Lavoce.info

Privato e pubblico nei servizi per l’impiego

Il tema della riorganizzazione dei servizi per il lavoro, in occasione dell’avvio del programma Youth Guarantee è certamente fondamentale.

MEGLIO COOPERARE CHE CONTRAPPORSI
Indubbiamente, la proposta di rinunciare alla frammentazione delle competenze in materia (tra Inps, Ministero, Italia Lavoro, regioni, agenzie regionali, province) per provare a riorganizzare sulla base di un’agenzia unica, come indicato da F. Giubileo e F. Pastore appare ineludibile, come del resto si ebbe a scrivere poco tempo fa (L.Oliveri – Lavoro giovanile, una corsa a ostacoli).
Occorre, però, probabilmente fare una scelta netta e precisa sul concetto di “raccordo” pubblico-privato o, comunque, sul ruolo che i soggetti privati debbano avere nei servizi per il lavoro.
Il punto di partenza dovrebbe essere la consapevolezza che i servizi per il lavoro debbano essere il più possibile diffusi e penetranti, accessibili e aperti ad intendere il servizio come “universale”, rivolto a tutti, con livelli minimi essenziali delle prestazioni e indicatori di risultato.
A questo scopo, una contrapposizione tra “pubblico” e “privato” non è utile, così come poco senso ha anche pensare ad un monopolio dell’uno invece che dell’altro.
Il “raccordo” tra pubblico e privato presuppone l’operatività contemporanea di entrambe le tipologie di soggetti. Se, infatti, il legislatore avesse ragionato in termini di pura e semplice privatizzazione dei servizi, non avrebbe affrontato il problema del coordinamento e dialogo tra privato e pubblico.
E’, allora, opportuno soffermarsi sull’accezione di “privato” nei servizi per il lavoro. A ben vedere, una reale privatizzazione dei servizi sarebbe possibile se ricorrano una serie di condizioni:

  1. il soggetto giuridico che eroga il servizio ha personalità giuridica di diritto privato;
  2. dispone di capitale totalmente privato;
  3. agisce attraverso atti di natura negoziale (obbligazioni) e non amministrativa;
  4. gestisce un servizio profit o di mercato;
  5. si finanzia interamente ed esclusivamente con introiti derivanti dalle attività di mercato.

 
IL PRIVATO NEI SERVIZI PER IL LAVORO
Però, non tutte queste condizioni si verificano per i servizi per il lavoro gestiti dai soggetti privati, autorizzati o accreditati. In particolare, mancano la penultima e l’ultima delle condizioni indicate prima: infatti, i servizi rivolti ai lavoratori sono necessariamente gratuiti, perché non sono di mercato.
I servizi per il lavoro si caratterizzano per essere servizi di interesse generale, per altro costituzionalmente garantiti, da erogare ai lavoratori senza distinzioni di censo, sesso, età, nazionalità, sulla base del loro bisogno.
Dunque, a prescindere dalla personalità giuridica di chi eroga tali servizi, essi restano pubblici, anche per la semplice ragione che qualsiasi politica di sostegno a chi cerca lavoro richiede impiego di risorse pubbliche. Pertanto, anche se i servizi per il lavoro fossero formalmente svolti da soggetti privati, resterebbero pubblici per caratteristiche, finalità e impiego delle risorse. E proprio il programma della Youth Guarantee ne è la manifesta conferma, in quanto sarà finanziato con risorse pubbliche e pubblica sarà, comunque, la strategia.
Oggettivamente, allora, sembra che il problema vero sia un altro. Ingaggiare la duplicità sistema pubblico – sistema privato, non ha molta utilità per lavoratori e aziende, i quali avrebbero bisogno che entrambi svolgessero, supportandosi, i servizi necessari, per potenziarli ed estenderli. L’interesse del “privato” verso la Youth Guarantee pare molto un interesse ad intercettare le risorse, per ottenere un consistente, per quanto indiretto, aiuto pubblico in una fase purtroppo molto critica del mercato.
Per questo, idee come il compenso “a risultato” come incentivo per chi svolga i servizi per il lavoro non convincono, e meno ancora per progetti come la Youth Guarantee. Le risorse, che per altro non sono per nulla ingenti, sarebbe necessario venissero interamente rivolte ai giovani beneficiari, con sostegni al reddito o similari forme, a fronte di un loro preciso coinvolgimento operativo e condizionato alla qualità della frequenza. Immaginare di utilizzare le risorse, invece, per finanziare i servizi, serve solo per la tautologica affermazione che investire nei centri per l’impiego in questa fase di smobilitazione caotica delle province e di nebulosità sul futuro dei servizi pubblici per il lavoro non vale la pena; e, contestualmente, per far sostenere con risorse pubbliche attività che le agenzie già dovrebbero farsi remunerare con gli introiti dall’attività “di mercato”, permettendo loro di avere ossigeno al loro fatturato.
UNA PIATTAFORMA UNICA
Non dovrebbero essere questi né i fini, né le ricadute anche solo indirette, del governo dei servizi per il lavoro. Le agenzie private costituiscono un supporto fondamentale, per il loro funzionamento. Molto più trasparente apparirebbe allora, invece che la creazione di un indiretto sussidio finanziario pubblico ad imprese private o un surrettizio modo per chiedere al disoccupato il pagamento per il servizio di ricerca del lavoro (finanziato da risorse pubbliche), guidare i servizi pubblici ad avvalersi delle collaborazioni dei privati, mediante appalti di servizi, volti a potenziare il complesso degli strumenti di aiuto a lavoratori e aziende. In modo che dove non arrivi l’uno con le proprie forze, giunga a “sussidio” l’altro, sulla base di costi standard, che remunerino il solo costo vivo, così da scongiurare il pericolo di un “mercato” fittizio su risorse pubbliche e la creazione di un sistema di servizi per il lavoro interamente “privato”, con il rischio di rivolgersi solo ad aziende di quella determinata sigla associativa e lavoratori con certe particolari tessere.
Inoltre, un’importante passo sarebbe quello di obbligare le aziende a rendere pubbliche le domande di lavoro su una piattaforma unica, alla quale servizi pubblici e privati dovrebbero accedere per fornire entro tempi celeri e prefissati rose di candidati preselezionati. In questo modo, l’efficacia dei servizi sarebbe veramente misurabile, fermo restando il diritto del datore di scegliere il lavoratore che meglio ritiene adeguato. Il mercato sarebbe, a questo punto, davvero aperto e trasparente e si capirebbero i ruoli dei soggetti chiamati all’intermediazione.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Come si garantisce l’accoglienza dei profughi

Successivo

Ridateci il Mattarellum

  1. michele

    Un tema che mi sta molto a cuore questo trattato. Splendido articolo, purtroppo non si parla abbastanza di collocamento. Anche io concordo sul centralizzare tutto il settore creando sinergie tra pubblico e privato, aggiungo anche il settore della formazione che non può essere slegato dal collocamento.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén