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  1. Aldo Mariconda Rispondi
    Se di ripresa si tratta, sarà temo decisamente debole. Prima dell'inizio della crisi del 2007, ltalia ha avuto per circa 15 anni un andamento del PIL di circa un punto inferiore alla media della vecchia Europa dei 15. Siamo un paese che ha perso progressivamente competività e attrattiva per gli investitori, specie stranieri, in un quadro di mercato globale caratterizzato, dopo il 1989, dal passaggio dal capitalismo al turbo-capitalismo, quindi anche dalla necessità di accelerare i tempi decisionali a livello governativo e parlamentare. Aldo Mariconda - Venezia
  2. Roberto Rispondi
    Caro Professore, articolo puntuale e parole molto coerenti: è anche con la pubblicazione di studi seri e previsioni supportate da dati "ragionati" che si contribuisce a ripristinare il clima di fiducia. E' vero, sarà molto interessante vedere i prossimi dati Istat sugli ordinativi, nel frattempo le indagini fatte mensilmente dalla Markit sui Direttori acquisti (PMI - Purchasing Manager's Index) del manifatturiero confermano il ritorno ad una possibile crescita. Ma al di là della fase del ciclo sarebbe interessante capire se e quanto il Sistema Industriale Italiano, (quello che resta dopo la "piallatura" di questi anni di recessione) è tornato o sta tornado ad essere competitivo, con un livello di produttività accettabile. I suoi studi in proposito che cosa ci dicono?
  3. Maurizio Cocucci Rispondi
    I valori mi sembrano un po' ottimistici. Parlo per tutti, anche per la Gran Bretagna che in effetti mostra sì segnali di ripresa ma la vedo ancora in difficoltà. La Germania non penso arriverà al 2% quest'anno. Per noi, fino a quando non affrontaremo il problema dal lato della domanda e non a quello dell'offerta, non credo si possano vedere risultati sensibili. E' inutile, tanto per fare un esempio, tagliare il costo del lavoro dal lato dell'impresa perchè se manca la richiesta queste non assumono. Mentre se tagliassero il costo dal lato del lavoratore (leggi tasse) allora vi sarebbero sicuramente vantaggi. La Germania nel periodo 2002-2005 fece riforme profonde e i risultati poi si sono visti negli anni a seguire, magari sarebbe il caso di studiare ciò che hanno fatto e pensare di prendere ad esempio qualche provvedimento piuttosto che puntare il dito su euro e/o Europa.
    • Piero Rispondi
      A livello macroeconomico, la diminuzione delle tasse non aumenta i consumi, sicuramente avrà un effetto redistributivo, una diminuzione delle tasse sul lavoro avrà un effetto positivo sul reddito dei lavoratori, la diminuzione dovrà essere compensata da minori spese su altri settori, avremmo quindi una contrazione che sicuramente si riverserà sui consumi; certo che tale politica fiscale sarà sicuramente necessaria e se porta alla diminuzione della spesa della pubblica amministrazione avremmo una pubblica amministrazione più produttiva. La Germania non ha anticipato nulla, ha gli stipendi dei lavoratori più alti dei nostri, loro hanno un'economia diversa dalla nostra, noi siamo sbilanciati nel settore manifatturiero ad alta intensità di manodopera che con l'apertura alla Cina e' stato il primo paese colpito, invece il settore della meccanica, dove eccelle la Germania, all'inizio e' stato risparmiato, ma oggi anche quello viene aggredito, non vedo per la Germania un futuro di rose e fiori, fino ad oggi e' solo cresciuta grazie all'euro a scapito dei paesi meridionali, ma ciò non la porterà lontano. La Germania non contenta dell'aiuto dell'euro, attuo nel 2005 anche la politica di svalutazione fiscale per aggredire con l'export i paesi euro.
      • Maurizio Cocucci Rispondi
        Che la riduzione della tassazione sui redditi medio-bassi non porti un incremento della domanda aggregata mi lascia perplesso. Si riguardi gli appunti di macroeconomia alla voce "propensione marginale al consumo", ma se vuole dati consuntivi può avere tutti gli esempi che desidera, anche al contrario, ovvero il caso Italia di questi ultimi anni dove la pressione fiscale è aumentata causando il calo dei consumi. Per ciò che concerne la sua opinione sulla economia tedesca le ho già dimostrato in una precedente discussione che l'export maggiore la Germania lo consegue versi i Paesi extra euro, quindi la sia tesi che l'euro abbia aiutato i Paesi del nord Europa danneggiando quelli mediterranei non regge. Probabilmente le cause delle crisi in queste zone andrebbero ricercate altrove.
  4. leprechaun Rispondi
    Gli indicatori si basano su due ipotesi, entrambe piuttosto labili. La prima è che tutto sia misurabile (nel senso della Teoria della misura). La seconda è che, pur ammessa vera la prima, si possa ridurre uno spazio a più dimensioni ad uno con una sola dimensione (una retta). E' ovvio che questo secondo processo comporta delle arbitrarietà, le quali danno molto spazio alla "fantasia creatrice". E così accade spesso che i criteri di calcolo degli indicatori vengano spesso e volentieri riformati (siamo tutti riformisti, no?). Ad esempio, l'indice di disoccupazione. Leggete questo articolo di Le Monde, "Modificando i suoi questionari, l'INSEE fa virtualmente abbassare la disoccupazione": http://goo.gl/SCpb0Q Sono vent'anni e forse più che ogni tanto si fanno trucchetti di questo genere sull'indice di disoccupazione. E infatti - fateci caso - in USA si guarda ad un numero, non ad un indicatore: il numero assoluto di posti di lavoro. Ce ne vorrebbero, di articoli così, sulla stampa italiana. Oppure che si riformi l'indice della fiducia dei consumatori Istat, come trapela da questo articolo del Sole24ore, dove si parla di "discontinuità" nei dati senza ulteriori specificazioni: http://goo.gl/FYIZJd Potete immaginare quanto questo sia facile con gli indicatori di "sentiment". "E quanto mi vuoi bene? Tanto tanto, o tanto tanto tanto?"
    • Enrico Rispondi
      Concordo sul fatto che per le misurazioni sarebbe più utile riferirsi a numeri assoluti, in quanto risulterebbero i fondamentali su cui le politiche economiche dovrebbero incidere. Per le previsioni però ritengo comunque indispensabili gli indici: l'indice serve solo (se correttamente correlato) a predire il movimento di una variabile fondmentale (quelle che sono misurate con i numeri assoluti appunto).
    • francesco daveri Rispondi
      Vedo che le teorie complottiste sono sempre molto popolari da noi. Poco importa che il nesso con il contenuto dell'articolo sia un po' labile.
  5. Alessio Calcagno Rispondi
    Sono d'accordo. Gli uffici di statistica sono in mano alla politica. OSCE, IMF e World Bank pure. Il cambio di opinioni sulla Grecia docet. E' la comunita degli economisti che dovrebbe sintetizzare i dati in indici comprensibili ed uniformi. Cominciamo con il dato sulla disoccupazione? In Italia è al 12%? Ridicolo...qui in Irlanda abbiamo il 13.4% ma non esiste la cassa integrazione e gli sfiduciati. Vorrei sentire un solo economista indipendente sostenere che la piaga dell'assenza di lavoro sia peggiore a Dublino che a Roma.
  6. Piero Rispondi
    Il superindice OCSE è un dato affidabile per l'economia dell'euro zona, ma non per i singoli paesi della stessa, in effetti anche l'Ocse nel bollettino "interim economic assessment" invita al ribilanciamento tra paesi euro in deficit e in surplus, a sostenere la domanda interna con politiche monetarie non convenzionali. Come si può vedere se i politici devono riferirsi all'Ocse non devono prendere ciò che fa loro comodo. Ricordo infatti che il problema dell'Italia e' un problema europeo, mai saranno sufficienti le sole politiche di bilancio domestiche per uscire da tale situazione di crisi, che partita dalla crisi del debito pubblico dei paesi euro oggi si è' trasferita inequivocabilmente all'economia reale dei paesi meridionali. Il superindice OCSE negli ultimi mesi in Italia e' stato positivo da marzo, quindi dopo sei mesi si deve verificare la crescita, ma abbiamo una previsione del Pil -2% nel 2013; perché? Secondo me, segnali positivi come l'incremento degli ordini dell'estero e l'inflazione, se non accompagnati dall'incremento dell'occupazione e dai consumi interni, portano l'Italia al default visto l'ingente debito pubblico.
  7. francesco daveri Rispondi
    Non so quali "decisi interventi di politica economica" potesse fare un paese come l'Italia che aveva già il 100 e passa per cento di rapporto debito pubblico-Pil prima dell'inizio della crisi. Il rischio che la ripresa sia molto lenta c'è, vista la situazione del mercato interno. Vedo le aziende e i piccoli esercizi che chiudono, ma non credo proprio che arriveremo a numeri da Grande Depressione.
    • Piero Rispondi
      Per il mio lavoro sto in contatto con le Pmi, la situazione e' molto più grave di quello che appare, tutti stanno aspettando le misure sia in termini di credito che di fisco che il governo ha promesso, le pmi vanno avanti solo con la speranza, al contrario le imprese solide che possono camminare con le loro forze si sono tutte già orientate mentalmente con l'estero, hanno lasciato in Italia solo uffici amministrativi.
  8. francesco daveri Rispondi
    E' una domanda logica. Il Pil è la somma di consumi, investimenti,spesa pubblica ed esportazioni nette. Le previsioni sul Pil possono dunque essere disaggregate nelle sue componenti. Il -1,8 complessivo viene fuori dalla media ponderata per le quote sul pil dei seguenti tassi di crescita in punti percentuali: -2,2 consumi, -4,3 investimenti, -1,7 consumi pubblici, +2,9 export, -1,4 import. Fonte World Economic Outlook, June 2013
    • Enrico Rispondi
      Grazie
  9. Enrico Rispondi
    Avrei una domanda (spero non sia troppo banale): la previsione sull'andamento del pil è la risultante della previsione su fattori componenti il pil, oppure è una approssimazione della curva del pil stesso? (scontando cosi i fattori componenti il pil). Lo chiedo perchè sarebbe interessante sapere quali sono i fattori che sono previsti incidere maggiormente sulla diminuzione prevista.
  10. Aldo Rispondi
    Professore, ricordo l'articolo su Lavoce del prof. Corsetti intitolato "Una grande depressione italiana" che parlava dell'attendibilità dei dati. Sosteneva che la crisi italiana era più grave di quello che gli indicatori dicevano ed andava a livello di tendenza verso quella del '29 ed era il 2012. Per spiegarlo analizzava le proporzioni più che i modelli: 1) la produzione industriale è scesa anche a livelli superiori rispetto al dato dell'Italia nel '29 ed ha superato anche i livelli della crisi finanziaria giapponese; 2) gli indicatori finanziari idem; 3) la disoccupazione è a livelli elevati; cioè il 28,5% se consideriamo gli inattivi in età lavorativa e le persone in cerca di occupazione; 4) il PIL cumulato di medio periodo potrebbe arrivare a livelli peggiori degli USA nel '29. LA CONCLUSIONE ERA CHE SENZA INTERVENTI DECISI DI POLITICA ECONOMICA SI POTEVA ARRIVARE NEL TEMPO VERSO UN'ALTRA GRANDE DEPRESSIONE. SBAGLIO O QUESTA CONCLUSIONE E' OGGI PIU' ATTUALE CHE MAI?http://archivio.lavoce.info/articoli/-conti_pubblici/pagina1003105.html
  11. Sebastiano Rispondi
    Sono d'accordo, ma purtroppo bisogna rilevare anche che gli attori del dibattito pubblico e i cosiddetti "opinion leaders" spesso non sanno come interpretare i dati o peggio ancora li strumentalizzano a loro piacere. Ognuno tira l'acqua al suo mulino.
    • francesco daveri Rispondi
      Hai un po' ragione. D'altronde il fatto che gli opinion leader siano anche opinion holder è inevitabile.
  12. Antonio Nieddu Rispondi
    Il fatto è che il secondo indice fa uso di anticipatori, che non fanno parte dei calcoli per il primo. Però questo la gente non lo sa. Ma quello che è più grave è che mostrano di non saperlo neppure i giornalisti della c.d. stampa specializzata, che trattano di una cosa senza collegarla all'altra e senza dare le giuste spiegazioni. Si tratta la notizia solo ... per fare notizia e non per diffondere conoscenza.
    • francesco daveri Rispondi
      Non è sempre così. Ci sono giornalisti bravi e meno bravi, così come economisti bravi e meno bravi. L'inaccuratezza a volte è colpa della fretta, a volte di un po' di pigrizia. Andare a controllare i dati alla fonte costa fatica a tutti. E l'errore è sempre in agguato.
      • Antonio Nieddu Rispondi
        Giustissimo prof. Non era mia intenzione generalizzare nè denigrare, e se l'ho fatto involontariamente, me ne scuso. Di mestiere sono dottore commercialista, e comprendo anche troppo bene le questioni della fretta e dell'errore (in buona fede). Il fatto è che ora si è in tanti a scrivere, in tanti a leggere, e la complessità cresce, come anche il quantitativo di informazioni e le loro elaborazioni. E in tutto questo macello, chi non è in grado di "processare" bene il tutto, scremando e separando bene le cose, si trova un pò spiazzato.