Per anni l’Italia non ha avuto alcuna politica di accoglienza per i richiedenti asilo, mentre verso gli immigrati per motivi economici si è proceduto a colpi di sanatorie. Il regolamento di Dublino era anche la risposta a una sostanziale sottovalutazione del fenomeno. Serve un netto cambiamento.
DA DOVE ARRIVANO LE REGOLE DI DUBLINO
Dopo i tragici naufragi avvenuti in ottobre a sud di Lampedusa, su questo sito Sergio Briguglio ha individuato alcune possibili modifiche alla normativa sull’asilo.
Ma il commento più caustico a quegli avvenimenti è venuto forse dall’Economist. L’autorevole settimanale britannico ha scritto che l’Europa spende solo 100 milioni di euro l’anno per finanziare Frontex (l’agenzia europea di controllo delle frontiere) contro i 60 miliardi di euro l’anno destinati a sostenere la sua agricoltura: non volendo importare troppi prodotti agricoli africani, l’Europa si vede poi costretta a importare profughi disperati.
La crudezza del paragone potrà non piacere, ma ha il pregio di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica (soprattutto italiana) dagli aspetti legislativi della problematica migratoria a quelli economici.
È un fatto che i cambiamenti prodotti dalle primavere arabe e la guerra civile siriana hanno mutato il contesto nel quale si svolgeva da anni il traffico di persone tra le due sponde del Mediterraneo.
Uno degli elementi di maggiore difficoltà sul versante dell’accoglienza è sempre stato quello di distinguere tra migranti economici e richiedenti asilo. Che questa distinzione non sia del tutto chiara al cittadino medio è più che comprensibile, ma è bene ricordare ciò che accadde nel 2003: nello stesso anno in cui l’Unione Europea approvava le regole di Dublino II, il Governo italiano promuoveva la più grande sanatoria mai vista in Europa, con 650mila regolarizzazioni.
Una contraddizione e una sottovalutazione dello scenario mediterraneo.
La seconda convenzione di Dublino rappresenta in buona sostanza la ritorsione dei paesi anglosassoni nei confronti di Grecia, Spagna e Italia, colpevoli di non approntare quasi alcuna politica di accoglienza dei richiedenti asilo, favorendo il loro transito verso il Nord Europa. Il rimedio è l’adozione della regola per la quale è responsabile dell’esame della domanda di asilo il primo paese in cui il profugo arriva.
La generosa apertura italiana della valvola degli ingressi per lavoro è comunque proseguita per oltre un decennio (persino nel 2011, incurante della crisi economica è stato presentato un decreto flussi), sottovalutando il fatto che le richieste di asilo pur minoritarie, aumentano e non possono essere eluse.
DOVE INVESTIRE
Le forze politiche italiane trovano sempre una facile unanimità nel dichiarare che “l’Europa deve aiutarci” mentre è quasi vero il contrario: i numeri sono impietosi nel ricordare come l’Italia sia sotto la media europea nell’accoglienza dei richiedenti asilo.
È abbastanza improbabile che i paesi anglosassoni accettino di cambiare le regole di Dublino nel breve periodo, ma quando anche lo fossero, una politica di burden sharing” basata sul numero di abitanti o sulle risorse del Pil vedrebbe sempre l’Italia chiamata a uno sforzo maggiore, e non minore, sulla materia.
In realtà, l’invocazione all’Europa va interpretata come richiesta di fermare i flussi attraverso il potenziamento di Frontex.
La difficoltosa distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo è confermata ad esempio da quanto avviene in Eritrea, dove la crisi economica si somma alla dittatura militare. Mentre l’esplosione demografica africana resta il retroscena comune.
Quindi, se anche nel futuro il Mediterraneo resterà un mare affollato, è necessario attrezzarsi su tutti i versanti: sia con politiche di prevenzione in Africa sia migliorando l’accoglienza, modificando la normativa e aumentando le risorse.
Finora le risorse italiane sulla materia sono state irrisorie: circa 200 milioni di euro l’anno per i Centri di identificazione ed espulsione (Cie), circa 120 milioni per le politiche per l’asilo (compresi i fondi europei) e 200 milioni per l’accoglienza e l’integrazione nei comuni.
Poco più di 500 milioni rappresentano lo 0,06 per cento della spesa pubblica italiana (nel Regno Unito si spende più o meno la stessa cifra solo per l’assistenza sanitaria ai clandestini).
I primi timidi passi del Governo italiano e dell’Unione Europea sulla materia non vanno affatto ridicolizzati, ma è necessario che agli sforzi per modificare le normative si accompagnino quelli per dotare di risorse adeguate sia le politiche di contrasto che di accoglienza, per affrontare uno dei grandi fenomeni del ventunesimo secolo.
Sappiamo che in questa fase reperire risorse aggiuntive è quasi impossibile (anche se in questo caso si tratta di cifre minime).
Tuttavia una maggiore sensibilità al tema dell’asilo si potrebbe ottenere anche rinunciando al decreto flussi per quest’anno (e, di fronte a trecentomila disoccupati stranieri, forse anche per il prossimo) e concentrando le energie in due direzioni: la rimozione dei vincoli residui alla possibilità di lavorare per i richiedenti e lo snellimento delle procedure di esame delle domande; tempi di attesa troppo lunghi spesso alimentano un ricorso al “gratuito patrocinio” legale, che in alcuni casi è risultato almeno discutibile.

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