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Franco Modigliani, dieci anni dopo *

Il 25 settembre ricorre il decimo anniversario della morte di Franco Modigliani. Vogliamo qui ricordare l’economista premio Nobel attraverso il suo rigoroso impegno civile per l’affermazione di principi fondamentali, contro ogni discriminazione. Battaglie condotte senza mai perdere l’umorismo.

FRANCO MODIGLIANI, UN AMICO
Fu sedici anni fa, nell’esclusivo club romano il Circolo degli Scacchi, in occasione di un pranzo organizzato dal presidente di Mediobanca Franco Cingano e con ospiti prestigiosi come Enrico Cuccia ed Eric Roll, che incontrai per la prima volta Franco Modigliani. Mente lucida, occhi vivaci, risata cristallina…. e due grossi buchi sui talloni dei calzini rosa. Conoscevo il lavoro di Franco e la sua reputazione da molti anni, e lo ammiravo profondamente come economista e come persona. Dopo essermi accorto dei buchi nei calzini, incominciai ad apprezzarlo e ad ammirarlo ancora di più. Ecco un uomo a cui non interessa nulla dell’apparenza, pensai. Un uomo che è solo arrosto, niente fumo. In seguito l’ho incontrato altre tre o quattro volte. In un’occasione abbiamo pranzato insieme durante una conferenza, a Villa d’Este; con noi c’era anche un leader sindacale italiano. Abbiamo parlato di pensioni, un tema su cui Franco aveva lavorato molto. Ero affascinato dalla sua capacità di ascoltare, dalla razionalità e dalla passione con cui argomentava la sua tesi. La nostra amicizia, tuttavia, è iniziata realmente solo due o tre anni dopo, grazie alle numerose conversazioni telefoniche transoceaniche con Cambridge, il Massachusetts o Martha’s Vineyard. In genere parlavamo della politica italiana, che Franco, sebbene fosse orgoglioso di essere un cittadino statunitense, seguiva con grande interesse.
UNA BATTAGLIA VINTA
Nell’ultimo mese della sua vita le conversazioni con Franco e sua moglie, Serena, erano diventate più frequenti; spesso ci capitava di sentirci anche tre o quattro volte al giorno. Il pretesto era stata la nota intervista concessa dal presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, alla rivista inglese The Spectator sui giudici italiani, definiti “mentalmente disturbati”, e sul “regime benevolo di Mussolini”. Franco (che aveva quattordici anni più di me) e io eravamo stati costretti a lasciare l’Italia, dopo l’introduzione delle leggi razziali da parte del regime di Benito Mussolini nel 1938. Non ci era piaciuta quell’intervista, e ancora meno ci piacque il fatto che l’Anti-Defamation League (Adl, la lega antidiffamazione) volesse conferire a Silvio Berlusconi il premio di statista dell’anno durante una cena di gala al Plaza Hotel di New York. Lo statuto di questa organizzazione ebraica fondata nel 1913, del resto, la impegna a contrastare ogni discriminazione razziale, etnica o religiosa. Franco e Serena erano scandalizzati, ma non per motivi religiosi. Come me (che sono stato battezzato all’età di dieci anni), non erano ebrei praticanti. Era più che altro una questione di principio. A parte i commenti di Berlusconi su Mussolini, non potevamo accettare il fatto che il primo ministro fosse a capo di una coalizione comprendente anche un partito razzista e xenofobo (la Lega Nord) che mai ha preso pubblicamente una posizione contraria. Franco era capace di indignarsi di fronte a un’ingiustizia, e contagiava chi gli stava intorno, infondendo coraggio e la voglia di combattere per una giusta causa. Con entusiasmo, e l’aiuto di Serena, ha coinvolto vari illustri studiosi del Massachusetts Institute of Technology e di Harvard, inclusi i colleghi premi Nobel Paul Samuelson e Robert Solow. Era felice come un bambino che riceve un nuovo giocattolo per essere riuscito a ottenere la firma di Paul Samuelson. “Sai,” mi disse, “Paul non firma mai questo genere di lettere”. La “troika” (è così che venivano chiamati) scrisse una lettera infuocata al New York Times. Fu pubblicata il giorno della cena di gala, creando un certo scompiglio tra gli organizzatori. Veniva presa chiaramente posizione contro coloro (come Abraham Foxman, direttore nazionale dell’Adl) che agivano in base a meschini calcoli politici (in questo caso, il sostegno a George Bush e Ariel Sharon). L’opinione di Franco, che io condivido pienamente, era che non si possono barattare i principi fondamentali con la politica di parte. La lettera era stata firmata anche da altri quattro insigni professori del Mit e di Harvard. Il New York Times la pubblicò con le sole firme dei tre premi Nobel, specificando, tuttavia, che c’erano altre adesioni. Franco aveva combattuto questa battaglia con rigore giovanile, senza mai perdere il suo straordinario senso dell’umorismo. Era deliziato all’idea che la “troika” fosse riuscita in qualche modo a guastare la cena dell’Adl, e non  trattenne una risata quando seppe che Henry Kissinger, che avrebbe dovuto partecipare all’evento, aveva preferito andare a un evento organizzato da un’associazione animalista. Franco Modigliani provava una forte avversione per l’arroganza e l’ignoranza dei politici. Si era opposto con fermezza alla guerra in Iraq ed era stato molto critico nei confronti della politica economica di Bush che, secondo lui, mirava ad arricchire ulteriormente i ricchi. Pensava che quella di Berlusconi fosse anche peggio, perché la usava per arricchire se stesso. Amava sua moglie Serena, che era molto protettiva nei suoi confronti. Spesso lei ascoltava le sue telefonate e interveniva, dicendo ciò che pensava. La mia sensazione è che a lui questo piacesse. Franco Modigliani, il mio meraviglioso nuovo, vecchio amico, con cui ho parlato soltanto poche ore prima che morisse, se n’è andato dieci anni fa. Continua a mancarmi moltissimo.
* Una versione in inglese di questo articolo è pubblicata su openDemocracy

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La mia proposta per la maturità: alcune precisazioni

  1. Tommaso

    Modigliani rimane un riferimento, per i giovani come me che hanno avuto contatti all’università con ricercatori formatisi alla sua scuola, a Boston. I suoi lavori rimangono molto importanti, e per me formativi. Ma chi ha avuto il privilegio di ascoltare le sue parole, i suoi interventi, la sua verve rimangono sempre impresse.
    Lascia Modigliani uno spazio che l’Italia non ha ancora colmato.

  2. Francesco Pastore

    Con Modigliani, ho capito che la vera teoria economica è quella che parte dai fatti e cerca di spiegarli quando le vecchie teorie non li spiegano più. E’ questa la fonte più importante dell’originalità nel pensiero economico.

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