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  1. Piero Rispondi
    Oramai la decisione politica per la eliminazione delle provincie e' matura, si faccia l'ultimo passo nella riforma costituzionale in atto, le provincie non hanno più ragione di esistere, affidare allo stato la gestione delle risorse per i giovani e' il più grande errore, il privato se assume il giovane ha diritto allo sconto, mai fare una politica di assunzioni statali con tali nodi, ritorniamo indietro di alcuni decenni, ricordo a tutti che il costo dell'amministrazione pubblica e' il più alto dell'Europa e il meno produttivo, quindi meno impiegati che devono lavorare di più. Per i cpi, penso sia matura l'idea di affidarli ai comuni, magari con una legge quadro statale che fissa le regole di operatività minime. Avvicinare tali centri al mondo del lavoro, sicuramente li rende più efficienti, poi oggi con il telematico saranno tutti collegati, non saranno più gli enti attuali he sono solo il passaggio degli ammortizzatori sociali. Nel caso che il cpi possa essere gestito localmente, oltre ai servizi minimi obbligati dallo stato, il comune vi può aggiungere la formazione dei lavoratori, il collegamento con le scuole, la presentazione delle imprese agli studenti, ricordiamoci che oggi lo studente sbaglia la scelta del percorso formativo perché non sa come si svolge la sua futura professione, ecc.
    • Luigi Oliveri Rispondi
      L'assegnazione delle funzioni riguardanti il mercato ai comuni appare, tra tutte, la scelta meno razionale in assoluto. In primo luogo, i comuni non dispongono nè delle risorse, nè delle competenze intese come capacità operative. Il trasferimento ai comuni dei dipendenti dei cpi (circa 7000) sarebbe del tutto inefficace, poichè i comuni sono 8100 e andrebbe a ciascuno di essi meno di un'unità di personale in media. Concentrare le funzioni del mercato del lavoro nei "grandi" comuni è ulteriormente irrazionale, perchè il mercato del lavoro è per sua stessa natura di confini più ampi di quelli delle mura municipali: basti pensare alle zone industriali, ai distretti, ai sistemi integrati logistici. Un comune non può che svolgere le funzioni dedicate ai propri residenti, mentre l'intera anagrafica della disoccupazione si fonda, inevitabilmente, sul domicilio del lavoratore. Infine, il sistema parallelo della previdenza, gestito dall'Inps, non a caso è impostato su livelli territoriali sovracomunali. Lo stesso, poi, anzi a maggior ragione, varrebbe per l'aiuto agli studenti che sbagliano percorsi formativi: non è possibile evidentemente limitare la ricerca di una nuova offerta formativa negli angusti confini comunali, ove essa è ovviamente ristretta solo agli istituti scolastici o professionali lì presenti. Infine, basti riflettere su un dato forse formale, ma emblematico: l'offerta lavorativa "congrua", il cui rifiuto comporta la perdita dell'ammortizzatore spettante, impone l'obbligo di accettare una sede di lavoro posta in un raggio di 50 chilometri di distanza dal domicilio, oppure raggiungibile con i mezzi pubblici entro gli 80 minuti di percorrenza. Ciò dimostra senza dubbio alcuno che la dimensione comunale per la gestione dei servizi per il lavoro è del tutto insufficiente e non può essere superata dal solo, per quanto necessario, collegamento telematico. L'abolizione delle province, sempre che vada in porto, non esclude del tutto il modello territoriale provinciale, anche laddove si dovesse attivare un'agenzia nazionale o regionale: entrambe, infatti, per interagire con i territori ed i mercati del lavoro presenti non potrebbero discostarsi molto da una allocazione territoriale degli uffici operativi simile a quella dell'Inps. Che poi i comuni, i quali già oggi senza attendere l'abolizione delle province godono del regime speciale di autorizzazione e possono fare mediazione (ma sono in pochissimi quelli che hanno sfruttato tale possibilità) è opportuno siano connessi alla rete dei servizi, ai fini del loro potenziamento, va bene. Ma lo stesso vale anche per i soggetti privati accreditati o autorizzati, in quanto l'applicazione del principio della sussidiarietà orizzontale e verticale favorisce la moltiplicazione dei nodi e dei punti-contatto tra chi svolge i servizi per il lavoro e, dall'altro lato, cittadini e imprese.
    • Luigi Oliveri Rispondi
      In quanto al costo dei dipendenti pubblici, le rilevazioni ufficiali confermano l'esatto contrario. La Relazione 2011 delle Sezioni Riunite in sede di controllo sul costo del lavoro pubblico spiega che la spesa pro capite dell'Italia si colloca in linea con la media dei paesi considerati (2.970 euro nel 2009). La spesa complessiva per il personale sostenuta dall'Italia ed i principali Stati competitori è piuttosto simile. Nel 2009, l'Italia ha incontrato una spesa di 171.905 milioni di euro, contro i 254.326 della Francia, i 177.640 della Germania, i 189.464 dell'Inghilterra ed i 125.164 della Spagna (solo quest'ultima è inferiore). La spesa pro capite italiana è di 2.863 euro, inferiore a quella francese (3.951), e a quella inglese (3.076), e superiore a quella tedesca (2.166) e spagnola (2.731). In linea anche il peso delle retribuzioni del lavoro pubblico rispetto al Pil: sempre nel 2009, in Italia la percentuale è stata dell'11,3%, in Francia del 13,2%, in Germania del 7,4% (l'unica inferiore), in Inghilterra del 12,0%, in Spagna dell'11,8%, nell'Area Euro del 10,8% e nell'Area Ue dell'11,2%. Stessa tendenza vale se si considera la quota della spesa per redditi da lavoro sul totale della spesa corrente: nel 2009 per l'Italia è stata del 23,5%, mentre del 25,8% in Francia, del 16,6% in Germania, del 26,1% in Inghilterra e del 29,8% in Spagna. Se a questi dati aggiungiamo quelli dello studio Eurispes su dati Ocse, scopriamo che nel 2007 in Francia c'erano 3.175.000 dipendenti, in Germania 3.250.000, in Inghilterra 4.179.000 e in Spagna 2.202.000. In merito alla produttività, sempre la Corte dei conti Sezioni Riunite in sede di controllo, nella Relazione 2011 sul costo del lavoro pubblico, cap. 6, par. 5) lo ha confermato: “È notorio quanto la valutazione della produttività del settore pubblico sia oggetto di continui studi ed approfondimenti, allo scopo di individuarne una o più chiavi di lettura che rendano, quanto più possibile, oggettivi e condivisi i relativi indicatori. Appare tuttavia opportuno rilevare, visti i numerosi rapporti che intercorrono tra settore pubblico e privato, come sia più che plausibile ipotizzare un’influenza reciproca sul livello di produttività e, in ultima analisi, di entrambe sulla competitività del sistema. A tal scopo la seguente figura 9 26 evidenzia come si sono evoluti, negli ultimi dieci anni, gli indicatori macroeconomici della produttività e della competitività, quest’ultima letta attraverso il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) 27, entrambi misurati sul PIL, come indicati nei documenti di programmazione economica e finanziaria. I dati del DEF 2011-2014 confermano la situazione di difficoltà: per il 2010 la produttività viene stimata in lieve ripresa ma sono previsti un calo della stessa nel 2011 (0,6%) ed una sostanziale invarianza del CLUP. Da simili informazioni tuttavia non si evince il peso che il livello di produttività del settore pubblico possa avere nell’influenzare l’andamento di tali indicatori. Rimane tuttavia l’ipotesi che un forte impulso positivo al sistema Italia possa essere dato proprio dalla produttività del settore pubblico, una volta noti gli elementi cardine per la sua, non solo misurazione, ma soprattutto valorizzazione e promozione” .
  2. Giacomo Correale Santacroce Rispondi
    A poco a poco, ci si renderà conto della fesseria di abolire le province, invece di riformarle e potenziarle a scapito di Regioni e Comuni.
  3. andreag Rispondi
    Dott.Oliveri, Le chiedo una informazione: trattandosi di 1,5 miliardi di cofinanziamenti europei, si sa quanti fondi il Governo riuscirà a mettere in campo per farceli effettivamente arrivare? Mi pareva di aver capito che questi fondi europei fossero vincolati inoltre alla realizzazione compiuta di un sistema di ricerca del lavoro, e quindi fosse già preventivamente necessario reperire risorse per adeguare il nostro sistema di collocamento a quello, per esempio, funzionante (e anche bene, pare) in Germania: è vero, o ho letto sbagliato? Grazie.
    • Luigi Oliveri Rispondi
      I fondi della Garanzia Giovani dovrebbero seguire le regole del Fse, con il necessario cofinanziamento. Piuttosto, l'intenzione è di ampliare le risorse anche con il Fse. Indubbiamente, sulla base del modello operativo che si realizzerà per la Garanzia Giovani si imposterà il futuro assetto dei servizi per il lavoro, così come altrettanto scontato è che si seguiranno i modelli nordeuropei.