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Pensioni d’oro: il diavolo sta nei dettagli

Si continua a discutere di un prelievo sulle pensioni più alte. Da calcolare non solo sull’ammontare, ma considerando anche il rendimento dei contributi versati. Il gettito sarebbe limitato. Tuttavia garantirebbe un flusso annuo di risorse utili per interventi di welfare.

LA PENSIONE DI MICHELE
In una serie di articoli, abbiamo proposto un contributo di equità sulle pensioni che chieda di più “a chi ha avuto di più”, imponendo un prelievo sui redditi da pensione che superano sia un certa somma sia un certo rendimento implicito dei contributi versati, utilizzando quindi una doppia soglia d’intervento. Ci torniamo perché due punti che sono emersi nella discussione sul tema meritano qualche approfondimento.
Nella puntata di “Servizio Pubblico” dell’8 novembre (minuto 2:08:00), l’ingegnere Michele (livornese doc, pensionato con circa 40 anni di contributi e 7mila euro di pensione lorda al mese) si è scontrato con Matteo Renzi sulla sua proposta di taglio alle pensioni d’oro e d’argento. L’argomento di Michele è vicino alla filosofia del nostro intervento: basta con un approccio meramente “quantitativo” che guarda solo all’ammontare della pensione, serve un approccio “qualitativo” che distingua dagli altri chi riceve un reddito commisurato ai contributi versati. Questa esigenza continua a essere ignorata da chi ripropone il contributo delle pensioni come uno strumento per far cassa, ma anche dal Governo che spara nel mucchio con gli strumenti della deindicizzazione e del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro.
Per rendere esplicito il suo argomento, Michele ha calcolato a quanto dovrebbe ammontare la sua pensione usando un qualche rendimento “standard”, il più vicino possibile alle regole del contributivo, piuttosto che le regole generose del retributivo. Riportiamo in un file Excel allegato i calcoli che ci ha gentilmente girato. Naturalmente, si basano su alcune semplificazioni, ma non può essere altrimenti visto che i tassi di rendimento del sistema contributivo sono disponibili solo a seguito della riforma Dini del 1995. Ognuno di noi, con un po’ di pazienza, potrebbe seguire il suo approccio e fare un calcolo simile.
Di fatto, Michele ha rivalutato i suoi contributi utilizzando il tasso ufficiale di sconto della Banca d’Italia fino al 1995 e i coefficienti Inps del contributivo (legati al Pil) dal 1996 al 2010. Un totale di contributi brutalmente versati di circa 1 milione 260 mila euro produce un montante rivalutato al termine della vita lavorativa (61 anni) di poco superiore ai 2 milioni di euro. In base all’aspettativa di vita a quell’età, si arriva facilmente a calcolare una pensione annua sopra i 100mila euro, superiore a quella percepita da Michele.
I RENDIMENTI DEI CONTRIBUTI VERSATI
La storia di Michele esemplifica bene perché serva una doppia soglia: non tutti si sono avvantaggiati nello stesso modo dal vecchio metodo retributivo perché prevedeva tetti all’ammontare delle pensioni e soprattutto perché era particolarmente vantaggioso per chi andava in pensione prima possibile. Ma i detentori di pensioni d’oro non s’illudano troppo. È ipotizzabile che proprio nelle pensioni più alte si annidino i rendimenti maggiori, perché parliamo di carriere lavorative per cui lo stipendio è aumentato molto, soprattutto verso la fine della carriera, fattispecie che gonfiava il regalo del retributivo. A volte, della norma si abusava volutamente, come nel caso di avanzamenti di carriera “ad hoc” negli ultimi anni di lavoro nelle forze armate o nella burocrazia pubblica (ministeriali, dipendenti di Regioni a statuto speciale, come la Sicilia). In altri casi, però, l’ammontare degli assegni potrebbe essere piccolo anche in presenza di rendimenti astronomici, come nel caso dei “regali” concessi a intere categorie (per esempio, alcune coorti di coltivatori diretti, artigiani e commercianti che sono andati in pensione percependo pensioni retributive da lavoratori dipendenti pur avendo versato solo il 12,5 per cento dei loro redditi da lavoro). Semplicemente non lo sappiamo. Perché nessuno si preoccupa di rendere disponibili i dati che permettano di fare i conti.
IL GETTITO ATTESO DEL CONTRIBUTO D’EQUITÀ
La necessità di una seconda soglia (tarata sul rendimento dei contributi versati) implica però che il gettito che possiamo aspettarci dalla nostra proposta di contributo d’equità sarà limitato. Rendiamo disponibile il file Excel che abbiamo usato per fare alcune semplici simulazioni a titolo d’esempio. Il file permetterà a ciascun lettore di definire l’aliquota del contributo per ogni scaglione di reddito da pensione, e la soglia di reddito minima sopra cui far scattare il prelievo. Il file calcolerà quindi il gettito atteso e l’ammontare medio del sacrificio mensile richiesto a ogni scaglione. Ci sono due fogli, uno basato sull’ammontare lordo e uno sull’ammontare al netto dell’Irpef. Per ogni foglio, ci sono due tipologie di prelievo: su tutto il reddito o solo sulla parte di reddito eccedente la soglia minima specificata (ovviamente, solo di esempi di massima si tratta e se uno fa scattare l’una o l’altra ipotesi può aggiustare le aliquote di conseguenza).
A nostro avviso, per quanto ognuno possa giocare con i parametri a seconda delle proprie preferenze, il messaggio è chiaro: il gettito che ci si può attendere (e non stiamo ancora considerando la seconda soglia sul rendimento, per mancanza di dati) è davvero limitato. Anche nell’ipotesi più draconiana di un prelievo calcolato su tutto il reddito lordo, si supera di poco il miliardo. Rispetto alle vecchie simulazioni del nostro articolo, le aliquote di base contenute nel file Excel corrispondono a un prelievo molto progressivo, che lascia indenni le pensioni sotto ai 2.886 euro lordi (2.096 netti), sei volte la minima, e arriva fino a un’aliquota massima del 15 per cento sulle pensioni molto alte. Già in questo caso il contributo mensile richiesto a molti scaglioni è a dir poco rilevante: circa 5mila euro per assegni in media di 33mila euro al mese. Ma il gettito è, appunto, limitato.
Questo non implica che ci siamo pentiti della nostra proposta, che garantirebbe un flusso annuo di risorse fino alla completa transizione al sistema contributivo, senza sparare nel mucchio come gli strumenti utilizzati finora (deindicizzazione e contributi di solidarietà già bocciati dalla Corte Costituzionale). Un flusso annuo di risorse che potrebbe essere utilizzato subito per aiutare i lavoratori flessibili nei periodi di disoccupazione o aggredire nuove aree di povertà in un paese che stagna da decenni.

Leggi anche:  Fine di Quota 100. E dopo?

Simulazioni sul reddito pensionistico (lordo o netto) di eventuali contributi di solidarietà


Fonte: Inps e Ministero del Lavoro. Elaborazione dati Filippo Teoldi. Il foglio excel può essere utilizzato modificando l’aliquota (colonna F) e la soglia minima sopra cui far scattare il prelievo per ogni scaglione (colonna I).

La pensione di Michele 

 
 

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38 commenti

  1. Antonello Duravia

    Mi scusi prof. Boeri, ma mi sembra che Voi Vi prestiate ad alimentare un equivoco di fondo. Si parla sempre di “chiedere un contributo”, lasciando però inalterato il sistema di calcolo.
    Un quarantenne come me invece vorrebbe capire quando si potrebbe risparmiare ricalcolando completamente tutte le pensioni in essere con il sistema contributivo (eventualmente inserendo una clausola di salvaguardia per le pensioni più basse).
    In tal caso, invece di “contributo” (termine che agevola recriminazioni e retorica) si potrebbe parlare di “stop ad un privilegio iniquo”.
    Partendo da questo presupposto, sia che si tratti di pochi spiccioli, sia che si tratti di molti miliardi, i risparmi ottenuti non sarebbero altro che la sacrosanta conseguenza di un’operazione di equità.

  2. usicar

    ma un calcolo semplice semplice che azzeri la quota parte di retributivo?

  3. CarloReggiani

    Non penso che sia corretto utilizzare per la pensione pubblica il sistema a capitalizzazione individuale proprio della previdenza complementare: nella pensione pubblica c’e’ il principio solidaristico, assente in quella complementare.
    Ma possibile che non si possa conoscere il deficit tra contributi realmente versati e valore dei contributi “figurativi” utilizzati per calcolare gli assegni delle pensioni retributive? Rimaniamo alle ipotesi di qualche settimana fa con numeri tra i 60 e 90 miliardi l’anno?

    • Informazione_corretta

      E invece è corretto, andrebbe fatto. Si dovrebbero ricalcolare tutte le pensioni in essere con il sistema contributivo. Non deve esserci un sistema solidaristico nel sistema pensionistico di tipo previdenziale trattandosi appunto di sistema previdenziale e non assistenziale. Discorso diverso per le pensioni sociali e quelle per l’invalidità.

  4. alberto ferrari

    Continuo a non capire perché non si vuole introdurre più aliquote IRPEF da valere per tutto i percettori di redditi alti da stipendio o da pensione che siano e si continua sulla storia di continuare, in questo paese, a “dividere” per “imperare”.

  5. michele giardino

    Ottima la significativa correzione di rotta.. Aggiungerei che non manca (qualcuno c’è, credetemi) chi negli ultimi anni di carriera ha ritenuto di assumere un nuovo impegno di lavoro, alla ricerca di gratificazioni non economiche, rinunziando ad uno stipendio molto migliore e conseguentemente accettando anche una pensione più modesta quando è venuto il momento: si pensi ad un Generale che accetta una pensione da Colonnello, il contrario, per capirci, di quanto giustamente rilevate nella prassi delle FF.AA.. Lui il contributo di solidarietà lo ha già pagato, eccome, ed in misura anche superiore a quello che il sig. Michele ha calcolato per sé. Inoltre la stessa persona, in relazione a numerosi incarichi (CdA, Collegi sindacali ed altro) svolti sia prima che dopo il cambio di lavoro, ha contribuito in misura cospicua alla c.d. Gestione Separata sin dalla sua istituzione nel 1988, costituendo un capitale che ora, cessata ogni attività, gli consente di percepire l’ulteriore, indicibile privilegio,di una seconda pensione, che però è talmente modesta che, anche se vivesse un secolo o poco meno, ipotesi ovviamente inverosimile, altri erediterebbero comunque gran parte di detto capitale.
    Lasciamo da parte i sacrosanti dubbi giuridici sulle varie forme di confisca che sotto la pressione dei vincoli di gettito si continuano ad escogitare per far cassa: in tempi economicamente grami e istituzionalmente scuciti come questi, il diritto, specialmente il diritto tributario, ha vita grama!
    Ma è davvero così antisociale e iniquo (nel senso originario di non equo), continuare a ricordare la severità dei principi costituzionali in materia di prelievo?
    Certo che si deve pensare ai giovani (magari, meglio occuparsi prima del loro lavoro di oggi, e solo dopo alla loro pensione di dopodomani: ma lasciamo stare). Ma la regola è che spetta alla fiscalità generale far fronte ad esigenze generali: e che perciò non solo non è equo, ma è anzi palesemente iniquo (e antigiuridico, ma lasciamo stare anche questo) porre a carico di una sola categoria di soggetti e di redditi, o comunque di risorse, esentandone altri soggetti, redditi e risorse, l’onere di preparare quanto potrà servire nell’età avanzata ai giovani italiani di oggi, in un futuro che tra l’altro, è decisamente impossibile prefigurare.
    Mi scuso, ma proprio non riesco a convincermi del contrario.

  6. Robert 52

    La proposta di rivedere la pensione e riparametrarla a quanto effettivamente versato, sia pure con moderazione, in un paese normale sarebbe ineludibile.
    Però, secondo me la burocrazia, che è quella che scrive materialmente le leggi e dà i pareri di copertura finanziaria, non avrà mai nè la volontà, nè la convenienza a dichiarare l’effettivo rendimento dei contributi pensionistici. Da sempre tutte le riforme lasciano intatte o migliorano le condizioni di quelle categorie e di quelle ‘assimilate’. Prova ne sia la reazione a dir poco rabbiosa opposta al bell’articolo di Perotti sui costi esagerati della Camera.

  7. Adrew

    Boeri e Nannicini puntualizzano bene i problemi che si pongono quando si va a discutere se una pensione sia più o meno “giusta” in relazione ai versamenti effettuati. Pensioni basse possono contenere un ingiustificato “regalo”, mentre pensioni alte possono nascondere il contrario. Detto questo, nell’attuale dibattito ci si scorda di una fatto che va al di fuori dei meri calcoli. Esiste nell’ordinamento giuridico un principio di fondo che è quello che non si cambiano le regole del passato, A nessun lavoratore può essere imputato il fatto di aver avuto una pensione più alta rispetto a parametri che nel passato non c’erano e che sono stato definiti solo successivamente. A parte i casi eclatanti (chi prende una pensione da 500 mila euro, per esempio, sfruttando particolari leggi), ogni pensionato merita di avere ciò che gli è stato promesso e su cui ha basato la pianificazione del proprio futuro.
    Vorrei avvisare del pericolo insito nel cambiare nel futuro i parametri del passato, in una parola i cosiddetti “diritti acquisiti”. C’è qualcosa di mostruoso nel voler riscrivere il passato con gli occhi e le valutazioni di oggi. Ciò significa che, in qualsiasi momento, lo Stato pensa di poter cambiare il patto che ha sottoscritto con i suoi cittadini: nessuno può trascurare l’orrendo effetto psicologico che ne deriva. Significa che nessuno può più fidarsi di nessuno: si salvi chi può e dunque è meglio arraffare tutto quello che si può oggi, se “del doman non v’è certezza”. Se lo Stato può cambiare a suo piacimento le regole quando vuole, vale ancora davvero la pena di rispettarle?

    • Antonello Duravia

      Egregio Adrew, il suo commento mi sembra piuttosto naive, poichè riesce a cogliere solo un lato della medaglia.
      Sulla base del “principio di affidamento”, mi sembra che Lei stabilisca anche il “diritto all’irresponsabilità”: le generazioni precedenti hanno il diritto di stabilire regole inique, che scaricano i costi sulle generazioni successive, pretendendo poi che queste vengano rispettate (altrimenti, orrore orrore, “del doman non v’è certezza”).
      In realtà, coloro che avrebbero tutti i motivi per non fidarsi sono i lavoratori di oggi (“beati gli ultimi, ma solo se i primi sono onesti”).
      Quello che demoralizza (o fa arrabbiare) è la perdita in questo Paese della coscienza di un destino comune. Chi rivendica i “diritti acquisiti” dice a tutti gli altri : “la crisi è affar vostro, io mi sono sistemato”. Dimostrando tra l’altro una profonda miopia, poichè i soldi che alimentano il pagamento delle pensioni a fine mese derivano dalla tenuta del sistema economico e produttivo.
      Evidentemente, mentre la casa brucia, c’è sempre qualcuno che pensa di poter rimanere seduto in soggiorno a leggere il giornale.
      Verso tali persone, Le confesso, io non mi sento obbligato al rispetto di alcun patto, nè mi sento di nutrire particolari sentimenti di solidarietà.

      • Adrew

        Egregio Antonello, lei dunque pensa che sia giusto creare le condizioni di una guerra di tutti contro tutti, l’antico “homo hominis lupus”, in questo caso intergenerazionale. Io dico che ci sono soluzioni più ragionevoli, per correggere gli squilibri della finanza pubblica, di quella di “ricalcolare” milioni di pensioni in essere per vedere se corrispondano o meno ai calcoli del sistema contributivo inventato negli anni 90. Lei pensa che, politicamente e umanamente, sia foriero di buone cose togliere a dei pensionati (e guardi che ci sarebbero anche quelli che prendono molto poco, se si parla di commercianti e artigiani che hanno versato il 15% per prendere la stessa pensione di un dipendente che invece ha versato il 33%) parte del proprio assegno previdenziale? Penso che, di fronte a eventi così traumatici, i rivolgimenti sociali potrebbero essere così grandi da aprire le porte a chissà quali avventure. Se il mio commento è naive, il suo è decisamente preoccupante.

        • Antonello Duravia

          Ciò che è (già) preoccupante è la situazione (attuale) del Paese, che i difensori dello status quo non vogliono vedere, nonchè la prospettiva delle generazioni future.
          La logica “homo hominis lupus” viene applicata nei fatti da chi ha voluto (in passato) e vuole difendere (ora) il sistema retributivo, non certo da chi chiede un suo riequilibrio.
          Non c’è spazio nemmeno per l’alibi (trito e ritrito) della “macelleria sociale” (che anche Lei furbescamente agita), poichè come è stato scritto più volte non si pretende di scaricare l’aggiustamento delle fasce più deboli (in tutte le proposte di riforma esiste la salvaguardia per le pensioni più basse).
          Ribadisco : chi difende i “privilegi acquisiti” del sistema retributivo, ha una sola logica in testa : “la crisi è affare vostro, noi ci siamo sistemati”.
          I rivolgimenti sociali ci saranno (a breve) quando quelli della mia generazione e delle successive vedranno in quella modalità, l’unica soluzione per non rimanere fregati.
          In questo, Lei ha ragione quando dice che il sottoscritto descrive una situazione preoccupante. Peraltro confermo il mio giudizio di “naive” per il Suo modo di intendere l’equità e la pace sociale.
          Speriamo invece ci sia una via d’uscita, dettata dalla logica e dalla volontà politica di una buona riforma.

          • Adrew

            Caro Antonello, vorrei farla riflettere sul fatto che il trascorrere del tempo è già una “cura” per i conti previdenziali, perché i vecchi, piano piano, muoiono…
            C’è però un’altra cosa che mi preoccupa in ciò che dice: quando lei parla di “privilegi” acquisiti pensa a qualcuno che, con le unghie e i denti, difende oggi qualcosa che ha voluto, ieri, a tutti i costi. Non è così. Le regole le hanno fatte i parlamenti e i governi che si sono susseguiti negli ultimi 30 anni. Lei dirà: sono gli italiani ad averli voluti, gli stessi italiani che oggi difendono questo supposto status quo. Ma io, ad esempio, e moltissimi come me, degli ultimi venti governi ne avrò votati sì e no un paio, che sono poi quelli che hanno fatto le riforme pensionistiche.
            Torno a diffidare di chi vuole cambiare le regole del passato: si rilegga “1984” di Orwell e vedrà che lì il Grande Fratello non fa altro che riscrivere il passato come più gli aggrada. E’ spaventoso modificare il passato con gli occhi del futuro: in questo caso, così facendo, lei riapre discussioni infinite e una lotta sociale che non potrà che essere di grande intensità.
            E, sembra di capire, non disdegna l’homo homini lupus pur di avere quella che lei evidentemente ritiene la “giustizia”, come se fosse così semplice mettere da una parte i buoni e dall’altra i cattivi in un miscuglio presente-passato degno dei film di fantascienza. Tanto peggio tanto meglio, dunque, sembra dire lei. Bene, è da quel sentimento che è nato il fascismo. Rifletta.
            Quello che poi non riesco a capire è perché la sua rabbia sociale non venga rivolta anche verso le migliaia di evasori che nel corso del tempo hanno sottratto e sottraggono risorse, di certo molto superiori agli “aggiustamenti” possibili in campo previdenziale. Con quei soldi lei potrebbe avere una pensione più alta, posto che il vero problema, oggi, non è tanto la bassa pensione futura, quanto il fatto che non ci sia lavoro.
            Né che si ponga, quale misura di equità, quella di far pagare qualcosa di più a chi guadagna cifre rilevanti e possiede grandi patrimoni immobiliari e mobiliari. Perché da 70 mila euro lordi in su l’aliquota marginale Irpef resta la stessa fino a milioni e milioni di reddito? Tutto questo non la interessa? Anche questo non è insensato?
            Io credo semplicemente che lei non abbia un’esatta misura della complessità di tutti questi problemi e della prudenza necessaria che lo Stato deve avere per fare qualsiasi aggiustamento di bilancio. Lei adesso lancia gli strali contro i pensionati ma molti anni fa chi avesse voluto avere una pensione integrativa avrebbe dovuto rivolgersi alle compagnie: lo sa che le polizze vita sono state una truffa (autorizzata e persino incoraggiata dallo Stato)? Lo sa che i “caricamenti” (commissioni) su queste polizze potevano raggiungere il 25%? Chi ridà indietro ai soldi a queste persone che hanno affidato ignari i loro risparmi alle compagnie? Lei adesso, almeno può avere il suo fondo pensione che, mi creda, è molto più remunerativo di una polizza vita. Che facciamo? Vogliamo scambiare i prelievi? Quelli di oggi pagano un obolo a quelli che in passato, complice uno Stato non in grado di decidere, hanno perso migliaia di euro sperando di avere una pensione aggiuntiva? Mentre loro si tolgono una fetta della loro pensione? Come vede, le cose sono molto complesse: le ricostruzioni del passato meritano maggiori approfondimenti.

    • Bruno Cipolla

      Il suo discorso potrebbe essere valido se ci fossero le risorse per attuarlo.
      Purtroppo ho come l’impressione che qualcuno (il sistema arraffone partitocratico) si sia mangiato tutto.

  8. Marco

    Sono d’accordo con i commenti precedenti. Tutte le pensioni calcolate con il sistema retributivo dovrebbero essere subito trasformate al contributivo.
    Io non ci sto ad avere una pensione da fame per mantenere altri privilegiati, o meglio, ladri, che percepiscono più di quello che hanno versato.
    Voterò solo chi porterà avanti con chiarezza questa riforma pensionistica. E’ comunque solo una questione di tempo, quei soldi c’è li riprenderemo con tanto di interessi. Se non sarà così me ne andrò da questo paese, così almeno non dovrò concorrere a rimpinguare le tasche dei ladri del retributivo.

  9. Enrico

    Consentitemi di essere lievemente polemico: ma se le generazioni precedenti hanno costruito un sistema pensionistico generoso sottraendo risorse alle generazioni future (i.e. presenti), cosa ci sarebbe di iniquo nel correggere il sistema applicando il contributivo in modo retroattivo? (la questione dei “diritti acquisiti” non è una legge di natura, se la sono inventata le parti sociali per blindare decisioni vantaggiose per categorie/generazioni specifiche ma non sostenibili)

    • Enrico Salmini Sturli

      Salve, se si riferisce alla recente pronuncia della Corte Costituzionale in merito al contributo voluto dai tecnici la questione non è propriamente riconducibile alla dicotomia diritti quesiti – mere aspettative (come peraltro risulta dalla generalità della stampa) quanto all’iniquità insita nell’imporre un contributo solo su una precisa fascia di contribuenti (i pensionati sopra i 90.000 €) duplicando discriminatamente quello che già fa l’IRPEF solo perché la pensione è una rendita differita. Di fatto l’errore dei “tecnici” sta nel non aver differenziato la situazione dei pensionati contributivi (che godono appieno di una restituzione di quanto previamente versato all’INPS) da quelli retributivi. Se il contributo straordinario fosse stato calcolato sulla differenza tra la pensione calcolata in proporzione alle ultime retribuzioni e quella calcolata in stretta proporzione ai contributi versati nel corso di tutta la vita lavorativa, e il prelievo si fosse applicato solo su questa parte, lo si poteva determinare anche in misura molto superiore rispetto a quella del cinque o del dieci per cento fissata dal Governo Monti l’anno scorso e poi bocciata dalla Corte costituzionale. Così formulato la Corte non potrebbe non approvarlo, poiché esso non creerebbe una disparità di trattamento, bensì al contrario ridurrebbe un privilegio indebito, in un momento di straordinaria necessità.

  10. Emanuele

    Temo purtroppo che “ricalcolare le pensioni in essere con il metodo contributivo”, anche solo allo scopo di rendere evidente il furto perpetrato dalle generazioni precedenti, non sia possibile perchè dubito altamente che sia rimasta traccia dei contributi versati effettivamente negli anni pre-informatizzazione.

    • Luigi Di Porto

      L’INPS ha registrato i nostri contributi al centesimo di euro, praticamente da sempre, basta andare sul sito e verificare.

  11. Enrico

    Chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto, mi pare di capire.
    Con buona pace di chi continua a pagare per una pensione che forse non avrà mai: quale patto c’è tra Stato e cittadini in questo caso?

    • Adrew

      Il detto napoletano ha una ragion d’essere: chiudere una volta per tutte il passato altrimenti la querelle non finisce più ed è guerra di tutti contro tutti. Quanto al fatto che chi paga i contributi oggi non avrà mai una pensione – argomento che ricorre spesso nelle polemiche – mi sembra pretestuoso visto che il nostro sistema, benchè corretto, garantisce ancora una delle pensioni di base più alte di tutto il mondo occidentale

      • Enrico

        Una delle piu alte? Bene, allora bando alle remore e si faccia il ricalcolo
        Naturalmente chiudere la querelle conviene per chi ha avuto.

  12. La pensione non è un’accantonamento fatto e poi si riprende quando si va in pensione, oggi abbiamo il collasso di reale sistema, non possiamo aspettare i benefici tra vent’anni delle riforme, quando i miei contributi di oggi servono a pagare le pensioni di ieri, va subito inserita la scelta al pensionato di optare per l’attuale regime, in alternativa va inserito il blocco della pensione, ad esempio non può superare 50.000 euro all ‘anno, oltre non vi è nessuna ragione di pagarla, va fatto subito, naturalmente questo e’ un sogno, però mi auguro che alle prossime elezioni vinca una maggioranza che inserisca tale problema e basta con i diritti acquisiti, non è altro che una farsa.

  13. Ivan

    Dopo l’ultima riforma l’Italia è divenuta il paese in cui si va in pensione più tardi, restando però quello in cui si pagano i contributi più alti, il 33% a fronte, se non sbaglio, di una media europea di circa la metà. In questa situazione non mi sembra ingiusto ritoccare, almeno sopra una certa soglia, le pensioni non corrispondenti ai contributi versati. Il fatto che alcuni hanno ricevuto finora un regalo non implica che debbano continuare a riceverlo per tutta la vita.

  14. Enrico

    Mi riferivo semplicemente al fatto che la giustizia sociale, in queste condizioni (cioè aspettative di pensioni da fame attuali vs metodo retributivo usato per generazioni precedenti, malgrado versamenti nella migliore delle ipotesi equivalenti) si può ottenere solo ricalcolando tutte le pensioni con il metodo contributivo.
    Con buona pace dei percettori attuali.

  15. Antonello Duravia

    SCELTA CIVICA il 25 novembre ha presentato una mozione (Tinagli-Zanetti-Ichino) per il taglio delle pensioni retributive più elevate, per la parte non corrispondente ai contributi versati.
    La logica mi sembra corretta, poichè :
    1) non si spara nel mucchio, evitando di penalizzare coloro che hanno pensioni alte ma perfettamente giustificate dai contributi versati (è il caso dell’ing. Michele citato nell’articolo)
    2) smonta la pretesa di chi in modo ingenuo (o interessato) continua a difendere in modo acritico il “principio di affidamento” (sul quale si basa la logica dei “diritti acquisiti”); si afferma infatti che i diritti sociali vanno garantiti in modo equo ed in relazione alle condizioni economico-sociali, secondo quanto sancito dal dettato Costituzionale (art. 2 e 53), evitando di tutelare soltanto una parte degli italiani e dimenticando gli altri.
    I diritti, se non possono essere estesi a tutti (anche a coloro che vengono dopo), non sono diritti bensì privilegi.
    I difensori dei “diritti acquisiti” e del “principio di affidamento” seguono la logica del “chi primo arriva, meglio alloggia”.
    Una revisione del sistema verso un’applicazione del metodo contributivo anche ai pensionati già in essere stabilirebbe invece il sacrosanto principio che, come cittadini di questo Paese, siamo “tutti sulla stessa barca”.
    http://www.sceltacivica.it/doc/1133/continua-la-battaglia-di-scelta-civica-contro-le-pensioni-doro.htm

    • Bruno Cipolla

      Riquoto: “I diritti, se non possono essere estesi a tutti (anche a coloro che vengono dopo), non sono diritti bensì privilegi.”
      Aggiungo privilegi anacronistici iniqui e insostenibili.

  16. Andrea Pirozzi

    Equità, anche intergenerazionale, sarebbe avere il contributivo per tutti ricalcolato.
    Si sistemerebbero molte storture (promozioni all’ultimo mese, baby pensionati….).
    E sono d’accordo al tetto minimo oltre cui non scendere e magari prevedendo dei correttivi rispetto all’attuale reddito pensionistico mensile (es. decurtando una percentuale della differrenza tra retributivo e contributivo) .
    Tutto questo sarebbe comunque meglio che insistere su un contributo di solidarietà che è iniquo già nel nome: come se chi possa adesso permettersi di essere solidale, lo facesse con i soldi propri…..

  17. Franziskus

    spiace notare che alcuni interventi non tengono conto del principio assicurativo che sta alla base del sistema pensionistico. nessuno può pretendere che la gente contribuisca per decenni e poi si veda contestare, dall’ultimo arrivato, ciò a cui ha maturato il diritto: troppo comodo prima incassare e poi quando è ora di pagare, cercare ogni pretesto per non farlo: provatevi a farlo in campo privatistico e vi ritrovate in tribunale con l’imputazione di insolvenza fraudolenta. la questione delle retribuzioni aumentate ad arte negli ultimi mesi di servizio non è attuale, e riguardava in passato specialmente dipendenti pubblici di alto livello, non certo le grandi aziende private che mai farebbero una cosa del genere. anche la manìa di applicare il sistema contributivo sempre e comunque, è piuttosto discutibile: un sistema assicurativo è per definizione basato sulla mutualità, se ognuno deve tenersi i suoi soldi lo si faccia, e si abolisca l’intero sistema, sarebbe la cosa più logica.

  18. Luigi Di Porto

    Ottimo articolo. L’unica riforma possibile del nostro sistema pensionistico è proprio il passaggio al contributivo per tutti, in questo modo si andrebbe a salvaguardare sia l’equità che la cassa, non si chiederebbero “contributi di solidarietà” ma si abolirebbero “privilegi e regalie”.
    Poiché uno dei principi fondamentali di un sistema di gestione contabile è la separazione delle poste (come ci ha insegnato fra Luca Pacioli) io suggerirei però di passare al contributivo secco e per tutti, senza soglie o altri artifici, lasciando l’integrazione ai livelli di salvaguardia (da definire) a carico della fiscalità generale e non del sistema pensionistico. Nel cedolino di liquidazione dell’assegno pensionistico si potrebbe fin da ora indicare in due voci separate quanto deriva dai contributi effettivamente versati, rivalutati secondo le regole della riforma Dini, e quanto viene erogato a spese della comunità.

  19. Antonello Duravia

    Egregio Franziskus,
    il principio assicurativo non ha niente a che fare con le sue tesi a difesa
    del sistema retributivo. Nei sistemi assicurativi, il premio pagato è
    proporzionato alla probabilità dell’evento (speranza di vita) ed alle
    prestazioni assicurate (durata ed ammontare della pensione). Nei sistemi
    previdenziali retributivi non c’è niente di tutto questo, essendo frutto
    solamente di contrattazione politico-sindacale.
    Neppure il principio di mutualità c’entra qualcosa : infatti, Lei difende
    una mutualità a senso unico (chi primo arriva, meglio alloggia).
    Stia certo che se chi doveva assumersi il ruolo di Assicuratore (cioè le
    generazioni future) fosse stato interrogato in proposito, avrebbe chiesto in
    pagamento premi ben più elevati.
    Spiace sottolinearlo, ma la Sua è solo retorica a difesa di “privilegi
    acquisiti”.
    Per i numeri, leggere il recente articolo del prof. Patriarca, pubblicato su
    questo sito :
    http://www.lavoce.info/il-contributo-di-solidarieta/

  20. Ivan Berton

    Bhè, invece di fare tutti questi calcoli spaventosi, che alla fine è il gioco della coperta corta, e restano sempre persone con pensioni da fame, dico, con 200€ non penso si possa sperare di tirare avanti più di un paio di settimane, con i prezzi che volano sempre più sù, lo vedo dura dura…
    Io propongo un qualcosa di più semplice, una pensione minima decente, imposta per legge, 500€ sono pochi questo è sicuro, ed un automatismo percentuale, ( senza ste aliquote che alla fine creano solo scompensi, dato che ci sono salti di reddito enormi, fra un’aliquota e l’altra, possibile che non si possa fare un qualcosa di migliore e più equo?) che prenda da chi ha di più per compensare chi ha meno, chi è in pensione e vuole continuare a lavorare, è liberissimo di farlo.
    Questa è l’unica maniera per mettere buona pace fra chi prende niente, e chi prende troppo, mantenendo i numeri identici.

  21. Alfonso S

    Dalla puntata di servizio pubblico, si capisce bene che l’ingegnere non conosce bene il meccanismo di aliquota di rendimento decrescente per scaglione, che è una modalità per abbattere il rendimento implicito (purtroppo non sufficiente a portarlo ad un livello sostenibile), e soprattutto non capisce che il “regalo” è più grande per le carriere esponenziali piuttosto che per quelle piatte. Facciamo parlare gli economisti e non gli ingegneri.

  22. La Corte dei Conti, dopo l’allarme lanciato dall’Ocse, mette in guardia anche sul gap di trattamento tra i pensionati con il metodo retributivo e quelli con il metodo contributivo. Calcolo che penalizzerebbe, e non poco, proprio i giovani precari. La Corte conferma l’esigenza di un “costante monitoraggio degli effetti delle riforme del lavoro e della previdenza obbligatoria sulla spesa pensionistica e di una crescente attenzione al profilo dell’adeguatezza delle prestazioni collegate al metodo contributivo e degli eccessivi divari nei trattamenti connessi a quello retributivo, unitamente all’urgenza di rilanciare la previdenza complementare”.
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2013/12/03/Allarme-conti-Inps-Corra-ripari-_9721190.html
    Alla luce delle denunciate distorsioni di sistema, ritengo una pura follia immaginare di mantenere ancora in vita il pro-rata, nonchè la quota di prestazione determinata con il sistema retributivo con metodo di calcolo a ripartizione (non abbiamo risorse simili, se non a costo di far lievitare ulteriormente il debito pubblico ed i relativi interessi su tale debito, pari al 133,3% del PIL). Il PIL è a poco più di 1.560 miliardi di euro, mentre il debito pubblico pari a circa 2079 miliardi di euro, il debito pubblico è quindi il 133,3% del PIL. La spesa pubblica è circa la metà del PIL (800 miliardi) e le entrate poco meno (760 miliardi). Il problema è strettamente legato alla scarsa crescita del PIL ed al rilevante debito pubblico, risultando quasi impossibile per l’Italia invertire la rotta, valutata la crescita annua pari a circa lo 0.8%. Inoltre INPDAP ed ENPALS hanno dimezzato il patrimonio di INPS (il patrimonio di INPS è passato, dal 2011 a quest’anno, da €. 41 a €. 26 mld). Nel 2014 e 2015, si avrà una riduzione del patrimonio di 10 miliardi l’anno. O si mette mano alle attuali pensioni retributive, o nel 2016 vi sarà il crac di INPS. Occorre tagliare gli interessi sul debito, pari a circa 81 miliardi di euro (non meno di 20/25 miliardi anno e quindi azzerare gli interessi sul debito pubblico in 4 anni. Anche attraverso la vendita del patrimonio dello Stato, utilizzando i proventi esclusivamente per eliminare nel più breve tempo possibile gli interessi sul debito pubblico).
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/19/tasse-banca-mondiale-italia-fanalino-di-coda-in-europa-per-carico-fiscale/782823/
    Nel mese di maggio 2012, i Paesi della UE hanno deciso il salvataggio del mondo bancario con il cosiddetto bail-out, rendendo collettive le perdite del settore privato: 4.500 i miliardi di aiuti alle banche, pari al 37% del PIL dell’Unione Europea, che sono stati approvati dalla Commissione Europea, portando la tassazione in Italia a livelli record (65,8%).
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/19/crisi-locse-smentisce-saccomanni-nel-quarto-trimestre-non-ci-sara-ripresa/782770/
    E’ impensabile varare altri inasprimenti fiscali per salvare ora il sistema previdenziale italiano. Non hanno altra strada che traghettare il sistema, verso il contributivo. Con il passaggio dal pro-rata al contributivo, da subito, per tutti, spariscono i diritti acquisiti, diminuirà progressivamente il debito latente e soprattutto si avranno delle risorse per rilanciare la crescita e gli investimenti. Il Wall Street Journal, in particolare sottolinea come l’Italia si distingue in Europa per la sua dipendenza dalle tasse sul lavoro, pagate da imprese e dipendenti, per finanziare il sistema pensionistico: “l’esborso per le pensioni di anzianità rappresenta circa il 13% del PIL, ossia un terzo più alto rispetto alla Germania e il doppio rispetto agli Usa, secondo i dati Ocse”.
    http://www.presseurop.eu/it/content/article/4378541-la-macchina-dei-bailout
    Il Bail-out è ciò che è avvenuto in Europa nel 2010-11 con i piani di assistenza a favore di Grecia, Irlanda e Portogallo.
    http://www.treccani.it/enciclopedia/bailout_(Dizionario_di_Economia_e_Finanza)/
    A mio avviso, l’unica soluzione praticabile risolvere la sopracita questione previdenziale, e contemporaneamente, evitando di generare ulteriore debito latente, è:
    implementare un sistema previdenziale misto a più pilastri e/o contributivo “puro”, da subito, per tutti.

  23. nonnoFranco

    Non facciamo come i capponi di Renzo: vorrei rammentare che chi ha gestito tutto è lo “Stato”, utilizzando le Risorse Inps a proprio piacimento e con mani bucate.
    E’ il famoso “chiagni e fotti”.

  24. Informazione_corretta

    A me non quadrano i calcoli anno per anno della rivalutazione del montante dell’anno precedente a cui vanno aggiunti i contributi dell’anno (ma da non rivalutare in quell’anno ma nel prossimo con l’intero montante) usando i tassi indicati nella tabella.E i dati per fare un calcolo corretto per la rivalutazione dei montanti ci sono anche per gli anni prima del 95,basta andare a prendersi la serie storica dei tassi di crescita del pil nominale dal 1969 (visto che ha iniziato a versare contributi nel 74) e calcolarsi ogni anno la media dei 5 anni precedenti della crescita del pil nominale..L’ho scritto per mesi sul Fattoquotidiano che l’ingegnere parla a sproposito.Oltretutto,se è andato in pensione nel 2013 a 61 anni,il coefficiente di trasformazione è pari al 4,796 che applicato al montante di 2.068.495,29 danno una pensione lorda annua di 99.205 euro,pari a 7631 euro lordi mensili,nessuna pensione annua superiore ai 100 mila euro lordi,come detto da Carugi.

  25. senza niente

    Ma del fatto incontestabile che siamo tutti esseri umani con diritto ad una vita degna, come recita la nostra Costituzione e la Carta dei Diritti dell’Uomo, qui non interessa a nessuno? Tutti gli economisti e i cosiddetti ingegneri, dovrebbero provare a vivere con niente.

  26. Silvana

    E’ discutibile che 3.000 euro (lordi, pari a 2.000 euro netti) sia una pensione d’oro. Ed è anche discutibile che non si tenga conto di chi, con quella pensione, deve mantenere figli disoccupati. Sta meglio un pensionato da 2.000 euro lordi, ma il cui figlio ha un lavoro stabile.

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