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  1. ag Rispondi
    L'idea non è da scartare, come sottolineato anche da un altro intervento. vorrei tuttavia segnalare che chi ha già sperimentato i prestiti d'onore si ritrova ora in una "imbarazzante" situazione. Si veda http://www.nonconimieisoldi.org/blog/la-bolla-finanziaria-dei-prestiti-agli-studenti-sta-per-esplodere-jp-morgan-non-ne-concedera-piu/#more-2356
  2. Max Rispondi
    Partendo dal presupposto che condivido che il migliore modo di giudicare una proposta dall'esito incerto e' quello di "sperimentarla" sul campo (anche se in questo caso gli effetti della sperimentazione locale non sono necessariamente assimilabili a quelli su larga scala - vedi effetti di equilibrio generale - ad esempio l'universita' in questione potrebbe acquisire studenti/produrre laureati a discapito dei competitors), credo che condizionare il prestito al "merito" (leggi performance passata e futura) fara' un forte "cream skimming". Da questo punto di vista sono fiducioso che accederanno al prestito gli studenti migliori, che riusciranno plausibilmente a trovare lavoro entro un anno dalla laurea, e a restituire il prestito entro i termini previsti. Temo pero' che saranno probabilmente coloro che si sarebbero iscritti comunque. Dato che il mercato italiano non sempre premia il merito pero', sono meno fiducioso del fatto che le banche italiane e la classe dirigente italiana ne benefici. Infatti, data la situazione dei bassi salari dei laureati in Italia, e' plausibile che chi ne beneficera' sara' soprattutto la classe dirigente straniera (in Germania ed Olanda i laureati prendono tre volte tanto). Per i "migliori" meglio ricevere un salario piu' alto ed andarsene all'estero, soprattutto se si deve pagare un debito (aumento della "fuga di cervelli"?). Tuttavia ben venga la sperimentazione, sarei felice di essere smentito.
  3. Uno studente di 29 anni. Rispondi
    Però poi succede che capita di ripetere l'esame 12 volte in 2 anni (6 volte all'anno, con tanto di scritto e orale e centinaia di ragazzi in lista all'esame, 1 solo professore, esame che dura 4 o 5 giorni), succede di dover cambiare facoltà e sede, di voler - ma i tempi della giustizia sono infiniti - denunciare il professore, di vedere il preside che fa spallucce, e i soldi buttati in tasse, con una media del 28 bruciata, e una laurea che si allontana. Chi paga in queste occasioni??
  4. giuseppe cusin Rispondi
    E' difficile pensare che un prestito per le tasse universitarie possa spostare di molto la convenienza a frequentare l'università. Le tasse universitarie rappresentano solo una parte, e anche limitata, del costo dell'istruzione universitaria. Più rilevanti sono i guadagni perduti durante l'istruzione (lo studente potrebbe lavorare invece di studiare), il costo dei libri e le spese aggiuntive per gli studenti fuori sede. Con il prestito sono favoriti gli studenti che non lavorano durante gli studi. Per gli altri, la necessità di alternare il lavoro con lo studio per pagarsi l'università, ne riduce il profitto, escludendoli dal prestito.
  5. leonardo Rispondi
    Uno Stato deve avere norme coerenti. Se tiene bassa la tassazione fa pagare i servizi, se tiene la tassazione alta deve fornire gratuitamente i servizi. In Italia forse diamo per scontato che dovremo pagare i servizi come negli USA ed essere tassati come in Svezia. Se questa è la prospettiva, che vuol dire la rovina economica e sociale dell'Italia, si possono fare tutte le alchimie che vuole ma il risultato lo vediamo già: non si trova lavoro, i giovani non si sposano, non fanno figli e non si iscrivono all'università.
  6. ing Rispondi
    il censo dà vantaggio, come si evince sperimentalmente, chi ha risorse ha più facilità nel procurarsene altre, cosa mai dovrebbepotrebbe invertire questo andamento? Proprio che alcune cose siano pubbliche e non affidate al mercato, come l'istruzione e la sanità. E' meglio smetterla di cercare di rianimare un morto, il mercato non alloca correttamente le risorse, è inutile cercare di affidargli compiti, non può farcela, è pura matematica.
  7. rosario nicoletti Rispondi
    L'idea dei prestiti è una buona palestra per esercitarsi in una problematica interessante - l'accesso alla istruzione superiore dei meno abbienti - ma credo si tratti nell'attuale contesto di una fuga in avanti. La scarsa differenza di remunerazione tra diplomati e laureati, e le difficoltà di trovare lavoro coerente con il titolo di studio conseguito sono due macigni che impediscono qualsiasi realizzazione di "prestiti di onore". Vi sono poi una infinità di altri problemi, legati all'attuale modo di essere delle università; per citarne uno, la pratica impossibilità di scegliere l'ateneo più adatto alle proprie capacità, per l'assoluta carenza di alloggi, mense a prezzi non proibitivi.
  8. z f k Rispondi
    Il fatto che studenti provenienti da famiglie meno ricche siano meno propensi ad indebitarsi deriva dal fatto che la mobilità sociale sia pressoché nulla: un laureato con un tale debito sulle spalle ma senza gli agganci/conoscenze/parentele per trovare una collocazione per ripagarlo in tempi utili, che prospettive ha? Mi sa che si guardano un po' attorno e quello che vedono li fa desistere.
  9. marcello Rispondi
    Due semplici considerazioni. La prima riferita agli Stai Uniti: qualche settimana fa i quotidiani americani riportavano l'esplosione della bolla dei 40 milioni di studenti indebitati per oltre 1200 miliardi di dollari, seconda come dimensione solo a quella dei mutui subprime! La seconda è che se il sistema è fallito negli Stati Uniti, come può funzionare in italia dove le retribuzioni medie dei laureati, quando trovano lavoro, sono notevolmente più basse di quelle US? Suggerisco sul tema l'interessante articolo del prf Stiglitz apparso sul New York Times del 12 maggio 2013
  10. Anta Rispondi
    La meritocrazia è la foglia di fico attraverso cui il sistema garantisce il procrastinarsi dell'allocazione delle risorse. Con un tale sistema, i figli dei più abbienti continueranno a garantirsi l'accesso alle migliori università, laureandosi con tutta calma e cercando/trovando il posto di lavoro migliore, mentre i meno abbienti dopo una corsa in università poco funzionali per ragioni che non vengono minimamente discusse in questa sede (nepotismo, inamovibilità dei prof., mancanza del minimo rispetto per gli studenti, burocrazia farraginosa e faraonica che crea mille regole che nessuno rispetta), dovranno accontentarsi del primo posto passando alcuni anni della propria vita solo a pagar gli interessi sul debito maturato (poiché suppongo a questo punto le tasse di iscrizione alle università decolleranno). Il tutto senza considerare i tempi per crearsi una reputazione, e senza affrontare il fatto che con questa crisi, data la persistenza degli effetti negativi della c.d. Austerity della disoccupazione e il fenomeno della isteresi che la caratterizza, un lavoro ben retribuito che consenta di: vivere da solo e ripagare un debito (1500e?), i cafoscarini laureati magistrali molto probabilmente non lo troveranno. L'ennesima privatizzazione di una parte di welfare state che aumenta i redditi di chi si trova in posizione di rendita.
    • gmn Rispondi
      La meritocrazia dovrebbe essere un criterio generale: il problema è come applicarlo in modo da limitare o eliminare le distorsioni esistenti e quelle indotte dalle eventuali soluzioni. Il procrastinarsi delle ingiustizie (alias allocazione delle risorse governata da chi già ne detiene la maggior parte) non può essere superata mantenendo il sistema attuale che, come bene hai detto, penalizza i meno abbienti per mille e un motivo. Spero che si diffonda la consapevolezza che non c'è la soluzione unica e definitiva ma che dobbiamo avere un ampio ventaglio di occasioni e opportunità: borse di studio, prestiti d'onore, prestiti bancari, lavori in università (anche nella amministrazione), tirocini retribuiti, ecc. Sul fronte degli studenti ci potrebbe essere un elenco analogo per gli atenei, i singoli dipartimenti e ancora un altro per le singole cattedre e le singole ricerche però in un quadro comune, dove ogni tassello è visto in relazione agli altri. Utilizzando come criteri di valutazione di ognuno e della compatibilità reciproca e di sistema la meritocrazia e la non discriminazione (anche economica).
  11. michele Rispondi
    Come ha scritto nell'articolo, le retribuzioni tra diplomati e laureati sono molto simili, molte ricerche dimostrano che un laureato nei primi anni guadagna forse il 10% in più di un diplomato, ma con questa proposta avrebbe un debito sulle spalle. Bisognerebbe intervinire prima sulle retribuzioni...
    • marc giorgini Rispondi
      E come si interviene sulle retribuzioni dei laureati? Per decreto? Facciamocene una ragione, le retribuzioni sono basse, perché la qualità è bassa. Qualche anno fa ho visto un laureato massimo dei voti in Economia (università del nord) non sapere fare una somma in excel. Aneddoti a parte basta vedere le classifiche internazionali, per quanto criticabili: vedono i nostri atenei molto distanziati dagli altri europei. La proposta avrebbe almeno il merito di permettere l'autonomia nella gestione (inclusa la capacità di attirare professori di livello internazionale). Il carattere pubblico di università mediocri non è più sostenibile, specialmente quando i migliori laureati poi se ne vanno all'estero, il beneficio diventa quindi per la stragrande maggioranza un beneficio privato (migliori condizioni per il laureato).
  12. Bruna Tardini Rispondi
    La ringrazio cara professoressa Brugiavini per la chiarezza con cui esprime e che permette anche a noi di altri campi di studio di capire. Grazie!
  13. dave.noise Rispondi
    Articolo interessantissimo, decisamente la strada da seguire! Una domanda pero': perche' l'autrice non dice il nome dell'universita' in questione? Cercando su Google si trova subito che si tratta dell'Università “Cà Foscari” di Venezia, la stessa in cui lavora l'autrice. Non credo che inserendo il nome dell'ateneo, l'autrice sarebbe potuta essere accusata di "portare acqua al suo mulino".