
Come sottolineano alcuni osservatori, le recenti violenze di una parte della tifoseria napoletana svelano un punto dolente del federalismo, la difficoltà per enti locali di natura essenzialmente amministrativa a gestire tutti i fenomeni sociali che si manifestano sul proprio territorio. Con i Piani Locali della Sicurezza, stipulati dai principali Comuni italiani con il Ministero dell'Interno sulla base di un accordo quadro fra questo e l'Anci siglato nel secondo Governo Prodi, i sindaci si sono accollati una responsabilità notevole in materia di ordine pubblico, tradotta in giurisprudenza dalla conversione del primo Decreto legge del c.d. "pacchetto sicurezza". Gli analisti di politiche pubbliche sanno bene che in Italia, dal 1948 in poi, i processi decisionali si sono risolti nella dimensione locale, nonostante un ordinamento statale formalmente accentratore. Sono cioè le élite locali, economiche e politiche in primo luogo, a determinare contenuti ed impatto delle politiche pubbliche, contrattando in posizione di forza con uno Stato centrale ridotto ad erogatore di risorse o smemorato applicatore di regole. Sovente sindaci, assessori e consiglieri comunali sono cardini dei circuiti di clientelismo e corruzione nei governi locali, anche coesistendo, come la magistratura ha più volte svelato, con la criminalità organizzata. Una politica locale esentata dalle responsabilità negative del governare, dal rispondere cioè di errori e fallimenti così vicini e tangibili dal cittadino. C'è sempre stata una Roma ladrona, che volta volta prendeva le sembianze di enti, dipartimenti, organismi, distanti, indolenti e cattivi. Dunque chi parla solo oggi di un paese in via di frammentazione, a mio avviso, ha la memoria corta, o finge di averla, perché l'Italia non ha mai risolto la querelle sostanziale fra il centro dello Stato e le periferie; si è limitato ad anestetizzarla con ingenti iniezioni di denaro pubblico e la mancata applicazione di norme e regole, a partire dall'imposizione fiscale, che hanno dilato a dismisura il debito pubblico. E’ certo vero che Quirinale, Ministeri e Parlamento siano organismi elefantiaci dai costi spropositati, è altresì innegabile che il grosso degli sprechi e delle violazioni hanno coordinate geografiche precise che indicano i comuni, le province, le regioni. La periferia dove si sapeva ma si è ignorato, dove si spendeva (e si spende) senza criteri né priorità. Per questi motivi, visto il contesto storico in cui ci si muove, da noi non c'è da temere tanto un effettivo federalismo - perché poi temerlo? -, quanto l'ennesima ambiguità all'italiana che offra ai poteri centrali canali per continuare a legittimarsi sul territorio e a quelli locali l’usuale capro espiatorio dei propri peccati: l’ombra della camorra non è così grande da oscurare tutti gli sbagli.
Gentile Redazione, l'argomento che suggerisco e propongo alla Vostra attenzione riguarda ciò che a 400 persone è particolarmente a cuore. Il caso non è raro ma rappresenterebbe il solo punto di partenza qualora si volesse seriamente affrontare il tema dell'efficienza e della meritocrazia nella Pubblica Amministrazione, il grado di tutela dei cittadini nei confronti delle sue scelte, che solo per cortesia definisco lunatiche, e il ruolo della politica che, perdendosi nel giochetto delle responsabilità, rende il cittadino-suddito inerme ed esterrefatto. Una breve narrazione degli eventi appare indispensabile. Nel lontano 2005, il Comune di Roma bandì un concorso pubblico per 200 posti di Istruttore Amministrativo; condizione necessaria per potervi partecipare era il versamento di una tassa pari a 10,33 euro. Le preselezioni videro un'affluenza di circa 40.000 candidati. Tralascio, per brevità, il racconto delle difficoltà da affrontare in queste occasioni. All'esito, solo 2000 vennero ammessi alla prova scritta che si tenne all'Ergife, nel giugno del 2007, dopo ore di inutile ed estenuante attesa e sotto una indicibile canicola. A marzo di quest'anno i risultati, ad aprile ebbero inizio le prove orali che si sono concluse il 6 giugno. Un particolare è da evidenziare. La giunta nello scorso febbraio, quindi prima della pubblicazione dei risultati dello scritto e ovviamente prima degli orali, in seguito ad accordo siglato da tutti i sindacati, deliberò l'aumento dei posti a 400 poiché il Comune di Roma soffre, ed è unanimemente riconosciuto, di una gravissima carenza di organico; è il comune più popoloso d'Italia, 3.500.000 di abitanti per 24.000 dipendenti. Le assunzioni sarebbero dovute avvenire nel luglio scorso. Ebbene, dal 6 giugno, da circa 3 mesi dalla conclusione, 1008 cittadini-sudditi, vincitori ed idonei, sono in attesa della pubblicazione della graduatoria!!! Ahimè, non è tutto. Il nuovo assessore al personale, Enrico Cavallari, di cui allego la mozione dello stesso quando era consigliere di opposizione durante uno specifico consiglio comunale sulla questione personale, vuole rimettere tutto in discussione. Le sue dichiarazioni non fanno stare tranquillo nemmeno il primo classificato. Secondo l'Assessore, la delibera di febbraio non ha copertura finanziaria (…e il visto di regolarità contabile apposto dal dirigente della Ragioneria Generale in calce alla delibera?... E gli 8 milioni e più di euro stanziati dall'attuale giunta per l'assunzione di personale esterno e senza concorso?) essendo stata una trovata escogitata per motivi elettorali (…400 su 1008?...E l'impegno contenuto nel programma elettorale di Alemanno di rispettare tutte le decisioni adottate con metodo concertativo?). Ecco la solita Italietta, ecco come si ripropone il solito gioco politico che purtroppo riguarda le sorti di almeno 400 anime. Perché dovrebbe essere impedito a 400 persone, tutte con laurea in discipline giuridiche o economiche, di poter lavorare seriamente e con competenza al servizio di un ente che attualmente è carente di personale e ha una percentuale di laureati tra i suoi dipendenti pari al 15% del totale della forza lavoro? Perché si vuole impedire a 400 individui di continuare ad impegnare le loro forze per il buon funzionamento della P.A. come hanno fatto durante la loro carriera universitaria prima e durante l'iter concorsuale poi? Perché si vuol continuare a tenere fuori dalla P.A. intere generazioni di italiani che, per via di reiterati blocchi del turn-over, non hanno potuto lavorare per le istituzioni mentre il loro bagaglio di competenze, serietà, senso civico non è stato minimamente preso in considerazione? In questo preciso momento, mi sembra di sentire le affermazioni di Brunetta che, soltanto a parole, vorrebbe meritocrazia e accesso alla P.A. per i più bravi. Il Comune di Roma, ha approvato una delibera, quella dei 400, è ora la deve rispettare perché da questa delibera sono scaturite delle aspettative, si è delineata la prospettiva di un futuro meno incerto; solo con ciò avrà ancor senso parlare di diritto di cittadinanza. Perché le istituzioni possono strappare i propri impegni mentre la identica cosa ad un cittadino normale verrebbe fatta pagare a caro prezzo? Sabato 6 settembre, i 1008 idonei daranno vita ad un comitato per tutelare i diritti di ognuno e chiedere l'integrale applicazione della delibera predetta. In una nazione civile questo sarebbe superfluo…Alemanno, nelle sue prime dichiarazioni, aveva promesso che Roma sarebbe diventata un città all'altezza delle altre capitali europee. Ottimo inizio!
“Lo stato assente”, titola il Corriere. “Italiani antirazzisti”, giudica un ministro spagnolo. “Il nuovo premier vada dallo psicologo”, dice un altro politico spagnolo. “Alitalia aspetta la cordata italiana”, dice qualche politico. Ma qualche europeo viaggiatore sa che, per far funzionare Alitalia, ci vorrebbe una struttura straniera (cioè che sappia gestire correttamente), non certo il tipo di gestione finora prevalso (non competitivo e legato a lottizzazioni, io credo). “La sicurezza sarà migliorata”, promette un politico. Un europeo di buonsenso invece direbbe: “Come garantire la sicurezza, quando la Giustizia è in crisi da un decennio ? Perché non si provvede prima a mettere in funzione la Giustizia? “. Da notare che la Giustizia francese, il cui codice deriva da quello napoleonico come il nostro, funziona bene.... E se consultassimo i Francesi, per vedere come essi fanno? I motivi di tante emergenze, di tanti rinvii alle calende greche, di tanti litigi politici, di gestione africane della mondezza, di tanti apprezzamenti negativi da parte di europei……., sono sempre gli stessi ! Il problema sociale italiano è gigantesco. Il non averlo capito negli ultimi 20 anni (e non aver quindi adottato le contromisure necessarie) ha portato tanti nodi, tutti insieme, al pettine italiano. Sbrogliare tanti nodi, è possibile ? In principio lo è, ma ad una condizione: ascoltando anche testimonianze di chi vive in Paesi avanzati…! Il sistema Italia, la cultura e i rapporti sociali italiani, sono ad un bivio. La mentalità italiana, il modo di ragionare nella vita sociale, l’assenza di capacità gestionali adeguate alle necessità pubbliche, l’assenza di valori positivi, portano il sistema Italia, obtorto collo, a dover ora scegliere, fra queste opzioni: a) il risveglio di un popolo di dormienti che decida di aprirsi al progresso, alla vita ed alle future fortune europee. Partendo da riflessioni sociali adeguate.. ! b) oppure il fallimento del Paese continuerebbe. Luigi Barzini scrisse nel ’65, “Gli Italiani”. In esso egli descrisse non solo i motivi storici delle difficoltà sociali, ma anche i segni esteriori di tali difficoltà e incapacità. Due citazioni da tale libro: “E’ sempre apparso agli italiani che il loro Paese era la disgraziata vittima di un circolo vizioso: il carattere nazionale fatalmente generava tirannie; le tirannie (si riferisce ai secoli passati) rafforzavano e esasperavano i difetti del carattere nazionale e invitabilmente portavano il Paese a nuove avventure. Per salvare l’Italia dal suo destino luttuoso occorreva spezzare il circolo vizioso...”“ Tutto, in verità, veniva fatto non solo per il suo valore in sé, ma principalmente per l’effetto che avrebbe prodotto. Per due secoli o più uomini di genio in numero incredibile, dedicarono i loro talenti al convincimento nazionale che lo spettacolo è, faute de mieux, un ottimo surrogato della realtà. Che forma e sostanza fossero la stessa cosa. Colmarono il mondo di capolavori per trovare un compenso alla mancanza di sicurezza, al vuoto, al disordine, all’impotenza e alla disperazione della loro vita nazionale, per dimenticare l’umiliazione e la vergogna, per dimenticare la loro colpa collettiva”. Il mio commento: molto ben detto ! Le caratteristiche negative del DNA sociale (un modo di lavorare ed una struttura sociale affatto europei) hanno prodotto, sia negli ultimi decenni che nei secoli precedenti, sopraffazioni. Ingiustizie, fallimenti, perdite di opportunità. Tali rovinosi risultati sono sempre stati, nel passato, tollerati da un popolo abuso alla sopraffazione, ai sacrifici senza motivi. In quanto in passato c’erano le frontiere, non bisognava confrontarsi con popoli maturi. I risultati italiani negativi sono stati sempre tollerati, perché il sistema Italia ha sempre sopportato e vissuto con una cultura levantina. Ora però siamo entrati da anni nel mercato globale e nella U.E.. A causa di ciò dobbiamo confrontarci tutti i giorni colle capacità, coi risultati di tanti Paesi (molti dei quali sanno essere seri ed efficienti, per avere risultati). Non possiamo continuare a sopportare le conseguenze delle incapacità sociali; e considerarci, nonostante ciò, una società ed una civiltà europea. Eccoci allora ad affrontare la realtà. Suggerirei questo metodo, che è poi europeo: - si fa la lista delle cause delle proprie incapacità sociali. Si lavora seriamente per eliminarle, aiutandosi con consigli e professionalità europee. Si potrà allora gestire un Paese, divenire una vera democrazia, inventando gli strumenti necessari; fra cui il primo è: insegnare, educare, formare! Con particolare attenzione al sociale.... - se si vuole generare occupazione e sviluppo economico, diviene urgente liberarsi di certe abitudini sottosviluppate, generatrici di emergenze. Finora gli Italiani hanno vissuto, mi sembra, nella fatua illusione di essere un Paese socialmente capace, non troppo corrotto, idoneo a realizzare gli obiettivi nazionali (non quelli dei diversi clan), i quali sono talora predicati da gente incapace, i nostri politici. Continuando con tale illusione, fallisce tutto, perché non si potrà progredire. Se l’attuale modello del sistema Italia sarà conservato, per mancanza delle volontà, delle capacità e determinazione necessarie alla catarsi urgente, allora i migliori se ne andranno, come adesso. I peggiori resteranno, per vivere la povera vita di un popolo distrutto e vinto da una mentalità sottosviluppata, da una rassegnazione a non cambiare..... Rinnovarsi? E’ possibile. Una possibile decisione di rinnovare la società in senso europeo comporterebbe una seria scelta dei modi (ma anche delle persone coinvolte) per una campagna di promozione delle efficienze e dei comportamenti europei.
L'altro giorno stavo ragionando con un mio amico sulla situazione economica-sociale in cui viviamo oggi. Parlavamo di come la politica non fa niente per cambiare le cose, di come i ricchi vivono bene e lo Stato non fa niente per farli vivere un pò meno meglio e di tante altre cose utopistiche. Sono un ragazzo di 23 anni profondamente convinto che la politica italiana di oggi è destinata a svanire. Ben presto tutte queste inutili ideologie di sinistra e destra verranno meno. Qualcosa è in atto. Due partiti Pdl e Pd stanno lentamente rimescolando le carte. Sono convinto sia un bene. Oggi come oggi penso che il politico debba intraprendere la strada della "realtà". Deve tornare un realismo che alcuni hanno ma che il più delle volte viene bloccato per i piagnistei di altri che giocano sui sentimenti e le paure degli italiani. Vedo tanta confusione nella politica che fa perdere moltissimi soldi e opportunità allo Stato. Voto il centro-destra da quando ho questo diritto e continuerò a farlo per i miei motivi, ma sono convinto che questo Governo non ci porterà fuori dai problemi. Nel mondo in cui viviamo oggi serve immediatamente una riforma profonda della nostra vita istituzionale. Serve che qualcuno prenda veramente le redini di questo paese in mano e lo faccia rialzare, anche cinicamente, da questa situazione di lento degrado. Il mio amico, da buon ex-comunista, continua a sostenere che il male è Berlusconi e vede nel centro-sinistra un'ancora di salvataggio. Io penso che essendo in un sistema parlamentale è impossibile che una persona in questa politica faccia la differenza. Ci sono centinaia di teste, illuminate o stolte che siano, capaci di porre veti e dare idee. Quindi da una parte o dall'altra, essendo un insieme di persone oneste o delinquenti, avremo sempre gli stessi risultati, mai distinti e sempre mediocri. Penso che l'unico modo per far ripartite l'Italia o è un miracolo economico oppure è una revisione radicale del sistema. Ci vuole un pò di decisionismo e indipendenza in più per chi governa. Solo in questo modo potremo raggiungere o il meglio o il peggio. Toccherà a noi votare chi ci darà uno o l'altro risultato, senza dare in mano il nostro futuro ad uno specchio. Sono convinto che un sistema Presidenziale all'americana può fare la differenza.
Leggendo l'articolo apparso ieri sul Sole 24 ore, ho pensato a quante volte ho immaginato che si sarebbe arrivati a questo punto. Lavoro per uno dei due pri' grandi gruppi del paese da quasi diciannove anni e negli ulimi dieci ho vissuto situazioni professionali fuori da ogni logica di buon senso. Ossessionati dal Roe, dalla "costruzione di valore", e sollecitati dagli azionisti di riferimento i manager hanno completamente perso vista la vera crescita sostenibile, per lanciarsi alla rincorsa dei piani di stock option legati a obiettivi di breve. Cio' che il mercato vive oggi non è altro che il risultato previsto e prevedibile di una gestione senza scrupoli, che ora presenta il conto a tutta la collettività.Pur sapendo che la tenuta del sistema bancario è indispensabile per mantenere in vita il sistema nel suo complesso mi chiedo se, i sostenitori della autoregolamentazione del marcato sarebbero pronti ad invocarla anche adesso,...
La norma cosiddetta anti-fannulloni che stabilisce una riduzione dello stipendio per i primi dieci giorni di malattia può facilmente essere controproducente, può cioè produrre più assenteismo e maggiori costi per la pubblica amministrazione. Ciò risulta dall'elenco dei costi e dei benefici che segue. Benefici: 1. Maggiore fornitura di ore di lavoro, dovuta al mancato assenteismo di chi non vuole rinunciare a una parte della retribuzione. Costi: 1. La perdita di salario per i lavoratori malati. Si tratta di un costo che deve essere incluso in qualsiasi analisi costi-benefici seria. 2. Ci saranno dei lavoratori che andranno a lavorare malati. Ciò costituisce un costo non monetario, che può essere molto grave se la malattia non curata induce complicazioni. E' recente il caso di un'insegnante precaria morta per avere trascurato una polmonite. Ulteriori casi del genere si produrranno inevitabilmente. 3. Maggiori costi per la sanità pubblica, dovuti alla necessità di curare malattie trascurate nella fase iniziale. 4. Maggiori costi per l'implementazione dei controlli (permessi e visite fiscali). 5. Esternalità dovute al contagio da malato a sano. Siamo veramente convinti che sia utile che un infermiere o un'insegnante afflitti da un raffreddore contagioso frequentino gli ospedali e le scuole? Tanto più che quei sintomi possono invece essere quelli iniziali di una malattia contagiosa più seria, tipo morbillo o scarlattina. 6. Perdita di spirito collaborativo da parte dei lavoratori. Esistono certamente dei lavoratori statali pigri; io personalmente ho più frequentemente incontrato dei lavoratori dediti, che si fanno carico dei problemi dell'utenza al di là di quanto sancito dal proprio contratto di lavoro: dall'insegnante che parla coi genitori anche fuori dall'orario di ricevimento allo sportellista che dà informazioni al difuori delle sue competenze. Alcuni studi sperimentali (mi riferisco in particolare a quelli di Fehr e della sua scuola) hanno dimostrato in modo conclusivo che il gift exchange è fondamentale nei rapporti di lavoro. Un lavoratore che si ritiene (giustamente) offeso in quanto non gli si presta fiducia quando dice di star male reagirà facilmente limitando la sua disponibilità. Una volta si diceva "a salario di merda lavoro di merda". I danni possono essere enormi, come dimostra fra l'altro l'esperienza recente delle ferrovie. 7. Aumento dell'assenteismo. Molti lavoratori oggi vanno a lavorare anche se non stanno tanto bene, per coscienziosità e serietà, soprattutto nei confronti dei colleghi ("non è giusto che faccia lavorare i miei colleghi per me, visto che in realtà sto abbastanza bene per farlo") o per reciprocità, un'altra caratteristica dei rapporti di lavoro che la letteratura sperimentale ha dimostrato essere fondamentale ("se io sto a casa i miei colleghi faranno lo stesso quando toccherà a loro, e io dovrò lavorare di più"). Ma se il lavoratore paga per stare a casa, questi scrupoli saranno ridotti: "dato che per stare a casa pago un prezzo, è mio diritto farlo; tanto più che i miei colleghi non possono pensare che il mio comportamento non è cooperativo, poiché se sto a casa pagando un costo vuol dire che sto male davvero"). 8. Peggioramento della qualità media delle prestazioni. Avremo da una parte una maggiore partecipazione di lavoratori "fannulloni", che non vogliono pagare una parte della retribuzione per stare a casa, e dall'altra una minore partecipazione di lavoratori "coscienziosi" (punti 6 e 7). Quindi una sostituzione di lavoratori "coscienziosi" con lavoratori "fannulloni". La qualità delle prestazioni, e quindi i costi per la collettività, monetari e no, non possono non risentirne. Naturalmente, i benefici e i costi sono difficili da quantificare. Ma non impossibili; e prima di introdurre una nuova politica sarebbe in generale opportuno provarci. Guido Ortona Università del Piemonte Orientale guido.ortona@sp.unipmn.it
Buongiorno, vorrei scrivere due righe sul famigerato caso Alitalia. Ritengo che stiamo per assistere ad una delle pagine più brutte in termini di rispetto delle regole generali di diritto societario, utilizzo dei soldi pubblici, rispetto norme della concorrenza e quant'altro. Un pool di Paperoni Italiani, abili nel diventarlo soprattutto con i soldi degli altri, per rilevare la società, pongono alcune piccole condizioni: - Con modifiche della Legge Marzano, si chiede la creazione di due distinte società, una con tutte le positività (vedi beni, attrezzature, capacità professionali, slot, mercato, esperienza, etc..) e una bad company (la vecchia Alitalia con tutti i debiti, esuberi, inefficienze, etc..); coscienti che per questa operazione si violano tante di quelle leggi, solitamente valide e che si abbattono sui comuni mortali, in materia di regole societarie e del diritto fallimentare con incursione nella rilevanza penale che non stò qui ad annoiarvi; - Commissariamento della bad company, ovvero, chi ha le precedenti azioni (Stato compreso), si ritrova con meno di niente, (notate la finezza, il Ministero che ha finora riversato ed annientato una valanga di soldi della collettività, è parte attiva per la realizzazione del disegno), chi ha fatto i propri conti (fornitori vari) su un valore patrimoniale che garantiva un minino di recupero del credito, et voilà..non c'è più!! - Già che ci siamo, siccome è meglio giocare al sicuro, l'altro vettore italiano, sarebbe preferibile che confluisse nella nuova società (fingendo un'operazione di acquisto/vendita), previa garanzia (non so come faranno se l'istituzione è seria) che il Garante della Concorrenza non si metta ad interferire nell'operazione; - La nuova società, nelle immacolate condizioni in cui si troverà, dovrà essere governata con pieni poteri, possibilmente esentata anche da eventuali richieste sindacali, libera nella gestione degli esuberi, potendo contare su prepensionamenti per 40/50enni generosamente erogati dallo Stato, gestita a tutti gli effetti come una società privata per la quale (prego sorridere..) risponde essa stessa delle sue azioni con il suo patrimonio; A noi comuni cittadini verrebbe da dire se lor signori gradiscano anche due uova cotte!! Ma allora (al contrario di quello che succede per i piccoli) è facile esercitare il mestiere di grande imprenditore in Italia, in pratica basta chiedere, lo Stato accetta e ottempera, io metto soldi (possibilmente non miei ma delle banche), i guadagni saranno miei, tutte le perdite (come sempre) sulla collettività. E' tutta questa la capacità dei grandi imprenditori Italiani e delle menti illuminate degli economisti per risolvere la questione? E' mai possibile che nessuno dei commentatori ufficiali si sia posto dubbi sui metodi che si vogliono mettere in atto per appropriarsi di Alitalia?
L'Occidente non sembra davvero in grado di contrapporre misure adeguate all'aggressione russa della Georgia. L'Europa, a causa della sua intrinseca debolezza politica e militare; gli Stati Uniti, a causa della fase di transizione in cui si trova la Presidenza e della comprensibile riluttanza a portare il confronto con Putin oltre quel limite che può condurre ad una rottura dei rapporti e ad un rischio di guerra. Stando così le cose e considerato che Putin non sembra intenzionato a recedere dalla sua spregiudicata politica e dall'uso sia della forza, sia della capacità di pressione derivante dal controllo delle formidabili risorse energetiche (gas e petrolio ) da cui dipendono in larga misura sia l'Europa vecchia, sia i Paesi della "nuova Europa " vi è da chiedersi se convenga all'Unione Europea continuare nel sostegno alla politica americana di allargamento della Nato e di installazione di dispositivi militari ( sistemi radar e batterie antimissile ecc... ) nei Paesi ex satelliti dell'Unione Sovietica. E ciò non per un generico spirito pacifista o per una politica rinunciataria di " appeseament " nei confronti del vecchio Orso che ha sfoderato di nuovo gli artigli, ma per una scelta realista che cerchi di conciliare l'aiuto e la promozione dei processi di democratizzazione in atto negli ex Paesi comunisti con i buoni rapporti di convivenza e di proficuo scambio con il gigante russo in una cornice di reciproca fiducia e sicurezza.
Gentile boeri, nel condividere la sua asciutta analisi della manovra finanziaria appena approvata, non posso evitare di pensare che una ragione che spieghi le contraddizioni da lei evidenziate deve esserci. E non può essere che tutta politica, poichè il ministro Tremonti ha competenza e ragionevolezza (pur unite ad una spiccata antipatia). Temo infatti che, approfittando dell'avvio del ciclo elettorale che, salvo cataclismi, durerà altri 4 anni, si cerchi di approfittare della crisi economica. Il ragionamento è non privo di bizantismo, ammetto, ma ho l'impressione che si parta dall'idea che la crisi c'è, che tutti ne sono informati e la vivono, che le responsabilità sono già assegnate dall'opinione pubblica alla speculazione internazionale, alle banche, ai petrolieri, al governo Prodi, ai paesi BRIC. Tremonti d'altronde è il massimo teorico e propagandista mondiale di questo schema (e spero che un pò ci creda). Pertanto è gioco facile continuare a grassare fiscalmente il paese senza toccare più di tanto evasori e rendite finanziarie. A cercare di toccare gli statali ci pensi il sovraesposto, vulcanico Brunetta; ma non tocchi i soldi in tasca o le spese improduttive. Il suo intervento, infatti, è sugli orari, le assenze, le procedure, diciamo pure per nobilitare, sulla produttività. Verrà il momento, sul finire della legislatura, di restituire qualcosa al paese e incassarne il dividendo; nel frattempo in tempi di fichi secchi si cercheranno risorse per quelle riforme e quegli investimenti che sono nel programma del governo, anzi che sarebbero nel programma di qualunque governo. L'esperienza degli Usa ci insegna che di fronte alle grandi crisi quel paese ha sempre risposto prima di tutto con un incremento della produttività in tutti i sensi, con lo stimolo degli interventi sul bilancio pubblico, con la dinamicità del mercato del lavoro. Mi pare che in Italia tutto ciò non sia possibile: scarsa flessibilità nel mercato del lavoro, produttività immobile per rigidità sindacale e assistenzialismo, bilancio pubblico a dir poco rigido. E poi c'è il sud, la sanità che prosciuga le casse pubbliche, la P.A. irriformabile et. etc. Tutti temi da riforme di lungo periodo anzi da rivoluzione culturale. Ecco, quindi, che in periodi di fichi secchi si cerchi di far le nozze con le tasse.