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  1. Hans Suter Rispondi
    proprio sicuro che i BTP siano più sicuri di azioni ENI o ENEL ?
  2. Francesco Lippi Rispondi
    Questa e' una domanda cruciale (e diversa da quella dell'articolo). La spezzerei in 2: (1) quanto si puo realizzare con le privatizzazioni (non solo eni-enel)? nessuna stima mi pare superi un 5 - 10% del debito. (2) che differenza fa ridurre il debito lordo se, in sostanza, non cambia il debito netto? mi pare la domanda cruciale. Il punto potrebbe essere che la riduzione del debito lordo dimostra la volonta' di affrontare il problema. Essa non e' scontata: per esempio il valore di Eni ed Enel potrebbe essere usato per (ri)finanziare Alitalia et similia, lasciando immutate (o peggiorando ulteriormente) le prospettive di solvibilita del paese. Sono domande difficili, ma credo sia importante farsi quelle giuste, evitando fughe laterali che non aiutano a inquadrare il problema.
  3. Mariano Bella Rispondi
    Ci sembra che i tempi attuali, rispetto alle vicende passate dell’IRI, siano diversi. L’idea di “comprare” è una provocazione, in una stagione in cui la parola d’ordine è “vendere”. Un po’ di dibattito, supportato da evidenze quantitative non guasta. La sua preoccupazione potrebbe essere mitigata dal fatto che una volta le aziende avevano una governance opaca e raramente erano quotate. Oggi, almeno, la quotazione c’è e sulla governance ne sappiamo parecchio di più.
  4. cosimo Rispondi
    Comprare massicce partecipazioni mediante finanziamento da debito pubblico non potrebbe indurre, all' interno di Eni, una sorta di azzardo morale? Per spiegarmi meglio, è possibile che si ripresenti una situazione analoga a quanto successo con le controllanti di IRI, dove le imprese sapevano di poter contare su un finanziamento statale trascurando il risultato di esercizio? Se cosi fosse il rendimento % dell'investimento dello Stato in Eni come potrebbe mantenersi elevato? Perdonate le tante domande e l'ignoranza ma sono uno studente alle prime armi.
  5. Francesco Lippi Rispondi
    Non capisco la logica dell'analisi. Lo stato ha un debito (lordo) B e assets (lordi) A. Il problema reale per la solvibilita dello stato e' l'ammontare del debito netto, D = B-A, (ovvero il valore attuale scontato delle future imposte che dovranno essere raccolte per il rimborso). Il fatto che una parte dell'attivo (o anche tutta) abbia un rendimento piu o meno alto rispetto alle passivita non influenza affatto il valore del debito netto D; il rendimento (un flusso) dell'attivo influenza il valore dello stock di asset A. Se, come l'articolo ci informa, ENI ed ENEL hanno un rendimento medio atteso elevato, questo fatto e' GIA riflesso nel valore A degli asset. Se il rednimento fosse dimezzato, il valore di A sarebbe dimezzato (by and large). L' analisi dei flussi potrebbe essere rilevante se ci fossero problemi di cassa (borrowing constraints) , ma non mi pare centrale adesso. A me pare che il rendimento di A rilevi quasi niente ai fini della decisione sulle privatizzazioni. A meno di non avere informazioni (che il mercato non ha....) che esso salira ancora in futuro (quindi che A salira), che non mi pare il punto di questo articolo. Sarebbe invece da chiedersi se a fronte delle privatizzazioni potrebbe ridursi il tasso di interesse sul debito a seguito di una riduzione del rischio di default.
    • marcobaldi Rispondi
      E riducendo il debito pubblico di "ben" 6-7 miliardi (su 2077) che cambiamento spera di ottenere? E poi si vende una volta sola.
  6. giulioPolemico Rispondi
    Tra l'altro, se lo Stato vende cospicue partecipazioni, ad esempio quelle in Eni, secondo me indebolisce tale società, nel senso che la presenza dello Stato tra gli azionisti funge comunque come una certa qual garanzia di solidità, di solvibilità, ecc. E dal deprezzamento ci rimetterebbero i piccoli risparmiatori, che hanno posto i loro piccoli sudati risparmi investiti in Eni (preso come caso di esempio), proprio perché la reputavano "molto partecipata" dallo Stato, e quindi "sicura".
  7. cosimo zangari Rispondi
    Comprare massicce partecipazioni mediante finanziamento da debito pubblico non potrebbe indurre, all' interno di Eni, una sorta di azzardo morale? Per spiegarmi meglio, è possibile che si ripresenti una situazione analoga a quanto successo con le controllanti di IRI, dove le imprese sapevano di poter contare su un finanziamento statale trascurando il risultato di esercizio? Se cosi fosse il rendimento % dell'investimento dello Stato in Eni come potrebbe mantenersi elevato? Perdonate le tante domande e l'ignoranza ma sono uno studente alle prime armi.
  8. Massimo Matteoli Rispondi
    L'articolo fa chiarezza su uno dei tanti miti che circolano in Italia. Si pensa che sia possibile uscire dalla crisi vendendo il patrimonio pubblico, senza capire che in questo modo il vantaggio è spesso solo illusorio e comunque momentaneo, mentre il danno al patrimonio di noi tutti è generale e permanente. In realtà noi avremmo bisogno di serietà prima ancora dei soldi, con uno stato che riesca a funzionare senza sprechi e senza clientelismi.
  9. krok Rispondi
    Dagli anni '80, non abbiamo fatto che aumentare il debito pubblico ..... e la soluzione sarebbe vendere quote di proprietà? Forse è ora di cominciare a tagliare la spesa pubblica e gli interessi sul debito (diritti acquisiti, pensioni d'oro, spese improduttive, ecc.). Solo con le pensioni si possono tranquillamente reperire 12/13 miliardi di euro.
  10. Franco Becchis Rispondi
    "6,7 miliardi di euro ..poco più di 4/10 di Pil" siamo sicuri? :-)
    • silvio Rispondi
      " punto percentuale"........ è rimasto nella testa e non è passato nella penna
  11. Gianmarco Calanchi Rispondi
    Sono d'accordo che vendere partecipazioni in societá redditizie (tenendo conto del costo opportunitá di non abbattere debito pubblico attraverso tali dismissioni) possa non essere una buona idea. Non sono sicuro, peró, che comprare azioni in queste o altre societá finanziando l'acquisto con titoli di Stato sia una buona idea. Il problema é che lo Stato si esporrebbe sui mercati azionari, che rendono di piú del debito sovrano anche perché sono piú rischiosi. E poi perché fermarsi agli acquisti 'spot' e non andare oltre acquistando (e rivendendo) derivati? Se si volesse andare in questa direzione, si dovrebbe creare un portafoglio bilanciato, tenendo conto del rischio che lo Stato si vuole assumere. Ma si vuole davvero trasformare lo Stato in una Banca d'investimento?