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LETTERE

  • Draghi e la BCE
    Nome: maurizio carra  Data: 16.06.2008

    Dunque tutto come da copione! Anche quest'anno il gotha della finanza si è dato appuntamento a Roma in via Nazionale per assistere alla lettura delle "considerazioni finali" del Governatore di Bankitalia E' stato celebrato il rito con il consueto dispiego di importanti teste canute, di auto blu e autisti in alta uniforme. Non si capisce il motivo per cui l'establishment dell'imprenditoria partecipi alla rituale passerella industrial-mondana dal momento che il Governatore, con l'avvento della BCE, ha perso centralità, potere e, di conseguenza, prestigio. Si è trattato di un "non-evento" sul quale i giornali e televisione hanno fatto le prime pagine. Voglio dire che Draghi con apprezzabile understatement non ha detto nulla che non si sapesse, che non fosse stato detto e scritto da politici, studiosi economisti e orecchianti vari. La fotografia del Paese, con le tante ombre e poche luci, è quella che tutti ci mostrano, ma è una fotografia incompleta presa con lo zoom. Se si fosse usato il grand’angolare si sarebbero viste realtà un po’ impudiche, ma ricche di contenuto. Realtà che migliorano i dati ufficiali in tema di ricchezza lorda (Pil), di occupazione, di produttività e che giustificano nicchie di diffuso benessere e la mancanza di sacche di estrema povertà. Ci riferiamo naturalmente all’economia sommersa che dal Rapporto Eurispes 2008 vale 549 miliardi di euro, pari ai Pil di Finlandia, Portogallo, Romania e Ungheria messi insieme. A contribuire maggiormente all'economia sommersa e' il lavoro in nero (54,6%), seguito dall'evasione fiscale da parte di imprese (28,4%) e dall'economia “informale”. Il dato esclude l’economia criminale che è stimata sui 100 mld di euro. Ma torniamo al discorso di Draghi che, in soldoni, chiede che si riducano le tasse, si aumenti la produttività, si tagli la spesa pubblica corrente, si metta un freno all’inflazione. Questa strategia è mirata, in linea teorica, ad aumentare il potere d’acquisto delle famiglie, spingere i consumi, stimolare la crescita. Fin qui nulla di nuovo e consenso scontato. Più problematico invece quando Draghi promuove in modo incondizionato la politica monetaria della BCE in tema di inflazione la cui febbre da cavallo viene curata con la solita aspirina, con l’aumento cioè dei tassi di interesse a prescindere dalla causa della malattia. Il fatto che l’attuale forte lievitazione dell’inflazione reale dipenda strettamente da fattori esogeni (petrolio e commodities alimentari) non distoglie Trichet dall’annunciare, in modo irrealistico, l’aumento dei tassi come se tale manovra avesse capacità taumaturgiche. Il risultato sarà che il costo del denaro andrà a peggiorare la situazione delle aziende e delle famiglie. Incredibile! Ma le incongruenze non finiscono qui. La BCE (e Draghi è d’accordo) nello stesso giorno in cui prevede che entro quest’anno - in aggiunta agli aumenti dell’energia e dei prezzi amministrati - i rincari dei prezzi degli alimentari supereranno il 30%, esorta alla “estrema moderazione” salariale. E’ come dire che le famiglie più indigenti, quelle che arrivano a stento alla terza settimana, dovranno subire un ulteriore taglio al loro già depresso potere d’acquisto, sono cioè sollecitate a fare harakiri. Ma la cosa ridicola (se non ci fosse da piangere) è che, con questi chiari di luna, con questa politica di sacrifici, si auspichi la ripresa dei consumi che sono il vero motore della ripresa. Ma con che soldi? Sono queste contraddizioni che stimolano la nostra indignazione. per il Direttore maurizio carra LE CONTRADDIZIONI DI DRAGHI E DELLA BCE Dunque tutto come da copione! Anche quest'anno il gotha della finanza si è dato appuntamento a Roma in via Nazionale per assistere alla lettura delle "considerazioni finali" del Governatore di Bankitalia E' stato celebrato il rito con il consueto dispiego di importanti teste canute, di auto blu e autisti in alta uniforme. Non si capisce il motivo per cui l'establishment dell'imprenditoria partecipi alla rituale passerella industrial-mondana dal momento che il Governatore, con l'avvento della BCE, ha perso centralità, potere e, di conseguenza, prestigio. Si è trattato di un "non-evento" sul quale i giornali e televisione hanno fatto le prime pagine. Voglio dire che Draghi con apprezzabile understatement non ha detto nulla che non si sapesse, che non fosse stato detto e scritto da politici, studiosi economisti e orecchianti vari. La fotografia del Paese, con le tante ombre e poche luci, è quella che tutti ci mostrano, ma è una fotografia incompleta presa con lo zoom. Se si fosse usato il grand’angolare si sarebbero viste realtà un po’ impudiche, ma ricche di contenuto. Realtà che migliorano i dati ufficiali in tema di ricchezza lorda (Pil), di occupazione, di produttività e che giustificano nicchie di diffuso benessere e la mancanza di sacche di estrema povertà. Ci riferiamo naturalmente all’economia sommersa che dal Rapporto Eurispes 2008 vale 549 miliardi di euro, pari ai Pil di Finlandia, Portogallo, Romania e Ungheria messi insieme. A contribuire maggiormente all'economia sommersa e' il lavoro in nero (54,6%), seguito dall'evasione fiscale da parte di imprese (28,4%) e dall'economia “informale”. Il dato esclude l’economia criminale che è stimata sui 100 mld di euro. Ma torniamo al discorso di Draghi che, in soldoni, chiede che si riducano le tasse, si aumenti la produttività, si tagli la spesa pubblica corrente, si metta un freno all’inflazione. Questa strategia è mirata, in linea teorica, ad aumentare il potere d’acquisto delle famiglie, spingere i consumi, stimolare la crescita. Fin qui nulla di nuovo e consenso scontato. Più problematico invece quando Draghi promuove in modo incondizionato la politica monetaria della BCE in tema di inflazione la cui febbre da cavallo viene curata con la solita aspirina, con l’aumento cioè dei tassi di interesse a prescindere dalla causa della malattia. Il fatto che l’attuale forte lievitazione dell’inflazione reale dipenda strettamente da fattori esogeni (petrolio e commodities alimentari) non distoglie Trichet dall’annunciare, in modo irrealistico, l’aumento dei tassi come se tale manovra avesse capacità taumaturgiche. Il risultato sarà che il costo del denaro andrà a peggiorare la situazione delle aziende e delle famiglie. Incredibile! Ma le incongruenze non finiscono qui. La BCE (e Draghi è d’accordo) nello stesso giorno in cui prevede che entro quest’anno - in aggiunta agli aumenti dell’energia e dei prezzi amministrati - i rincari dei prezzi degli alimentari supereranno il 30%, esorta alla “estrema moderazione” salariale. E’ come dire che le famiglie più indigenti, quelle che arrivano a stento alla terza settimana, dovranno subire un ulteriore taglio al loro già depresso potere d’acquisto, sono cioè sollecitate a fare harakiri. Ma la cosa ridicola (se non ci fosse da piangere) è che, con questi chiari di luna, con questa politica di sacrifici, si auspichi la ripresa dei consumi che sono il vero motore della ripresa. Ma con quali soldi? Sono queste contraddizioni che stimolano la nostra indignazione.

  • Un piano marshall dalle connotazioni social liberali
    Nome: ciro spadaro  Data: 16.06.2008

    Per uscire da questo pasticcio in cui si è cacciata l'economia mondiale indotta dalle distorsioni del modello americano iperconsumista oramai malato e discutibile bisognerebbe fare tre cose: 1) creazione di un banca mondiale per l'agricoltura con gli opportuni supporti e le opportune doti finanziarie, con l'obiettivo di portare a coltivazione il 3% del territorio dell'intero pianeta, in questo modo scenderebbe la disoccupazione e si calmerebbe l'inflazione da domanda sulle derrate agricole, in più altri effetti facilmente ricavabili in positivo. 2) un maxi bond mondiale per le opere pubbliche, sia quelle di utilità, sia quelle per il rischio idrogeologico,sia quelle a vocazione turistico-ricettive, per permettere una socializzazione nei flussi turistici 3) L'America si deve impegnare con il mondo a ridurre il consumo procapite per barile di petrolio,portarlo in uno scenario decennale, dagli attuali 24 ad almeno 15-18.

  • Sindacato obsoleto
    Nome: cristofero  Data: 16.06.2008

    Sono una RSU della CGIL della categoria dei tessili e rappresentante del direttivo provinciale della Filtea (Biella). Ho cominciato ad avere dei dubbi sul sindacato già da tempo e ho sempre avuto scontri con la direzione sulla strada intrapresa dal sindacato negli ultimi anni. Dopo la faccenda Alitalia e dalla cretinata di Epifani di non presentarsi da Brunetta (motivi stupidi di forma e non di sostanza) ho deciso di dimettermi perchè sono stanco di un sindacato obsoleto e rigidista al massimo,pieno di lacci laccetti pastoie etc. Dopo aver letto "L'altra Casta"effettivamente mi sono reso conto di cose a cui prima non facevo caso. Effettivamente ogni riunione è una autocelebrazione continua e poi quel vittimismo (attacco al sindacato) fa parte ormai del DNA della Cgil e non si rendono conto che sono diventati patetici. Una cosa è certa, sono lontani dalla realtà operaia e quando gli dici che gli operai sono stufi non del sindacato ma di questo mettono la testa sottoterra e hanno sempre una giustificazione che comunque non entra mai nel merito del problema pur constatando che perdono iscritti e non trovano più gente disposta a fare il delegato. Io resto iscritto perchè so che un sindacato ci vuole ma non sono disposto a rappresentarlo e appena accenno a parlare contro la Cgil sia in fabbrica che al bar o con gente (specialmente di sinistra) mi rendo conto che mi danno tutti ragione e che c'è un distacco della classe operaia che prima non vedevo anche perchè se sei Rsu nessuno ti dice nulla e non capisci quanto sia veramente malvisto il sindacato.

  • La legge e la sua osservanza
    Nome: carlo giulio lorenzetti  Data: 13.06.2008

    Scriveva qualche secolo fa il cardinale Richelieu che approvare delle norme, per impedire o per correggere determinati comportamenti, e poi non farle osservare equivale ad incoraggiare proprio i comportamenti che si volevano contrastare. E' un po' quello che accade da noi, si tratti della immigrazione clandestina o della violazione del segreto istruttorio, della circolazione stradale o della divulgazione delle intercettazioni. Insomma i rimedi non consistono sempre e necessariamente nell'approvazione di nuove leggi, magari più severe, ma nel funzionamento più efficace e tempestivo non solo della giustizia, ma di tutta l'azione amministrativa dello Stato, che dovrebbe mirare soprattutto a provvedere e risolvere sul nascere i problemi della comunità. Questo forse aiuterebbe a restaurare il principio di autorità e a persuadere i cittadini che l'osservanza della legge è " bellissima " perché al servizio di tutti.

  • L'AFFIDABILITA', ELEMENTO ESSENZIALE PER LA CRESCITA
    Nome: umberto carneglia  Data: 12.06.2008

    I comportamenti poco trasparenti che hanno portato alla crisi del sistema finanziario USA ( ed internazionale) hanno prodotto il danno maggiore minando la fiducia di risparmiatori ed investitori nei confronti del mercato. Gli investimenti hanno assoluto bisogno di un ambiente affidabile. La cosa e' nota. Senza affidabilita' gli investimenti languono; senza investimenti l'economia langue. Ingredienti essenziali dell'affidabilita' di un sistema sono la sicurezza, la trasparenza - specie della cosa pubblica - e la riservatezza . Bene ha fatto dunque la classe politica italiana a sollevare il problema della riservatezza,che interessa anche l'economia oltre che la vita civile; pero' in economia i fenomeni sono collegati. Occorre dunque escogitare misure che garantiscano la riservatezza, senza pero' ledere la sicurezza e la trasparenza; specie della cosa pubblica, che deve essere una casa di vetro. Senza tutti e tre questi elementi c'e' il degrado della vita civile ed il declino economico; ovvero il "differenziale di sviluppo", come nel caso del sistema Italia,indebolito dal deficit di sicurezza e trasparenza .

  • I paesi del Golfo Persico sempre più lontani dal dollaro?
    Nome: Leonardo Mussini  Data: 10.06.2008

    Le dinamiche degli ultimi mesi lasciano intendere imminenti cambiamenti nella politica economica dei paesi arabi e un futuro difficile per il dollaro. I paesi che si affacciano sul golfo persico sono molto vicini all'addio strutturale al dollaro americano: gli equilibri nati più di 20 anni rischiano di crollare. L'ancoraggio sistematico delle valute dei paesi arabi produttori di petrolio al dollaro Usa ha portato soprattutto negli ultimi anni ad una svalutazione cronica delle loro valute nazionali di pari passo con la politica accomodante approntata dalla Federal Reserve sul biglietto verde. Altresì questi paesi hanno importato in modo sistematico, grazie alla crescita parallela del prezzo del greggio, una forte inflazione nell'ordine delle due cifre percentuali annue. Questa situazione sta diventando pressochè insostenibile per questi paesi emergenti che stanno crescendo a velocità molto superiori rispetto alle vecchie superpotenze USA ed Europa. Il primo passo è stato fatto in questo senso dal Kuwait nell'anno passato sganciando la propria moneta, il dinaro kuwaitiano, dal paniere di valute ancorato al dollaro USA. Tutta l'opinione pubblica degli Emirati si attendeva per lo scorso autunno/inverno un progressivo proselitismo da parte di tutti gli altri paesi del Consiglio di cooperazione del golfo quali Oman, Arabia Saudita, Bahrein, Arabia Saudita e Qatar. Proprio lo scenario tutto fuorchè sulla via dell'inversione negli Stati Uniti porterà presumibilmente il Qatar ad essere il prossimo paese a uscire dall'ancoraggio al dollaro. Lo stesso ministero del Tesoro americano nel suo ultimo report semestrale sulle politiche monetarie dei paesi internazionali presentato pochi giorni fa ha rilevato l'aumento della tensione politico-monetaria nell'area del golfo alimentata dalla crescente inflazione che deprezza le monete locali. Lo stesso governo americano non si opporrebbe ad una rivalutazione delle monete del golfo, pur di non perdere il dominio finanziario su un'area cardine dei commerci mondiali. Si stima che solo il mercato del petrolio produca miliardi di dollari d'introiti per il fatto di essere ancora quotato e scambiato sul suolo americano del Chicago Mercantile Exchange e del Nymex di New York. Una mossa ancora più ambiziosa è stata fatta dall'Iran che, poche settimane fa, ha aperto la Iranian Oil Bourse: la borsa iraniana del petrolio. Il progetto doveva partire nel 2006 ma, grazie ad interferenza politiche statunitensi, solo dopo 2 anni il governo di Tehran ha potuto aprire i battenti di questa borsa primordiale che quota i suoi prodotti in valute diverse dal dollaro. In termini prettamente economici questa mossa potrebbe permettere in un futuro prossimo lo sviluppo di una piazza finanziaria sui prodotti petroliferi concorrenzale agli USA per il greggio WTI e a Londra per il greggio BRENT e per lo più in una valuta nuova che dovrebbe essere l'Euro oppure una nuova valuta unica degli Emirati Uniti. Tutti i paesi antagonisti agli Stati Uniti sotto i baffi apprezzerebbero questa diversificazione per non dover tenere in riserva quantità ingenti di dollari sempre più svalutati e, dato che i commerci asiatici sono molto importanti con i paesi europei, Cina e Russia avrebbero ingenti facilitazioni commerciali. Sarà interessante vedere come una potenza come gli Stati Uniti potrà digerire questo passaggio pressochè inevitabile. Facile attendersi un innalzamento futuro della tensione bellica nel golfo, a meno che il prossimo presidente americano non voglia abbassare i toni della politica internazionale americana. Se la parte democratica dovessere prevalere nelle presidenziali di Novembre potrebbe adottare una politica di rientro progressivo delle truppe dall' Iraq e dalle acque del Golfo Persico dando maggiore spazio ad una valorizzazione della sovranità nazionale dei paesi arabi. Allo stesso modo una politica totalmente diversa sui tassi della futura amministrazione democratica potrebbe difendere il dollaro rialzandone presto i tassi a scapito della crescita economica. Se invece Bernanke rimarrà al suo posto voluto dai repubblicani sarà facile aspettarsi la lenta sparizione del dollaro dovuta alla nuova eccessiva stampa di banconote fisiologica alla crescita vertiginosa dell'inflazione. Non a caso anche negli ambienti non ufficiali statunitensi si parla già da mesi della morte del dollaro e della nascita di una nuova super valuta nord americana: l'Amero che tornerebbe ancorato alle riserve auree proprio per non cadere nuovamente nella spirale assassina dell'inflazione che porta ogni valuta nel medio termine a divenire carta straccia. Brutte notizie dunque per il popolo americano, l'Euro in questo secondo scenario sarebbe veramente l'unica nostra salvezza a patto che, l'eccessivo potere contrattuale che la moneta unica accumulerà non porti proprio alla decisione da parte di qualcuno dei grandi paesi dell'Eurozona ad uscire dal super-Euro siglando presto la morte della comunità europea stessa. Europa che, a livello politico, potrebbe essere l'unica entità adatta a sorreggere gli Stati Uniti (ricambiando il favore post seconda guerra mondiale) se davvero il dollaro dovesse crollare. I tempi sono cambiati, le gerarchie stanno cambiando, lo scenario si fa sempre più affascinante...

  • Class action
    Nome: giovan sergio benedetti  Data: 08.06.2008

    Non conosco nei dettagli la proposta di riforma di Brunetta, ma l'idea di prevedere una class action contro l'inefficienza e l'improduttività di tanti dirigenti e apparati mi sembra ottima già il fatto che sia avviata una simile class action dovrebbe indurre l'esecutivo a sostituire il dirigente incapace.

  • Il "piano industriale" del Ministro Brunetta
    Nome: Giancarlo Barra  Data: 06.06.2008

    Il "piano industriale" presentato ai sindacati dal Ministro Renato Brunetta, per la riforma del pubblico impiego (l'ennesima), è come la minestra che la volpe (nella favola di Esopo) versò per la malcapitata cicogna nel piatto largo, con la conseguenza che la pietanza non venne consumata e che generò nella cicogna risentimento e desiderio di rivincita. Nulla a che vedere ha, infatti, l'industria con la macchina pubblica, si tratta di due mondi separati e distinti. Il primo è governato dal mercato, l'altro dalla legge (come vuole la Costituzione). È possibile che un docente d’economia non conosca questo o si illuda di poter trasformare una cicogna in volpe? Non lo crediamo possibile. Non crediamo neppure possibile che il Ministro Brunetta non si sia accorto che la "grande riforma del '91", volgarmente detta "privatizzazione del pubblico impiego" sia clamorosamente fallita e non abbia prodotto i risultati sperati. Invece di ammettere il fallimento gli "autori" della riforma sostengono (in convegni e manifestazioni) che la colpa sia ascrivibile alle resistenze della "burocrazia". Quando anche questo assunto fosse vero (bisognerebbe poi capire a chi esattamente si allude con questo termine) i risultati non cambierebbero, la riforma del '91 resterebbe la grande sconfitta. Il "piano industriale" ricalca quegli schemi fallimentari e insiste con dosi maggiori di privato nel pubblico impiego, come dire: "...sbagliare è umano, perseverare è diabolico". Viene da pensare che il vero obiettivo non sia quello di risanare il pubblico impiego, bensì di distruggerlo magari per costruire un apparato "al servizio esclusivo delle imprese". Se così fosse le responsabilità sarebbero grandissime. Speriamo bene! Il consenso generalizzato e il silenzio delle opposizioni, su questo argomento, non sono dei buoni segni! Anche il modo con il quale viene demonizzato il pubblico impiego sfoderando slogan e luoghi comuni ricorda sistemi antichi (ma non troppo) preordinati alla cancellazione dall'ambiente e dalla memoria di soggetti, categorie e nazioni. Risparmiamo, per rispetto della sofferenza umana, lunghi e dettagliati esempi, resta l'inquietudine che suscita nelle coscienze oneste dei pubblici impiegati il modo con il quale questa storia della P.A. viene condotta. C'è, però, in tutto ciò un aspetto positivo che non può essere trascurato: il "riformatore magno" si è esposto in gran misura; ora deve riuscire nel suo intento, altrimenti il fannullone sarebbe lui! Staremo a vedere, chissà che, anche questa volta, la cicogna non riesca a dire l'ultima parola presentando alla furba volpe la sua minestra dentro una bottiglia?

  • Se dico e disdico che male vi fo?...
    Nome: gino spadon  Data: 05.06.2008

    Dunque Berlusconi, dopo aver detto peste e corna delle trattative fra Alitalia e Air France condotte dal precedente governo, ha ammesso oggi che, per uscire dalla crisi, la compagnia italiana ha bisogno di quella francese definita "buon partner". Domani, fidando sulla memoria corta dei suoi concittadini, sosterrà che non è passato giorno in cui lui non abbia detto questa lapalissiana verità. Dopodomani, quando le cordate saranno ormai lontani fantasmi, darà la colpa a Prodi di aver rotto i negoziati. Fra qualche mese, quando si sarà giunti al tracollo definitivo, tempesterà contro la politica scellerata dei sindacati responsabili d'ogni nequizia. E così, in questo turbinio di "dico" e "disdico", la "gggente" potrà inveire contro la cinica sorte che non ha voluto darle prima questo imprescindibile "fasso tuto mi". Gino Spadon

  • Riforma Brunetta
    Nome: Caterina  Data: 05.06.2008

    Lodevole l'intenzione del ministro Brunetta, pur non avendo dato il mio voto al centro destra, era ora! Ma ci riuscirà? O farà solamente ulteriori danni? E' possibile... perchè è veramente troppo difficile districarsi nella situazione attuale della P.A. . E' vero che il controllo sull'assenteismo si può fare, ma la valutazione sui risultati attesi dai dirigenti? Questo è il nodo cruciale, e di non facile soluzione. ci sarebbe da fare uno studio approfondito con persone che operano all'interno della P.A. perchè chi ne è fuori non può comprendere la "perversione" che è presente all'interno. Chi ci crede se affermo che il collega che "non fa niente" in senso assoluto, non è un eufemismo, viene premiato con indennità di risultato, e successivamente con avanzamento di carriera? se non si sta dentro, un caso di questo tipo non viene preso sul serio, si potrebbe pensare che chi scrive sia solo invidioso perchè l'indennità la vorrebbe lui stesso e non è sincero quando afferma che il soggetto in questione non fa veramente nulla. Inoltre quando Brunetta afferma, i dirigenti li valuteremo a seconda dei risultati che effettivamente raggiungono, ma chi stabilisce quali sono i risultati da raggiungere? anche quest'ultimo aspetto è fondamentale e di non facile soluzione. Mi piacerebbe leggere in questi giorni la proposta di soluzione a questo interrogativo, ma non ho letto nemmeno un cenno alla questione in nessun articolo apparso sull'argomento.