnano saldi di pagamento finali dell’appalto di dimensione maggiore dove i tribunali sono più inefficienti, rispetto ad aree dove sono più efficienti: in altre parole, le stazioni appaltanti usano “la carota” del pagamento finale più alto per limitare i ritardi delle imprese nella consegna dei lavori pubblici (e la conseguente escussione di penali che rischierebbero di essere oggetto di contenziosi giudiziari lunghissimi).
È infine evidente che l’inefficienza della giustizia italiana in questo campo viene “scaricata” sui cittadini: sono infatti i fruitori finali delle opere pubbliche in costruzione o in ristrutturazione (scuole, ponti, o semplicemente manutenzioni stradali) a subire i maggiori costi che derivano dai ritardi nella conclusione dei lavori pubblici.
Un motivo in più a sostegno della riforma del sistema giudiziario nazionale, se mai ce ne fosse stato bisogno.
(1) D. Coviello, L. Moretti, G. Spagnolo e P. Valbonesi: “Court Efficiency and Procurement Performance”, Working Paper n.163 /2013, Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali, Università di Padova.

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