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  1. lorenzo Rispondi
    Dirò una cosa banale, ma ho verificato che la pensano tutti quelli che hanno avuto a con l'ufficio di collocamento e i cpi: gli unici impieghi che riescono a procurare e mantenere sono quelli dei loro dipendenti. Soluzione: reddito di cittadinanza e ciascuno, libero dalla schiavitù del lavoro, sarà libero di cercarsi l'occupazione che più gli si confà. "E all’obiezione che molti fanno che senza la costrizione della necessità di vivere non si lavora e non si produce nulla, rispondo che preferisco un fannullone libero ad un produttore schiavo". Non è mia ma del benemerito Domenico De Simone http://domenicods.wordpress.com/2011/11/22/un-grande-crimine-e-un-codazzo-di-sciocchezze/"
  2. Vincenzo Tondolo Rispondi
    Questa famosa svolta, gli opera(tor)i dei centri per l'impiego l'hanno già vissuta nel biennio 1997-1999. Grazie al decentramento della Bassanini, oltre al bambino si è cacciata via l'acqua sporca, ed anche la bacinella. Avvicinarsi al territorio, era il verbo, perché non esiste un mercato unico del lavoro. Occorreva un cambio culturale: non si parlò più di occupazione, ma di occupabilità. Bisognava costruire l'autostrada delle offerte del lavoro - la cd. Borsa Lavoro -, siamo ad un tale livello di ridondanza informatica che occorre un navigatore satellitare ad hoc. In compenso abbiamo trovato: una politica in tutt'altre faccende affaccendata, un management (???) molto provinciale ed un accanimento retorico senza precedenti. Quousque tandem abutere patientia nostra?
    • Adele Bianco Rispondi
      Caro collega Tondolo, sono PIENAMENTE d'accordo con te! Adele Bianco
  3. Giovanni Volpe Rispondi
    E' importante, il fatto che i centri, nella selezione del personale, siano indipendenti, senza subire pressioni, condizionamenti esterni.
  4. Enrico Rispondi
    Ottimo articolo con buone proposte. L'unica su cui sono un po' "scettico" è il call center, mi sembra anacronistico, non sarebbe meglio realizzare un sito efficiente, come monster per esempio?
  5. Sergio Bevilacqua Rispondi
    C'è un presupposto, in questo articolo, che lascia stupiti. Nelle varie proposte illustrate i grandi esclusi sono i protagonisti delle politiche attive del lavoro di questi ultimi 15 anni. Chi ha sviluppato servizi ed esperienze è escluso da ogni possibilità di contribuire alla riforma dei centri per l'impiego. Come se non avesse niente da dire o il suo approccio fosse comunque e sempre inutile in quanto burocratico. A priori. Forse una delle criticità delle politiche attive del nostro paese è anche questa perenne difficoltà ad ascoltare chi ci lavora e forse sa indicare qualche soluzione in più di quelle ipotizzate. Per esempio una drastica semplificazione degli oneri burocratici che non dipende dai CpI ma dal Ministero del lavoro. C'è poi un altro elemento che sembra una condanna tutta italiana. Ma quali sono gli ambiti dove si discute della riforma dei CpI? E' mai possibile alla fine del 2013 muoversi ancora con logiche opache e per niente trasparenti? Di queste cose si dovrebbe parlare pubblicamente e organizzare luoghi di confronto pubblico quantomeno in tutte le regioni. Così magari si capirebbe cosa non ha funzionato per anni del dispositivo dote in Lombardia, quanto si è finiti per finanziare proprio quell'utenza che avrebbe potuto farcela da sola a trovarsi un nuovo lavoro. E quanto è servita l'attività di supporto all'occupabilità più che all'occupazione. Infine togliamo di torno il mito che una persona disorientata possa scegliere da sola a quale agenzia indirizzarsi. Non è certo sufficiente un sistema di rating per risolvere questo problema particolarmente complesso che merita qualche attenzione in più rispetto all'approccio ideologico utilizzato per anni (diamo i soldi al soggetto disoccupato che poi sceglierà lui in autonomia a quale agenzia indirizzarsi). Di miti e di approcci top down le politiche attive hanno già sofferto in passato. Penso sia necessario prestare una particolare attenzione a non ripetere errori ben conosciuti se vogliamo lavorare per migliorare l'efficienza del sistema. Sergio Bevilacqua
    • Simona Lucherini Rispondi
      Analisi perfetta quella di Sergio Bevilacqua: è proprio vero uno degli errori più eclatanti è continuare a seguire le ricette di chi in un centro per l' impiego non ha mai messo piede. Oltre ai dipendenti pubblici che gestiscono i servizi amministrativi vi lavorano consulenti che si occupano dei servizi specialistici. Purtroppo questi sono assenti da ogni tipo di dibattito e confronto in quanto ad altri spetta decidere. Esistono in italia nei servizi per il lavoro tanti esempi positivi e molti negativi: cominciare da lì e migliorare il sistema no? Copiamo ricette positive di paesi che anche culturalmente sono distanti da noi e le trasformeremo in disastri sprecando risorse finanziarie e professionalità nel nome di un privato che non garantisce efficienza e efficacia nei servizi per l'occupabilità ma può essere un nodo importante e rilevante di quella rete dei servizi per il lavoro pubblici e privati che ancora non riusciamo a costruire a causa di personalismi inutili. Da ultimo non si può dimenticare la totale assenza di controllo e valutazione degli esiti degli interventi di politica attiva, il mancato controllo di comportamenti illegali sia delle aziende che delle persone in cerca di occupazione, gli inutili progetti di italia lavoro (ad esempio ora dobbiamo promuovere manager to work in un territorio dove non esistono imprese che siano in grado di assumere dirgenti) e questo è solo un esempio dei tanti. Oppure persone che si dichiarano disoccupati e invece magari sono titolari del negozietto: tanto nessuno controlla, e così via. Come consulente esperto di politiche per il lavoro e orientamento professionale avrei tanto da dire ma si ascoltano solo le voci di sempre e quindi mi limito a lavorare seriamente nel mio piccolo nella speranza che prima o poi qualcosa cambi.