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Maturità, un esame molto particolare

 L’idea proposta da Gianni De Fraja è sicuramente interessante, ma alcuni elementi propri della scuola superiore italiana sembrano difficilmente sintetizzabili con una riforma di questo tipo.

DUE QUESTIONI DISTINTE
Innanzitutto, un conto è il problema del bonus relativo al voto di maturità e un conto è la valutazione delle prove finali dell’esame di stato. Sul bonus è possibile operare ex novo ma per quanto riguarda il voto di maturità è necessario confrontarsi con la struttura dell’esame. Questo non significa che non si possa operare per trasformarne alcuni o molti aspetti, ma unire i due problemi (bonus e valutazione esame di Stato) non è funzionale a una maggiore chiarezza
Per quanto riguarda l’esame di Stato, la proposta ne mette profondamente in discussione la struttura che oggi prevede un punteggio massimo di 100 punti più la lode per tre prove scritte (15 punti massimo ciascuna), una prova orale (30 punti massimo) e un punteggio legato al curriculum scolastico (al massimo 25 punti). Intervenire sulle modalità di valutazione dell’esame di Stato significa intervenire sulle singole prove che però non sono tutte centralizzate nella loro struttura: le tracce sono nazionali solo per la prima e seconda prova scritta, la terza è affidata alle singole commissioni che operano nelle singole scuole sulla base dell’operato del singolo consiglio di classe. Per poter attuare una correzione centralizzata della terza prova dell’esame, infatti, si dovrebbero definire con chiarezza i possibili argomenti di ogni singola disciplina del quinto anno coinvolti nell’esame (dal momento che non esistono programmi ministeriali cui i docenti devono attenersi).
Eliminare la prova orale non significa solo renderla poco o per niente importante ai fini della valutazione, significa trasformare un modello pedagogico molto radicato nella scuola italiana che vede nello sviluppo delle capacità argomentative orali un fine educativo forte.
Questo per segnalare che non è a mio parere opportuno che un’analisi sulla trasformazione dell’esame di Stato, importante e necessaria, parta dall’ultimo anello della catena, il bonus per l’accesso all’università.
RISPARMI E INCENTIVI
Anche sulle modalità operative della correzione centralizzata ho alcune riserve. Il Miur, alla luce dei recenti concorsi non sembra essere molto attrezzato per gestire correzioni che coinvolgano molti candidati insieme se non ricorrendo ai test/quiz (lo strumento del ricorso è molto utilizzato anche a livello scolastico). Le prove d’esame invece sono molto differenziate tra di loro in relazione ai vari percorsi di studio e oltre alla prova in italiano (con quattro tipologie differenti tra cui il vecchio tema) possono essere problemi e quesiti di matematica, versioni di greco/latino, temi argomentativi in lingua straniera o progetti artistici.
Sulla possibilità di un ingente risparmio sorgono alcune perplessità alla luce di questa struttura di esame di stato.
L’ipotesi di far correggere 300 compiti a un esaminatore di primo grado mi sembra una richiesta molto onerosa per la tipologia delle nostre prove, che non si risolvono in una o due pagine di test. Chi concretamente potrebbe svolgere una tale mansione? Un insegnante? E perché dovrebbe farlo se non è nemmeno incentivato dalla sua funzione docente nei confronti dei suoi allievi? E in quanto tempo: una settimana? Anche valutando trenta elaborati al giorno, di settimane ne necessiterebbero almeno due e questo per tutte le tre prove scritte, cui far seguire la valutazione di secondo livello e così via. L’incentivo economico dovrebbe essere alto, ma ciò è poco in sintonia con la normale prassi del Miur.
Le retribuzioni dei commissari d’esame oggi sono decisamente molto basse, sia quelle per gli esami di Stato sia quelle per le commissioni di concorso e non si è certo rivelato uno strumento vincente perché incentivi economici ridicoli (0,50 centesimi negli ultimi concorsi) inducono i migliori spesso (se possono) a chiamarsi fuori. Perché per l’esame di Stato dovrebbe accadere qualcosa di differente?
Dovremmo forse allora affidarci alle prove Invalsi, che da questo anno scolastico dovrebbero entrare in modo definitivo a regime anche per il quinto anno. Le prove Invalsi forniscono un importante spaccato del percorso fatto dallo studente in relazione al contesto socio-economico in cui si trova, indicando il valore aggiunto fornito dalla singola scuola. Incrociare il risultato di maturità con i risultati delle prove Invalsi permette di avere una visione più chiara sul reale livello di preparazione dello studente (in matematica e italiano, almeno) sia in relazione al suo contesto che al livello medio nazionale. Questo, almeno fino a una rivisitazione dell’esame di fine percorso, riuscirebbe a limitare l’effetto distorcente dell’operato più o meno “severo” delle commissioni di maturità.

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  1. Giuseppe Moncada

    Sono un ex docente di Matematica e Fisica , dal 1963/64 al 1983. Dal 1983 al 2009 Preside di Liceo. Ho iniziato a partecipare agli esami di maturità con la Riforma Sullo . Ebbene sono sempre più convinto che, se all’esame proposto da Sullo, politico di grande intelligenza e capacità, si fosse deciso di far effettuare i colloqui su tutte e quattro le discipline che ogni hanno venivano stabilite si sarebbe potuto verificare , e la preparazione del discente e la sua capacità di confrontarsi con l’interlocutore docente, Si volle sostituire, adducendo che vi erano troppi promossi. Era falso e strumentale. Oggi i promossi, forse sono di più, con l’aggravante che i giovani sono meno preparati ed i docenti si sono sottoposti a presentare una mole di scartoffie che ogni anno ricopiano stancamente. In un colloquio di 60 minuti sia sullo scritto che su tutte le discipline quale preparazione si può , in coscienza, verificare se non confermare quanto la scuola presenta? Questo è il mio modesto pensiero.

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