logo
VENERDì 31 OTTOBRE 2014


captcha *

1500

  1. Stefano Rispondi
    Oltre ad una minore tassazione per le donne, bisognerebbe aggiungere anche una tassa sul genere maschile, come è già stato proposto altrove in Europa, affinchè si possano offrire anche alle donne che per vari motivi non possono lavorare un risarcimento statale.
  2. Christian Rispondi

    Cito: "...sarebbe più efficiente redistribuire in modo equilibrato i compiti tra donne e uomini sia nel mercato che in casa. La tassazione differenziata per genere contribuisce esattamente a questo effetto, accelerando un processo evolutivo che comunque è in corso, ma appare troppo lento. Contribuisce perché aumenta il potere contrattuale delle donne all’interno delle coppie." In pratica si vorrebbe indurre un cambiamento culturale attraverso il fisco? E' davvero così che si promuovono i cambiamente culturali?

  3. af 54 Rispondi

    Una lieve riduzione della pressione fiscale sulle donne non credo sia in grado di modificare, dati gli effetti poco rilevanti sulle singole situazioni, le modalità comportamentali di gestione familiare. Non solo, l'esperienza pratica dice che non necessariamente una equa divisione dei compiti domestici consegua alla percezione di un reddito medio-alto delle donne. I cambiamenti culturali, in questo campo lentissimi, saranno di poco o per niente agevolati. La donna è in grado di stare sul mercato del lavoro nella misura in cui è in grado di pagare con parte del proprio reddito l'acquisizione dei servizi che, se rinunciasse al lavoro, renderebbe gratuitamente alla famiglia. E' il solo caso in cui viene monetizzato il lavoro domestico femminile! E' l'organizzazione sociale complessiva che concorre a estromettere o a non consentire l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro. I servizi scolastici part-time, l'assenza di servizi di assistenza in generale strutturati in modo efficiente, che impongono una continua ricerca di concilazione di orari rendendo la donna meno produttiva sul lavoro, perché concentrata anche distanza sulle incombenze domestiche e di accudimento.

  4. giulio Rispondi

    Siccome madre Natura verso alcuni è madre generosa, mentre verso altri è matrigna, e siccome incontestabilmente chi ha un aspetto gradevole trova più facilmente lavoro (basti pensare ai lavori di rappresentanza, di vendita, di relazioni al pubblico, di comunicazione, nei quali è necessaria la "bella presenza"), anche le categorie svantaggiate dei brutti/e, bassi/e di statura, grassi/e, ecc., otterranno sgravi fiscali? E gli immigrati con la pelle dello sgradevole colore olivastro otterranno pure loro qualche agevolazione?

  5. Virginia Giglio Rispondi

    La proposta di A&I forse potrebbe scardinare gli stereotipati squilibri nelle coppie double income with kids ma non si lega con il principio di cittadinanza (Colombino) e non affronta il nodo centrale della (dis)occupazione femminile italiana per cui le donne del Sud (pure quelle istruite) lavorano meno che al Nord o non lavorano affatto. Mi piace ricordare oggi che Marco Rossi-Doria proponeva tempo fa di sviluppare gli asili nido e il sostegno alla genitorialità durante la prima infanzia, specie nei confronti delle mamme sole, di sostenere le scuole dell'infanzia; creare zone di educazione prioritaria dove si concentra la dispersione scolastica; rilanciare la formazione professionale, la ripresa dell'apprendimento dei mestieri, le esperienze di formazione proiettate verso l'auto-impiego. Le donne italiane che devono lavorare sono quelle che vivono nelle aree geografiche dove è minore offerta di lavoro (legale e qualificato), la scuola è meno efficiente e i servizi all'infanzia sono internalizzati alle famiglie, talvolta non proprio esemplari. Per rompere questo circolo vizioso mi sembra che ci vogliano politiche più ampie della tassazione di genere.

  6. Francesco Rispondi

    In aggiunta alla mia nota precedente, vedremo sorgere una nuova conflittualità in sostituzione della lotta di classe: la lotta di sessi.

  7. Francesco Rispondi

    E' notevole che gli autori, maschi, propongano di tassare di più gli uomini, perchè di questo si tratta: se le donne pagano meno vuol dire che gli uomini pagano di più, dipende solo da dove la si guarda. Io per conto mio non ritengo asssolutamente di dover pagare più tasse delle donne, e penso che si arriverà all'evasione fiscale per gender, come la dicono sofisticatamente gli autori. All'uomo converrà lavorare in nero

  8. Chiara Saraceno Rispondi
    Una maggiore attenzione per i dati empirici non guasterebbe. Tutte le ricerche mostrano che l’occupazione femminile fa aumentare solo fino ad un certo punto il contributo maschile al lavoro familiare (J.L. Hook, Gender Inequality in the Welfare State: Sex Segregation in Housework, The American Journal of Sociology, 115, 5, 2010: 1480-1523). Anche la (mancata) disponibilità degli uomini a condividere il lavoro familiare è rigida. E’ vero, inoltre, che le donne sono mediamente più istruite degli uomini; ma quando sono poco istruite la loro capacità di stare sul mercato del lavoro si riduce. I dati delle Indagini sulle forze di lavoro e di EU-Silc mostrano che nella fascia di età 25- 49 le donne a bassa istruzione senza figli hanno tassi di occupazione più bassi di quelle con istruzione più elevata. Le differenze tra paesi nell’intensità del fenomeno sembrano dipendere dalla domanda di lavoro (ad es. M. Estevez-Abe, Gender bias in skills and social policies:The varieties of capitalism perspective on sex segregation. Social Politics 12,2, 2005: 180–215). In Italia, inoltre, come in Portogallo e Spagna, la differenza è maggiore tra le madri. La difficoltà a rimanere nel mercato del lavoro è quindi particolarmente concentrata tra le madri a bassa istruzione, specie se vivono nel Mezzogiorno. Non si vede come una riduzione della tassazione farebbe aumentare la domanda di lavoro nei loro confronti e risolverebbe i loro problemi di conciliazione in assenza di servizi accessibili.
  9. Paolo Brera Rispondi

    L'idea proposta da Alesina e Ichino può essere estesa ad altre categorie. 1) Tassare di meno gli immigrati e di più gli indigeni, visto che i secondi non hanno voglia di andarsene dal loro Paese e lavoreranno lo stesso; 2) Tassare di più i cattolici osservanti e di meno gli atei, visto che i primi sanno di doversi guadagnare il pane con il sudore della fronte (è nella Bibbia) e quindi continueranno a lavorare; 3) Tassare di meno i ricchi e di più i poveri, visto che i secondi non hanno scelta mentre i primi si possono ritirare dl mercato del lavoro e vivere di rendita. Brava gente, dove va a finire l'eguaglianza dettata dalla Costituzione?

  10. Samanta Colli Rispondi

    Vedo in questo articolo alcuni stereotipi che nella vita reale, almeno nel mio ristretto campo di osservazione (PA) sono ormai marginali. Quando si portano/prelevano i figli all'asilo/scuola non è la donna, ma chi è più comodo. Anche chi resta a casa se c'è qualcuno malato non sempre è la donna. Il telelavoro, lì dove esiste (e sarebbe interessante vedere qualche ricerca al riguardo, con sesso, fasce di età e figli), è di grande aiuto per tutti. Non è per nulla detto che gli asili debbano essere vicino a casa, in alcuni posti (sempre seguendo l'esempio scandinavo...) ci sono gli asili aziendali o "pluriazienda". Certo se la dirigenza delle aziende (con percentuali maschili ben oltre l'80%) considera le donne come un peso, non c'è incentivo fiscale che tenga. C'è un'altra distorsione che non sono riuscita a capire: io dal quarto giorno di scuola in 1° elementare sono andata e tornata da scuola da sola ed a piedi. Oggi bisogna accompagnarli e prelevarli fino alla terza media. Con il delirio di automobili in seconda e terza fila che ne consegue. Ragioniamo anche su questo perditempo parassita che all'estero non ho visto?

  11. Stella Rispondi

    L'osservazione di Matteo sugli incentivi per l'assunzione di donne nel Mezzogiorno è corretto, ed un metodo per valutarne l'impatto esiste anche se di massima: i dati annuali ISTAT. Leggendo i dati della disoccupazione femminile nel 2009,si vede che la Calabria è l'unica regione ad avere un dato addirittura negativo par ad - 1,8%, rispetto alle altre regioni dove la percentuale. Il decremento coincide con l'azione di incentivazione economica, su FSE, della Regione Calabria per l'assunzione di soggetti svantaggiati operata proprio quell'anno.

  12. Francesco Bloise Rispondi

    I punti critici secondo il mio modesto parere sono i seguenti:
    1.Non è assolutamente automatico che ad una diminuzione del costo del lavoro si associ un aumento delle retribuzioni. Si potrebbe verificare anche un aumento del margine del profitto (non rigido per definizione). In tal caso l'occupazione aumenterebbe in caso di una maggiore domanda e non per una maggiore offerta (a parità di retribuzioni).
    2. Le retribuzioni dipendono, tra le altre cose anche dalla produttività del lavoro. Le donne vengono considerate "meno produttive" perché nel corso della loro vita devono affrontare la maternità riducendo la produttività oraria ma quella totale a causa di minore tempo dedicato al lavoro. Detassare il lavoro femminile non risolverebbe questa problematica. Dovrebbe farsene carico il sistema di welfare state per tentare di alleviare il problema.
    3. I paesi del nord europa hanno i tassi di occupazione femminile più elevati al mondo grazie anche ai servizi di cura e a forti politiche attive del mercato del lavoro. Un sistema di questo tipo stimolerebbe di molto l'occupazione femminile in Italia.

  13. Matteo Rispondi

    Vorrei porre all'attenzione dei due autori un aspetto su cui potrebbe essere necessario approfondire l'analisi per capire se in Italia, e soprattutto al sud, il problema della disoccupazione femminile sia davvero un problema di domanda e non di offerta. L'aspetto in questione è rappresentato dalle innumerevoli agevolazioni contributive per le assunzioni (oltre 30) che in alcuni casi riguardano direttamente il target femminile. Da anni esistono meccanismi di sgravi contributivi anche consistenti che riguardano una platea ampia di beneficiari e che pur incidendo significativamente sul costo del lavoro tuttavia non sembra abbiano generato scatti impetuosi da parte delle aziende nell'assunzione nè di uomini nè di donne. Certo uno studio valutativo sull'efficacia di tali misure permetterebbe di capire meglio da che parte sta il problema.

  14. fRancY Rispondi

    due commenti: 1) l'offerta di lavoro maschile è rigida DATA LA TASSAZIONE OMOGENEA di maschi e femmine che c'è oggi. E se con l'introduzione della tassazione differenziata la curva di offerta maschile cambia e diventa più flessibile? Ad esempio, proprio grazie a un riequilibrio della divisione dei compiti all'interno della famiglia, l'offerta maschile potrebbe diventare più reattiva ad incentivi fiscali. 2) dite che la "divisione dei compiti è squilibrata all'interno della famiglia". Ora, perdonate la franchezza, ma chi siete voi per dire cosa è equilibrato o squilibrato in una famiglia? Perché dovrebbe essere socialmente utile incentivare fiscalemente una redistribuzione dei compiti all'interno di esse? E se questa struttura delle famiglie è semplicemente revealed preferences?