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Una replica al commissario Cottarelli

Cottarelli sostiene che l’aspetto innovativo della nuova revisione della spesa rispetto al recente passato consiste nel fatto che essa sarà attuata dalle stesse pubbliche amministrazioni. In linea di principio, concordo sul fatto che nell’ottica di una attività continuativa e istituzionalizzata – anche in relazione ad esperienze di altri paesi – questa sarebbe la scelta preferibile (per i due motivi citati da Cottarelli). Tuttavia, rilevo quanto segue:
a. Nei precedenti cicli di RS (2007 e 2012), a cui a vario titolo ho partecipato,  nessuno è stato così ingenuo da pensare di svolgere quella attività esclusivamente con una Commissione (Commissione tecnica della finanza pubblica- CTFP) o con un gruppo di lavoro di “esterni” alla PA (caso Giarda). Anche in quei casi si è ritenuto che la RS la dovesse fare l’amministrazione e che la Commissione o il gruppo di lavoro dovesse avere un ruolo di promozione e coordinamento. Ciò è tanto vero che nel caso di Giarda si richiese alle amministrazioni centrali di formulare preventivamente delle proposte di risparmi di spesa da discutere successivamente in appositi tavoli di lavori con la presenza di “esterni”.  Tavoli e gruppi di lavoro misti, oltre alla fattiva collaborazione della Ragioneria Generale dello Stato, furono all’origine anche della impostazione data dalla CTFP. Quindi, come si vede, non vi è alcuna reale “innovazione” nell’approccio proposto dalla nuova RS. Le amministrazioni avrebbero dovuto “responsabilizzarsi” e svolgere in prima persona la RS con l’ausilio di tecnici esterni.
b. Nonostante fossero state imposte scadenze e fossero stati fissati obiettivi quantitativi di risparmi di spesa, in passato questo disegno non ha funzionato. Nel caso del gruppo di lavoro di Giarda le amministrazioni hanno formulato proposte insufficienti e in alcuni casi “ridicole”, avallate poi dai rispettivi gabinetti ministeriali, e l’apporto degli analisti esterni è stato utilizzato in maniera del tutto parziale o addirittura accantonato del tutto. Pertanto, non è stato l’approccio centralistico a condurre ai tagli lineari, ma, viceversa, si è fatto ricorso a questi ultimi perché l’approccio bottom-up e la “responsabilizzazione” delle amministrazioni non hanno dato i frutti sperati. C’è da aggiungere, inoltre, che per i vertici di alcune amministrazioni era “preferibile” affrontare tagli lineari calati dall’alto anziché effettuare direttamente tagli selettivi (giudicati evidentemente più “dolorosi”).
c. La peculiarità della amministrazione italiana riguarda l’assoluta assenza di cultura della valutazione e il disinteresse verso i risultati economici conseguiti. In questo senso è impossibile riferirsi a esperienze estere e non si può invocare una valutazione della spesa senza averne gli strumenti (ad esempio un Green Book come nel Regno Unito). Per questo occorre un vero e proprio “ariete” che dall’esterno rompa il conservatorismo e l’immobilismo propri di gran parte delle amministrazioni. Ed è in questo senso che serve, ai fine della RS,  un folto numero di analisti esterni con ampi poteri decisionali senza con ciò escludere una piena collaborazione con i rappresentanti delle amministrazioni.
Detto questo, sono ovviamente disponibile a proseguire questo confronto in qualsiasi sede nonché a qualsiasi forma di collaborazione (gratuita) con il Commissario Cottarelli.
L’anello debole della revisione della spesa, Claudio Virno, 22.11.2013

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Il Punto

  1. Marco

    A me pare che il problema principale sia di rivedere la missione delle singole istituzioni, più che domandarsi come ridurre la spesa, mantenendo la missione attuale. Questa revisione la deve fare la politica. Nell’università per esempio, in cui lavoro, i tagli si scaricano unicamente sui nuovi ingressi di personale, in entrambe le versioni della revisione della spesa, dall’alto e dal basso. Situazione reale certamente non in linea con l’idea di avere efficiente ricerca e innovazione e di conservare il carattere di universalità e accesso pubblico. Non è nemmeno in linea con la temuta idea di privatizzare il sistema universitario. Sicuramente ci sono delle inefficienze gravi da sanare, ma il tema grosso mi pare una mancanza di realismo cronica tra gli obiettivi che ci si pone e le risorse che si assegnano. Sarebbe ora di educare gli italiani a questo tema, oltreché insistere su rilevanti risparmi derivanti da inefficienze (cioè, che non dovrebbero toccare il benessere di alcuno).

  2. Roberto

    Sottoscrivo quanto detto dal Dott. Virno che ricalca quanto scritto nel mio commento all’articolo del Dott. Cottarelli.
    In particolare è fondamentale sottolineare il concetto che serve un folto numero di analisti esterni (indipendenti) con ampi poteri discrezionali per poter attuare una vera revisione della spesa in Italia.
    Se ci fidiamo ancora l’amministrazione non otterremo mai dei risultati, per questo non basta avere competenze ma servono persone che non abbiano conflitti d’interessi nei settori in oggetto di revisione di spesa.
    Purtroppo questo discorso non vale solamente per la spesa ma anche per altri aspetti della politica italiana.

  3. Vincesko

    “avallate poi dai rispettivi gabinetti ministeriali”
    PROGETTO DI RIDUZIONE DELLA SPESA: ALCUNE OSSERVAZIONI EMPIRICHE.
    Essendo all’epoca il responsabile del controllo di gestione, ebbi l’incarico, dal direttore divisionale della mia ricca azienda a partecipazione statale, ma di diritto privato (oltre un migliaio di miliardi di Lire di fatturato complessivo e 7 mila dipendenti circa, in Italia e all’estero), di formulare una proposta di riduzione dei costi, resa necessaria dalla liberalizzazione del mercato e dalla diminuzione (in termini relativi) dei prezzi-ricavo (prezzi di vendita), rimasti stazionari negli ultimi 3 anni, a fronte di un aumento dei costi di almeno il 10% l’anno, che aveva ridotto i margini; il tutto aggravato dalla decisione dell’AD di aver resa pletorica la struttura territoriale decentrata, con l’inevitabile conseguenza dell’aumento dei “costi di struttura” e della loro incidenza sul fatturato.
    Proposi: la creazione di un gruppo di lavoro (in gergo, PMT = Project Management Team), costituito dai soggetti divisionali coinvolti nel procedimento di approvvigionamenti (Ufficio Acquisti, Reparti produttivi richiedenti i beni e servizi, Controllo di gestione), in modo da ottenere un coordinamento degli sforzi e la loro rapida “sensibilizzazione” ed attivazione. Furono rinegoziati, su mia esplicita proposta, tutti i contratti già emessi ed “aperti” con i nostri fornitori di beni e servizi (in genere, PMI, quindi molto più piccole della nostra), con l’obiettivo di ottenere – stante già un livello di prezzi-costo convenienti per la nostra azienda – un risparmio di almeno il 5%. Non fu invece accolta la mia proposta di retrocedere (come avviene – o almeno avveniva – in tutti i Paesi più evoluti dal punto di vista organizzativo) una quota dei risparmi conseguiti ai componenti del PMT. In breve, furono poste le premesse per conseguire gli obiettivi e si cominciò a realizzarli.
    La reazione dei portatori di “interessi” contrastanti col progetto non si fece attendere: il direttore centrale degli approvvigionamenti, sollecitato dai nostri fornitori, pose il veto alla rinegoziazione dei contratti di fornitura. Il direttore di Divisione non riuscì ad ottenere dalla direzione generale la revoca del veto (ebbe solo il contentino dell’incremento a 50 mln di Lire della soglia degli acquisti decisi e gestiti localmente). Il gruppo di lavoro (PMT) fu sciolto.
    Vale forse la pena aggiungere che: 1) nella mia azienda, in parallelo, imperavano le cordate: dei top manager e dei fornitori di riferimento; 2) l’AD fu coinvolto in tangentopoli; 3) allora, non fu un caso se il controllo era edulcorato, addomesticato, “politicizzato”, per cui mal ne incoglieva ai controllori che non si adeguavano (in quel periodo ne ho viste e sopportate di tutti i colori).
    Non ho una grande esperienza di PA: soltanto pochissimi casi per ragioni di lavoro e poi, soprattutto, come fruitore, ma già questo è bastato a potermene fare un’idea (questo potrebbe costituire un altro capitolo dell’analisi), pertanto sono consapevole che essa ha regole formalmente più stringenti e differenti da un’azienda privata.
    E tuttavia, anche in questo caso, i 60 mld all’anno stimati per la corruzione ed i 50 mld quantificati per la cattiva amministrazione sono proprio il frutto malato dell’inefficienza e dell’inefficacia della spesa pubblica (opere esistenti solo sulla carta o reiterate più volte, come certi lavori stradali, o eseguite in maniera qualitativamente difforme dal capitolato d’appalto e/o valutati e remunerati in maniera esagerata, anche 3 o 4 o 5 volte o più il prezzo di mercato; senza dimenticare le tangenti alle mafie per tutti i lavori pubblici eseguiti nelle Regioni Sicilia e Calabria). Ma proprio per questo essa offre una notevole latitudine di risparmio, a condizione che a capo di questo importante obiettivo si metta il responsabile massimo e vengano sensibilizzati ed incentivati adeguatamente, con metodo trasparente, i soggetti coinvolti ai vari livelli.

  4. pampurio

    ho ascoltato l’interessante discorso del dr Cottarelli circa l’eliminazione delle auto blù. Riferisco un piccolo esempio riscontrato personalmente alcuni giorni fa: si inauguravano 1400 mt di strada con tanto di taglio del nastro. Presenti tra gli altri, Presidente Regione con auto blù,Sindaco con auto blà, prefetto con auto blu erispettivi autisti oltre a 3 o 4 cariche militare con auto di servizio…Auguri di buon lavoro.

  5. Andrea

    Cottarelli o è un ingenuo, o è uno al quale hanno passato di mano una bomba perché non scoppiasse tra le proprie mani. In ogni caso come giustamente dice Claudio Virno, il confronto con gli esempi e le mentalità d’oltralpe non reggono. Quando ad esempio una quindicina d’anni fa fu chiesto alla Guardia di Finanza di riformarsi per una ottimizzazione delle risorse umane, si fece esattamente l’opposto, creando nuovi macrouffici “doppioni”, detti “reparti tecnico logistici amministrativi”, che assorbirono un grande numero di militari e crearono posto per nuovi generali! Per non parlare della introduzione dei cosiddetti “codici di impiego”, nati per monitorare l’effettivo impiego dei militari, che oltre che essere falsati crearono nuova burocrazia, sicché un militare su otto ore di impiego almeno una la spreca per inserire il suo tipo di servizio svolto in macchinosi moduli telematici e cartacei.(quando con una sceda magnetica di entrata e uscita risparmierebbe tutto ciò). Per eliminare tutto ciò ci vogliono persone geneticamente dotate di attributi, che abbiano il coraggio di unificare tutte le forze di polizia(finanza, carabinieri, polizia, forestali). Tenendo conto che almeno il 30% di ogni Corpo è impiegato in mansioni amministrative e non operative, praticamente questi verrebbero unificati e ridimensionati e svolgerebbero la stessa funzione per 5 Corpi di polizia! Verrebbero unificate anche le sale operative e alcune caserme; basterebbero molti ufficiale e generali in meno, tutto a vantaggio delle indagini e della operatività sul territorio. Il personale ora fortemente sotto organico, risulterebbe sovraorganico tanto da non richiedere arruolamenti per anni! Ma per questi ragionamenti basta uno scemo come me, mica un cottarello!

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