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  1. Enrico Rispondi
    Documento molto interessante. Ho cominciato a leggere il primo intervento e sicuramente nei giorni a venire avrò commenti/domande. Vorrei però iniziare a condividere un'osservazione: premetto che ho una laurea scientifica "vecchio ordinamento" (da più di 10 anni) e per passione studio per conseguirne una seconda, inoltre lavoro nel privato. Ritengo che la qualità della ricerca universitaria italiana risenta principalmente della mancanza di competitività, ma quella vera, cioè chi non fa ricerca di qualità e non è in grado di attrarre finanziamenti non viene comunque finanziato per le necessità base (per esempio lo stipendio dei ricercatori/professori assunti a tempo indeterminato). Altrimenti questo non è di alcuno stimolo per "produrre", se non per la gloria: a fianco della premiazione del bravo, deve esserci la penalizzazione del non-bravo, che non può essere solo lo status-quo. Mi rendo conto che è un'opinione che prefigura un'approccio quasi privatistico all'università, sul modello anglosassone e che forse è eccessivo; ma è l'unico modo per avere quel controllo sociale che si auspica nel primo intervento (esempio: se la cattiva qualità delle ricerche dei colleghi si ripercuotono su di me, allora avrò anche il diritto/dovere di sollevare le mie obiezioni sul perchè vengono permessi quei comportamenti). In fondo la maggiore efficienza del privato si regge anche su questo, il livello di controllo è finalizzato sì a raggiungere degli obbiettivi, ma il raggiungimento o meno degli obbiettivi ha impatti importanti sui singoli.