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LUNEDì 20 OTTOBRE 2014


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  1. Luciano Campagnaro Rispondi

    È interessante notare come la concezione dell’attività mentale come architettura di scopi e credenze sia comune sia alla teoria cognitiva che alla teoria economica. Per la concezione cognitiva il pensiero non è altro che la scelta delle azioni ritenute più idonee al raggiungimento degli scopi dell’individuo. L’attività umana è sempre finalizzata a uno scopo (è quindi utilitaristica) e questi scopi sono consapevoli. La mente monitora continuamente il grado di soddisfazione di questi scopi e aggiusta il comportamento umano in base a quanto questi scopi siano stati soddisfatti. Cioè in base ai risultati raggiunti, secondo un vero proprio regime intenzionalmente utilitario. Il termine tecnico per indicare questo schema è unità TOTE (Test-Operate-Test-Exit), laddove “exit” è il risultato, “operate” i piani di azione e test la verifica del grado di adesione della realtà ai propri scopi. Miller, Galanter e Pribram sono i tre scienziati che introdussero questo termine nel 1960, e sono tra gli iniziatori della teoria cognitiva della mente a loro insaputa i primi "economisti" del razional pensiero. Oggi il cognitivismo è antagonista dell'economia? Le emozioni sono il traino al consumismo?

  2. BOLLI PASQUALE Rispondi

    L'Economia, vista come razionalizzazione comportamentale dell'individuo nelle scelte per i suoi bisogni, rimane incompleta se non si raffronta con altre discipline: la Sociologia, l'Antropologia, la Psicologia e la Psichiatria. Se con più facilità ci si può raffrontare con Sociologia e Antropologia, il discorso diventa più difficile con la Psicologia e, ritengo, quasi impossibile, con la Psichiatria. I comportamenti dell'uomo in Psichiatria, più che la normalità, investono il campo dei disturbi mentali. Il prof.Andreoli, con una sua recente pubblicazione, ha correlato comportamenti sociali Economia - Psichiatria. Come si può trascurare, nell'attualità della nostra società, il legame mente-denaro? Il denaro, nella mente umana, crea sconvolgimenti molto importanti: ansie, paure e diversi altri atteggiamenti distorti. La nostra società,, che ha alla sua base il denaro e non la spiritualità, è psicologicamente angosciata ed ogni sua azione ne è condizionata. Non a caso, è stata richiesta la rimozione in piazza Affari di Milano, del dito medio dello scultore Cattelan: la cui muta presenza, porterebbe danno alle contrattazioni di Borsa. E' da tener, poi, sempre presente che ogni mente è un unicum.

  3. luciano pontiroli Rispondi

    Si tratta di studi che, benché molto interessanti, non propongono davvero un nuovo paradigma. L'osservazione in laboratorio di processi cerebrali non spiega ancora perché si compiono certe scelte invece di altre: ammesso che una scelta d'investimento implichi aspetti emotivi, ciò non vuole ancora dire che questi prevalgono. Quanto agli euristici di cui parlano i cultori di behavioral economics, spesso conducono a scelte efficienti perché, in definitiva, sono costruiti sull'esperienza. Tutto ciò pone un problema serio, nel discorso di law and economics: se gli individui non decidono razionalmente, che ne è delle policies a sostegno della libera concorrenza, dell'iniziativa individuale, dell'empowerment dei consumatori? Sinora non sembra che ci siano indicazioni coerenti e ben argomentate. Non cediamo ad entusiasmi prematuri!

  4. Marcello Battini Rispondi

    Ogni indirizzo di ricerca scientifica deve essere accolto con rispetto, ma anche con un sano scetticismo, al meno finchè non conduce a dimostrazioni scientificamente sicure, cosa che, nel campo delle scienze sociali è molto impegnativa. Personalmente non sono preda di facili entusiasmi, anche alla luce dell'esperienza negativa che le applicazioni neuroscientifiche hanno prodotto nel campo educativo.

  5. giancarlo Rispondi

    Se il problema riguardasse solo le decisioni economiche, poco male. Vi suggerirei di leggere l'ottimo neurologo/genetista italiano Edoardo Boncinelli. Un testo su tutti: "Mi ritorno in mente". Se ne deduce (se ne può dedurre) che lo spazio non solo dei processi decisionali, ma anche quello della coscienza si riduce a pochi secondi, all'incirca 3,5.

  6. Marco Spampinato Rispondi

    L'articolo è molto interessante. Voglio solo integrare le informazioni sull'esistenza di una razionalità più estesa, che comprende sentimenti ed emozioni, sull'agire individuale e collettivo. In "shifting involvments" (mutevoli coinvolgimenti), A.O.Hirschman illustrava, ispirandosi alla filosofia, una modalità di cambiamento delle preferenze di un consumatore immaginario, alle prese con le proprie "delusioni". La delusione per atti di consumo di beni durevoli lo portava a decidere di investire diversamente il proprio tempo: in politica e partecipazione civile. La teoria di Hirschman comportava un problema logico. Osservato dopo un cambiamento di preferenze l'individuo può apparire "contraddittorio" rispetto al proprio precedente ordinamento di preferenze, ai propri gusti, per ragioni diverse dal calcolo economico. Questa contraddittorietà rispetto a scelte intertemporali può estendersi a meccanismi emozionali quali quelli menzionati nell'articolo quando esplode una bolla finanziaria. Ma qualcosa di simile avviene quando un individuo smette di fumare: molti altri suoi gusti potrebbero cambiare (frequenterà meno fumatori? Farà più sport? ) e per imitazione altri potrebbero seguirlo.

  7. Antonio Dicanio Rispondi

    Sinceramente non credo sia necessario "scomodare" la psicologia per dire che la teoria neoclassica non sia valida. Semplicemente la teoria neoclassica si fonda su basi logico-matematiche sbagliate come ha dimostrato già 50 anni fa Pieri Sfraffa nel libro "Produzione di merci a mezzo di merci". Il perchè tale toria sia tutt'ora la più insegnata nelle facoltà di economia di tutto il mondo resta uno dei misteri più grandi. Forse è qui che può intervenire la psicologia per darci una spiegazione.

  8. Maria Cristina Migliore Rispondi

    Sono d'accordo con il commento precedente che segnala i limiti degli esperimenti di laboratorio su individui e non su relazioni. Io aggiungo un altro grosso limite: quello di condurre esperimenti avulsi dai contesti collettivi ma anche materiali. Secondo la prospettiva teorica vygotskiana e di Leontiev (psicologi russi) ogni interazione sociale è mediata culturalmente e si svolge intorno ad attività concrete (che rispondono a bisogni culturali). Penso che gli economisti che si concentrano sui meccanismi neuronali dovrebbero porsi obiettivi conoscitivi più limitati di quelli ipotizzati nell'articolo. Sono anche critica nei confronti del quantofrenismo che mi pare di intravvedere in questi tipi di studi. Troverei più stimolanti studi economici basati su approcci culturali-storici e etnografici.

  9. Attilio Melone Rispondi

    Lo sviluppo delle neuroscienze influenzerà in modo difficilmente immaginabile tutti i campi della conoscenza. Ho letto e sto rileggendo "Seconda Natura" di G.M.Edelman e vedo emergere lo sforzo di riappropriarsi di un'unità complessiva dell'essere umano. Le decisioni economiche non sfuggono a questa vicenda possibile. Quanto all'influenza delle emozioni sulle nostre decisioni, basta meditare un po' "Alla ricerca di Spinoza" di Antonio Damasio per sentire rieccheggiare la (straordinaria) descrizione di Platone, senza che ci sia, però, l'implicito (ed errato) giudizio che la passione è inferiore alla ragione. Immaginiamo adesso un trader che deve prendere una decisione su un investimento in borsa. Si è preparato, ha studiato i fondamentali, ma ora deve decidere davanti ad un insieme di grafici... Crede nell'Analisi Tecnica? Speriamo di no. "Mind Time" di Benjamin Libet sembra mostrare che la sua scelta sarà per lo più incosciente, ma ...c'è la sua storia. Insomma, signori economisti, per ora, siete come medici che non conoscono bene gli agenti patogeni e non hanno gli antibiotici. Sbrigatevi. Cercate di arrivare prima che il paziente ci lasci le penne. Saluti.

  10. Giacomo Costa Rispondi

    Forse dovremmo distinguere tra le emozioni e i sentimenti. S. Jevons parla di “feelings of the human heart”, della cui misurabilità dubita. Comunque sia, i sentimenti non sono inconsapevoli e possono concorrere a costituire le preferenze, alla cui esistenza l’approccio economico (neo-)classico è più vincolato che all’utilità. Se le neuroscienze ci offrono dei metodi per misurare l’utilità, questo potrebbe lasciare del tutto indifferente l’economista. Altrettanto vale per la supposta scoperta che le emozioni intervengono nei processi decisionali, almeno sino a che non si pensi –come ad esempio spesso in tribunale- che le emozioni trascinino chi le prova a comportamenti non deliberati. Ma allora verrebbe da chiedersi se intervengano in processi decisionali, o li sostituiscano. Che molto nostro comportamento, anche economico, sia il risultato delle routines che abbiamo elaborato è innegabile, ma il nesso con l’individuazione delle “zone di attività del cervello durante il suo funzionamento” resterebbe da chiarire. Forse il collega Canova potrebbe essere un po’ più preciso nell’illustrare la sua affermazione che le neuro-scienze "minano alla base" l'approccio standard.

  11. GV Rispondi

    Ben venga un naturale incrocio tra la psicologia (o meglio le neuroscienze) e l'economia, un processo in corso da almeno 15 anni. Un breve commento su due punti. Molte scoperte delle neuroscienze sinora hanno semplicemente confermato cio' che era noto a livello comportamentale in psicologia (o meglio nelle varie psicologie: cognitiva, sociale, dello sviluppo ecc). Prendete Prospect theory, e' un teoria psicologica che ha avuto riscontri neurologici, o meglio ha guidato la ricerca neurologica. L'altro punto e' su un grosso limite di questo genere di studi, vale dire l'essere basati su un individualismo metodologico. Vale a dire studiano il comportamento individuale in condizioni asociali. Certamente, ci sono delle situazioni in cui il comportamento individuale e' sufficiente come unita' di analisi. Eppure, gli ambiti di scelta immersi in un ambiente sociale non certo rari, con tutto il bagaglio di feedback complessi che comporta. In questo caso, risultati basati su studi ''individuali'" hanno grosse difficolta' esplicative e predittive.