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  1. Andrea Buti Rispondi
    Sono laureato in legge in Italia e avvocato a New York/solicitor inglese. Premesso che quando studiavo in Italia mi beavo pure io della nostra superiore arte giuridica, mi pare che da noi esiste un culto della difficoltà fine a sè stessa ("per privato ho studiato 1400 pagine a memoria", "il prof di proc. civile chiede le note a piè pagina") mentre negli Stati Uniti ci si concentra su chiarezza e praticità. Come già fatto dal Prof Enriques e da vari commentatori, suggerirei poi di provare a studiare, oltre al mostruoso Dodd-Frank Act, anche leggi basilari come il Securities Exchange Act.
  2. Giorgia Felici Rispondi
    Gentile professore, sono perfettamente d'accordo con lei: dello stesso tema ho discusso la scorsa settimana con uno dei miei più cari amici, collega di corso, come me iscritto al quarto anno di giurisprudenza. E' impensabile che una famiglia debba sostenere un figlio (ammesso che possa) per cinque anni, imparando soltanto i testi del codice e la "dottrina secondo il professore" senza avere alcuna conoscenza del mondo della pratica. E' inammissibile pretendere che in un mondo del lavoro così esigente, con una mobilità internazionale così intensa, uno studente rimanga immobile per 5 anni (senza considerare gli anni di praticantato per poter finalmente, forse, dopo 7 anni di "studio" arrivare a lavorare) all'interno di una istituzione che non offre gli strumenti adatti per accedere al mondo del lavoro. Un'istituzione che, per altro, non fornisce la possibilità di studiare bene una seconda lingua: mi domando chi possa sostenere di aver imparato l'inglese nelle aule di scuola o delll'università anziché tramite istituti privati, viaggi studio o soggiorni erasmus/exchange. Tutto questo, però, temo sia da ricondursi ad un discorso più ampio, che coinvolge la Scuola e l'Università: l'Istruzione non può ricondursi, come troppo spesso avviene, al mero studio mnemonico del testo (che sia del docente o meno) perché il risultato è sempre questo: chi è bravo a "memorizzare" va avanti, chi non ha queste stesse capacità, ma possibilmente ne ha altre che non vengono adeguatamente sfruttate, resta in seconda linea. Così nel percorso di studi, specie in settori che richiedono studi universitari particolarmente lunghi (architettura, medicina, giurisprudenza) chi vorrebbe dimostrare quanto vale non sempre ci riesce - anzi, direi quasi mai. Con questo non sto sostenendo che uno studio mnemonico sia totalmente sbagliato - è certamente indispensabile, nel corso di giurisprudenza, conoscere le disposizioni normative su cui si fonda il nostro ordinamento: vorrei però rendere evidente come un sistema basato esclusivamente su questo metodo porti a conseguenze particolarmente gravi non solo per lo studente, non solo per chi assume, ma per il Paese in genere. Questo sistema, lo ripeto, obbliga una famiglia a mantenere uno studente, se va bene, per 5 anni (e se la famiglia non può? lo studente è costretto a lavorare, il che certamente gli rende merito, ma non dovrebbe costituire la prassi come troppo succede); le imprese ad assumere direi quasi "alla cieca" (come possono conoscere la qualità di uno studente se i suoi voti si basano sulle sole competenze mnemoniche?); il Paese, sprecando risorse, vede gli studenti che ne hanno la disponibilità economica ed i requisiti accademici, andarsene a studiare all'estero per acquisire conoscenze che, evidentemente, l'Italia non è in grado di fornire, lasciando qui coloro che non solo non dispongono di denaro per partire ma anche e soprattutto che non hanno mai visto le proprie capacità e le proprie potenzialità sfruttate in modo giusto.
  3. Alberto Rispondi
    Sono un ingegnere con oltre vent'anni di esperienza lavorativa e mi occupo di finanza strutturata per la realizzazione di progetti di investimento internazionali in settori ad elevata intensità di capitale - oil&gas, power, petrolchimica, infrastrutture - per una principale banca. La documentazione legale - di legge inglese o dello stato di New York - delle operazioni che tratto è costituita da decine di contratti tra di loro collegati per, senza esagerare, migliaia di pagine. Negli anni credo di aver acquisito una certa esperienza con il modo di pensare dei legali d'affari, però avverto la mancanza di una formazione teorica di base sui concetti generali del diritto e dei contratti. Condivido pertanto il pensiero del prof. Enriques sulla utilità di poter offrire possibilità di formazione nelle materie legali con curricula brevi e ad hoc anche a chi non ha avuto una formazione specifica in campo giuridico. Saluti, Alberto
  4. Nicola Rispondi
    Sono uno studente al quinto anno di giurisprudenza, e in questo ultimo anno ho da dare appena 4 esami complementari, di quelli che volendo in una settimana li prepari. Secondo me questo è un anno completamente perso. Potrebbe essere impiegato per passare, finalmente, dalla teoria alla pratica, con tirocini, stage e via dicendo. E' vero, devo fare la tesi, ma la potrei benissimo scrivere mentre svolgo un tirocinio (che potrebbe essere presso uno studio legale, un notaio, un tribunale, un'impresa e così via) e frequento che quei pochi corsi. Anzi, sicuramente il tirocinio mi potrebbe aiutare nel redigere la tesi, dato che riuscirei a venire in contatto con casi pratici e potrei approfondire meglio la materia. Alla luce di quanto detto, secondo me la soluzione migliore sarebbe un corso di 4 anni in cui sostenere gli esami fondamentali, e l'ultimo anno dedicato alla tesi e alla svolgimento di un'attività pratica. Solo così, secondo me, uno studente di giurisprudenza uscirebbe da un corso di laurea già spendibile sul mercato del lavoro.
  5. Roberto C. Rispondi
    Davvero, ma come si fa a sostenere – come sostiene Liebman – che "il funzionamento di un sistema di common law prescinde quasi interamente dall’utilizzazione di concetti giuridici astratti e quindi esime da una qualsiasi conoscenza teorica" e dunque il carico di studio ne risulta alleggerito? Questa sì che è una banalizzazione che non può non stupire in un giurista, a meno che quel giurista non ci abbia mai studiato in un paese come gli Stati Uniti. Se il carico di studio ne risulta alleggerito, la ragione è semmai da ravvisarsi in quello che a me sembra il punto cruciale e ben condivisibile dell’articolo di Enriques: i corsi di laurea statunitensi sono più brevi perché si incentrano su un metodo di formazione finalizzato all’apprendimento del ragionamento giuridico (che proprio per questo NON prescinde dall’utilizzazione di concetti giuridici astratti e conoscenze teoriche). La nostra università è, invece, inutilmente lunga perché persegue e premia un nozionismo ed enciclopedismo spesso fine a sé stesso, che non serve alla causa di alcuna professione forense: né a quella di avvocato, né di magistrato, né di professore universitario in materie giuridiche. Spesso, la mancanza di una vera specializzazione fa più danni che altro: basti pensare al cattivo servizio che un avvocato generico potrebbe rendere ad un cliente in una causa che richiede nozioni specialistiche, o ai risultati che una magistratura poco specializzata in certi settori specifici (come il diritto d’impresa) può causare in termini di decisioni inefficienti, formalistiche e contraddittorie. Ma mentre il legislatore ha mostrato di essere sensibile alle istanze di specializzazione in alcuni recenti interventi che riguardano la magistratura (v. il Tribunale delle Imprese), fa incredibili passi indietro per quanto riguarda l’avvocatura (v. la riforma della legge forense che – a voler essere in buona fede – sembra un miope arretramento culturale, oppure – a voler pensar male – puzza di istinto di autoconservazione della categoria). Il concetto di “apertura mentale” è quello che si scomoda inutilmente per giustificare nozionismo ed enciclopedismo. E tuttavia è sufficiente frequentare le classi di una facoltà di legge italiana e quelle di una facoltà di legge americana per farsi venire seri e fondati dubbi circa la supposta maggiore apertura mentale garantita dal modello italiano comparato al modello americano, che, nell’articolo di Liebman, ne esce dipinto come un’industria per sfornare laureati iper-specializzati destinati ad essere inseriti nei “gradini più bassi della complessa machinery delle grandi (o piccole) law firms”. E poi, sono solo io a NON aver letto nel precedente articolo di Enriques un invito ad una scuola di “diritto esclusivamente professionalizzante”?