Logo stampa
 
 
03.07.2006 
  PDF dell'articolo

Lavoce.info, una voce fin troppo saggia

Autore: Giuliano Ferrara

Il gruppo riformista degli economisti italiani ha ben presto suffragato la tesi del declino italiano. Lasciando solo chi chiedeva di liberalizzare il liberalizzabile, comprimere dolorosamente la spesa pubblica corrente, e contemporaneamente governare in deficit nella scommessa che i mercati, se non Bruxelles, avrebbero capito e ratificato la scelta di tirare la crescita con un radicale abbattimento della pressione fiscale compensato e sostenuto da un audace e inedito riformismo strutturale. Così scrive il direttore del Foglio per il nostro quarto compleanno.

Un gruppo di economisti seri, preparati, connessi come di dovere a scuole, accademie, industrie, banche, giornali, decide di costituirsi a testimone della necessità dell’innovazione economica, e lo fa nella libertà autoreferenziale (ma non tanto) del web. Nasce lavoce.infoed è un successo immediato di stima e di pubblico.
Complimenti, quattro anni dopo. Però la politica ha le sue virtù, che lavoce.info sottovaluta, e certe sue costanti che il gruppo tende a ignorare. Di questo ero convinto dall’inizio. Come si fa a pensare riforme economiche serie, che mantengano ambizioni liberali non esclusivamente tecniche, non solo di riordino e razionalizzazione, senza misurarsi con l’onda corta della politica?
In poco tempo i testi e le iniziative del gruppo riformista degli economisti italiani, con i suoi forti e qualificati agganci internazionali, prendono a suffragare la tesi andante del declino italiano, e diventano la bibbia della nuova Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo e di Innocenzo Cipolletta. L’Italia è nel suo ennesimo dopoguerra in un panorama di rovine bene illustrato dalle inchieste di Letta & Bersani sulla mancanza di latte da consumare, per carenza di reddito, nella quarta settimana di vita famigliare. Il declinismo mi sembra un peccato originale politicamente e ideologicamente qualificato, mi sembra subito una resa all’inevitabile dato il rischio di inseguire l’impossibile e l’invisibile (la politica economica di Berlusconi e Tremonti e Siniscalco).

Siamo rimasti soli

Così siamo rimasti soli o in pochi e comunque impotenti a chiedere che il ciclo, per niente inabissato nel declino, fosse frustato nell’unico modo possibile: liberalizzando il liberalizzabile, comprimendo dolorosamente la spesa pubblica corrente, e contemporaneamente governando in deficit nella scommessa che i mercati, se non la Commissione di Bruxelles, avrebbero capito e ratificato la scelta di tirare la crescita con un radicale abbattimento della pressione fiscale compensato e sostenuto da un audace e inedito riformismo strutturale.
Forse noi siamo stati pazzi, voi siete stati troppo saggi. Per un bambino di quattro anni, poi, veramente un eccesso di callidità.
Con simpatia, e aspettando di vedervi alla prova nella nuova stagione della ripresa.