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La continua crescita della disoccupazione giovanile

giubiFonte: Istat

L’Istat ha pubblicato gli ultimi dati sulle forze di lavoro e ha certificato l’inarrestabile crescita della disoccupazione giovanile. A ottobre 2013 si è raggiunto il 40,2 per cento, quasi 4 punti percentuali in più rispetto allo scorso anno e 0,8 punti in più solo nell’ultimo mese.
Il grafico aiuta a mettere questi numeri in prospettiva e mostra l’evoluzione del tasso di disoccupazione giovanile e del Pil pro-capite dal 2008 – inizio della grande recessione – ad oggi. Purtroppo sembra molto difficile intravedere alcun segnale di inversione di tendenza. L’economia continua a rallentare e con essa la disoccupazione continua ad aumentare, soprattutto quella giovanile.
Anche la riforma Fornero, che nelle intenzioni avrebbe dovuto favorire l’ingresso e la permanenza dei lavoratori più giovani sul mercato del lavoro, non sembra aver fino ad ora sortito alcun effetto, almeno su questi indicatori. È certamente ragionevole pensare che molti dei provvedimenti introdotti da quella riforma, come per esempio l’enfasi sui contratti di apprendistato o i cambiamenti della disciplina dei licenziamenti, richiedano tempo per produrre effetti significativi su queste statistiche aggregate e tuttavia questa totale assenza di segnali positivi è scoraggiante.
Purtroppo, un tasso di disoccupazione giovanile oltre il 40 per cento non è compatibile con una politica del lavoro che semplicemente attenda speranzosa l’arrivo degli effetti della Fornero. È tempo di chiedersi se il nostro mercato del lavoro non abbia bisogno di altri tipi di interventi, più incisivi e non necessariamente costosi. Per esempio il contratto unico o una seria ed efficiente riforma della rappresentanza sindacale o ancora una riforma delle fondazioni bancarie che permetta al settore creditizio di fare davvero il proprio mestiere, selezionare e finanziare progetti imprenditoriali promettenti, invece di servire gli interessi della politica. Su questo sito non sono mancate le proposte su tutti questi fronti.

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14 commenti

  1. Giorgio

    La nostra realtà, quella di un Paese che non sa come ripartire e dei giovani e meno giovani che hanno smarrito ogni speranza.

  2. samuele baggio

    Se non si tagliano un pò di tasse quà non se ne esce. ormai lo sanno anche i sassi.

    • Francesco

      Certo, a patto che il taglio non avvenga a spese dei meno tutelati. Iniziamo a riequilibrare il sistema pensionistico e fare la voce grossa in Europa. Perchè di tutto abbiamo bisogno fuorchè dell’ennesimo assetto normativo volto a precarizzare e dare il colpo di grazia alla domanda interna del Paese.

      • Bamuele Saggio

        Voce grossa per chiedere cosa?
        L’europa ci chiede ne più ne meno di agire con buonsenso: quando il debito pubblico è pericolosamente alto è CHIARO che non puoi usare quello per uscire dalla crisi (ammesso che funzioni: non mi pare che i paesi con super-deficit stiano avendo risultati così straordinari)
        L’italia deve fare delle riforme, amministrative, fiscali, giuslavoriste (e pensionistiche certo). L’europa non fa altro che chiedere quello che ormai sanno anche i muri: altro che diktat e menate varie.
        L’unica leva che non ha toccato lo stato in questi anni è il TAGLIO della spesa.
        (perchè se si osserva la crescita delle uscite, è SEMPRE aumentata più o meno. E la famosa “austerity” è sempre stata fatta a più tasse e non a meno spesa.
        Portate l’italia al 35% di spesa su pil (e 35% di pressione fiscale su pil), unitela alle sopracitate riforme (che semplifichino un pò di inferno burocratico), un pò di privatizzazioni e liberalizzazioni e l’Italia VOLA, dando la polvere a tutti.

      • Bamuele Saggio

        La domanda si crea “da sola” quando un paese è competitivo… non serve scomodare teoremi complicati: se un paese è produttivo, intercetta la domanda di beni (estera e nazionale) altrimenti puoi spendere finchè ti pare, ma guadagnano negozianti e paesi esportatori.

  3. giancarlo

    La disocc giovanile cresce anche perché i giovani avevano impieghi spesso flessibili e dunque sono stati i primi a perdere il posto con l’arrivò della crisi. Questo è l’effetto della flssibilizzazione. Mi ricordo ancora perfettamente i vari TG nazionali fino a quattro cinque annni fa che decantavano il mantra del FLESSIBILE E’ BELLO. Avrei flessibilizzato i giornalisti che lo affermavano.

    • Bamuele Saggio

      Mi spieghi Giancarlo, se il lavoro non è flessibile, al posto che licenziare X persone le aziende, banalmente, non assumono proprio a priori (=disoccupazione più alta stabilmente), o chiudono lasciando a casa tutti, e non solo “alcuni”.
      Mi spieghi, cortesemente, in che modo queste due eventualità che il mercato del lavoro rigido (e quello italiano lo è ancora molto…) possono essere di giovamento dunque per l’impiego in generale.

  4. giancarlo

    Mi spieghi invece lei, per chi dovrebbero produrre quelle aziende, se non per i consumatori, che poi sono gli stessi lavoratori? Se i lavoratori sono a casa, non hanno redditi, come fanno a consumare? Samuele, ci due facce dell medaglia, non una sola. E ricordi che è la domanda che determina l’offerta’ non il contrario come pensa il NS governo e l’europa

    • Bamuele Saggio

      Secondo lei quanta domanda di “iphone” c’era prima che qualcuno alla Apple provasse a vedere come andava?
      Quanta domanda di Ford T?
      E i relativi dipendenti, il signor Ford (o Apple) sono stati assunti prima o dopo di iniziare a vendere?

      • ElMan

        Cari signori, citando un economista: quale barista è più efficiente, quello che fa più caffè o quello che ne vende di più? Notate bene, non è la medesima cosa: un caffè può anche rimanere invenduto, con effetti molto negativi per tutti (lavoro non retribuito, produzione invenduta). Purtroppo, devo dare ragione a Giancarlo: se non c’è domanda, l’offerta da sola non basta. Questo modello di mercato è passato, sa di scaduto. Non basta produrre una merce per avere poi la garanzia che venga consumata.
        Ma la cosa peggiore è che questa flessibilizzazione (precarizzazione, forse è meglio – “facilità in uscita”) non tiene per nulla conto dello stato della società italiana, che non è pronta per questo tipo di mercato del lavoro. Anche se questo fosse il modello giusto (cosa che non credo), imporcelo adesso non potrebbe di sicuro avere buoni effetti.
        E carta canta, signori. I dati si vedono.
        Contra factum… (contro ai fatti non valgono argomenti).

        • Bamuele Saggio

          Secondo te, la situazione è più sostenibile quando tra i due baristi uno lavora perché fa il caffè meglio dell’altro, o perché i clienti del barista che non lavora ricevono sussidi (pagati da tutti) per rendere il caffè più scarso comunque competitivo?

  5. machiavelli

    L’economia senza teoria (macroeconomica prima di tutto) sembra
    uno di quei giochi di tiro al bersaglio che si facevano alle giostre: così, tanto per provare, ma senza alcuna cognizione di causa…Siete sicuri che da questo grafico si possa trarre qualche ispirazione? Niente meno per proposte di ulteriori riforme del mercato del lavoro?
    Quando il pil si contrae aumenta la disoccupazione giovanile. Solo nella fase centrale di ripresa, all’interno di un “double dip” (at least), c’è una minima ripresa dell’occupazione.
    Poche cose sono più scontate di questa …. o no? E’ amaro, ma non c’è altro da dire sul grafico….
    La riforma Fornero che ci sta a fare piantata li, secondo voi che ce l’avete messa?
    Può mai essere valutata nei suoi effetti in quel modo? Ovviamente
    no, sia perché è come pretendere di misurare le ali di una libellula montando
    un grandangolo, sia perché con un PIl che precipita che
    esiti occupazionali ci si possono aspettare, sui grandi numeri, da una riforma del mercato del
    lavoro?

  6. Ruggero di Gennaro

    In un grafico che rappresenti il mercato del lavoro, mettendo in relazione X = costo del lavoro e Y = quantità di lavoro, rappresenterei un segmento perfettamente orizzontale per l’offerta ed un altro altrettanto perfettamente orizzontale per la domanda. Ossia due segmenti paralleli che, quindi, non si incontrano mai. Naturalmente quello dell’offerta è più alto di quello della domanda e lo spazio tra i due segmenti rappresenta proprio la disoccupazione.
    Una rappresentazione, mi rendo conto, abbastanza semplicistica, ma è quel che, a mio avviso, sta succedendo in questo momento nel nostro Paese: anche se si
    riducesse il costo del lavoro, la quantità di lavoro sia dell’offerta che della domanda non varierebbe. In altre parole, non serve ridurre il costo del lavoro attraverso incentivi di vario genere per aumentare l’occupazione, il numero dei
    lavoratori rimarrà sempre lo stesso. E ciò in quanto in questo momento le aziende non sono in condizione di assumere ulteriormente, nemmeno a costi dimezzati. Con i consumi e, quindi, la produzione in calo, il problema delle aziende
    è, caso mai, quello di ridurre il personale e non certo quello di aumentarlo. Se dunque, non si può operare sulla curva (segmento) della domanda che rimane talmente rigida da essere insensibile alle variazioni dei costi, si può operare su
    quella dell’offerta? Almeno per abbassarla un po’? Cioè diminuendo la quantità di lavoro offerta, perciò riducendo lo spazio tra domanda e offerta?
    La mia risposta è sì. Stabilire, con una norma opportuna, l’incompatibilità tra pensione e lavoro dipendente per impedire l’impiego di personale già in pensione. Basterebbe
    scrivere una norma del genere: “I redditi di pensione non sono cumulabili con altri redditi di lavoro dipendente o assimilati. Se percepiti, i redditi di lavoro dipendente o assimilati vengono detratti dalla pensione spettante a cura
    dell’ente che eroga la pensione”. Oppure, se non proprio l’incompatibilità, una norma che scoraggi economicamente il lavoro dipendente o assimilato (leggi “contratti atipici”) a chi già percepisce una pensione.
    Costo per lo Stato: zero. Anzi, forse qualche aumento di entrate.

  7. Lorena

    E’ ancora possibile dire “fondata sul lavoro” quando un giovane di 20 anni ha una probabilità su due di rimanere disoccupato con tutto quello che comporta?

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