La gestione delle crisi bancarie è la parte più delicata nella costruzione dell’unione bancaria. È solo tramite un meccanismo unico che si può realmente scindere il legame tra debito delle banche e debito sovrano. Il bail-in ha un ruolo eccessivo, mentre va visto come strumento di ultima istanza.
SOLUZIONI PER CRISI BANCARIE
Il pezzo più delicato nella costruzione dell’unione bancaria, la soluzione concordata in Europa per risolvere la crisi del debito in euro, è la gestione delle crisi bancarie. È solo tramite un meccanismo unico che si può realmente scindere il legame tra debito delle banche e debito sovrano.
I governi continuano a vivere nell’incubo di dover impegnare somme enormi di denaro pubblico per salvare una o più banche in difficoltà. Dopo la crisi dei subprime, l’ipotesi risulta inaccettabile a molti elettori.
Era perciò necessario inventarsi qualcosa. Una strada, tentata negli Stati Uniti (Paul Volcker) e poi nel Regno Unito (John Vickers), e ora riproposta nell’Unione Europea dal rapporto Liikanen, è quella di separare le funzioni socialmente essenziali delle banche da quelle più speculative e quindi rischiose. Tale soluzione risulta molto difficile, perché alcune attività speculative posso essere complementari ad alcune funzioni essenziali (per esempio la copertura dei rischi di cambio). Inoltre, nulla assicura che permangano le interconnessioni tra le due classi di attività, sicché non si può escludere che in futuro il governo debba intervenire per salvare una banca speculativa al fine di evitare che il suo fallimento trascini con sé quello di banche “essenziali”. Infine, per attuare tali riforme ci vuole molto coraggio: aggrediscono colossi transfrontralieri impopolari, ma assai potenti.
Rinunciando a definire ex ante cosa sia essenziale (da salvare) e cosa no, rimanevano dunque due possibilità: 1) lasciare alle autorità di decidere in punto di crisi cosa salvare e cosa no; 2) introdurre un sistema quasi automatico di ripartizione delle perdite tra azionisti e creditori in modo da resuscitare frankensteinamente la banca morta (bail-in).
La direttiva sulla gestione e risoluzione delle crisi bancarie (Brrd), sul cui testo i ministri hanno trovato un compromesso a fine giugno, introduce teoricamente entrambe le possibilità. Ma in realtà non è così: poiché non sono posti limiti al bail-in, è questo che presumibilmente le autorità useranno quasi esclusivamente, in quanto non richiede complesse operazioni di ingegneria societaria e quindi più semplice da utilizzare. Però i creditori delle banche sono tanti, votano e hanno potenti organizzazioni di pressione: ecco dunque fiorire le esenzioni dal bail-in (ovviamente i depositanti, ma anche i lavoratori e i creditori garantiti), i trattamenti preferenziali (i crediti della Banca europea degli investimenti) e le discrezionalità nazionali (praticamente tutti gli altri creditori in proporzione alla forza delle finanze pubbliche). È chiaro che un sistema così congegnato, come ha affermato il governatore Visco, “rappresenta un passo importante ma non consente di spezzare il circolo vizioso tra debiti sovrani e quelli delle banche”.
IL MECCANISMO EUROPEO
La Commissione europea ha cercato di porre un rimedio a questa situazione pubblicando il 10 luglio una proposta di meccanismo di risoluzione unica che dovrebbe valere per tutte le banche dell’area dell’euro (circa 6mila). Prevede che una volta che la Banca centrale europea abbia dichiarato lo stato di crisi irreversibile di una di queste, un Single Resolution Board (Srb, composto da un direttore, un vice direttore e rappresentanti di Bce, Commissione e autorità nazionali) proponga un piano di risoluzione della banca fallita (sulla base di un preesistente Resolution Plan elaborato dalle autorità competenti). Tale piano potrà essere approvato dalla Commissione ed eseguito dalle autorità nazionali. Eventuali costi, incluso l’indennizzo di alcune categorie di creditori, dovranno essere finanziate da un Single Bank Resolution Fund (Sbrf) pari all’1 per cento dei depositi, da costituire in dieci anni con contributi di tutte le banche dell’area. La proposta include anche l’armonizzazione delle gerarchie dei creditori nel processo di liquidazione, sulla cui base sarebbe costruito bail-in.
Potrà un tale meccanismo funzionare davvero? L’esperienza dei Resolution Plan per gruppi cross-border è stata per ora limitata e insoddisfacente: le gelosie e i contrasti tra le autorità nazionali rendono difficile lo scambio di informazioni delicate come quelle sulle possibili dismissioni di asset e sulla possibile ripartizione delle perdite tra i creditori. È possibile armonizzare la gerarchia dei creditori in liquidazione in paesi dalle tradizioni giuridiche così differenti? Avrà l’Srb la capacità e gli strumenti per agire rapidamente? Sarà sufficientemente indipendente dalle pressioni politiche, soprattutto dei creditori nazionali? Sarà sufficiente l’Sbrf (a regime circa 55 miliardi di euro a valori attuali) a compensare i tanti creditori che le autorità nazionali vorranno esentare dal bail-in di una grande banca cross-border?
A ben vedere, tutte queste perplessità derivano dall’eccessivo ruolo che la Commissione intende dare al bail-in. Sarà dunque meglio, nel corso del trilogo tra Parlamento europeo, Consiglio dei ministri e Commissione europea sulle due proposte di direttiva, limitare l’uso del bail-in a strumento di ultima istanza e comunque complementare agli altri strumenti di risoluzione, in particolare la separazione (ex post) delle attività buone da quelle cattive, riducendo inoltre le discrezionalità nell’esenzione di certe categorie di creditori.

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