
Caro Riccardo, oggi con i tuoi figli abbiamo pensato di scrivere per rispondere ai tantissimi messaggi che ci sono pervenuti. Tutti ti hanno ricordato come una persona generosa, gentile, disponibile, competente ed affabile. Ti confessiamo che siamo rimasti sorpresi dal tanto affetto dimostrato nei tuoi confronti dai tuoi studenti, i tuoi lettori, i tuoi collaboratori, i tuoi colleghi, i tuoi amici ed i tanti che magari ti conoscevano appena. Come sempre ci ?enuta la tentazione di fare la parte del diavolo. Volevamo raccontare qualche tuo difetto, non per sminuirti ma per umanizzarti, per riuscire in questo momento di smarrimento e di grande tristezza a strappare ancora un sorriso a chi ti ha voluto bene e ti stimava. Ci sono venute in mente poche cose, oggi decisamente insignificanti: quando, come pochi giorni fa, ti lamentavi come uno studente pigro e svogliato perch?ovevi leggere un libro di 700 pagine e non ne avevi voglia; quando, la mattina, dopo estenuanti ricerche del tuo orologio e del portafogli cominciava la ricerca delle chiavi di casa che spesso, troppo spesso, avevi lasciato fuori dalla porta di casa per tutta la notte; o quando, come ben sanno gli amici che ci invitavano a cena, non riuscivi mai ad essere puntuale perch?vevi sempre qualche telefonata da fare, qualche appunto da terminare o semplicemente ti addormentavi sul divano affascinato dal telegiornale. Non solo oggi non siamo riusciti a "ridimensionarti" ma devo riconoscere ancora una volta che avevi ragione tu. Sai bene che non ho mai creduto nell’effetto taumaturgico delle parole ma le tante lettere, i messaggi, le poche parole di alcuni che ho continuato a leggere in questi giorni non ti hanno certo riportato tra noi ma mi hanno aiutato tantissimo a sorridere ogni tanto e a farmi capire che sono stata davvero fortunata ad avere condiviso con te tanti anni bellissimi. Anche da parte mia, Grazie Professore! e grazie a tutti coloro che ti hanno ricordato.
tua moglie Laura
DalloSpecale TG 1 del 21 gennaio 2007
Gli articoli scritti per lavoce
Il mestiere di economista ha tre anime: il lavoro di ricerca e di insegnamento, l’analisi e il disegno della politica economica e il lavoro attivo nelle istituzioni scientifiche. In Riccardo Faini, scomparso improvvisamente ieri a Roma in una giornata di sole invernale, le tre anime convivevano mirabilmente e senza divisioni. Il difficile era semmai trovare il tempo per ognuna di esse. Il sabato precedente, alla stessa ora, stava sfogliando con la solita curiosità e attenzione i numeri del Financial Times: "E’ un buon metodo per trovare spunti e idee nuove", suggeriva. Anche perché a quelle tre anime ne aggiungeva una quarta: quella di divulgatore e attivo partecipante al dibattito di politica economica, che si esprimeva attraverso gli articoli sul Sole 24 Ore e su lavoce. Pochi economisti sapevano analizzare e spiegare gli eventi economici con altrettanta lucidità e rigore.
Per noi e molti altri che lavorano nell’università italiana, Riccardo è stato soprattutto un esempio. Cominciò la sua brillante carriera di ricercatore e tecnico per la politica economica come economista dello sviluppo, studiando al MIT di Boston (Usa) la macroeconomia eterodossa di Lance Taylor e quella più ortodossa di Rudi Dornbusch. Proprio negli anni immediatamente successivi al suo dottorato di ricerca americano, poco più che trentenne (era nato a Losanna nel 1951), scrisse il suo articolo più citato, quello in cui si spiega l’importanza dei rendimenti crescenti di scala per l’emergere di economie locali di agglomerazione. Questo suo contributo suggerì in seguito a Paul Krugman la teoria della New Economic Geography su cui tanti studiosi hanno lavorato. Poi vennero i suoi lavori sulle politiche per il commercio estero dei Paesi in via di sviluppo e, negli anni più recenti, sulle determinanti e le conseguenze delle migrazioni.
Tornato in Italia, ha percorso tutti i gradini della sua carriera accademica nell’università italiana: da Venezia, a Brescia, a Roma Tor Vergata dove attualmente era titolare di una cattedra di politica economica e teneva corsi di economia industriale e teoria dei giochi. Era ascoltato ed apprezzato nel dibattito internazionale ed infatti da due anni ricopriva la carica di Research Director per l’economia internazionale del Centre for Economic Policy Research (CEPR) di Londra, il più prestigioso network di economisti europei.
La sua passione per la politica economica e le sue competenze professionali l’hanno portato ad occupare incarichi istituzionali di grande rilievo. In America, è stato economista alla Trade Policy Division della Banca Mondiale e direttore esecutivo al Fondo Monetario Internazionale. In Italia, ha ricoperto il ruolo di Direttore per l’Analisi Economica al Ministero dell’Economia (tra il 2001 e il 2003) ed era consigliere economico del Ministro Tommaso Padoa-Schioppa.
Riccardo era convinto dell’importanza di liberalizzare i mercati sia nazionali che internazionali, ma ricordava spesso la necessità di introdurre ammortizzatori sociali capaci di coniugare le liberalizzazioni con la salvaguardia dell’equità. Ha dedicato molto tempo ed energie alla nascita e alla crescita di istituzioni di ricerca e di analisi economica. Dallo stesso CEPR, di cui è stato uno degli animatori fin dall’inizio, al Centro Studi Luca d’Agliano di cui s’interessò appena tornato dagli Stati Uniti, convinto dell’importanza di diffondere lo studio dei paesi in via di sviluppo nel nostro paese; fino a lavoce.info, cui ha contribuito con entusiasmo, assiduità ed efficacia.
Riccardo è stato soprattutto un maestro di vita, una vita piena di passione e di instancabile impegno. E’ veramente difficile pensare che il suo sguardo acuto e pieno di ironia non incroci più il nostro.
Riccardo Faini era un economista rigoroso e brillante. Di quelli che ti fanno sempre venire la voglia di studiare per saperne di pi?veva un vizio, abbastanza vistoso in quella nuova generazione di economisti che, dopo una laurea in Italia, si era formata tecnicamente all’estero: non poteva fare a meno di scendere dalla torre d’avorio. Prima anche solo di concepire un suo programma di ricerca, di iniziare a scrivere quelli che noi chiamiamo papers, pensava alla rilevanza pratica dei risultati che avrebbe potuto raggiungere. I suoi contributi pi?levanti alla teoria economica, sono proprio su temi di grande importanza per la politica economica: le scelte localizzative delle imprese, gli aspetti internazionali dello sviluppo economico, i flussi migratori. Li aveva forniti, questi contributi, subito dopo aver ricevuto il Ph.D. all’MIT, dove aveva avuto come compagni di corso economisti del calibro di Drew Fudenberg, David Levine e Jean Tirole.
Come forse nessun altro economista italiano, Riccardo sapeva unire al rigore scientifico una pignoleria quasi ossessiva nel rapportarsi ai problemi di politica economica, una forte attenzione a dettagli essenziali. Per questo, all’estero come in Italia, era stato chiamato ad incarichi di grandissimo rilievo: economista alla Trade Policy Division della Banca Mondiale, direttore esecutivo per l’Italia nel board del Fondo Monetario Internazionale, direttore per l’Analisi Economica al Tesoro. Da poco era diventato consigliere economico del Ministro dell’Economia.
Nel passaggio tra questi prestigiosi incarichi, Riccardo aveva trovato il tempo e la passione di offrire un contributo fondamentale al decollo de lavoce.info, scrivendo 28 articoli tuttora molto attuali (sono l?u Internet a testimoniarlo) e discutendo e promuovendo il lavoro degli altri. Perch?iccardo era anche un grande animatore della ricerca. Non a caso era programme director del Centre for Economic Policy Research, il network dei migliori economisti europei, dove coordinava gli studi sul Commercio Internazionale.
Riccardo aveva uno spiccato senso dell’ironia. Difficile chiamarlo al telefono senza che scoppiasse in una risata. Era pronto ad allentare con il sorriso e il suo senso dello humor la tensione di tanti passaggi difficili. Si era autosospeso da redattore de lavoce.info una volta ricevuto l’incarico di consigliere economico del Ministro dell’Economia, ritenendo questo incarico incompatibile con il ruolo di watchdog (cane da guardia) della politica economica. E quando il sito che lui stesso aveva fatto crescere in lettori e autorevolezza, aveva criticato gli atti di politica economica passati sotto la sua lente, non se l’era presa affatto. Non l’avevo forse sentito cos?rofondamente amico come negli ultimi mesi. Purtroppo ce ne sono troppo poche di persone come lui.
Fra i tanti economisti e amici con i quali ho diviso la mia vita, pochi come Riccardo possiedono insieme queste rare qualità: la serietà negli studi, la curiosità verso il mondo e l’instancabile dedizione alle istituzioni che via via ha servito, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, il Ministero dell’economia e soprattutto le università in cui ha insegnato. Per le curiose coincidenze che la vita talvolta crea, insieme abbiamo condiviso studi e lezioni a Boston, a Essex, a Venezia, a Bologna e in questo lungo percorso viaggi in treno, pensioni, discussioni, talvolta accese.
"Aspetta, si potrebbe….". Sempre emergeva il suo spirito conciliante, ottimista, aperto. Generoso di se stesso, negli anni recenti era riuscito in un’impresa apparentemente impossibile: trovare un punto di incontro tra economisti di generazioni, formazioni e idee diverse, tra i quali il dialogo era diventato difficile. La riunione dello scorso anno della Società italiana degli economisti è stata il coronamento di questo sforzo.
Nato in una famiglia che aveva ad Alessandria, in Egitto, le proprie radici, con la sponda sud del Mediterraneo, manteneva un rapporto di grande curiosità. Paesi ai quali applicava i suoi studi sul dualismo economico italiano. Di Youssef Boutros Ghali, l’attuale ministro delle Finanze e uomo di punto del riformismo egiziano, era amico fraterno e compagno di studi. Ad Alessandria sarebbe tornato nei prossimi giorni per aiutare Pietro Modiano e Intesa-San Paolo che lì hanno da poco acquistato una banca.
Di Carlo Azeglio Ciampi divenne amico nel 1994. Fu lui a mandarlo rappresentare l’Italia nel Consiglio di amministrazione del Fondo Monetario Internazionale.
Conciliante, paziente, ma sempre fermo, pronto a tornare ai suoi studi e ai suoi studenti quando i vincoli della politica sembravano non più compatibili con i suoi principi: senza polemiche si allontanava in silenzio.
Oggi diremo addio a Riccardo Faini. La sua morte lascia in tutti quelli che l'hanno conosciuto un vuoto singolarmente profondo, singolarmente desolato. Non è facile trovare la ragione; forse ci si accorge che se ne è andata una persona a tutto tondo; e una persona di cui il dibattito di politica economica in questo paese sentirà la mancanza.
Faini era un economista di razza e di vaglia, con un impeccabile curriculum accademico e di ricerca; ma era anche uomo che amava usare gli strumenti del mestiere nella pratica della politica economica. Era mobile fra accademia e istituzioni, internazionali (Fondo Monetariom Banca Mondiale) e domestiche (Ministero dell'Economia): nelle istituzioni portava con sé senza compromessi, il rigore del ricercatore. Con i colleghi era un amico generoso; per le istituzioni era un collaboratore indispensabile. Affrontava la sua attività intensissima - di ricerca, di insegnamento, di promozione culturale - con distacco sereno e quasi ironico.
Perciò non strillava mai i suoi argomenti e le sue convinzioni: conservava, ragionava, convinceva e si faceva convincere. Eppure era grande il suo impegno civile, che si esplicava nel suo lavoro, nelle sue iniziativa, nei contributi di proposte e di idee con una chiara scelta di valori. I tanti economisti e non, che, pur in modi diversi, in toni diversi e a volte con scelete diverse, si esercitano in un simile impegno, riconoscevano in Faini un punto di riferimento e di equilibrio: oggi possono dire, con orgoglio e con rimpianto, he was one of us, era uno di noi, forse il più saggio. E a chi a tempo perso (ma proprio perso) si è chiesto chi siano e che cosa siano i riformisti di cui tanto si parla avrebbe potuto soddisfare la sua curiosità facendosi due chiacchere con Riccardo Faini. Oggi non può più farlo.
La notizia della scomparsa di Riccardo Faini mi e' giunta come un fulmine a ciel sereno: totalmente inaspettata, inconcepibile ed assurda.Come puo' una persona cosi' giovane,dinamica e piena di vita lsciare la sua carafamiglia ed i molti amici cosi' improvvisamente? La notizia mancava di realismo e di logica. Ho avutogrande difficolta' a convincermi che non era un incubo.
Avevo conosciuto Riccardo una ventina di anni fa quando mi invito' a contribuire un capitolo ad un libroche stava curando con Jaime de Melo. Lo avevo rivisto all'Universita' di Brescia dove insegnavae dove ero andato un paio di volte per dare seminari.Dieci anni fa divento' miocollega al Fondo Monetariocquando venne nominato direttore esecutivo per lItalia, la Grecia, il Portogallo e Malta. Diventammo molto amici e durante quel periodoci frequentammo spesso. Trascorremmo alcune feste insieme con le famiglie.
Riccardo aveva la preparazione professionale e la personalita' ideale per l'impegno al Fondo e l'Italia ebbe il grande beneficiodi avere nel direttorio del Fondo una persona di grande valore che era molto stimata ed ascoltata dai suoi colleghi. Riccardo era un bravissimo economista ma aveva anche una qualita' di grande importanza : una straordinaria facilita' nei rapporti con i rappresentanti di altri paesi e con il personale permanente del Fondo.Parlava bene e con eleganza.Per di piu' aveva sempre i piedi fermamente piantati a terra, non lasciandosi trascinare, nel suo lavoro come economista, da teorie correntemente di moda ma non vincolate alla realta'.
Amava il suo lavoro di direttore esecutivo e piu' volte mi disse che il periodo che trascorse al Fondo fu quello che gli aveva dato piu' soddisfazione.Credo che sia stato il periodo piu' bello della sua vita per lo meno dal punto di vista professionale.
Per puro caso lasciammo il Fondo Monetario quasi allo stesso tempo e ci ritrovammo di nuovo a pochi passi uno dall'altro nel palazzo del Tesoro a Roma, Riccardo come direttore generale per la parte macroeconomica del Tesoro ed io come Sottosecretario all'Economia ed alle Finanze.
Durante il tempo che Riccardo rimase al Tesoro ci vedevamo ogni giorno.Aprezzavo il suo intelletto,la sua abilita' analitica come economista, e specialmente la sua personalita' sempre vivace ed amichevole.Sentii la sua mancanza quando lascio'il Tesoro ma fui contento che rimase a Roma cosi' che continuammo a vederci a seminari o spesso a casa sua alla presenza di Laura ed i figli che erano cresciuti dal tempo di Washington.
Riccardo lascera' uno spazio enorme nella sua cara famiglia,tra i suoi molti amici,e nell'Italia dove aveva conquistato la posizione molto meritata di uno degli economisti piu' brillanti ed ascoltati.
L’amicizia con Riccardo mi ha accompagnato per piu’ di 35 anni. Le nostre storie si sono sviluppate in parallelo, sono state simili, ma anche diverse, entrambe intrecciate con gli eventi che hanno caratterizzato l’Italia dalla fine degli anni ‘60 ad oggi.
Ci siamo incontrati all’Universita’ Bocconi in tempi di grandi cambiamenti e speranze ed abbiamo condiviso la militanza politica nella sinistra studentesca. Il vivere a Milano in quegli anni ci dava la sensazione di essere al centro del mondo. Molte degli avvenimenti, alcuni tragici, che avrebbero segnato la storia dell’Italia, accadevano attorno a noi e, a volte, ne eravamo partecipanti attivi.
La Bocconi (universita’ e pensionato) era un ambiente molto stimolante in quegli anni. Era immersa nel fermento politico che caratterizzava il nostro paese e vi era un tessuto umano estremamente ricco (coincidenza o sample selection, e’ difficile dire). Oltre a Riccardo, il gruppo di studenti che voleva cambiare il mondo per il meglio includeva giovani come Pietro Modiano, Barbara Pollastrini, Renato Mannheimer, Luigi Prosperetti, Roberto Franceschi, Michele Grillo, Franco Donzelli, Sergio Cusani, Carlo Giannini, Nando dalla Chiesa e molti altri. Tutte persone stimolanti, con vari talenti, e con storie a seguire interessanti (la stragrande maggioranza, ma non proprio tutte, edificanti). Una, quella di Franceschi, interrotta tragicamente davanti alla Bocconi da un proiettile sparato dalla polizia.
Riccardo voleva cambiare il mondo per il meglio, ma, come del resto la maggior parte delle persone attive in Bocconi a quei tempi, era consapevole dei vincoli imposti dalla realta’. Di nuovo, non so se sia l’effetto del tipo di persone che avevano scelto di andare in Bocconi o se fossimo influenzati dallo studio dell’economia, ma l’approccio di Riccardo e nostro alla politica era abbastanza laico, con un certo scetticismo nei confronti della salvezza promessa dalla nostra ideologia di sinistra, e con un’attenzione a cio’ che era possible e non solo a cio’ che era desiderabile. Questo ci poneva a destra del gruppo della sinistra a cui appartenevamo. E come era di moda a quei tempi, facemmo una "frazione".
Anche in quegli anni di impegno politico intenso, Riccardo aveva continuato a studiare ed a fare esami. Capire come funzionava il mondo era per noi cosa importante in se stessa, ed era anche un passo essenziale per poterlo cambiare. Per nostra fortuna la Bocconi cominciava in quegli anni a svecchiarsi e le nuove idee economiche che si erano sviluppate negli Stati Uniti ed in Inghilterra iniziavano a penetrare nell’universita’. Era da poco ritornato il primo gruppo consistente di italiani che aveva studiato all’estero, tra cui Monti, Silva, Valli, Onida, Lunghini, Nardozzi, e Targetti. Rappresentavano approcci diversi, dalla sintesi neoclassica alle teorie neoricardiane, ma per noi studenti erano tutti una ventata di aria fresca e ci aprivano orizzonti nuovi e appassionanti. Questa apertura internazionale dell’universita’ era stata in parte stimolata da Innocenzo Gasparini, una persona complessa che riusciva a riassumere in se’ elementi di conservazione e baronali insieme a caratteristiche di grande apertura.
L’entrare in contatto con il dibattito sulle teorie economiche e sulla politica economica che avveniva fuori dall’Italia ebbe un influenza profonda su tutti noi e mise le basi per le scelte professionali che molti di noi fecero. Dopo la laurea, Riccardo ed io continuammo gli studi all’estero, Riccardo all’MIT ed io all’LSE. Eravamo parte di un gruppo di studenti che dalla Bocconi andava negli Stati Uniti o in Inghilterra (ma non piu’ a Cambridge), che comprendeva, tra gli altri, Gianpaolo Galli, Alessandro Penati, Franco Malerba, Luca Barbone, Andrea Bollino e Luigi Prosperetti. In questa esperienza seguivamo le orme di altri, ma eravamo la prima ondata numerosa di giovani ricercatori italiani in economia che se ne andavano all’estero e ci sarebbero rimasti per lo meno fino alla fine del dottorato. Altre ne sarebbero seguite, composte da giovani di grande talento, molti dei quali non sarebbero tornati.
Riccardo ed io siamo stati assenti dall’Italia durante gli anni piu’ bui, caraterizzati dalla continuazione delle bombe di destra, dal terrorismo delle Brigate Rosse. La distanza rese il nostro distacco dalla politica attiva non traumatico, con l’impegno politico diretto rimpiazzato dal nostro buttarci negli studi di dottorato, che continuavano ad un altro livello quello che avevamo cominciato in Bocconi. Tuttavia le motivazioni e gli impulsi che sottendevano l’impegno politico diretto spesso ricomparivano nella scelta dei corsi seguiti e degli argomenti scelti per la tesi di dottorato.
Questo e’ particolarmente vero per Riccardo. La scelta di studiare i problemi dell’economia internazionale e dello sviluppo ha anche questa matrice. Gli sta dietro la preoccupazione di capire i meccanismi che sottendono alle ineguaglianze spaziali di reddito e di identificare come la politica economica possa intervenire sui problemi di sottosviluppo. La tesi di dottorato di Riccardo, apparsa poi sull’Economic Journal e sul Journal of Development Economics, sul ruolo delle economie di scala nel generare dualismi regionali e’, allo stesso tempo, un pezzo brillante ed innovativo di ricerca economica ed una testimonianza delle motivazioni piu’ profonde che muovevano Riccardo.
Il mio rapporto con Riccardo e’ continuato mentre eravamo su sponde diverse dell’Atlantico, arricchito poi dalla presenza di Laura Galli e da Lisa Lynch, le nostre compagne di vita. Ci siamo poi ricongiunti tutti in Inghilterra, quando Riccardo insegnava ad Essex ed io a Southampton. Quello fu un altro periodo magico. Come lecturers, ai tempi dei tagli all’educazione universitaria della Thatcher, prendevamo un stipendio misero, ma la compagnia era eccellente. Tra gli italiani, Nicola Rossi, Pino Marotta, Luca Pellegrini, Riccardo Rovelli e Francesco Giavazzi, venuto anche lui dall’MIT, un po’ piu’ vecchio di noi dal punto di vista accademico.
Con Riccardo iniziammo un periodo di collaborazione: ne nacquero articoli scritti con passione sulle disuguaglianze regionali in Italia ed in Inghilterra, cercando di applicare i nostri nuovi strumenti teorici ed econometrici per capire l’andamento degli investimenti e dell’occupazione a livello regionale e come si potesse influenzarne l’allocazione. Per me e’ stato uno delle collaborazioni piu’ ricche ed intense che abbia avuto, impossibile da dimenticare.
Erano anche tempi di speranza di riforma del sistema universitario italiano. I giovani economisti che si stavano formando all’estero rappresentavano una risorsa umana incredibile che poteva costituire la base di una rigenerazione dell’universita’, certamente in economia. Alcuni giovani economisti di grande valore ritornarono in Italia e questa fu un iniezione di energia importante, ma fondamentalmente la struttura e gli incentivi sbagliati rimasero in piedi. I risultati deludenti, in termini di ricerca, sono sotto gli occhi di tutti.
E’ interessante che questo sistema distorto impiego’ un po’ di tempo nel prendere la decisione di offrire a Riccardo un posto adeguato al suo valore scientifico. Ripensandoci sembra impossibile, ma e’ emblematico delle perversioni del sistema di reclutamento nelle univerista’ italiane. Ma questo fu’ un blessing in disguise: diede l’opportunita’ e lo stimolo a Riccardo per aggiungere un’altra dimensione professionale importante al suo curriculum, attraverso il lavoro alla World Bank.
Questa doppia dimensione di Riccardo come economista accademico, creativo e lucido, e come devoted public servant e’ una delle cose che lo caratterizza e lo rende persona ricca e complessa. Il servire il bene pubblico attraverso le istituzioni, prima la World Bank, poi piu’ tardi l’International Monetary Fund ed il Tesoro Italiano, e’ conseguenza delle stesse motivazioni che lo animavano da giovane studente in Bocconi. L’unire l’attivita’ accademica di ricerca e di insegnamento con il servizio pubblico rappresenta l’economia al suo meglio e si pone nel solco di una tradizione di cui Keynes e’ stato un caso esemplare, ma non unico.
Negli ultimi anni, Riccardo era uno dei miei punti di riferimento principali in Italia. Nelle nostre telefonate regolari o nelle nostre chiaccherate parlavamo del suo lavoro di ricerca sul commercio internazionale e sui flussi migratori, del suo lavoro al Tesoro, della situazione economica e politica italiana. Parlavamo delle misure di politica economica necessarie per invertire il declino relativo dell’Italia e della difficolta’ di costruire una coalizione politica e di opinione per sostenerle. La sua lucidita’ d’analisi mi aiutava a comprendere i problemi economici e le difficolta’ politiche del nostro paese. Riccardo era uno dei fili che mi teneva strettamente legato all’Italia. E’ difficile credere che non ci saranno piu’ quelle telefonate, i nostri incontri negli Stati Uniti, le cene a Roma con Laura, Lisa, Nicola, Eleni ed altri amici.
Non c’e’ frase adeguata per chiudere questa mia testimonianza. Con Riccardo se ne e’ andata una persona di grande intelligenza, probita’, generosita’ e stile, un servitore del bene comune ed un grande amico. Ti porteremo dentro di noi per sempre.
Il ricordo di Riccardo per me sarà sempre legato alla sua prontezza nel discutere su ogni argomento e alla sua capacità di esprimere una posizione precisa, ma soprattutto alla sua costante voglia di attenuare le differenze
con gli interlocutori e di utilizzare una battuta o di chiamare a una risata comune per stemperare le tensioni. La cosa straordinaria è che questo appariva come un suo modo di essere spontaneo e costante. Riccardo lo adottava al bar
della Facoltà, parlando di vicende quotidiane, alla sera a cena, esaminando grandi e piccole questioni dei nostri giorni, nei seminari accademici, quando la tentazione è di imporre il proprio punto di vista, nelle riunioni politico-
istituzionali, dove l'opportunismo rischia invece di prevalere. Anche al di là della sua grande competenza, Riccardo svolgeva un ruolo insostituibile proprio per questa sua capacità di essere preciso nel giudizio ma equilibrato e
amichevole nella discussione. Ciò permetteva di intrattenere con Riccardo relazioni scherzose, anche parlando di cose molto serie; e di fingere di accettare solo per scherzo i suoi suggerimenti, anche se invece si trattava di
punti importanti che richiedevano ripensamenti e cambiamenti. Ho imparato molto da Riccardo non solo sul piano professionale, ma anche sul piano umano.
Lo continerò a ricordare mentre ti ascolta, con un'aria di benevola ironia e si accarezza il mento in un ricordo di barba. Lo continerò a ricordare mentre insegnerò l'altra metà del corso di Microeconomia, che ci dividevamo al
biennio e che ci spingeva a frequenti chiacchierate. Lo continuerò a ricordare mentre mi parla delle sue partite di tennis e mi propone un incontro che, purtroppo, non è mai avvenuto.
Aggiungo la mia voce ai molti interventi in ricordo di Riccardo, tutti commoventi per l'affetto che ne traspira. Un affetto che Riccardo si guadagnava subito, per le molte qualita' umane, tra le quali spiccava
l'interesse nelle idee ed opinioni altrui. Per noi al Fondo Monetario, cio' era evidente--come notato anche da Pier Carlo Padoan nel suo articolo sul Riformista del 23 Gennaio--nel suo assiduo frequentare di tantissimi giovani economisti, italiani e non, e nel suo interrogare curioso e costruttivo della loro ricerca e proposte. Un uomo illuminato in ogni rispetto. Ci manca gia' terribilmente, e lo ricorderemo qui al Fondo, assieme anche ai colleghi della Banca Mondiale, il 24 Gennaio, in concomitanza con i funerali a Roma.
Caro Riccardo,
amavamo così tanto essere con te, dividere idee, controversie, piccole storie di vita, eventi, momenti di amicizia. Ben mi ricordo delle tue parole l’ultima volta che ci siamo incontrati solo due mesi fa. " sono all’università: mi piace continuare i miei corsi, aiutare gli studenti, fare un po’ di ricerca e scrivere qualche paper, partecipare ai dibattiti sulla politica economica e dare qualche consiglio al Ministro" Questa frase ti riassume così bene: ti interessavi a tutto, sempre pronto ad affrontare una nuova questione e a discuterne con una punta d’ironia.
Ci lasci all’improvviso prima di un ultimo sorriso o di un’ ultima storiella Conferenze, libri, paper per i quali ci siamo divertiti a lavorare insieme, resteranno per sempre nella mia memoria. La tua partenza ha creato un grande vuoto. Il tuo entusiasmo, la tua amicizia, sempre così calorosa ci mancherà infinitamente.
Le tante testimonianze sulla vita professionale di Riccardo Faini dicono della grande stima che godeva in Italia e fuori d’Italia, e del vuoto che lascia al dibattito sulla analisi e sulla politica economica. Io vorrei ricordare uno dei tanti aspetti della vita professionale di Riccardo, che mi ha coinvolto direttamente. Quando, nel giugno 2001, sono stato chiamato a ricoprire il ruolo di direttore esecutivo per l’Italia presso il Fondo monetario internazionale andavo a prendere il posto che Riccardo, richiamato a sua volta a ricoprire un ruolo di alta dirigenza presso il ministero del Tesoro, aveva ricoperto per oltre due anni. Quando due funzionari in una istituzione come il Fondo si scambiano il posto c’è sempre un periodo di sovrapposizione, di passaggio di consegne. Nel nostro caso il passaggio di consegne fu relativamente breve e con Riccardo avemmo giusto il tempo di "passarci le carte" sui dossier più rilevanti. Ma nei mesi che seguirono mi resi conto che il lascito di Riccardo era molto più ricco e ampio di quello che mi era stato trasmesso parlando con lui. Era il lascito che io ricevevo a mia volta quotidianamente, parlando con tutti quelli che al Fondo avevano avuto a che fare con lui. Si trattava di un lascito che riguardava tutti gli aspetti della vita della istituzione. Dalla competenza tecnica così ampiamente riconosciutagli da uno staff a sua volta altamente competente, alla serietà professionale nel gestire anche le più minute pratiche, alla facilità e simpatia delle relazioni personali, alla capacità (indispensabile in questi casi) di mantenere relazioni "diplomatiche" aperte con tutti, anche nelle situazioni più difficili e complesse. Chi, conoscendo Riccardo, leggerà queste righe, forse riconoscerà tratti della sua personalità già sperimentati in altri campi e situazioni. Nel caso specifico queste insieme di caratteristiche e qualità produceva un risultato molto importante e chiaramente tangibile nella vita del Fondo: il grande prestigio di cui godeva Riccardo e, anche grazie a lui, l’Italia. Tutto ciò si confermava in occasione delle visite di Riccardo a Washington, al Fondo e alla Banca mondiale, dall’altra parte della strada, dove l’accoglienza dei suoi ex colleghi e amici non era meno calorosa.
Chi lo conosce sa bene Riccardo aveva (anzi, ha) moltissimi amici e questo è un dato di fatto che non nasce dal caso. Diventare amico di Riccardo era quasi inevitabile se si aveva la possibilità di interagire con lui, professionalmente, così come fuori dal lavoro. Nel lavoro ti colpiva la competenza analitica, ma soprattutto la capacità di offrire punti di vista diversi, che avevano implicazioni spesso più interessanti da quelle da cui si era partiti. E tutto ciò sempre in un clima di discussione impegnativo ma assolutamente disteso, che non poteva non disarmare gli interlocutori, anche quelli più aggressivi. Anche grazie a questo suo stile Riccardo era in grado di fare tante cose contemporaneamente. E così, nel suo tempo al Fondo, ha trovato anche il modo di continuare a scrivere saggi di economia e di fare ricerca.
Come dicevo, diventare amico di Riccardo era quasi inevitabile e così è successo che molti degli amici di Riccardo sono, o sono diventati, anche amici tra loro. Anche di questo "fare comunità" gli siamo riconoscenti.
Vorrei far cenno alla figura di Riccardo quale Direttore Esecutivo del FMI.
E' un lavoro difficile quello di rappresentare l'Italia nelle IFIs. Tante volte ci si sente avanguardie di un esercito inesistente. E allora si crea una solidarietà tra coloro che si trovano a condividere quella funzione: si scambiano riflessioni, impressioni, ci si sostiene vicendevolmente.
Riccardo era come un fratello maggiore cui ricorrere per un consiglio che non mancava mai. Con la sua pungente ironia, induceva sempre a guardare agli eventi, talvolta anche scabrosi, col necessario distacco che compete a chi del mondo ha precisa nozione e cognizione.
E adesso, ripensando a quei colloqui, mi giunge l'eco della sua voce così gentile e provo lo stesso smarrimento e la stessa tristezza che ho provato dopo la scomparsa di un altro maestro e comune amico, Enzo Grilli.
Caro Riccardo, resterai nel nostro cuore e nel nostro spirito. Collega, amico, compagno di sfide a tennis, amante delle Alpi, economista appassionato, con il cuore a sinistra ma macroeconomista in ogni istante, italiano, europeo, cittadino del mondo. La distanza non è mai riuscita a separarci- e non ci riuscirà mai perché sempre restarai presente nei nostri pensieri e nelle nostre azioni. In un aula del’università, sul campo da tennis o in una passeggiata in montagna, sarai sempre con noi.
Caro Riccardo,
Ti aspettavamo come ogni anno. E come ogni anno accadeva provavamo la gioia di assaporare la tua amicizia, il tuo inimitabile miscuglio tra sense of humour, l’acutezza del tuo modo di analizzare ogni questione. L’eleganza intellettuale dei tuoi seminari abbagliava gli studienti e i ricercatori del Cerdi. Il tuo sorriso mancherà alla comunità, ma ci resterà sempre nel cuore.
Caro Riccardo. Amico mio (era così che mi chiamavi sempre)
L’amicizia è veramente la parola che meglio riassume il nostro rapporto. Ti ho conosciuto 20 anni fa grazie a Jim de Melo, amico fraterno di entrambi. E grazie a te ho potuto conoscere e mi sono a mia volta legato a tanti altri economisti italiani.
Abbiamo seguito lo stesso cammino professionale, alternando io nostri lavori su commercio e sviluppo con quelli sull’economia europea e italiana. E’ grazie a questi che, nel corso di questi 20 anni, i nostri cammini si sono incrociati talmente tante volte e in così tanti luoghi. E per me questo è ragione di grande felicità. Come tutti apprezzavo profondamente il tuo grande rigore intellettuale, la gentilezza e la tua gioia di vivere. E’ stata dunque una gioia, per me, poter collaborare a così tanti progetti.
Ci siamo incontrati l’ultima volta los corso novembre. A Parigi in occasione di una conferenza su sviluppo e immigrazione. Eri così sorridente per il fatto che ci eravamo rincontrati ed è questo tuo ultimo sorriso il ricordo che mi porterò sempre dentro. Quello di un uomo che sapeva unire amicizia e lavoro in modo disinvolto ed elegante. Grazie per tutto quello che mi hai dato in questi vent’anni.
Ciao, amico mio.
La tua morte, Riccardo, è difficile da accettare. Anche se vivevamo in continenti diversi, hai giocato un importante ruolo nella nostra vita.
Professionalmente, hoo imparato ad avere fiducia nella tua saggezza, e nel tuo acume. Da poco ti avevo convinto a sostituirmi nel presiedere il Consiglio Scientifico del CEPII a Parigi. Ebbe in dono la capacità di convincere gli altri a seguirlo. Personalmente non vedevo l’ora di incontrarti in Italia, o a Cambridge, di fare lunghe discussioni, lunghe passeggiate, godendo del tuo meraviglioso senso dell’umorismo. Non dimenticherò mai il giorno che abbiamo passato in Puglia, andando di chiesa in chiesa, ricostruendo il mondo. La vita è fatta di amicizie. Questa era una che di quelle che curavo teneramente.
Cara Laura, amica oggi ancora più preziosa, cari Enrico, Matteo, Marco, cara mamma Gaby non riesco oggi a riunire in modo coerente il tumulto dei pensieri, dei ricordi, degli affetti che mi hanno investito da sabato scorso. Non ci riesco perché anch’io, al pari dei tantissimi amici che sono qui, sento un dolore inimmaginabile, in parte inatteso, quale da tempo non provavo. Sono confuso, oltre che addolorato e sgomento, di fronte alla scomparsa dell’ amico carissimo.
In questo turbamento, aiuta la saggezza di Quoelet "c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare" (Qu 3, 7).
Verrà presto il tempo di riflettere sistematicamente sull’eredità intellettuale e morale di Riccardo. Verrà il tempo di capire bene quale studioso, quale maestro egli sia stato. Ha voluto fare anzitutto il professore e di questo siamo in molti, in tante parti del mondo, a essergli debitori. Verrà il tempo di ricordare il suo impegno al servizio del paese in Italia e nelle organizzazioni internazionali. Cercheremo insomma di imparare ancora da lui perché la sua vita resti non solo nei singoli cuori degli amici, dei collaboratori, degli studenti ma appartenga in modo più compiuto alla nostra memoria collettiva. Verrà anche il tempo di riprendere le fila dei progetti che avevo e, ne sono certo, molti altri avevano in cantiere insieme a Riccardo ispiratore inesauribile di ricerche, di gruppi di lavoro, di iniziative culturali e civili. Verrà il tempo di riprendere le sue proposte per fare crescere meglio il nostro paese.
Oggi è il tempo del silenzio. E’ soprattutto nel silenzio che ciascuno, in questi ultimi giorni, si è sentito vicino al Riccardo che ha conosciuto, con il quale ha condiviso pezzi di vita più o meno lunghi, più o meno intensi. E’ nel silenzio che in questi giorni mi sono reso conto delle molte cose che ricevevo da Riccardo, quasi senza accorgermene, dandole forse per scontate. Riccardo aveva, come pochi, quel dono dell’amicizia che consiste nello stabilire con ciascuno rapporti unici, nel farli sentire tali, e al tempo stesso nel renderli diffusivi creando una rete di persone che diventano a loro volta amiche le une con le altre. Francesco ha saputo dire meglio di come possa fare io, come Riccardo sapesse trovare il raro punto di incontro tra generazioni diverse. Tra approcci e visioni diverse. L’attenzione per i giovani era la sigla del suo lavoro universitario. Ma prestava il proprio orecchio alla saggezza degli anziani. Faceva dialogare economisti di età, formazione, cultura diverse. Riusciva nelle realizzazioni concrete più di altri, certo più di me, perché, fermo nei principi, non soffriva del dogmatismo che opprime tanti tra noi economisti.
Iniziata a Venezia venticinque anni fa, la nostra amicizia è rimasta viva soprattutto per merito suo, per la sua straordinaria capacità di non lasciare cadere la ricchezza di un rapporto. Negli ultimi anni abbiamo condiviso non solo il lavoro a Tor Vergata ma anche un impegno civile, minimo da parte mia, nel quale ho imparato da lui l’ottimismo contro ogni evidenza, la tenacia, la generosità con il proprio tempo e le proprie energie. Tutto questo e tante altre cose ancora è Riccardo. E’ un sorriso accogliente accompagnato da una dolce ironia.
C’è un pudore nel parlare di cose intime, c’è il timore che possano apparire stonate. Il silenzio forse dovrebbe anche qui prevalere. Ma lasciatemi dire solo questo: io spero di rivedere il mio amico. Non so come, nessuno può dire in quale modo concreto, ma credo che Riccardo viva. E credo, spero, che anche noi vivremo e un giorno ci incontreremo con lui.
È molto difficile parlare al passato di Riccardo Faini: lui che era così "presente", di persona o al cellulare o attraverso l’e-mail, sempre disponibile quando si aveva bisogno di lui, pronto a ricordarci qualcosa che doveva essere fatto o su cui si doveva, almeno, riflettere.
Ma prima di tutto l’aspetto professionale. Riccardo è stato un brillante economista, di grande intuizione. Molti non sanno del suo contributo fondamentale, agli inizi della carriera, alla teoria che è alla base della "new economic geography" (Economic Journal, 1984). Ma non si dava arie, altri forse lo avrebbero fatto ben più di lui. Le sue ricerche hanno spaziato in molti campi: ha prodotto lavori importanti e che hanno avuto una notevole influenza in economia delle migrazioni, finanza e sviluppo, commercio e sviluppo e, più di recente, di politica fiscale. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui sui temi del commercio nelle economie – allora – in transizione e non avrei potuto sperare in un collaboratore migliore: paziente, profondo e rigoroso.
Riccardo ha dato il suo contributo alla comunità intellettuale degli economisti in molti modi, non ultimo attraverso il Cepr, negli ultimi tempi come condirettore del nostro programma di commercio internazionale. Gli stava molto a cuore il Cepr e la possibilità di coltivare una comunità di ricercatori economici in Europa: tutti coloro che nel Cepr si occupano di commercio e di migrazione hanno un debito con lui. E, più in generale, tutto il Centro ha grandemente beneficiato della sua prospettiva e del suo acume nel dare il meglio per quella comunità di economisti.
Era direttamente impegnato anche nella politica economica, prima alla Banca Mondiale, poi al Fondo monetario internazionale, come "executive director" per l’Italia, e infine negli ultimi mesi al ministero dell’Economia. Aveva preso molto seriamente le sue responsabilità all’Fmi, un altro segno della sua profonda professionalità.
Sul piano personale, Riccardo Faini era un uomo profondo, ma gentile, attento, cortese: un uomo a cui rivolgersi per un saggio consiglio, un amico su cui contare. Quando ho conosciuto Riccardo, ho capito subito che aveva qualità umane eccezionali. In una parola, era un "mensch": un uomo buono, una persona per bene che cammina sempre sulla strada maestra. Ci sono ben poche persone che meritano questo complimento. E sono le persone che davvero non si verrebbero perdere perché la vita è semplicemente più vuota senza di loro.
Riccardo Faini era una grande persona e un grande professionista. Ci eravamo conosciuti alcuni anni fa e da allora e' stato per me un importante punto di riferimento. Faccio il giornalista, il free-lance, collaboro con varie testate e, in particolare, Focus, mensile su cui mi capita spesso di scrivere articoli di economia, con il tradizionale taglio divulgativo che la rivista ha. Riccardo era la persona a cui sempre mi rivolgevo per un consiglio. Quando c'era un termine che non capivo, una statistica da interpretare, un argomento da spiegare, Riccardo era sempre pronto a darmi una mano. Senza mai voler comparire, senza mai chiedere nulla in cambio. Per il solo gusto, anzi, per la "sola" missione di comunicare e far capire l'economia (la sua passione). Con un entusiasmo che mi contagiava, con una chiarezza che mi illuminava. Una volta mi tenne una straordinaria lezione di mezz'ora sul signoraggio, un'altra volta supero' l'ora spiegandomi le merchant bank, un'altra volta ancora raccontandomi la globalizzazione come nessun altro aveva fatto.
La settimana scorsa gli avevo spedito un sms per chiedergli quando fosse disponibile, quando potessi disturbarlo per una breve intervista. Anche stavolta, per Focus. Venerdi' 19, verso le 19.30, ho ricevuto un suo messaggio. "Ci sentiamo adesso?" mi ha scritto. L'ho chiamato, ci siamo scambiati gli auguri di buon anno e poi siamo convenuti sul fatto che era ormai ora di cena. "Se non hai fretta" mi ha detto "io domani pomeriggio sono a casa. Chiamami verso le 17". Cosi' ho fatto. Alle 17 del giorno 20 l'ho chiamato come d'accordo. Mi ha risposto un familiare. Mi ha detto che il professore era morto poco prima. Sono stati attimi di silenzio. Di imbarazzo (per me). Di commozione. Di spaesamento. Al momento, non ho saputo come rispondere, non ho saputo reagire. Poi ho fatto le condoglianze, ho tentato di farle (e mi scuso, per quanto valgano le scuse in momenti come questo, se non sono stato all'altezza). Quando ho chiuso il telefono, ho ricontrollato se il numero che avevo composto era quello corretto. Stentavo a crederci. Ero ancora convinto che si trattasse di un equivoco. Sono corso a leggere il notiziario dell'Ansa. Ma nulla. Poi il Tg3 ha dato la notizia. La bruttissima notizia.
Claudio Magris, una volta, ha detto che per le persone, anche quando non ci sono piu', va usato sempre e comunque il tempo presente, mentre quello passato va bene per le cose, gli oggetti. Quindi correggo le mie parole iniziali: Riccardo Faini non era una grande persona e un grande professionista. Riccardo Faini e' una grande persona e un grande professionista. Non potro' piu' spedirgli messaggi al cellulare. Ma quello che mi ha insegnato, il suo entusiasmo, la sua capacita' di comunicare, resteranno per sempre.
Grazie professore. E ciao.
Sono uno studente di economia della facoltà di Tor Vergata e ho avuto il piacere nonchè l'onore di seguire entrambi i corsi tenuti dal Prof. Riccardo Faini (Politica Economica e Economia Industriale). Personalmente sono rimasto sconvolto dalla morte del professore, solo lunedì scorso avevo verbalizzato l'esame di Economia Industriale scambiando alcune parole in allegria. Mancherà a tutti i suoi studenti la sua competenza, la sua professionalità ma credo sopratutto l'humor, la sua spiccata capacità di sdrammatizzare e fare una battuta in qualsiasi momento anche sull'argomento più complesso. Personalmente ricorderò con grandissimo piacere la sua cultura sconfinanta (anche se il Pendolo di Focault non è così noioso come lui pensava) e la sua capacità di cercare di attualizzare tutte le varie teorie che ci ha fatto studiare.Mancheranno i suoi continui riferimenti alla " lingua della perfida albione" e sopratutto recentemente le sue delusioni per le sorti del Milan.
Arrivderci Prof! Grazie di tutto
vi scrivo perché ho appreso solo ieri a tarda serata guardando l'approfondimento del TG1, della scomparsa del Professor Riccardo Faini, notizia che mi ha sinceramente colpito e addolorato. Non ho avuto il privilegio di essere un suo studente e tanto meno ho avuto la fortuna di incontrarlo, avevo solo letto alcuni dei suoi articoli sul sito, che frequento in modo sporadico, e ricordo i suoi vari interventi in televisione, spesso a Ballarò.
Il Professor Faini mi colpiva per la semplicità rigorosa con cui spiegava le cose, trasmetteva competenza, pragmatismo, fiducia e coerenza come pochissimi altri sullo schermo. L'ho stimato da subito anche perché tutto questo era in grado di comunicarlo con educazione, calma e stile rigoroso. La fermezza e la coerenza che distinguevano i suoi interventi spiccavano proprio per la moderazione esemplare sul rumore insopportabile dei politici rissosi presenti nelle trasmissioni in cui lo vidi.
In nemmeno trent'anni della mia vita non mi era mai capitato di scrivere un messaggio di condoglianze per una persona che non conoscevo se non dal punto di vista pubblico, credo che questa prima volta per il Professor Faini sia
perché per me rappresentava uno Esempio sotto molti punti di vista. Mi sembra appropriata in questo caso l'abusata massima "Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno". Per il Professor Faini è proprio così.
Porgo a voi della Redazione ed ai suoi famigliari le più sentite condoglianze.
Con Stima e Cordoglio, sinceramente.
Sono uno studente della facoltà di economia tor vergata. Ho saputo ieri dai giornali della morte del professor Riccardo Faini.. Volevo solamente ringraziarvi per averlo ricordato sul vostro sito...mi dispiace che invece il sito della mia facoltà non abbia ancora speso una parola, ma spero lo faccia al più presto perché oltre ad essere un professore, Riccardo Faini è stata una persona che tutti abbiamo stimato e che mi ha fatto appassionare alla politica economica...spesso gli studenti seguono i corsi solo perchè obbligati a farlo, ma per i suoi corsi di Faini è stato diverso: io, come molti altri miei compagni, lo seguivamo per la passione che riusciva a trasmettere nell'insegnamento ma anche per il rapporto umano che instaurava con gli studenti, che al giorno d'oggi è merce molto rara.
Scusatemi, non so se questa sia la sede adatta, ma ho voluto lasciare anche io un messaggio per ricordare questa splendida persona. Grazie.
Avendo avuto la fortuna ed il piacere di esser tra gli studenti del Prof.Faini, avverto fortissima la necessità di esprimere il mio rammarico per questa terribile perdita nonchè la vicinanza alla famiglia ed alle persone che nella vita abbiano potuto fregiarsi della Sua amicizia. Come ovvio, scrivo a titolo personale, con l'assoluta certezza, tuttavia, di esprimere il sentire comune di tutti coloro lo abbiano avuto come Maestro, quando esprimo i miei più sentiti ringraziamenti per tutto quello che il Prof.Faini ha fatto ed è stato per noi studenti. Fa piacere leggere che studiosi, colleghi, amici, persone molto più vicine al Professore di quanto sia stato io, condividano il mio stesso ricordo. Mi dà la soddisfazione di aver goduto al meglio del Suo contributo. Una cosa in particolare mi sento di far notare: pur nell'importanza della Sua posizione e nell'enorme divario di conoscenze che lo divideva per ovvi motivi da noi Suoi studenti, mai ci è mancato un sorriso, mai ci è mancata una battuta di spirito, mai ci è mancato il Suo sincero aiuto nella comprensione e nell'apprendimento, mai ci è mancato il Suo coinvolgimento nel trasferirci il meglio del Suo Sapere. Sono sinceramente triste per chi, dopo di me, avrebbe potuto avere la mia stessa fortuna.
GRAZIE PROFESSORE!
Sono una giornalista. Non ho modo di contattare la famiglia del professor Faini e forse non è nemmeno il momento. Vorrei chiedervi però di farvi da tramite. Ho conosciuto il professore grazie al vostro sito. E ho avuto il piacere di intervistarlo più volte. Sarebbe bello se voi poteste dire o far avere ai suoi cari queste parole: il professore era una persona davvero gentile e sempre disponibile, anche con noi che a volte sappiamo essere molto insistenti. E' solo una testimonianza. Sono certa che non c'è bisogno delle mie parole ma la sua scomparsa mi ha toccato immensamente anche se l'ho incontrato una sola volta e poi abbiamo sempre parlato al telefono.
Valeria De Rosa
Il primo incontro risale alla prima lezione del corso di Politica Economica; aspettavo con emozione e trepidazione questa nuova materia tenuta da un Professore tanto illustre. Ci scambiavamo gomitate ed occhiate tra noi amici quando capitava di vederlo nei bar dell’università; lui, con la sua camminata tranquilla ed elegante.. mai affrettata dagli impegni che un personaggio tanto illustre potesse avere e pensavamo ai nostri banali studi in confronto ai suoi impegni, che invece ci facevano trascinare i piedi.
Finalmente, l’anno scorso potei ascoltarlo durante le sue lezioni: le sue interpretazioni sul debito pubblico, le sue manovre per riassestare la politica fiscale, i suoi discorsi così professionali e sempre a-politici, le possibili cure per migliorare quel deficit pubblico disastrato che ci perseguita da anni; le sue lezioni non erano condanne per un Governo o per un altro, erano pure illuminazioni. Erano cose nuove per noi giovani che non leggiamo mai i giornali, erano spaccati di vita reale finora mai conosciuti per noi che siamo ore ed ore su manuali che fanno esempi americani perché scritti da autori americani, erano finestre che si aprivano per noi ventenni che non conosciamo neppure la nostra Italia. Ecco, questo era il suo corso di Politica Economica, lezioni sulla vita dell’Italia.
E se non capivamo? Arrivava in soccorso il magico esempio. Chi avrebbe guadagnato di più un domani tra noi studenti di Tor Vergata e coloro che studiano alla Luiss? Chi sarebbe stato più preparato e quindi più produttivo? Domanda banale: sicuramente gli studenti di Tor Vergata perché hanno avuto la fortuna di seguire il mio corso di Politica Economica! Ma appena l’esempio fu fatto, la parola fu subito trattenuta.. "Dovrò cambiare esempio se dall’anno prossimo andrò ad insegnare alla Luiss o quegli studenti non ci rimarranno troppo bene!"….
Proprio per il suo amore verso l’insegnamento, verso quei giovani che sotto sotto hanno voglia di imparare, nonostante tutti i suoi impegni improrogabili, nonostante tutti i suoi appuntamenti, non respingeva mai i ragazzi desiderosi di laurearsi con lui, e quando gli si chiedeva uno stage lui era sempre lì pronto a chiamare chi di dovere per farti avere un colloquio. Lo stage: questo inesorabile passaggio a livello che tutti noi dobbiamo e vogliamo affrontare per immetterci nel mercato del lavoro quanto prima possibile lui aiutava coloro che volevano iniziare a capire il mondo del lavoro, coloro che desiderosi di mettere in atto i suoi insegnamenti si accontentavano di poche centinaia di euro al mese, coloro che sognando di poter seguire le sue orme, erano disposti ad iniziare dal più basso livello possibile.
Questo è in poche parole il Professore, colui che appariva in televisione e davanti ai politici ci rendeva fieri di essere suoi semplici studenti, colui che nel sentirlo calibrare prosa e poesia davanti a uomini di potere ci faceva venire un brivido, perché, in un mondo governato dal silenzio e dall’ipocrisia, noi invece potevamo andare fieri ed orgogliosi di dire a voce alta "Lui è il mio Professore".
Sono uno studente di Tor Vergata e come tutti qui all'università sono rimasto scioccato dalla notizia della scomparsa del Prof.Faini.
Forse potrà apparire un'esagerazione, ma dopo aver frequentato i suoi corsi e averlo visto tante volte in convegni e in televisione per me è diventato un modello di vita pechè era l'immagine di una persona che riusciva a coniugare la sua immensa professionalità con la gentilezza e l'altruismo verso gli altri; un giorno venne a lezione portandosi il figlio piccolo e lo lasciò, con un dizionario enorme, tra i banchi,accanto a noi;quel giorno nel vederlo spiegarci con il sorriso la dinamica del debito pubblico italiano e poi, alla pausa, aiutare il figlio con i compiti, ho capito che SI PUO' inseguire il proprio sogno lavorativo senza lasciarsi alle spalle tutto il resto.
Professore, non lo ha mai saputo forse, ma lei è una guida per tanti di noi.
Sono stato un alunno del prof. Faini ai tempi in cui insegnava Economia Industriale ed Economia Internazionale presso l'Università degli Studi di Brescia. Ho appreso della sua morte dal TG3 sabato sera e la notizia mi ha intristito e sconvolto. Mi sono subito apprestato a dare la triste notizia a tutti i miei compagni di corso con i quali ho partecipato alle sue lezioni.
Il prof. Faini è stato per me (e sono sicuro per tutti i suoi allievi bresciani e non) un esempio di preparazione, competenza, chiarezza e disponibilità nei confronti di noi studenti. Mancherà...non solo alla sua famiglia, non solo alla comunità scientifica, ma anche ai suoi studenti che dopo tanti anni non l'hanno dimenticato e non potranno mai dimenticarlo.
Volevo solo utilizzare questo bel giornale per mandare un saluto al Professore, che ho avuto modo di conoscere indirettamente purtroppo e ho potuto vedere quanto fosse una persone garbata e di animo buono. Questo senza citare la sua mente brillante e la facilità di far capire ai non addetti ai lavori.
Ho conosciuto indirettamente il prof. Faini attraverso le sue apparizioni televisive.
Solo ieri sera, alla conclusione della trasmissione Ballarò, ho appreso dalle parole di Floris che doveva essere successo qualcosa.
Sono sinceramente commosso per la perdita di una persona così competente e gentile, di cui ho sempre ammirato - fra l'altro - la calma e la correttezza di fronte all'arroganza ed alla maleducazione dei politici di turno, che non gradivano le sue analisi economiche esposte in modo chiaro e comprensibile a tutti.
Confesso che anche la lettura delle lettere di chi lo ha conosciuto mi ha fatto piangere dalla tristezza.
Sentiremo in tanti la sua mancanza.