
Suggerisco di pubblicare anche le piante organiche del Ministero dell'Economia e delle Finanze: se la memoria non mi inganna lì dimorano circa 840 dirigenti a fronte di circa 3200 dipendenti. La maggioranza di questi dirigenti "lavoraro" presso l'Amministrazione Centrale: infatti negli Uffici Territoriali spesso un unico Dirigente "regge" 2 sedi nella stessa regione. Di solito nell'Ufficio più efficiente fra i due si fa vedere una volta alla settimana. Consegenza di ciò è una forte responsabilizzazione delle sedi provinciali dove personale della ex area C, assolve a tutti gli incarichi che consentono il corrente svolgimento del lavoro. A fronte di nessun compenso aggiuntivo di natura economica, nè di alcun riconoscimento da parte dell'Amministrazione Centrale, la quale in molti casi disconosce completamente la reale portata e dimensione del lavoro svolto sui territori. Credo che una più equa distribuzione del personale pubblico ed una più efficiente divisione delle responsabilità riguardi soprattutto le sedi centrali della P.A. (Roma) e le sedi Territoriali del Sud. In Toscana gli Uffici territoriali del Ministero dell'Economia (esclusa Firenze) hanno poco personale e svolgono il proprio lavoro in costante emergenza.
Nella trasmissione "Porta a Porta" del 12/5/08 il Ministro Brunetta ha ribadito con forza il proposito di riformare la cosa pubblica, il cui degrado e' la principale causa del differenziale di sviluppo fra L'italia e gli altri Paesi europei. Il proposito merita il massimo encomio e consenso; sfortunatamente pero' nel corso della trasmissione il Ministro ha dato a mio avviso la prova tangibile dell'inadeguatezza del ceto politico rispetto alla soluzione dei problemi reali. Se un'azienda in crisi chiedesse l'intervento di consulenti qualificati - M. Kinsey, Accenture,ad es - questi sicuramente partirebbero nelle loro analisi dal top management e giammai dagli impigati di terz'ordine. Se in un'organizzazione prosperano i fannulloni,il problema è innanzitutto "nel manico", cioe' nel top managent. Molto più pragmaticamente un sindacalista, Angeletti, ha illustrato come nelle varie amministrazioni pubbliche il management - controllato al top dalla politica - si proccupi soprattutto di servire le proprie clientele politiche cercando il consenso ad ogni costo, anziché di servire i clienti veri (cioe' i cittadini). Se la politica lottizzante non cambia registro, la PA resterà nel caos in cui si trova da decenni. Se per fare un esempio l'informazione e' lottizzata e monopolizzata dal potere politico come e' adesso, restera' di pessima qualita' con o senza provvedimenti antifannulloni. Io auguro a Brunetta la miglior fortuna, anche nell'interesse mio e del Paese; ma temo che per ora sia partito dalla porta di servizio. Mi auguro che possa presto trovare la porta principale.
Com’è noto il sistema dell’imposizione IRPEF esistente in Italia si basa sul principio dell’imposizione individuale e non familiare (non era così in origine essendo questa la conseguenza di una sentenza della Corte Costituzionale, che ritengo sciagurata). Il sistema prevede alcuni, molto parziali e incoerenti, aggiustamenti che dovrebbero tenere in qualche misura conto delle situazioni famigliari, ma questo non impedisce che si determinino situazioni di notevole differenze di imposta in condizioni di parità di reddito famigliare. Ho fatto alcune simulazioni basandomi sulle istruzioni allegate al Mod. 730 – 2008 riferite a famiglie con i coniugi entrambi lavoratori dipendenti e con due figli (oltre i 3 anni) a carico, dalle quali si evidenzia che per tutti i livelli di reddito complessivo famigliare, a parità di reddito imponibile complessivo, l’IRPEF complessivamente pagata cresce al crescere della differenza fra i redditi imponibili dei due coniugi. Nel caso, per esempio di un reddito famigliare complessivo di 70 mila euro, la famiglia nella quale reddito di uno dei coniugi fosse pari al 10% del reddito totale (e l’altro coniuge conseguisse il 90%) paga circa 4.500 euro di IRPEF in più rispetto alla famiglia con due redditi uguali (oltre il 27% in più). Si può pensare che il caso sia piuttosto estremo, ma, considerando il caso nel quale il reddito del coniuge meno pagato sia pari al 20% di quello totale (14 mila euro e 56 mila euro), si ha ancora un IRPEF totale superiore di quasi 1.500 euro a quella di una famiglia con i due redditi uguali (35 mila euro per ciascuno dei coniugi). La differenza in valore assoluto ha un andamento irregolare e comunque poco sensibile al variare dell’imponibile complessivo, cosicché con una ripartizione 20-80 la maggiore IRPEF pagata rispetto alla famiglia con stipendi uguali dei due coniugi arriva al 23% per un reddito complessivo di 40 mila euro (+1.573 euro) e scende al 3% (+1,798 euro) per un reddito complessivo di 200 mila euro. Non mi pare che siano differenze giustificabili, trattandosi di famiglie che si trovano nelle medesime condizioni economiche. Un discorso diverso deve essere fatto per il caso in cui uno solo dei due coniugi lavori, perché in questo caso si può pensare che la famiglia con un coniuge libero da impegni di lavoro possa beneficiare della maggiore disponibilità di quest’ultimo per gli impegni domestici. Ho provato perciò a calcolare di quante ore settimanali di una colf (pagata 7 euro l’ora più contributi) possa disporre la famiglia con due stipendi uguali per avere un reddito disponibile netto identico a quello della famiglia con un solo coniuge lavoratore. Per un reddito famigliare complessivo di 70 mila euro la famiglia con due coniugi entrambi lavoratori dipendenti e con uno stipendio uguale possono permettersi di pagare una colf per 16 ore alla settimana per trovarsi con una disponibilità netta uguale a quella della famiglia con lo stesso reddito, ma con uno solo dei coniugi con lavoro esterno alla famiglia. La differenza raggiunge un massimo per un reddito famigliare di 100 mila euro (19,8 ore alla settimana) per poi tornare a circa 16 ore alla settimana per redditi oltre i 150 mila euro. Per redditi complessivi inferiori a 70 mila euro la differenza si riduce drasticamente e per un reddito complessivo di 40 mila euro (la situazione tipica di una famiglia con entrambi i genitori operai), la famiglia con due genitori lavoratori e stipendio identico dovrebbe (ammesso che ce la faccia) pagare la colf per 6 ore alla settimana per avere una disponibilità netta uguale a quella della famiglia con un solo genitore lavoratore. Non è agevole commentare le differenze fra famiglia con due genitori percettori di stipendio e famiglia con un genitore a casa, avanzo tuttavia due considerazioni. In primo luogo la differenza osservata potrebbe in qualche modo essere considerata come la valutazione (implicita) che il legislatore fiscale ha fatto del maggiore lavoro domestico del coniuge che non ha un lavoro esterno alla famiglia (dalle 16 alle 20 ore alla settimana per le famiglie appartenenti alle fasce alte del lavoro dipendente). In secondo luogo, se si tiene anche conto del costo degli asili nido e delle scuole materne, è evidente l’incentivo negativo al lavoro esterno (a tempo pieno) per le madri con figli in età prescolare per le fasce di stipendio intorno ai 20-25 mila euro (proprio la fascia più frequente).
Ho due osservazioni sull’editoriale di Giavazzi del 30 aprile scorso sul Corriere. In generale, più apertura al mercato globale porta a più concorrenza e un livello d’istruzione più alto dà maggiori possibilità di guadagno. Ma in Italia, ogni anno, miliardi di euro vengono incassati da banche, assicurazioni e aziende petrolifere proprio per mancanza di concorrenza. E parecchi milioni di euro vanno a finire nelle tasche di notai, farmacisti, medici e avvocati sempre per lo stesso motivo. Tutti questi (tanti) soldi vengono sottratti alle altre aziende e lavoratori deformando fortemente il sistema economico nazionale. Il settore informatico è un esempio, opposto, di mercato iper-liberalizzato e passa sotto silenzio la quasi mercificazione, in taluni casi, delle persone che ci lavorano: a parità d’istruzione, il guadagno e la possibilità di un buon impiego dipendono dal settore in cui si lavora. Ancora prima di guardare alla globalizzazione c’è quindi ancora tantissimo da fare intra moenia. La seconda osservazione è sul tema dell’energia. Il nobel Rubbia insiste da anni sull’utilizzo delle energie rinnovabili e sul solare come energie del futuro, ma sembra essere ascoltato solo in parte.
Con le nuove regole che disciplinano il regime di un importante strumento di pagamento, come quello relativo agli assegni, si può relativamente stare tranquilli dai 5000 euro in su grazie all'apposizione obbligatoria della clausola di "non trasferibilità", anche se un sontuoso problema, come quello degli assegni post-datati di pari valore non sembra essere stato completamente risolto, ma solamente scoraggiato con una sanzione amministrativa che va dall' 1% (!) al 40%. Tuttavia ritengo risulti molto più discutibile per quanto riguarda gli assegni a forma libera (possibili praticamente solo sotto la soglia di 5000 euro), la decisione di apporre il codice fiscale come elemento di validità per la transazione e come integrazione della passata "girata in bianco" nel caso non fossero indicati gli estremi del giratario. Come può un codice fiscale, facilmente riproducibile a quanto pare in rete disponendo dell'intera base di calcolo (cognome nome, sesso, data di nascita,luogo e provincia) fungere da unico strumento di garanzia? Non sarebbe stato meglio rendere obbligatoria la girata completa pena nullità della transazione?E anche in girate di questo tipo, il codice fiscale quanto risolve davvero il problema?
Fondi Sovrani sono i benvenuti. Ma poi? Signori, siamo alla frutta. Noi cittadini dell’Impero d’Occidente, superbi custodi della civiltà, dell’etica, della ricchezza e della democrazia abbiamo disinvoltamente imboccato la via del declino. Come i gaudenti passeggeri del mitico Titanic riusciremo ad evitare la collisione con l’iceberg grazie all’aiuto dei “corsari” d’ Oriente. Il colpevole della possibile collisione è di chi è stato, in modo irresponsabile, al timone della nave (fuor di metafora, dell’economia): cioè l’America. E, come vedremo, doppiamente colpevole. La responsabilità ricade in primis sul sistema bancario che, concedendo mutui senza alcuna seria analisi finanziaria sulla capacità di rimborso da parte dei debitori, ha innescato la bomba dei cosiddetti mutui subprime. In seguito alle gravissime minusvalenze registrate nei bilanci delle banche l’economia americana, con una svolta a 180 gradi, è passata dall’inflazione creditizia (soldi facili a tutti) alla contrazione creditizia (credit crunch). Per definire la grandezza del fenomeno è sufficiente notare che la crisi dei subprime in 10 mesi è costata 48 mila posti di lavoro nelle banche di Wall Street. Anche in Europa il fenomeno si è fatto sentire anche se, finora, in modo leggero. Il mercato interbancario è dominato dalla diffidenza per cui la liquidità è diventata merce rara e il relativo costo molto elevato (il tasso euribor a tre mesi si aggira sul 4,70%). Negli USA, per evitare che molte primarie banche e finanziarie (Citigroup, Merril Linch, Lehman Brothers, Bank of America, Morgan Stanley e via cantando) colpite dalle insolvenze potessero collassare e, per effetto domino, dessero l’avvio ad un vero e proprio tzunami economico, la banca centrale (la Fed seguita poi dalla Bce) ha aperto i rubinetti del credito a tassi agevolati. Ma l’intervento non è bastato a portare il sistema in equilibrio, si è resa allora necessaria la discesa in campo dei “Fondi Sovrani” che hanno risposto in tempi rapidi. A questo punto dobbiamo parlare della seconda responsabilità degli States, ossia dello straordinario squilibrio della bilancia commerciale (le importazioni superano le esportazioni) che mediamente viaggia sui 50/60 miliardi di dollari ogni mese malgrado la svalutazione della moneta. Questo significa che negli ultimi 10 anni l’America ha inondato con 6000 miliardi di dollari le casse dei paesi esportatori quali la Cina, Taiwan, Corea, India, Russia, Paesi del Golfo, Singapore ecc. L’eccesso di riserve in dollari delle Banche Centrali di quei Paesi sono state in parte investite in buoni del Tesoro americani (treasury bond) e in parte in fondi di investimento controllati dai governi, denominati “Sovereign wealth fund” (Fondi Sovrani). Come abbiamo visto questi fondi governativi hanno rilevato grossi pacchetti azionari di importanti istituti bancari salvandoli dal fallimento. Per concludere la crisi dei mutui subprime e l’enorme massa di dollari nelle mani di Stati esteri, ha fatto emergere il peso crescente dei fondi sovrani, intervenuti con i loro capitali in istituti come Citigroup, UBS, Merill Liynch, Morgan Stanley e Barclays. Ma l’intervento di questi fondi ha destato preoccupazioni sia in USA sia in Europa per le possibili interferenze da parte di governi stranieri sulla gestione delle imprese nazionali partecipate o addirittura acquisite. Ma, alla luce di quello che è successo e dell’imponente massa di dollari che preme per essere investita la domanda che ci si pone è la seguente: per quanti anni l’Impero d’Occidente potrà resistere all’assalto dei “corsari” d’Oriente?
Forse oggi riesco a dare un nome e una forma al disagio, tendente alla depressione vera e propria, che mi ha colto da un paio di settimane. Certo lo shock dei risultati elettorali ne è stato la causa scatenante, ma c’era qualcos’altro che non riuscivo a definire. Oggi, sul mio conto corrente sono stati finalmente accreditati gli arretrati relativi al cosiddetto “biennio economico” 2006-2007 del mio CCNL firmato come è usanza ormai da tempo con oltre due anni di ritardo (traduco CCNL per i cosiddetti precari: Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, un antico rito tribale inviso ai moderni). Con questa autentica manna dal cielo (circa 1.000 euro, corrispondenti a poco più di 1 euro al giorno) potrò permettermi finalmente il lusso di un cappuccino al bar ogni mattina (anche se la brioche continuerà a restare fuori dalle mie possibilità). Essendo invece sposato ad una sedicente precaria che per lavorare sostiene di essere stata costretta ad aprire una partita IVA per poter svolgere un lavoro di fatto subordinato (usanza invece questa molto moderna) dovrò impiegare la lauta somma per ripianare il debito contratto per pagare le tasse di quell’incauta di mia moglie con i miei suoceri (una coppia di pensionati d’oro: pensate che questi spendaccioni vivono addirittura in una casa di loro proprietà il cui mutuo è stato finito di pagare quando praticamente erano già in pensione). Per fortuna che il programma del PDL, manifesto vincitore delle elezioni e futuro governante del paese, prevede nientemeno che la “piena occupazione” (keynesiani di ritorno?) attraverso mirabolanti strumenti quali la mitica “Borsa Lavoro”, strumento fondamentale, secondo la c.d. riforma Biagi, per l’attuazione nientemeno che del “diritto al lavoro” previsto art. 4 della costituzione. Borsa Lavoro, la cui leggendaria efficacia deriva forse dall’assonanza con la borsa della spesa, che fa pensare a carrelli di supermercato pieni di ogni ben di dio e che invece, come ogni addetto ai lavori ben sa, avendo utilizzato decine di banche dati analoghe, serve soprattutto ad incrementare l’occupazione dei consulenti e degli addetti alla sua progettazione, implementazione, ecc. Ecco, si, oggi posso nominare quel disagio: mi sento vagamente preso per i fondelli. Qualcuno sa spiegarmi perché?
Mi dispiace vedere che tutti pensano che Alitalia debba essere venduta per poter essere ristrutturata. Ma chi lo dice che gli amministratori stranieri, o comunque non pubblici, possono opderare meglio dei tecnici a disposizione del nostro governo. Io penso che forse conviene che il Tesoro si ricompri le azioni dalla borsa, anche perchè costano pochissimo, e metta la compagnia in mano a professionisti seri che la rimettano a posto cercando contestualmente partners, anche stranieri, per lo sviluppo delle rotte e la crescita della compagnia. Naturalmente ve data carta bianca a chi viene incaricato. Lo scopo non dev'essere salvare oggi qualche posto di lavoro ma assicurare la crescita e la redditività per il futuro e quindi anche nuovi posti di lavoro sicuri e utili a tutti.