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LETTERE

  • CHI TARDA CON GLI STUDI NON È PIU' UTILE ALLA SOCIETA'? LA LETTERA DI UN FUORICORSO
    Nome: Lettera firmata  Data: 10.05.2012

    Concordo che una delle priorità nel mondo dell’istruzione universitaria sia quella di ridurre i fuoricorso, ma non scordiamoci di chi - laureatosi in ritardo - sta cercando lavoro.

    Mi sono laureato a marzo 2012 alla “veneranda” età  di 31 anni in chimica farmaceutica: nonostante abbia sofferto di gravi problemi di depressione, ho sempre cercato di lavorare per non gravare troppo sulla mia famiglia: ho fatto il cameriere, l’aiuto cuoco, l’operaio... Eppure ora che ho in mano un titolo di studio vengo puntualmente scartato durante le selezioni. Da un lato quando faccio domanda di stage per un ruolo "graduate" la motivazione è che per laurearmi ci ho messo troppo tempo e vengo visto come un  irrecuperabile; dall’altro quando cerco lavoro come operaio semplice mi vedono come un potenziale piantagrane a causa della mia laurea.
     
    Dichiarazioni come quelle del sottosegretario Martone non aiutano, non importa quanto io sia volenteroso e desideroso di  riscattarmi, non importa che io parli bene l'inglese e il francese, non  importa che abbia imparato da autodidatta due linguaggi di programmazione. In quanto fuoricorso, la società mi considera inutile.
     
    E non importa che io sia disposto ad accettare qualsiasi tipo di lavoro (anche a pulire i gabinetti, come ho fatto per anni i sabati alle 2 di notte quando i clienti se ne andavano). E non importa se voglio sposarmi e fare una famiglia con la mia compagna. E non importa a se desidero contribuire alla crescita economica del Paese, restituendo per quanto mi ha dato (assistenza sanitaria e istruzione di qualità in primis).
     
    Vorrei che tutti sapessero che anche un fuoricorso può essere utile per questo Paese. Senza dimenticare che può essere utile anche un operaio che per 30 anni ha avvitato bulloni e non ha imparato nient'altro nella sua vita ma è stato licenziato, o un ex detenuto, o un ex tossicodipendente. Davvero è utile andare in giro ad attaccare etichette con scritto “sfigato” a persone che hanno avuto difficoltà in passato?
     
    Distinti saluti

    Lettera firmata

  • I licenziamenti discriminatori
    Nome: Francesco Vitale  Data: 25.04.2012

    La riforma del mercato del lavoro varata dal Governo Monti per quanto riguarda i licenziamenti discriminatori, prevede che il reintegro sul posto di lavoro, sarà esteso anche per quei lavoratori che prestano l'opera in Aziende con meno di 15 dipendenti. A riguardo, vorrei far notare che da più di 20 anni esiste una legge dello Stato che già tutela i lavoratori da questo tipo di licenziamento individuale, soggetti a tutela obbligatoria. La norma in questione è prevista dall'articolo 3 della legge 11 maggio 1990, n. 108, che cita testualmente: . Difatti, il citato art. 3 introduce una rilevatissima novità, rappresentata dall'estensione della tutela cosiddetta reale di cui all'art. 18 Stat. lav. ovvero anche per i lavoratori occupati in Aziende sotto i 15 dipendenti. L'art. 3, legge n. 108/1990 richiama espressamente le , sanzionando con la nullità i licenziamenti determinati , o a causa della sua affiliazione o attività sindacale nonché da motivi di discriminazione . In tema di discriminazione basata sul sesso sono considerate come descriminazioni le molestie sessuali. Il problema dell'individuazione del soggetto che è tenuto a dimostrare la sussistenza del motivo discriminatorio dell'atto di recesso datoriale è stato affrontato dalla Suprema Corte (Cassazione 15.11.2000, n. 14753), secondo la quale l'onere di provare la sussistenza del motivo illecito del licenziamento, quale della regola generale sulla ripartizione dell'onere probatorio di cui all'articolo 2697 codice civile, sul lavoratore che lo alleghi a fondamento della domanda di reintegrazione. A questo punto l'interrogativo lecito diventa: dov'è la novità della riforma?

  • UN NUOVO EQUILIBRIO TRA SPESA E REDDITO
    Nome: mauro artibani  Data: 23.04.2012

    Mettiamo che qualcuno formuli la formula dell’identità tra Pil e domanda aggregata; poi stabilisca una seconda identità, quella tra la spesa e i redditi e imprecando sentenzi: “giacchè la mia spesa è il vostro reddito.”* Ragionando della propensione al consumo degli individui scopre pure che la capacità di spesa sia inversamente proporzionale al reddito disponibile. Vero, quel reddito generato dalla spesa remunera il lavoro messo in campo dai singoli per la generazione del valore: diverso il valore generato, diversa la retribuzione. Indipercuiposcia al mercato, dopo aver fatto la spesa, agli abbienti resta il resto, risparmiano; ai meno abbienti resta niente, spendono tutto; agli affatto abbienti manco il resto, anzi no, resta il debito. Quel reddito non speso e quello speso troppo alterano l’equilibrio tra quanto prodotto e quanto consumato. Per ripristinare quell’equilibrio si tenta una iperbole: il risparmio degli abbienti in banca si fa credito, debito per chi non ha, che prima mette una pezza poi fa saltare il banco. Il tizio, giàccheccè, per quelli parsimoniosi individua pure una congiunzione astrale negativa: con il “paradosso della parsimonia” li coglie in fallo; nella fallacia di quel fare mostra come la sottrazione delle risorse di reddito alla crescita faccia tutt’uno con la riduzione dei risparmi accantonati. Orbene, quel qualcuno, tal Keynes, spigolando qua e là fornisce fiches; ai diversamente retribuiti tocca giocarle per guadagnare “reddito di scopo” alla partita della crisi economica. In questa crisi una domanda in difetto, contratta da redditi mal allocati e da un credito inattingibile, fa dell’offerta un eccesso, impallando il meccanismo dello scambio. Eggià, perché quando vi è troppo da acquistare, quei redditi disallineati risultano ancor più insufficienti a smaltire e quel troppo sarà ancor di più. Se tanto mi dà tanto verrà così svalutato il valore di quelle merci, si ridurrà ancor più la ricchezza complessiva, ancor meno reddito a disposizione degli agenti economici e quel debito, oramai inattingibile, si proporrà ancora l’ancora di salvezza di una economia squilibrata. A meno che….si configuri un equilibrio tutto nuovo. Fin qui la spesa ha speso redditi che retribuiscono il lavoro della produzione, non quello di consumazione; occorre acquisire quella preziosa risorsa produttiva, la propensione che fa la crescita, remunerarla abbassando che so…, il prezzo delle merci per chi ha meno. Se ad alcuni parrebbe non fondato tal remunero, si può alzare la posta mettendo in campo il costo del Tempo, dell’Attenzione, dell’Ottimismo che quei titolari della domanda più impegnano nel fare quella spesa, necessaria a generare reddito. Un remunero aggiunto a quello smilzo reddito, per dare focillo alla spesa privata che fa i 2/3 del Pil, che sollecita la spesa per gli investimenti delle Imprese, abbevera il fisco che spinge la spesa pubblica; giustappunto il modo per impiegare al meglio le risorse produttive. Sorbole, se con il mio esercizio di spesa integro i miei guadagni, ho di più per smaltire il prodotto, genero altro reddito, non ricorro al debito; altri avranno la s-convenienza ad un troppo parsimonioso risparmio. Tutti daranno compiuto sprone alla produttività totale dei fattori, pure quelli del consumo.*John Maynard Keynes, The Means to Prosperity, 1933

  • VORREI ASSUMERE. MA NON LO FACCIO
    Nome: Giuseppe Botta  Data: 22.04.2012

    Buongiorno, sono un piccolo imprenditore milanese. Gestisco, fra difficoltà che solo chi è nella mia posizione può immaginare, una azienda che si occupa di decorazioni e complementi d'arredo. Lavoro con la grande distribuzione ed esporto circa il 40% del fatturato. La mia azienda ha 14 collaboratori. Qui sta il mio limite ed anche il motivo per cui le scrivo. In questo periodo si sentono parlare politici, sindacalisti, giuslavoristi e rappresentanti di confindustria di politiche per la crescita e per il mercato del lavoro. Non si sente, purtroppo, la voce di chi la "crescita" deve attuarla, di chi si confronta quotidianamente con la quadratura del cerchio fra mercato globale e regolamentazione del mercato del lavoro: i "piccoli imprenditori". Noi piccoli imprenditori siamo troppo presi a cercare di tenere in piedi le nostre attività e siamo abbastanza disillusi da come viene gestita la politica per sperare che possa rimettere in moto il nostro Paese. Si parla, si discute e si ritorna al punto di partenza. Un imprenditore, invece, è abituato a prendere decisioni in tempo reale. Vedere l'Italia che affonda mentre chi dovrebbe avere il coraggio di decidere continua a "girare in tondo" senza un serio costrutto è uno spettacolo desolante. Cio' premesso, mi permetto di fare una proposta. Minima, controversa, discutibile. E sicuramente inattuabile - stante la situazione di stallo che ho sopra descritto. Ma, almeno, provo ad esprimere un concetto che sinora nessuno ha evidenziato. In Italia il 97% delle aziende hanno meno di 15 collaboratori. Il 97% è una percentuale impressionante. Possibile che in Italia non esista abbastanza capacità imprenditoriale per creare e sviluppare aziende al di sopra di tale limite? Conoscendo la fantasia, la dedizione, l'intuito, il coraggio e la creatività di tanti colleghi "piccoli" imprenditori, mi permetto di dubitarne. Io credo che in qualche modo ci si limiti, ci si auto-limiti nel processo di crescita. Il limite è dato dal tipo di regolamentazione che crea immensi vincoli alle Aziende che si arrischiano ad assumere più di 15 dipendenti. Un imprenditore sarebbe ben lieto di poter assumere, se ha un progetto sul quale punta, se crede nelle potenzialità dei propri prodotti o del proprio mercato. Ma deve anche essere lasciato libero di fare dei tagli al personale, se il progetto od il mercato non hanno gli sviluppi ipotizzati. O se qualche collaboratore si dimostra lavativo od inaffidabile. In una piccola azienda tutti devono "remare" con lo stesso impegno e dedizione. Una piccola impresa non è il carrozzone del pubblico impiego. Pretendere l'inamovibilità del dipendente, come praticamente è nei fatti, anche per aziende che hanno di poco superato il limite dei 15 collaboratori è una norma che non ha senso. Conosco un imprenditore che, avendo l'azienda in seria crisi, ma con 20 dipendenti, non è riuscito a tagliare il personale in esubero. Il risultato è stato un declino inarrestabile: l'imprenditore nel giro di pochi mesi è fallito ed ha perso ogni suo bene. Ed i suoi dipendenti - tutti i dipendenti - hanno perso il lavoro. Ma perché bisogna arrivare a questi limiti? Un vero imprenditore non ama licenziare. Ogni licenziamento è come un piccolo fallimento. Significa - come minimo - aver investito (e disperso) risorse nella formazione. In una piccola Azienda un licenziamento significa, anche, separarsi da una persona che è diventata parte del gruppo, parte della famiglia. Ma ogni tanto questo è necessario. Le Aziende, in ispecie quelle piccole, in questo periodo non macinano utili e devono essere libere di poter alleggerire i propri costi, anche effettuando dei tagli sul personale. Ma, allo stesso modo, le piccole Aziende non dovrebbero "paura" di crescere, aumentando il numero dei propri collaboratori. A mio parere il limite dei 15 dipendenti è un limite che schiaccia verso il basso la propensione alla crescita, limitando di fatto la capacità e la possibilità di assumere. Il limite dovrebbe - come minimo - essere raddoppiato e portato a 30. Magari collegandolo alla assunzione di giovani lavoratori. In questo modo - con una riforma a costo zero - si potrebbero creare degli stimoli alle assunzioni per quelle Aziende, come la mia, che stanno bene attente a non crescere oltre i 15 dipendenti. E si potrebbero limitare i contratti di collaborazione esterna con un solo cliente ed il proliferare delle partite IVA. Più in generale: non immagino che un singolo cambiamento possa apportare concreti immediati benefici. Ma la somma di più iniziative rivolte a favorire il mondo delle piccole imprese, che - ribadisco - sono il 97% del totale in Italia, potrebbe avere immensi benefici occupazionali. Non sarebbe il caso di pensarci? Cordialmente Giuseppe Botta

  • Esodati ufficiali e sommersi: una proposta per fronteggiare l'emergenza
    Nome: Bruno Lago  Data: 20.04.2012

    Degli esodati ufficiali (apparentemente 65 000 persone) si è ampiamente dibattuto ed il Governo è impegnato a trovare soluzioni, giustificate sul piano giuridico dal fatto che si tratta di accordi presi presupponendo la costanza di una normativa invece mutata. Poi ci sono i sommersi, che non possono essere chiamati esodati e che non sono solo i lavoratori dipendenti per i quali scadono le misure temporanee di cassa integrazione, ma anche lavoratori autonomi, partite iva che non ce la fanno più a causa della crisi economica. Anche questi infatti improvvisamente si sono visti allontanare il traguardo della pensione che rappresentava l'ancora di salvezza in assenza di altri sussidi sociali. Bene, la cosa che non riesco a capire è come mai nessuno mi sembra abbia pensato ad una soluzione forse semplicistica ma giustificata dall'eccezionalità dei tempi che stiamo vivendo: perchè non consentire a queste persone un pensionamento anticipato di due o tre anni, diminuendo naturalmente l'importo dell'assegno per tener conto della più lunga speranza di vita? Il costo per lo Stato sarebbe quasi zero, si risolverebbe un grosso problema sociale nell'immediato a costo di rinunciare a quei principi falsamente egalitari che pretendono di programmare la vita della gente e che non sono assolutamente in linea con quelli di un moderno stato liberale.

  • Proposte alternative per la crisi
    Nome: A.Mazzoleni  Data: 19.04.2012

    Mi piacerebbe che qualcuno rispondesse ad una semplice domanda, sul problema chiave della crisi ,ma che in nessuna trasmissione televisiva o giornale incredibilmente viene affrontato e discusso: Perchè Monti , visto che ci attaccavano ed attaccano per l’alto debito pubblico, invece di ricette da macelleria sociale, non ha affrontato subito la causa del problema italiano invece di tamponare gli effetti ( pareggio di bilancio). In altri termini:: Riduzione diretta del debito pubblico, attraverso: - Patrimoniale sui beni dei super-ricchi programmando , anche con accordi Europei, un sistema di individuazione di detti beni , paradisi fiscali e loro tassazione. -tassazione transazioni finanziarie ed altri strumenti atti a bloccare la speculazione finanziaria. -dismissioni nel tempo del patrimonio pubblico inutile -eventuale vendita di parte delle riserve auree -tagli alla spesa inutile -tassazione pesante dei capitali evasi (svizzera ecc) con accordi internazionali. - lotta serrata alla corruzione ed alle mafie, - diminuzione per imprese e fasce sociali più deboli della tassazione - Sburocratizzazione economica -nazionalizzazione di alcune banche (per favorire il supporto di denaro alle imprese che oggi si vedono negare ogni finanziamento) -revisione della riforma pensionistica rendendola piu’ graduale e con particolare riguardo agli esodati e supergradoni eccessivi (in tal modo si darebbe piu’ fiducia ai colpiti , si creerebbe un supporto ulteriore di ammortizzatore sociale per i giovani , si libererebbero molti posti di lavoro. -Potenziamento dei finanziamenti per la ricerca , scuola pubblica e cultura. -Piano straordinario per la valorizzazione del patrimonio artistico ,e paesaggistico Italiano per rilanciare il turismo e produrre entrate. -liberalizzazioni piu’ coraggiose estese anche a Lobby non toccate. -drastica diminuzione di stipendi e pensioni d’oro di manager pubblici e privati. -ritiro dalle imprese belliche e diminuzione spese militari ( con ulteriori risparmi) -abolizione delle province ed enti inutili -piano organico sulle energie rinnovabili ed alternative. -federalismo solidale -sperimentazione di alcune forme di autogestione operaia delle imprese in crisi ed in via di chiusura attraverso la loro nazionalizzazione . Tutto ciò consentirebbe una redistribuzione delle ricchezze ed il rilancio del paese.

  • indignazione
    Nome: Lavinia  Data: 13.04.2012

    Solo questo si può provare nei confronti di quello che sta accadendo ,o meglio, che accadeva sotto i nostri occhi e abbiamo avallato in silenzio come un branco di pecore. E' ora che l'Italia torni ad essere il Bel Paese della cultura e dell'arte, e che tornino ad essere valorizzati i talenti e la genialità.Chi usa i soldi pubblici per "acquistare" lauree e titoli vari offende la tenacia di chi ha studiato e studia con impegno ( e con le proprie forze) senza ottenere conti in banca strapieni.Chi usa i soldi pubblici per acquistare case di lusso offende tutti quegli operai e quegli imprenditori onesti ( e ce ne sono) che ogni giorno faticano a guadagnare un pezzo di pane per sè ma in primis per i propri figli.E' ora di smetterla di usare la politica come azienda privata a scopo di lucro.E' vergognoso nei confronti di nazioni dove le tasse sono elevate ma le pagano tutti per dei servizi di eccellenza che in Italia possiamo solo sognare. Parola di una insegnante meridionale, laureata al nord, figlia di ex insegnanti modelli di onestà fino all'ultimo loro giorno di vita.

  • ESISTE ANCHE L'OCCUPAZIONE
    Nome: Davide Barbieri  Data: 10.04.2012

    Quando ci confrontiamo con gli altri paesi, finiamo sempre con il guardare alla Spagna alludendo in modo consolatorio al loro tasso di disoccupazione. Esistono in merito a questo argomento 2 problemi di natura sia tecnica che sociale. Primo: l'attuale riforma del lavoro ed il dibattito che la circonda dovrebbe averci fatto capire che da noi ci sono dati abbondantemente truccati. Ovvero: risulta occupato anche chi ha un contrattino a progetto da 500 euro. Ma non solo: mentre da noi i centri per l'impiego sono luoghi desolati perché desolanti, in Spagna la gran parte della cittadinanza che non lavora vi è iscritta, perché così ha diritto a formazione (spesso di livello alto), musei, e varie altre cose che noi non concepiamo (Santa Cassa Integrazione?). Secondo: esistono anche i tassi di occupazione, oltre a quelli di disoccupazione. E mentre da noi l'occupazione è al 57%, in Spagna è al 60% (IV trimestre 2011, dati ISTAT e INE). Siamo così sicuri che i tassi di occupazione siano così più difficili da leggere rispetto a quelli di disoccupazione? Io non credo, sia per gli argomenti citati, che per altre faccende nebulose come l'estremo sbilanciamento rispetto al genere o il tempo medio di inserimento qualificato post laurea...

  • Governo Monti
    Nome: franco pelella  Data: 01.04.2012

    Martedì scorso è stato pubblicato un interessante articolo dello storico Massimo L. Salvadori (Governo anomalo e ruolo dei partiti; La Repubblica, 27/3/2012). Salvadori, dopo aver illustrato le caratteristiche del governo dei tecnici (nominato, secondo lui, soprattutto a causa delle deficienze dei partiti, inconcludenti e litigiosi) ha scritto che "Guardando all'indetro alla storia d'Ialia, si vede che, quanto alla sua tipologia, l'odierno governo dei tecnici si delinea quale ultima manifestazione di un serie di esecutivi che - differentissimi per origini e caratteri e con finalità  anche opposte - presentano però un elemento in comune: prendere vita, dopo il cedimento più o meno traumatico di un sistema di potere, per la forte determinazione e inizativa del Capo dello Stato". A questo punto Salvadori ha citato i casi precedenti a quello di Monti: la nomina di Mussolini nel 1922, di Badoglio nel 1943 e di Ciampi nel 1993. Secondo lui Mussolini e Badoglio erano personalità  autoritarie mentre Monti e Ciampi sono persone democratiche; ed essendo Monti una persona democratica che è impegnata a salvare l'Italia i partiti devono farlo governare senza imporgli diktat e senza farlo dimettere, due ipotesi che sarebbero controproducenti per il bene del Paese. Secondo me il punto debole dell'articolo di Salvadori sta nel dare per scontato che Monti sia una personalità  pienamente democratica. Le sue esternazioni contro i giovani alla ricerca del posto fisso e contro i partiti e la sua battaglia per consentire alle imprese di poter liberamente licenziare i dipendenti, anche senza reali motivazioni economiche, fanno nutrire qualche dubbio in proposito. In fondo anche Mussolini e Badoglio erano considerati uomini democratici quando sono stati nominati Primo Ministro. Cordiali saluti e Buona Pasqua Franco Pelella - Pagani (SA)

  • Licenziamenti
    Nome: Adriano Pincherle  Data: 01.04.2012

    Il tema di fondo è quello dei licenziamenti per motivi "economici". Mi sembra fondamentale la creazione di un sistema di controllo serio delle giustificazioni proposte dall'impresa. Questo deve fare intervenire un accertamento fiscale degli ultimi tre esercizi, per l'impresa e per l'imprenditore (piccolo o medio). All'accertamento dovrebbe partecipare la RSU o comunque una delegazione di dipendenti. Passato questo vaglio si va dal Giudice (esonerato quindi dal chiamare un perito d'ufficio). Ricordiamo che le imprese italiane sono quasi tutte in perdita; ma gli imprenditori nuotano nell'oro. Inoltre: che cosa pensare di imprese che preferiscono spendere a fondo perduto da 15 a 27 stipendi (30.000 a 50.000 Euro, almeno) pur di licenziare un dipendente. Invece di investire la stessa somma per migliorare efficienza (produttiva o commerciale)? Che cosa ne pensa l'augusto ministro per lo Sviluppo e l'Innovazione? L'impresa, licenziando con queste modalità Monti-Forneriane, riduce la sua posizione finanziaria, sia a causa dell'indennizzo che del versamento del TFR. Quindi si pone in condizioni di precarietà addizionale. Forse allo scopo di pretendere ulteriori licenziamenti per motivi economici, con sistema "a catena"? Il denaro incassato dal licenziato affluirà in depositi bancari. E di conseguenza servirà a finanziare la stessa impresa che lo ha versato. Anche questa è una vergognosa conseguenza. Infine: L'INPS continuerà a ricevere i contributi spettanti al licenziato, almeno sino a quando egli non sia stato riassunto? Se non sarà così, l'INPS ne subirà un danno (visto il sistema abnorme -ma accettato- in base al quale le pensioni in corso si pagano con i contributi dei lavoratori non ancora pensionati). Il Presidente Mastropasqua ci ha pensato? E la futura pensione del lavoratore licenziato sarà calcolata tenendo conto soltanto degli anni lavorati e dei contributi versati? E così si creerà un'ulteriore futura necessità di soccorso a carico della collettività? Mi sembra che gli argomenti esposti non abbiano trovato molto spazio nelle discussioni in corso, almeno in base ai commenti della stampa. E ancor meno, forse, da parte dei partiti. I sindacati si sono concentrati sulla validità delle motivazioni economiche, ma mi sembra che non basti. Si può confidare nella saggezza e nell'esperienza di economisti celebri che fanno parte del Governo. Oppure si deve presumere esattamente il contrario, vedendoli dominati un'ideologia reazionaria e ispirata ad assecondare le pretese di enti esterni, per fruirne dell'appoggio politico?