
La decisione di Standard&Poor’s e di Fitch di declassare il debito italiano non era inattesa, ma nondimeno è un campanello di allarme per tutta la politica economica. Nelle ultime settimane, soprattutto dopo la presentazione del disegno di legge Finanziaria, si sono moltiplicate le voci critiche secondo cui l’esecutivo avrebbe fin dall’inizio esagerato la gravità della situazione dei conti pubblici. Si sosteneva che sia l’andamento del fabbisogno del settore statale, in forte calo rispetto al 2005, sia la dinamica delle entrate nei primi otto mesi del 2006 avevano evidenziato una situazione assai più favorevole della finanza pubblica. Non solo gli allarmismi iniziali erano quindi ingiustificati, ma diventava possibile, e al limite auspicabile, alleggerire la portata della manovra di correzione del disavanzo.
Preoccupazioni giustificate dai dati
Una lettura meno frettolosa dei dati conduce a conclusioni assai diverse.
Consideriamo innanzitutto il fabbisogno. È vero che nei primi otto mesi dell’anno quello del settore statale è diminuito di ben 22 miliardi. Ma nello stesso periodo il miglioramento del fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, un aggregato più ampio (include anche le amministrazioni locali) e assai più significativo, è pari a soli 13 miliardi. Come ricordava il governatore della Banca d’Italia nella sua recente audizione, "gli andamenti fin qui registrati dal fabbisogno finanziario appaiono sostanzialmente coerenti con le previsioni del governo per l’indebitamento netto". Né l’aumento delle entrate nei primi mesi dell’anno giustifica facili ottimismi. È vero anche che, rispetto alla Relazione trimestrale di cassa predisposta nel mese di marzo, l’aumento delle entrate previsto per tutto il 2006 è pari a più di 18 miliardi. Già però la ricognizione sui conti pubblici di inizio giugno aveva rivisto al rialzo la stima sulle entrate per l’anno in corso. Analogamente, sulla base dei dati resisi via via disponibili, sia il Dpef sia la Nota di aggiornamento hanno ulteriormente migliorato tale stima rispettivamente al 6,4 e al 7,1 per cento rispetto al 4,0 per cento della Relazione trimestrale di cassa, redatta dal precedente esecutivo. Rimane però il fatto che dei 18 miliardi di maggiori entrate previste, quasi quattro sono ascrivibili alle misure varate dall’esecutivo in luglio; altri tre al miglioramento del quadro macroeconomico; altri cinque, infine, al gettito superiore alle attese di una serie di misure temporanee introdotte (e stimate) dal precedente esecutivo. Rimangono quindi solo circa sei miliardi di "vere" risorse aggiuntive, già portate peraltro ad alleggerimento della manovra finanziaria per l’anno successivo.
Ad avvalorare le preoccupazioni sulla situazione dei conti pubblici contribuiscono anche i dati diffusi due settimane fa dall’Istat relativi ai primi sei mesi del 2006. Emergono due elementi. In primo luogo, la spesa primaria corrente ha continuato a crescere in termini tendenziali a tassi insostenibili (+5,7 per cento). In secondo luogo, le spese per investimenti registrano un forte calo (-3 per cento in termini nominali). Sia la ricognizione sui conti pubblici sia il Dpef avevano già messo in luce come alcune voci di spesa corrente, in particolare la spesa sanitaria e quella degli enti locali, crescessero a tassi assai superiori rispetto a quanto previsto dalla Relazione trimestrale di cassa e avevano sottolineato il rischio di una contrazione eccessiva, e al limite insostenibile, della spesa per investimenti.
Infine, anche gli andamenti dei saldi confermano le difficoltà del quadro di finanza pubblica. In assenza di interventi, il disavanzo nel 2007 si sarebbe situato al 4,3 per cento del Pil, l’avanzo primario sarebbe stato prossimo allo zero e, per il terzo anno consecutivo, il debito sarebbe risultato in forte crescita. Le misure correttive adottate prima a luglio e poi a settembre con la legge Finanziaria, ammontano nel complesso all’1,5 per cento del Pil, anche escludendo le misure di compensazione per gli effetti della sentenza sull’Iva, e consentono di riportare il disavanzo nell’ambito dei parametri europei e di invertire, dopo tre anni, la dinamica del debito.
Il risanamento non è concluso
Una manovra correttiva di queste dimensioni era quindi indispensabile. Le decisioni delle agenzie di rating confermano che la situazione dei conti pubblici era invero preoccupante e, al contempo, mettono ben in luce come il processo di risanamento dei conti pubblici non sia concluso. Non esistono quindi le condizioni per alleggerire la manovra finanziaria e va evitato qualsiasi cedimento in questa direzione.
Le critiche di S&P si appuntano anche sulle caratteristiche della manovra e riprendono molti dei rilievi già formulati anche su questo sito. Si poteva fare meglio? Chi scrive non è osservatore totalmente neutrale, ma la risposta è: probabilmente sì, in particolare nell’equilibrio fra misure di spesa e di entrata.
Rimane però il fatto che la manovra ha carattere strutturale. In primo luogo, il rientro dal disavanzo non è temporaneo. L’impatto crescente delle riduzioni di spesa previste nella legge Finanziaria dovrebbe permettere di ridurre il prelievo fiscale gradualmente nei prossimi anni (la riduzione del cuneo fiscale andrà a regime già dal 2008 con perlomeno due miliardi di sgravi ulteriori per le imprese) e nel contempo consentire all’indebitamento netto di collocarsi stabilmente al di sotto del 3 per cento, anche in assenza di nuovi interventi.
Soprattutto, il calo del disavanzo non è affidato a misure impercorribili e insostenibili da un punto di vista economico e sociale, come l’azzeramento dei fondi per interi capitoli di spesa in conto capitale. Che la manovra di risanamento incidesse inizialmente soprattutto dal lato delle entrate era probabilmente inevitabile. È già successo nel passato. La pressione fiscale aumentò nel 1993 di ben due punti e mezzo rispetto al 1991. Nel 1997, l’aumento fu di più di due punti rispetto all’anno precedente. In entrambi i casi, però, il rapporto fra entrate fiscali ritornò rapidamente su livelli meno patologici.
Il verdetto sulla qualità della politica economica non può essere dunque definitivo.
* Membro della redazione in aspettativa, attualmente consigliere presso il Ministero dell'Economia
Lo sviluppo straordinario dell’economia mondiale negli ultimi 50 anni è stato in larga misura sostenuto dalla crescita degli scambi internazionali di beni e servizi. Lo sradicamento della povertà in Cina, il miracolo economico in Italia e in Spagna, l’industrializzazione delle tigri asiatiche, il balzo dell’economia dell’India non si sarebbero verificati se questi paesi non avessero potuto contare sulla rapida crescita delle proprie esportazioni.
A sua volta, l’aumento del commercio internazionale deve molto alla riduzione delle barriere agli scambi sponsorizzata prima dal GATT e, a partire dal 1994, dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Anche la crescita degli investimenti diretti all’estero, che ha contribuito non poco a stimolare l’economia mondiale, è in buona parte attribuibile alla riduzione dei costi del commercio.
Il fallimento
Date queste premesse, si potrebbe pensare che i governi di tutto il mondo, dalle democrazie del G7 ai paesi emergenti, si sarebbero strenuamente impegnati per garantire il pieno successo della nuova tornata di negoziati commerciali. Così non è stato. La complessità stessa dei temi trattati, l’incapacità dei governi di far fronte alle lobbies settoriali che si opponevano a nuove concessioni, l’indebolimento dei gruppi di pressione a favore della liberalizzazione (come ben rilevava Giorgio Barba Navaretti in un suo intervento sulle colonne del Sole 24 Ore qualche giorno fa) sono tutti fattori che hanno reso assai più difficile il negoziato del Doha Round e avrebbero richiesto un impegno ben maggiore da parte dei governi per garantirne il successo. E’ accaduto invece il contrario. I negoziati si sono trascinati stancamente nel colpevole disinteresse dei capi di governo, alimentato forse dalla convinzione che, come era sempre successo nel passato, si sarebbe raggiunto un accordo all’ultima ora. Così non è stato. E oggi i governi si ritrovano a dovere raccogliere i cocci di un negoziato frantumato da troppi egoismi e troppa miopia, che molto probabilmente neppure la meritevole ma tardiva iniziativa di Bush e Blair riuscirà a ricomporre.
I rischi
I pericoli per il sistema multilaterale degli scambi sono numerosi. I negoziati commerciali sono stati giustamente paragonati a una bicicletta. Una volta in sella è necessario continuare a correre. E’ vero, ci si potrebbe fermare, come alcuni sostengono, ponendo un piede a terra e facendo tesoro dei risultati già acquisiti. Ma non è possibile o, perlomeno, è molto pericoloso farlo. Il problema non è solo, come osservano giustamente Fabrizio Onida e Renato Ruggiero sul Sole 24 Ore, la diffusione a macchia degli accordi regionali che minerebbero il principio ispiratore dell’OMC, il multilateralismo. Vi è un altro rischio, altrettanto grave: l’aumento delle controversie e l’indebolimento del sistema di risoluzione delle dispute commerciali. Grazie a quest’ultimo meccanismo, le controversie commerciali trovano oggi una soluzione, efficace nei tempi e condivisa nelle procedure, in grado di frenare una crescita incontrollata di ritorsioni e contro ritorsioni. Ogni anno però insorgono in campo commerciale nuovi problemi, che si cumulano a quelli irrisolti; si creano nuovi contenziosi su materie non sempre previste dagli accordi esistenti. I negoziati commerciali servono per evitare che questi problemi, vecchi o nuovi che siano, causino un aumento delle controversie fra paesi che rallenterebbe, e non di poco, la crescita degli scambi e finirebbe per ingolfare proprio il sistema di risoluzione delle dispute commerciali.
Le opportunità mancate
Per l’Italia, il costo di un fallimento del Doha Round ricadrebbe soprattutto sul settore industriale. Si spegnerebbero anzitutto le speranze di riforma del bilancio comunitario. Una riduzione più decisa del peso del settore agricolo nel bilancio europeo, come proposto a suo tempo dal Rapporto Sapir, avrebbe aperto spazi rilevanti per politiche di sostegno all’industria in attività cruciali quali la ricerca e lo sviluppo e la formazione. Soprattutto, la mancata apertura dei mercati dei paesi emergenti danneggerà le nostre esportazioni che saranno meno in grado, in assenza di una liberalizzazione degli scambi, di trarre vantaggio dalla domanda crescente in quei paesi sia per beni di investimento sia per beni di qualità nei cosiddetti settori tradizionali, tessile, abbigliamento, calzaturiero, mobilifici.
Un rilancio della competitività del settore industriale passa quindi anche attraverso un’azione più decisa a favore del processo di liberalizzazione degli scambi internazionali.
L’economia italiana ha ripreso a crescere. I segni di un’inversione del ciclo si sono moltiplicati negli ultimi mesi. L’ultima e più autorevole conferma arriva dall’Istat. Il prodotto interno lordo è cresciuto di più di mezzo punto nel primo trimestre del 2006. Anche la produzione industriale, nonostante un leggero rallentamento nel mese di marzo, sembra avere decisamente invertito il suo trend negativo. Fatturato e ordinativi continuano poi a registrare progressi, in particolare sui mercati esteri.
Ancora presto per rallegrarsi
Ma non vi è motivo, ancora, per rallegrarsi. La crescita del primo trimestre sconta in parte un effetto di rimbalzo dopo il dato deludente del trimestre precedente. Anche nel 2005, il prodotto interno aumentò nel secondo trimestre a un tasso altrettanto elevato, accendendo così molte speranze, che si spensero però rapidamente nei trimestri successivi.
È vero che nelle previsioni di primavera della Commissione europea, l’economia italiana dovrebbe quest’anno crescere dell’1,3 per cento, dopo una crescita pressoché nulla nel 2005. È anche vero che, alla luce del nuovo dato dell’Istat, tale previsione potrebbe essere rivista lievemente al rialzo. Rimane il fatto che, come ci ricorda di nuovo
Il rischio maggiore è che questi timidi segnali di ripresa allentino l’impegno politico su due fronti: il risanamento dei conti pubblici e lo sforzo di riforma. Sul primo tema, la dinamica più favorevole del Pil dovrebbe accompagnarsi a una crescita più rapida delle entrate, già evidente nei dati disponibili per i primi mesi dell’anno. Anche così, però, il quadro rimane allarmante. Il disavanzo rischia di attestarsi nel 2006 su livelli superiori al 4 per cento, senza alcun miglioramento quindi rispetto al 2005. Soprattutto, poi,
Il problema non è se attuare o meno una manovra aggiuntiva in corso d’anno. Misure temporanee e concitate, volte principalmente a tamponare la falla dei nostri conti pubblici, finirebbero solo per sottolineare la situazione di emergenza della nostra finanza pubblica, facendo poco o nulla per affrontare il problema alla radice. Gli effetti sulle aspettative degli operatori non potrebbero quindi che essere negativi. Il primo compito del prossimo Governo sarà quello di porre mano a misure che frenino la crescita della spesa pubblica soprattutto di parte corrente, obiettivo clamorosamente fallito dal precedente esecutivo. I margini non mancano. Per fare un solo esempio, nei prossimi anni saranno sempre più numerosi i dipendenti pubblici che raggiungeranno l’età di pensionamento, offrendo così un’opportunità straordinaria di rinnovare e ristrutturare la funzione pubblica e contestualmente di ridurre la spesa
Riforme da attuare
La ripresa dell’economia potrebbe anche indurre il nuovo Governo ad allentare lo sforzo di riforma, una tentazione particolarmente
Anche il taglio degli oneri sociali contribuisce a rendere più competitive le nostre produzioni, ma pesa su un bilancio già stremato, mentre i suoi effetti benefici rischiano di essere solo temporanei se non sono sostenuti da misure volte a rilanciare la crescita della produttività.
L’Italia è condannata a uscire dall’euro? Lo suggeriscono due scenari proposti dal Financial Times. Nel primo, delineato da Wolfgang Munchau il 17 aprile, un governo italiano populista decide unilateralmente di abbandonare l’euro. Nel secondo scenario, dipinto nella Lex Column del 20 aprile, sono i mercati a costringere l’Italia a uscire dalla moneta unica. Meritano una risposta. Lo facciamo qui e, speriamo, presto anche sulle colonne del Financial Times. La probabilità che uno di questi scenari si realizzi e' molto, molto bassa, sia nel medio che nel lungo periodo.
L’opzione che non c’è
Innanzitutto, l’opzione di un semplice abbandono dell’euro non esiste. Non è stata concordata con l’Italia nessuna clausola in proposito, ma anche se una simile deroga potesse essere negoziata, i nostri principali partner commerciali – Germania, Francia e Spagna – non ci permetterebbero mai di rimanere nell’Unione Europea e allo stesso tempo di perseguire una politica di “svalutazioni competitive”. E nessun governo italiano, neanche il più populista, potrebbe prendere in considerazione l’idea di abbandonare del tutto l’Unione Europea, per le conseguenze devastanti che ciò avrebbe sull’economia italiana: i populisti possono essere stupidi, ma aspirano a essere rieletti.
È invece possibile che i mercati possano costringere un Governo italiano ad abbandonare l’euro, come sostiene
È vero che il debito italiano è in crescita – per la prima volta dal 1994 – e che questo può aver provocato qualche brivido tra i nostri partner europei o finanziari. Tuttavia, i correttivi necessari per tornare a ridurre il debito sono relativamente contenuti. Anche se il tasso nominale medio di crescita è stato del 3 per cento (il che significa crescita reale al di sotto del potenziale) e il costo medio del debito è salito del 5 per cento, un avanzo primario del 2 per cento sarebbe sufficiente per stabilizzare il rapporto debito/Pil. Aggiustando per il ciclo, ma escludendo le manovre una tantum, l’avanzo primario nel 2005 è stato dell’1 per cento. Perché il debito torni a calare è dunque sufficiente un piccolo aggiustamento. Se il Governo della IV legislatura non avesse sperperato il surplus ereditato dalla legislatura precedente (3,2 per cento), l’Italia non si troverebbe ad affrontare questo problema.
La consapevolezza del declino
Altrettanto rassicurante è il fatto che per ridare forza a competitività e crescita non si deve necessariamente passare per una svalutazione. L'euro ha solo messo a nudo una tendenza di lungo periodo alla perdita di competitivita' del nostro paese. L’export italiano ha perso quote di mercato sia negli anni in cui l’euro si deprezzava verso il dollaro sia quando l’euro si è rafforzato.
Il programma della coalizione che ha vinto le elezioni mostra consapevolezza del fatto che la competitività dell’Italia è indebolita da profondi e antichi problemi strutturali, che si possono risolvere solo attraverso una politica di liberalizzazione dei mercati e riforme strutturali. E prevede anche misure, come il taglio del cuneo fiscale, per rilanciare la competitività delle esportazioni italiane immediatamente, in attesa che gli effetti delle riforme strutturali si facciano sentire sulla produttività.
Certo, la risicata maggioranza di cui disporrà il Governo Prodi, potrebbe rendere tutto più difficile. Ma chi sostiene questa tesi, dimentica che strette fiscali e importanti riforme strutturali sono state avviate proprio in periodi di turbolenza politica, nel 1992-93 prima e nel 1995-97 poi. Ancora più importante, la coalizione uscita vincente dalle urne ha già pagato un pesante prezzo in termini di consenso elettorale per il suo esplicito impegno ad alzare le tasse, se ciò dovesse essere necessario dalla condizione di finanza pubblica.
E nel lungo periodo? I pessimisti potrebbero controbattere che l’Italia ha problemi di invecchiamento molto più acuti rispetto alla maggior parte degli altri paesi, eccetto forse il Giappone. Hanno ragione, ma non dovrebbero dimenticare che le riforme previdenziali realizzate in Italia sono molto più lungimiranti di quelle della media dei paesi dell’Unione Europea. Come è ben documentato dall’Ecofin, per il 2050 l’aumento di spesa pubblica dovuto all’invecchiamento è stimato per l’Italia intorno allo 0,5 per cento del Pil contro un oltre 4 per cento degli altri paesi dell’Eurozona. Le pensioni sono in Italia un problema di medio periodo, legato al processo di avvicinamento, certo troppo lento, al sistema sostenibile introdotto dalla riforma previdenziale del 1996. Nel lungo periodo, l’Italia ha minori problemi di sostenibilità dei conti pubblici.
Ciò non toglie che restano enormi le sfide che l’Italia deve affrontare. Ci sono alcuni segnali incoraggianti sul versante della ristrutturazione industriale, dove è in atto un processo di “distruzione creativa”.
Il rischio di profezie che si autoalimentano
Tuttavia, i mercati potrebbero rivedere al ribasso le loro valutazioni sull’Italia e rendere così più difficile il lavoro del Governo. È fin troppo noto che le percezioni dei mercati possono cambiare rapidamente e spostare un’economia da un percorso sostenibile a uno non sostenibile: se tutti i correntisti si aspettano il fallimento di una banca, quella banca finisce inevitabilmente per fallire. Proprio per questo motivo, la situazione della finanza pubblica in Italia deve essere valutata solo dopo una attenta e profonda analisi. In passato, molti commentatori, compreso il Financial Times, avevano predetto che l’Italia non sarebbe riuscita a entrare nell’euro: ci sono molte buone ragioni per credere che abbiano torto anche questa volta.
Ogni anno in primavera il ministro dell’Economia diffonde due documenti, la relazione trimestrale di cassa e la relazione di aggiornamento: dovrebbero fare il punto rispettivamente sulla situazione dei conti pubblici e dell’economia per l’anno in corso. Il candidato premier del centrosinistra ha chiesto che vengano pubblicati tempestivamente, in particolare la relazione trimestrale di cassa. Gli ha risposto dieci giorni dopo il presidente del Consiglio sostenendo che ciò non è possibile in quanto il primo trimestre dell’anno in corso non si è ancora concluso.
Cosa dice la legge
Il presidente del Consiglio avrebbe forse fatto meglio a consultarsi con il proprio ministro dell’Economia che lo avrebbe istruito sulle norme che regolano la pubblicazione del documenti di finanza pubblica. Riportiamo per i lettori la norma relativa alla trimestrale di cassa.
Legge n. 468/1978, articolo 30, comma 1: “Entro il mese di febbraio di ogni anno, il ministro del Tesoro presenta al Parlamento una relazione sulla stima del fabbisogno del settore statale per l’anno in corso, quale risulta dalle previsioni gestionali di cassa del bilancio statale e della tesoreria, nonché sul finanziamento di tale fabbisogno, a raffronto con i corrispondenti risultati verificatisi nell’anno precedente. (…) Entro la stessa data il ministro del Bilancio e della Programmazione economica invia al Parlamento una relazione contenente i dati sull’andamento dell’economia nell’anno precedente e l’aggiornamento delle previsioni per l’esercizio in corso”.
È evidente l’impegno, pur non perentorio, da parte dell’esecutivo di pubblicare la relazione sull’andamento dell’economia e quella sui conti pubblici entro il mese di febbraio.
Ma è stata finora rispettata questa norma? La risposta è no, per un problema di fondo. Il legislatore che la scrisse nel 1978 non tenne (stranamente) conto del fatto che i dati relativi all’andamento dell’economia e dei conti pubblici nell’anno precedente, senza i quali è difficile se non impossibile predisporre le due relazioni, vengono resi pubblici dall’Istat in ritardo, all’inizio di marzo.
Negli anni più recenti quindi, i Governi che si sono succeduti hanno sempre diffuso le due relazioni in ritardo rispetto alla scadenza di fine febbraio. Diversa però è stata la dimensione di tali ritardi.
1999 18 marzo 1999
2000 4 aprile 2000
2001 4 aprile 2001
2002 18 aprile 2002
2003 18 aprile 2003
2004 7 maggio 2004
2005 29 aprile 2005
Il ritardo medio tra il 1999 e il 2001, quando a predisporre le relazioni fu l’esecutivo di centrosinistra, è stato pari a ventinove giorni. Dal 2002 al 2005, con il Governo di centrodestra il ritardo è salito a cinquantasette giorni, quasi il doppio.
Ipotesi sui ritardi
Come si spiega questa maggiore propensione al ritardo? I tempi tecnici per la preparazione delle due relazioni non sono variati. C’è qualcosa d’altro che è però cambiato e potrebbe avere influito sui tempi della pubblicazione. A marzo di ogni anno
Tra il 1999 e il 2001, quando i ritardi di pubblicazione erano contenuti, il divario medio fra le previsioni di disavanzo della Commissione e quelle presentate dal Governo nella relazione trimestrale era del tutto trascurabile (in media lo 0,1 per cento del Pil). Il divario di previsione cresce invece significativamente (allo 0,5 per cento) tra il 2002 e il
Trimestrale di cassa al 31 dicembre 2002
Stima 2003
Il Pil non è nella tabella, di solito è tra le righe nella sezione “previsioni per t+

Commissione europea - Economic Forecast – spring 2003

I dati appena diffusi dall’Istat sull’andamento dell’economia nel 2005 spengono ancora una volta i facili ottimismi. La speranza che l’economia potesse riprendersi spontaneamente dallo stato catatonico in cui versa da oramai cinque anni è andata delusa. Non solo l’economia italiana non cresce (un fatto peraltro ampiamente previsto dalla maggioranza degli osservatori e dalle più importanti istituzioni internazionali), ma fa ulteriori passi indietro rispetto all’Europa, togliendo così ogni alibi a chi pensava di attribuire i nostri mali all’infelicità della nostra collocazione geografica.
La crescita mancata
Ma è la qualità della (non) crescita che preoccupa. Dal lato della domanda, anzitutto: a evitare una caduta del Pil contribuiscono i consumi collettivi e l’accumulazione di scorte. Sono le voci meno virtuose, in quanto riflettono, la prima, un aumento della spesa pubblica, e, la seconda, un accumulo verosimilmente indesiderato dei magazzini delle imprese. Scorporando l’effetto di queste due voci, la crescita sarebbe stata pesantemente negativa (-0,3 per cento) e saremmo costretti a parlare di recessione invece che più prosaicamente di stagnazione.
Il quadro non migliora dal lato dell’offerta. Perdono terreno agricoltura (-2,2 per cento) e industria in senso stretto (-2,0 per cento), crescono i servizi e soprattutto le costruzioni (+0,6 per cento), un andamento che riflette in tutta probabilità lo spostamento di risorse verso le rendite immobiliari e che potrebbe spegnersi con lo scoppio della bolla del settore.
Tra le vittime della stagnazione del Pil vi è infine l’occupazione che diminuisce dello 0,4 per cento, un dato tutto negativo, nonostante i tentativi maldestri e tardivi da parte dell’Istat di interpretare al meglio questo andamento.
La qualità della (mancata) crescita nel 2005 getta un’ombra sulle prospettive per il 2006. L’economia italiana infatti inizia l’anno senza abbrivio (l’effetto di trascinamento sul 2005 dovrebbe essere nullo se non negativo, aspettiamo però che l’Istat pubblichi i dati trimestrali a questo riguardo), con i magazzini pieni (e quindi minore incentivo a produrre) e con una componente della domanda (quella pubblica) che dovrebbe risentire del rigore (sempre annunciato, ma spesso eluso) della politica fiscale. I consumi privati potrebbero poi risentire della caduta dell’occupazione. È improbabile che la modesta accelerazione prevista per l’economia europea fornisca stimoli adeguati al nostro sistema economico. Difficilmente quindi la crescita supererà l’1 per cento nel 2006.
Il quadro dei conti pubblici
Anche sul fronte dei conti pubblici il quadro è tutt’altro che rassicurante.
È certamente vero, come alcuni si affretteranno a sottolineare, che gli obiettivi della Relazione programmatica sono stati superati: l’indebitamento si colloca infatti al 4,1 per cento del Pil, contro il 4,3 per cento previsto a settembre dal Governo. Vale la pena di ricordare però che a maggio del 2005, con la Relazione trimestrale di cassa, l’esecutivo era ancora attestato su una previsione di disavanzo del 2,9 per cento. Un peggioramento di più di un punto percentuale non è certo motivo di rallegramento.
Soprattutto, anche per la finanza pubblica, è il dettaglio dei conti a suscitare preoccupazione. Peggiora infatti, rispetto alle previsioni di settembre, l’avanzo primario. Il miglioramento dell’indebitamento netto è tutto dovuto quindi a una diminuzione imprevista, e salvifica, della spesa per interessi. Ad agevolare il calo di questa voce di spesa hanno poi contribuito operazioni di finanza straordinaria: due miliardi di swap, consentite dalla contabilità di Maastricht ma certamente non rivelatrici di un processo di risanamento o della fiducia dei mercati. Se l’andamento dei tassi dovesse invertirsi, a causa di una tendenza a livello mondiale o di un calo della fiducia per i nostri titoli di Stato, le conseguenze per i conti pubblici italiani sarebbero assai dolorose.
In buona sostanza, anche sul fronte della finanza pubblica le prospettive per il 2006 non sono per niente rassicuranti. Una minore crescita scaverebbe ulteriormente il fossato del disavanzo.
Partendo ad esempio dalle previsioni del Fondo monetario, è facile verificare che se solo la crescita si situasse in media d’anno all’1 per cento l’indebitamento netto salirebbe al 4,2 per cento. Se a ciò aggiungessimo le difficoltà, evidenziate dalla Commissione europea, ad attuare con piena efficacia le misure previste dalla Finanziaria, il disavanzo potrebbe facilmente situarsi in prossimità più del 5 che del 4 per cento. Ad alimentare ulteriormente le preoccupazioni dei nostri partner europei e dei mercati contribuirebbe poi la crescita sostenuta del debito.
Sono preoccupazioni e interrogativi a cui è necessario dare pronta risposta. La Relazione trimestrale di cassa, il cui compito è appunto quello di chiarire a inizio d’anno la reale situazione della finanza pubblica, dovrebbe di norma essere pubblicata a marzo. Negli anni scorsi, il ministero dell’Economia ha inopinatamente fatto slittare la pubblicazione del documento di parecchie settimane, se non di mesi. È essenziale che quest’anno ciò non si ripeta e si consenta invece agli elettori e ai mercati di valutare in maniera informata e tempestiva la situazione dei nostri conti pubblici.
I divari di reddito e occupazione tra regioni all’interno dell’Unione Europea a 15, rimangono elevati, nonostante il forte impegno finanziario delle politiche europee di coesione. Nella seconda metà degli anni Novanta, il coefficiente di variazione del reddito pro-capite nelle 50 regioni dell’Unione Europea era quasi il doppio di quello dei 49 stati continentali Usa. La dispersione nei tassi di disoccupazione era ancora più pronunciata, 0,55 nell’Unione europea contro lo 0,24 negli Stati Uniti
I dati
I dati aggregati non rivelano pienamente l’entità delle differenze territoriali nell’Unione Europea a 15. Nel 2002, l’ultimo anno per il quale è disponibile un insieme di dati comparabili, il reddito pro-capite - in parità di potere d’acquisto - nella Inner London era più di due volte e mezzo quello della media dell’Unione Europea a 15. Al contrario, il Pil pro-capite nella regione greca di Dytikis era circa il 50 per cento del valore europeo. Gli ampi divari nel Pil pro-capite riflettono differenze di produttività e di andamenti del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione varia moltissimo: si va dal 27 per cento di Halle in Germania al 2,2 di Utrecht in Olanda. Ma forse ancora più preoccupante è il fatto che in Europa le regioni ad alta disoccupazione tendono a coincidere con le zone a basso reddito pro-capite: povertà e disoccupazione sono così due facce della stessa medaglia.
Scarsa mobilità
Differenze così grandi nelle condizioni di reddito e occupazione dovrebbero favorire importanti flussi migratori dalle regioni a basso reddito e alta disoccupazione verso quelle ad alto reddito e bassa disoccupazione. Ma non è così. Con l’eccezione del Regno Unito, i flussi migratori interni sono modesti, soprattutto in confronto a quanto accade negli Stati Uniti, nonostante che la variabilità di reddito e occupazione sia molto più bassa rispetto all’Europa.
È risaputo che una maggiore mobilità può costituire un potente strumento per favorire la convergenza nei livelli di reddito e occupazione e promuovere quindi la coesione regionale, un obiettivo dichiarato delle politiche europee. Ci si aspetterebbe quindi che la politica economica cerchi di agevolare la mobilità fra paesi e regioni europee. Stranamente, però, né per la Commissione europea né per i governi dell’Unione una politica volta favorire i flussi migratori interregionali risulta prioritaria.
La Commissione europea nel suo Rapporto sulla coesione economica e sociale elenca una lunga serie di fattori che ostacolano la coesione, ma tra questi non cita l’assenza di mobilità. Nel complesso, i governi europei sono colti da una strana forma di schizofrenia quando devono affrontare il tema della mobilità geografica del lavoro. Talora i ministri delle Finanze lamentano l’assenza di mobilità, che inevitabilmente ostacola il processo di aggiustamento a shock idiosincratici; i loro colleghi degli altri dicasteri sembrano però assai restii ad avventurarsi su questo terreno.
La flessibilità del salario
In una situazione in cui la mobilità interregionale del lavoro è modesta, il compito di attenuare l’impatto di shock regionali dovrebbe essere attribuito alla flessibilità del salario. Ma anche in questo caso l’evidenza non è rassicurante. Nei due paesi dove le differenze territoriali sono più marcate, Germania e Italia, i salari sono in larga parte determinati dalla contrattazione a livello nazionale e, di conseguenza, poco reattivi a shock regionali. Diversi studi empirici evidenziano poi come, perlomeno in Italia, i salari regionali non rispondono che debolmente alle condizioni del mercato del lavoro locale. La flessibilità dei salari è poi assai minore nei settori più sindacalizzati.
I salari contrattuali sono quindi fissati a livelli troppo alti per le regioni a bassa produttività, in particolare se si tiene conto che il costo della vita è ivi minore; si alimenta così la crescita dell’economia sommersa. Soprattutto, le regioni meno sviluppate non hanno strumenti per rispondere a shock sfavorevoli.
I governi hanno fatto assai poco per agevolare un accordo fra le parti sociali che conduca a un sistema più flessibile di determinazione dei salari a livello regionale. Una tesi diffusa è che le distorsioni del mercato del lavoro non sono il problema principale delle regioni meno sviluppate. Si cita spesso a tale proposito il fatto che i livelli di produttività sono pressoché allineati tra regioni sviluppate e arretrate. Ma questo non dovrebbe rassicurare nessuno, poiché l’allineamento della produttività riflette semplicemente la diminuzione dell’occupazione nelle regioni meno sviluppate e, di riflesso, la crescita della disoccupazione.
Il fatto è che la disoccupazione nel Sud Italia è ancora tre volte più alta rispetto al Nord: 13,2 per cento contro il 3,9 per cento. È difficile sostenere che il meccanismo di determinazione dei salari abbia poco o nulla a che fare con questo fatto. Le distorsioni del mercato del lavoro possono non essere la sola questione, ma sono certamente parte del problema. I politici devono fare una scelta chiara, in favore di una maggiore mobilità del lavoro o di una maggiore flessibilità dei salari. Altrimenti, la combinazione di rigidità salariale e limitata mobilità del lavoro continuerà a determinare forti differenziali di disoccupazione e reddito tra regioni arretrate e sviluppate.
È opinione diffusa che la dimensione troppo ridotta delle imprese italiane e la loro conduzione a carattere prevalentemente familiare costituiscano due nodi strutturali che sempre più condizionano la performance della nostra economia. I due fenomeni vengono spesso associati. Si sostiene infatti che le nostre imprese non crescono proprio a causa della conduzione prevalentemente familiare, sia per mancanza di risorse finanziarie sia per l’inadeguatezza del management familiare.
Imprese familiari nel mondo
Vanno, a questo proposito, sfatati due miti. In primo luogo, non è vero che la diffusione delle imprese familiari sia fenomeno soprattutto italiano. In secondo luogo, non vi è evidenza che le imprese familiari stentino a crescere.
I dati parlano con chiarezza. Pur non nascondendo le difficoltà insite in un confronto fra paesi che utilizzano definizioni e fonti statistiche assai variegate, è un fatto che l’impresa familiare rappresenta una realtà assai radicata a livello internazionale. In Italia, in un campione di imprese con più di 50 addetti, che esclude quindi le realtà più piccole, più dell’80 per cento delle imprese sono considerate familiari. Analoghe percentuali si riscontrano però anche in altri paesi, 75 per cento in Spagna e 64 per cento nel Regno Unito, nonostante che in entrambi i casi la definizione di imprese familiari sia più ristretta di quella applicata in Italia. Sorprendono forse gli Stati Uniti, in cui quasi il 90 per cento delle imprese è di natura familiare, ma in questa cifra sono incluse anche le imprese individuali, escluse invece dalle statistiche negli altri paesi. Ma anche se ci concentriamo sulle imprese dell’indice Standard & Poor’s scopriamo che ben il 35 per cento è a carattere familiare.
Analogamente, non trova riscontro l’affermazione per cui le imprese familiari non riescono, o non vogliono, crescere. Dai dati della Banca d’Italia o di Unioncamere si evince infatti come non esista una relazione fra diffusione dell’impresa familiare e dimensione. In primo luogo, l’incidenza percentuale di imprese in cui la dimensione della prima quota azionaria è inferiore al 50 per cento (una caratteristica dell’impresa diffusa) diminuisce all’aumentare della dimensione. In altri termini, è proprio nelle imprese più grandi che la proprietà risulta più concentrata. Per di più, il numero di soci diminuisce al crescere delle dimensioni. Il problema della crescita dimensionale non è quindi peculiare a quello delle imprese familiari. Al contrario, sembrerebbe che proprio le imprese familiari, con un azionariato più concentrato, siano sovra rappresentate nelle dimensioni più alte.
Piccole non solo alla nascita
Sfatare alcuni miti non implica però negare il problema. Le carenze strutturali del sistema industriale italiano sono ben documentate e hanno indubbiamente condizionato la dinamica della crescita della nostra economia.
Si considerino tre dati. In primo luogo, in un confronto internazionale, le imprese italiane sono relativamente più piccole anche a parità di settore. In secondo luogo, la loro produttività relativa è assai minore rispetto a quella registrata da imprese di taglia analoga in altri paesi industrializzati. Nel nostro paese, ad esempio, le micro imprese – con meno di dieci addetti – rappresentano quasi il 24 per cento degli occupati ma solo il 10 per cento della produzione. La loro produttività relativa rispetto al sistema delle imprese nel suo complesso è pari quindi solo a poco più del 40 per cento. Lo stesso dato si colloca al 48 per cento per l’Unione Europea nel suo complesso. In terzo luogo, le piccole imprese italiane stentano a crescere. Solo il 12 per cento di quelle più piccole, con meno di sei addetti nel 1987, aveva superato la soglia dei dieci addetti nel 2001. Poco più del 7 per cento delle imprese tra i sei e i nove addetti erano cresciute sull’arco del periodo fino a raggiungere la soglia dei venti.
La situazione non migliora se ci concentriamo sulle nuove imprese, quelle appena nate. Come rivela una ricerca dell’Ocse, il problema non scaturisce dal fatto che queste imprese nascano troppo piccole. È vero il contrario. Le nuove imprese italiane hanno una dimensione relativamente più elevata se confrontata con quella delle imprese già esistenti. Successivamente alla nascita, queste stesse imprese crescono però a tassi contenuti (meno del 30 per cento in sette anni), contrariamente a quanto accade per esempio negli Stati Uniti, dove nello stesso lasso di tempo la nuova impresa registra un aumento della propria occupazione pari al 140 per cento.
I motivi della crisi. E le soluzioni
Ci si potrebbe interrogare sulle ragioni per cui un modello – quello della piccola impresa – che ha consentito alla nostra economia di crescere rapidamente fino perlomeno alla fine degli anni Ottanta oggi perda sempre più colpi. La risposta è semplice e va rinvenuta nei mutamenti strutturali che hanno caratterizzato l’ultimo scorcio del ventesimo passato: l’integrazione dei paesi in via di sviluppo nell’economia mondiale e la rivoluzione tecnologica nel campo dell’informatica e delle comunicazioni. Entrambi i fenomeni hanno eroso la posizione competitiva delle imprese di più ridotta dimensione, troppo piccole per sfruttare pienamente le opportunità del processo di globalizzazione e troppo carenti dal punto di vista delle risorse umane per trarre beneficio dalle nuove tecnologie.
La politica economica non è però impotente. È essenziale però sfatare un altro mito, che ha permeato buona parte della nostra classe politica, secondo cui la piccola impresa è di per se un valore positivo, in quanto espressione di un capitalismo dal volto più umano, più consapevole delle problematiche ambientali e sociali e più radicata sul territorio. Non vi è nessuna evidenza che tutto ciò sia vero. Rimane invece il fatto che oggi la piccola impresa è drammaticamente inadeguata di fronte alle sfide della globalizzazione e delle nuove tecnologie. La politica economica ne deve prendere atto.
La politica industriale finora si è limitata a favorire le piccole imprese con misure di carattere fiscale, amministrativo e finanziario, così creando, però, un sistema di soglie che paradossalmente scoraggiano la crescita dimensionale. È necessario invece favorire quelle imprese che scelgono di crescere, evitando che gli incentivi esistenti vengano meno proprio in conseguenza della crescita, riducendo gli adempimenti burocratici agli ampliamenti di impianto (oggi altrettanto se non più gravosi di quelli che incombono sulla creazione di nuovi impianti), agevolando lo sviluppo di strumenti finanziari innovativi (perché non creare sull’esempio degli Stati Uniti un fondo di fondi di venture capital, di natura pubblica ma gestito con criteri privatistici?), utilizzando strumenti che rendano più flessibile il mercato del lavoro per le imprese che crescono (ad esempio, allungando il periodo di prova per i nuovi assunti) e favorendo il processo di internazionalizzazione (in particolare, agevolando fiscalmente la creazione di consorzi di servizi per l’internazionalizzazione delle piccole imprese). In assenza di scelte coraggiose, l’alternativa è un lento e doloroso declino del nostro sistema industriale e il continuo ripetersi degli appelli per un protezionismo commerciale che condannerebbe all’obsolescenza la nostra economia.
Il dato diffuso ieri dall’Istat sul prodotto interno nel secondo trimestre del 2005 – che evidenzia un aumento dello 0,7% rispetto al trimestre precedente e dello 0,1% rispetto allo stesso trimestre del 2004 – rappresenta, dopo tante cattive sorprese, una buona notizia, per molti versi inattesa, sulla situazione congiunturale dell’economia italiana. La crescita in Italia si colloca su un livello pressoché doppio rispetto all’Unione europea. Dopo parecchi trimestri, l’Italia fornisce quindi un contributo positivo e significativo alla dinamica della crescita a livello europeo.
Interrogativi su un dato inatteso
Il primo interrogativo riguarda i fattori sottendenti la crescita economica. Purtroppo, il dato flash dell’Istat fornisce informazioni troppo scarne per un’analisi approfondita. Bisognerà aspettare l’inizio di settembre per conoscere quali componenti della domanda hanno contribuito alla crescita del trimestre. Per ora è possibile solamente ragionare sulle informazioni, piuttosto parziali, di fonte sia Istat sia Isae. Cominciamo dai consumi. I segnali disponibili non sono particolarmente incoraggianti. Nei primi cinque mesi dell’anno le vendite al dettaglio sono diminuite, in termini nominali, rispetto allo stesso periodo del 2004 dello 0,6%. In termini reali la diminuzione rischia quindi essere piuttosto significativa, prossima al 3%. Non a caso, l’indicatore di fiducia dei consumatori compilato dall’ISAE registra un calo continuo durante tutto il secondo trimestre dell’anno. Sembra quindi difficile pensare che i consumi privati abbiano fornito un contributo di rilievo alla crescita del secondo trimestre. Analogamente gli scambi con l’estero, sempre nei primi cinque mesi del 2005, hanno registrato un forte deterioramento, con un saldo negativo in forte crescita, dallo 0,2% del PIL nei primi cinque mesi del 2004 a quasi lo 0,5% del PIL nello stesso periodo del 2005. Anche da questa componente è difficile quindi che sia venuta la spinta in questo scorcio d’anno. Rimangono quindi gli investimenti (il dato della fiducia delle imprese è salito soprattutto per questa fascia di imprese), i consumi pubblici (a livello locale?) e le scorte. Ovviamente non sarebbe rassicurante se fosse soprattutto questa ultima componente ad avere contribuito in maniera significativa alla crescita del PIL. A un accumulo di scorte in un dato periodo corrisponde infatti, in maniera quasi meccanica, un tentativo delle imprese di alleggerire i propri magazzini riducendo la produzione nel periodo successivo. Dal lato dell’offerta abbiamo qualche informazione in più. L’Istat ci informa che a trascinare il PIL sono stati sia l’industria sia i servizi. Il contributo positivo dell’industria potrebbe sembrare sorprendente, alla luce del crollo della produzione industriale negli ultimi due mesi del secondo trimestre. Bisogna però ricordare che la produzione industriale registrò un forte aumento nel mese di Aprile, sufficiente a mantenere relativamente elevato il livello di attività nel secondo trimestre, rispetto al primo.
Prospettive
L’ultimo, e più importante interrogativo, riguarda le prospettive sia di breve che di medio periodo. Riguardo alle prime, vi sono fondati motivi di preoccupazione. In primo luogo, il calo della produzione industriale a Maggio e Giugno fa sì che nel terzo trimestre difficilmente l’industria riuscirà a fornire un contributo di rilievo alla crescita trimestrale del PIL: anche una crescita sostenuta dell’indice ci riporterebbe semplicemente al livello di Aprile. In aggiunta, l’Isae non è particolarmente ottimista sulle prospettive della produzione industriale dei prossimi mesi: l’indice è previsto diminuire nel terzo trimestre rispetto al secondo. Se a questo dato aggiungiamo il livello tuttora depresso della fiducia dei consumatori e la possibilità (confermata anche dalle indagini dell’Isae) che le scorte abbiano contribuito in maniera non trascurabile alla crescita del secondo trimestre è difficile condividere l‘ottimismo espresso in queste ore sulla solidità della ripresa dell’economia italiana. Non dimentichiamo poi che, malgrado la forte crescita del secondo trimestre, il PIL rimane ancora attestato su livelli inferiori a quelli registrati nel terzo trimestre del 2004. Inoltre, va sottolineato che, se anche la ripresa si consolidasse e l’economia italiana crescesse in linea con il suo potenziale nei prossimi due trimestri, la crescita in media d’anno non sarebbe superiore allo 0,3%, ben al di sotto quindi della media europea.
Rimangono soprattutto irrisolti i nodi strutturali dell’economia italiana. Le istituzioni internazionali accreditano l’Italia di una crescita potenziale che non supera l’1,5%, un valore assai più basso di quello della maggior parte dei paesi industrializzati. Resta solo da sperare che le buone notizie sul fronte della congiuntura non inducano l’esecutivo a rinviare ulteriormente l’avvio di una politica di riforme di struttura, politicamente costose, ma nondimeno indispensabili, volte ad incrementare tale potenziale. E’ questa la vera sfida per la politica economica.
Il DPEF, varato dal governo venerdì scorso, è stato finalmente reso pubblico nella sua versione definitiva sul sito di Palazzo Chigi. L’impostazione generale del documento è in larga misura condivisibile. I pilastri su cui si dovrebbe reggere la politica economica in quest’ultimo scorcio di legislatura – rigore di bilancio, rispetto degli impegni europei, lotta all’evasione fiscale, investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, liberalizzazioni nei mercati dei beni e dei servizi – sono parte di una lista quasi canonica delle raccomandazioni formulate dagli economisti. A questa lista non fa riscontro una descrizione sufficientemente precisa della fase attuativa. Nulla di male: in fondo il DPEF è un documento di indirizzo. Tuttavia, troppo spesso nel passato anche più recente le indicazioni del DPEF non solo sono rimaste sulla carta ma sono state persino contraddette nell’azione successiva. Al di là della leggerezza del documento, vi sono poi questioni più sostanziali. Una lettura più attenta delle cifre del DPEF evidenzia una serie di interrogativi, a cui è auspicabile possa essere data pronta risposta.
La spesa per interessi. Tra il 2005 e il 2008, la spesa per interessi dovrebbe calare dal 4.9% al 4.6% del PIL. E’ una diminuzione di tutto rilievo che contribuisce non poco al risanamento dei conti pubblici. Sorgono però alcuni interrogativi sulla fondatezza di queste cifre. Solo pochi mesi fa, alla fine del 2004, nel Programma di stabilità, il ministero dell’Economia prevedeva un aumento della spesa per interessi dal 5.1% al 5.6% del PIL. Cosa è cambiato in così breve tempo per spiegare una differenza tanto abissale nelle proiezioni (1% di PIL, cioè 15.4 miliardi nel 2008)? Non certo l’andamento del debito che anzi registra una dinamica più sostenuta nel DPEF rispetto al Programma di stabilità. Neppure l’evoluzione del PIL, relativamente più contenuta nel DPEF. Un qualche aiuto può venire dall’analisi dei tassi forward. Tra la fine dicembre e oggi i tassi a termine sono scesi in maniera non uniforme lungo la curva di rendimenti, ma in media per non più di 30 punti base, del tutto insufficiente per spiegare il calo della spesa. Perciò è difficile capire tanto ottimismo. Certo, viene da rimpiangere i tempi in cui al tesoro si tendeva a sovrastimare l’onere degli interessi al fine di creare un margine di sicurezza per i saldi di bilancio.
Investimenti e una tantum. Più volte è stato ripetuto che l’esecutivo non avrebbe fatto ulteriore ricorso a misure di natura temporanea. In questo senso vanno anche i nostri impegni con la Commissione europea. Per il 2005, oltre alla seconda rata del condono edilizio, la principale una tantum è il Fondo immobili pubblici (FIP) che prevede prima la vendita e successivamente il riaffitto da parte dello Stato venditore di proprietà pubbliche. E’ una tantum in quanto a un sollievo di breve per il bilancio fa riscontro un aumento – sembra assai marcato – dei costi legati al riaffitto. Nell’immediato però la vendita di immobili viene conteggiata come un investimento negativo e va a riduzione quindi delle spese in conto capitale. Ci si aspetterebbe quindi che a partire dal 2006, terminate le vendite di immobili, la spesa in conto capitale registri una forte impennata. Ma così non è. Nel 2006 la sua dinamica è in linea con quella passata. Sorge quindi il sospetto che anche per il 2006 il ministro dell’economia abbia in cantiere operazioni di questo tipo.
Contratti pubblici. Il protocollo di maggio fra Governo e sindacati della funzione pubblica non è stato interpretato come segnale di assoluto rigore nella gestione dei conti pubblici. Il suo impatto sul bilancio è però ancora imprecisato e affidato alla trattativa fra le parti, anche per quello che riguarda la tempistica del pagamento degli arretrati. Il quadro tendenziale del DPEF fornisce inopinatamente qualche informazione al riguardo, nella misura in cui prevede un aumento molto sostenuto della spesa per i dipendenti pubblici nel 2005 e un calo pronunciato (quasi 3,5 miliardi) nell’anno successivo. Sembrerebbe quindi che il DPEF prefiguri che la corresponsione degli arretrati avvenga tutta o principalmente nel 2005, migliorando ma solo sulla carta i conti del 2006 sulla cui base verremo giudicati in sede europea.
Il DPEF propone un rientro del disavanzo graduale per ridurlo sotto il 3% nei prossimi due anni. I tre temi trattati in queste righe hanno un tratto comune, quello di migliorare il saldo dei conti pubblici nel 2006. Se invece queste cifre si rivelassero ottimistiche il vero onere dell’aggiustamento verrebbe spostato nell’esercizio successivo, con una distribuzione nel tempo del peso dell’aggiustamento molto diversa da quella descritta dal DPEF. Un chiarimento è quindi essenziale.
Vi è un aspetto positivo nel pessimo dato di Pil diffuso ieri dall’Istat: il definitivo tramonto dell’epoca degli ottimismi di facciata e dei tentativi, affannosi, di trovare una giustificazione alla crescente divaricazione fra realtà e annunci.
Non preoccupa solo il Pil
L’arretramento sostanziale e prolungato dell’economia italiana ha luogo in un contesto in cui l’economia mondiale cresce a ritmi che non hanno precedenti negli ultimi ventisette anni, in cui anche l’economia europea dà segni di ripresa (come dimostrano sia il dato congiunturale di crescita, sia quello tendenziale), in cui persino la Germania, il malato cronico dell’Europa, è cresciuta a tassi nordamericani. Non è più possibile attribuire la performance dell’economia italiana alla cattiva congiuntura mondiale o agli stenti dell’Europa. Il dato di crescita non giunge del tutto inatteso. Diversi indicatori – l’andamento della produzione industriale, il calo delle vendite al dettaglio, la dinamica del fatturato - avevano messo in luce la possibilità di un forte rallentamento dei livelli di attività economica nel corso del primo trimestre. Soprattutto il dato del Pil, pur nella sua negatività, non esaurisce le preoccupazioni. È assai probabile infatti che l’arretramento significativo dei livelli di attività economica finisca per ripercuotersi anche sugli equilibri del mercato del lavoro.
La crescita dell’occupazione e il calo della disoccupazione hanno costituito le uniche note luminose in un quadro macroeconomico altrimenti sempre più cupo. Nel passato sono stati fattori decisivi nel mantenere il volume dei redditi familiari, compensando la stagnazione del potere d’acquisto dei salari, e in ultima istanza sostenendo la domanda di consumi. Vi sono però diversi segnali, tutti assai preoccupanti, che la domanda di consumi si vada indebolendo. Il calo del fatturato e della produzione industriale è assai più pronunciato nel settore dei beni di consumo. Le vendite al dettaglio hanno registrato una crescita negativa (in valore!) nei primi due mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Un’inversione delle tendenze finora favorevoli dell’occupazione si ripercuoterebbe inevitabilmente sulla dinamica dei consumi privati, perpetuando il momento recessivo.
Allo stesso tempo, è vitale per la competitività delle nostre imprese recuperare produttività. Un semplice stimolo dei consumi, spesso invocato, si tradurrebbe altrimenti soprattutto in un aumento delle importazioni con scarsi benefici per la nostra economia. L’aumento di produttività è una condizione essenziale perché le nostre imprese recuperino competitività. In una situazione però in cui la crescita della produzione rimarrà nel migliore dei casi assai modesta, i recuperi di produttività passano inevitabilmente attraverso un ridimensionamento dell’occupazione.
Verso un’ulteriore involuzione?
Il dato sul Pil e la possibilità che esso preluda a un’ulteriore involuzione della nostra economia pone tutti, senza eccezione, di fronte alle proprie responsabilità.
Per l’esecutivo è venuto il momento di tracciare un quadro di politica economica che superi le troppe oscillazioni del passato e dia certezze a imprese e famiglie. Appare sempre più irreale in questo contesto il dibattito su quali sgravi fiscali attuare in una situazione in cui il controllo ancora inadeguato della spesa pubblica, l’esaurirsi delle misure temporanee e le falle preoccupanti del nostro sistema tributario rischiano di riproporre all’attenzione dei mercati il problema della finanza pubblica italiana.
Per i sindacati, è doveroso riconoscere che la moderazione salariale, che tanto ha contribuito alla crescita dell’occupazione, non può essere confinata al settore privato. La spesa per i dipendenti pubblici è cresciuta a ritmi estremamente rapidi negli ultimi anni e il suo contenimento deve costituire una priorità della politica fiscale.
Per il sistema produttivo è essenziale rendersi conto che la propria sopravvivenza è sempre più affidata alla capacità di innovare e investire e non alla ricerca di rendite di posizione (soprattutto nei servizi) che pesano in maniera intollerabile sull’economia e che il declino del nostro sistema economico tenderà prima o poi a prosciugare. Condizioni essenziali per evitare che il declino si muti in deriva.
Il made in Italy soffre e si lamenta. È comprensibile: il nostro paese è più esposto degli altri alla concorrenza di aree a basso costo del lavoro, Cina, India o Brasile che siano. Ma le misure di difesa invocate dalle imprese, o almeno da una parte di esse, e sostenute con schieramenti variabili dalle diverse componenti di Governo, sono miopi e non tengono conto delle caratteristiche del processo di integrazione delle nostre imprese nel mercato internazionale. Ci riferiamo alle richieste all’Unione europea di introdurre barriere alle importazioni cinesi (dazi anti-dumping, clausole di salvaguardia) e alle misure contenute nel piano economico per lo sviluppo, che vietano l’accesso ai principali strumenti di supporto finanziario all’internazionalizzazione (export o investimenti) "per le imprese che, investendo all’estero, non prevedano il mantenimento sul territorio nazionale delle attività di ricerca, sviluppo, direzione commerciale, nonché di una parte sostanziale dell’attività produttiva".
Chi galleggia
Iniziamo con la miopia. Verso la Cina è possibile invocare (a livello europeo) misure di salvaguardia di diverso tipo, sia per i prodotti tessili che per qualunque altro bene la cui produzione nazionale sia seriamente danneggiata dalle importazioni cinesi (indipendentemente dal grado di scorrettezza di queste ultime). La ragione di queste misure è dare alle imprese tempo e ossigeno per ristrutturare e ri-organizzare le proprie attività. Ma l’ossigeno dura poco e la marea delle importazioni cinesi, spinta dalla forza di condizioni di produzione generali estremamente competitive (costo del lavoro e altro), riprenderebbe presto a salire. Dunque, l’ossigeno va usato bene e in fretta.
Peccato che le nostre imprese del tessile e abbigliamento in passato abbiano avuto molti margini per riorganizzare le proprie attività, al relativo riparo dalla concorrenza internazionale. Il settore tessile è stato fin dagli anni Settanta protetto dall’"accordo multifibre", un sistema di quote bilaterali che colpiva solo le esportazioni dei paesi in via di sviluppo, in palese violazione delle norme del Gatt. Inizialmente, l’accordo multifibre doveva durare soltanto cinque anni, ma fu continuamente rinnovato fino a quando nel 1994, con l’"Agreement on Textile and Clothing", si decise finalmente di smantellarlo. Ma ancora una volta si scelse di procedere con estrema gradualità concedendo ben dieci anni di tempo per permettere ai paesi importatori di compiere i necessari aggiustamenti.
Cosa è accaduto in questi dieci anni? In Europa, invece di seguire un percorso di transizione graduale, si è sostanzialmente mantenuto invariato il sistema delle quote fino alla fine del 2004. Ora, le imprese meno efficienti, che non hanno usato questo tempo per riorganizzare le proprie attività, vanno sotto l’onda della fine del Multifibre. Il galleggiante delle clausole di salvaguardia potrebbe forse dar loro un po’ di respiro, ma per quanto tempo se non hanno imparato a nuotare dopo quasi quaranta anni di protezione? La verità è che il protezionismo non crea, quasi mai, le condizioni per il proprio superamento. È difficile quindi non pensare che anche oggi, dietro alle richieste di misure temporanee, si nasconda il desiderio di perpetuare un sistema di protezione che però nel lungo periodo fossilizzerebbe il nostro sistema produttivo rendendolo ancora meno competitivo.
E chi nuota
Per fortuna, nel made in Italy vi sono anche dei nuotatori. Hanno investito in nuove tecnologie, aumentato la qualità dei prodotti e soprattutto hanno riorganizzato la loro attività produttiva frammentandola in diversi paesi.
Qui sta proprio il secondo problema: la richiesta di protezione non tiene in alcun conto questi processi di riorganizzazione geografica. Non viviamo più in un mondo in cui si commerciano solo prodotti finiti. Una quota enorme del commercio internazionale è rappresentato da componenti, semilavorati, che le imprese manifatturiere producono e assemblano in vari paesi del mondo. La Benetton nel 1992 produceva il 100 per cento in Italia, ora solo il 70 per cento. Ecco, dirà qualcuno, proprio quello che bisogna impedire, dobbiamo tornare a una Benetton che produca tutto in Italia. Peccato che se la Benetton non avesse trasferito le proprie attività in parte all’estero, oggi probabilmente in Italia produrrebbe ben poco perché non sarebbe più competitiva. La delocalizzazione ha fornito alle nostre imprese più dinamiche un importantissimo vantaggio competitivo, una delle ragioni per cui possiamo ancora vantarci o almeno parlare del made in Italy.
Ma il commercio di componenti e semi lavorati, per cui i pantaloni sono tagliati in Italia, cuciti in Cina con cerniere importate dal Vietnam e venduti in Giappone, prospera solo se i costi di trasporto delle merci, e dunque le barriere commerciali, sono bassi. Se noi alziamo le barriere verso la Cina puniamo anche le nostre imprese, aumentando ad esempio il prezzo dei pantaloni italiani cuciti in Cina e rivenduti in Europa. Tanto più se un’azione forte dell’Europa nei confronti della Cina avesse l’effetto perverso di rallentare il processo globale di liberalizzazione degli scambi commerciali nell’ambito del Wto invece di accelerare l’auspicata liberalizzazione del mercato cinese.
La delocalizzazione
Questa chiave di lettura spiega anche perché sbaglia, e sbaglia di grosso, il Governo (posizione del resto piuttosto condivisa a livello europeo) a punire le imprese che delocalizzano, condizionando l’accesso a diversi strumenti di incentivo al mantenimento di una quota ‘sostanziale’ di attività in Italia. I vincoli sono rilevanti, impediscono di accedere ai finanziamenti agevolati della Simest per la costituzione e lo sviluppo di joint venture all’estero (legge 100/1990), ai finanziamenti dei crediti all’export, ai servizi assicurativi della Sace, che copre i rischi politici ed economici relativi alle attività internazionali delle nostre imprese (decreto legge n. 143/1998) e ad altre misure per favorire l’iniziativa privata e lo sviluppo della concorrenza (legge 273/2002). La giustificazione di questo provvedimento è evitare che le imprese scappino e impoveriscano il tessuto produttivo nazionale. Ma si dimenticano tre cose fondamentali.
Primo, che le imprese vanno all’estero per preservare e rafforzare la propria competitività (delocalizzare è costoso, perché farlo se non conviene o non è necessario?).
Secondo, che le attività ad alto valore aggiunto rimangono in Italia se i costi nel nostro paese sono competitivi.
Terzo, che non tutte le imprese hanno bisogno di delocalizzare nello stesso modo. Per alcune imprese forse sarà necessario produrre tutto all’estero per poter mantenere il design e la ricerca e sviluppo in Italia, per altre solo una piccola fase produttiva. Fissare il confine tra delocalizzazione virtuosa e viziosa per decreto è demagogico. Infatti, si usa il termine di ‘sostanziale’ proprio perché una misura precisa non può essere definita e come sempre la indefinitezza dei provvedimenti di legge apre le porte alla discrezionalità della burocrazia. Insomma, invece di favorire un processo che permette di accrescere la nostra competitività, lo seppelliamo di vincoli e ne aumentiamo i costi.
I dati che continuano giungere sullo stato dell’economia italiana dipingono un quadro sconsolante. L’unico elemento rassicurante, il calo dell’inflazione, finalmente allineata sui livelli europei, è più il riflesso della debolezza della domanda che non di comportamenti virtuosi.
Il consuntivo del 2004
I dati dell’Istat pubblicati venerdì 11 marzo confermano, se ce ne fosse bisogno, che l’economia italiana non gode di buona salute. Nel 2004, la crescita si è fermata all’1,2 per cento, un valore certo superiore a quello dell’anno precedente (0,3 per cento), ma ancora inferiore al potenziale della nostra economia. Né è possibile cercare di attribuire, la crescita anemica alle difficoltà dell’economia mondiale, come troppo spesso si è fatto negli ultimi anni. Il 2004 infatti passerà alla storia come uno degli anni migliori per l’economia mondiale che, nelle stime del Fondo monetario internazionale dovrebbe essere cresciuta del 5 per cento, il valore più alto degli ultimi venti anni. Anche restringendo il nostro orizzonte all’Europa, l’Italia non brilla: la crescita ha raggiunto il 3 per cento nel Regno Unito, il 2,5 per cento in Francia e persino nel malato cronico del continente, la Germania, ha superato di un terzo quella italiana.
Non è alla carenza di domanda che si può imputare la mediocre performance della nostra economia. Il commercio mondiale è cresciuto a tassi a due cifre, mentre le nostre esportazioni hanno segnato in termini nominali una crescita assai contenuta (il 7,1 per cento contro il 10,6 per cento della Germania) che si è tradotta in un’ulteriore erosione delle quote di mercato a livello mondiale. La politica economica dovrebbe concentrarsi sugli stimoli all’offerta, in crisi di competitività sui mercati nazionali, europei e mondiali.
Le prospettive per il 2005
L’economia italiana chiude l’anno in grave affanno. Il Pil è infatti diminuito nell’ultimo trimestre dello 0,3 per cento. Le scorte, pur non avendo fornito su base annua un contributo positivo alla crescita, sono nondimeno cresciute di altri 5 miliardi (quasi lo stesso dato del 2003) e l’indagine Isae mette in luce come le imprese considerino eccessivo il livello delle proprie scorte. Preoccupa poi la stagnazione della domanda di consumi, confermata dai dati di contabilità nazionale, da quelli della produzione industriale per destinazione d’uso, dalle informazioni relative a ordinativi e fatturato delle imprese industriali e dall’indice di fiducia delle famiglie. Il quadro è preoccupante: l’economia italiana, dopo avere mancato nel 2004 l’aggancio con il treno dell’economia mondiale, si presenta alle soglie del 2005 senza slancio (il trascinamento rispetto al 2004 è inferiore allo 0,1 per cento), con i magazzini appesantiti da un eccesso di scorte, con una domanda di consumi anemica proprio nel momento in cui lo stimolo di quella mondiale rischia di diminuire marcatamente. Il numero di giorni lavorativi, che aveva gonfiato la crescita nel 2004, giocherà in senso opposto nell’anno in corso.
È difficile pensare quindi che nel 2005 l’economia italiana riuscirà a fare meglio rispetto al modesto 1,2 per cento registrato nel 2004. Al contrario. Gli indicatori disponibili mettono in luce come nel primo trimestre la crescita non dovrebbe superare, su base congiunturale, lo 0,2-03 per cento. Ne consegue che, se anche l’economia crescesse a tassi prossimi al suo potenziale (lo 0,4 per cento) per i restanti tre trimestri, la crescita su base annuale si fermerebbe al di sotto dell’1 per cento. Non a caso il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le sue previsioni all’1,2 per cento, mentre diversi istituti privati si attestano su livelli ancora più bassi.
Le stime del Governo invece ci accreditano di una crescita pari al 2,1 per cento. Un punto di crescita, come è noto, vale circa sette miliardi in termini di saldo del bilancio pubblico. È auspicabile che con la prossima Relazione di cassa l’esecutivo riesca a fornire un quadro realistico sia della situazione economica che di quella dei conti pubblici.
Il presidente del Consiglio e diversi ministri reclamano a gran voce maggior flessibilità nell'applicazione del Patto di Stabilità e crescita, chiedendo ripetutamente che vengano esclusi dal computo del disavanzo spese, ad esempio quelle di investimento, giudicate particolarmente meritevoli. È la golden rule, applicata con un certo successo, ma anche con qualche difficoltà, dal Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown. Nello stesso momento, però, il ministro dell'Economia si prodiga a Bruxelles per scongiurare che la tanto attesa riforma del Patto ponga maggiormente l'accento sul criterio del debito, un'eventualità considerata catastrofica per il nostro paese.
La golden rule vista da vicino
Che cosa è la golden rule e cosa comporterebbe la sua applicazione per l'Italia?
La golden rule è una regola di bilancio di semplice enunciazione che, in estrema sintesi, prevede che solo gli investimenti pubblici possano essere finanziati in disavanzo.
Si può discutere sull'utilità di una tale regola (è veramente possibile distinguere fra spese d'investimento, produttive, e spese correnti, improduttive? Vanno scorporati gli investimenti lordi o, più rigorosamente, quelli netti? Non vi è il rischio che l'introduzione di questa regola induca i governi a nuove ingegnerie contabili rendendo ancora più complessa la gestione del Patto di Stabilità?).
Rimane in ogni caso il fatto che, anche nella sua versione più generosa, quella in cui vengono scorporati gli investimenti lordi, la regola aurea prevede che il saldo corrente del bilancio pubblico (la differenza fra entrate e spese correnti) debba essere in pareggio. Guardiamo quindi al saldo corrente dell'Italia. Nel 2000 era pari a 17 miliardi, l'1,5 per cento del Pil. Nel 2002 era sceso a 9 miliardi, l'0,7 per cento del Pil e nel 2003 risultava negativo per più di 3 miliardi di euro. Anche correggendo per il ciclo, il saldo corrente risulterebbe oggi sostanzialmente in pareggio. È evidente quindi che quando anche fosse applicata in pieno la golden rule, l'Italia godrebbe di margini di manovra nulli, se non negativi, in quanto già da oggi il bilancio di parte corrente non registra più un avanzo e tutto l'investimento pubblico è finanziato in disavanzo.
Ma non è finita. La regola aurea (come Gordon Brown ci ricorderebbe) richiede anche che il rapporto debito Pil non cresca durante il periodo di riferimento.
È una clausola saggia, volta a evitare che, con la giustificazione della golden rule, vengano finanziati in disavanzo progetti assai poco produttivi che contribuiscono poco o nulla alla crescita, ma che per definizione inducono un aumento del debito pubblico. Anche in questo caso l'Italia si troverebbe in difficoltà. In primo luogo, è difficile sostenere che nel nostro paese gli investimenti pubblici superino un vaglio rigoroso sulla base della loro produttività sociale e del loro contributo alla crescita (non sarebbe il caso a proposito di riformare il Cipe?). Inoltre, il debito pubblico italiano già adesso tende a crescere, alimentato da una forbice sempre aperta fra fabbisogno e disavanzo di competenza. Solo l'ingegnosità delle operazioni finanziarie del Tesoro ne ha evitato finora un aumento.
Due elementi inseparabili
Regola aurea e clausola sul debito sono quindi inscindibili. La loro adozione non accrescerebbe i margini di manovra per un bilancio pubblico già piuttosto disastrato. Ma vi è di più.
Qualsiasi regola sul debito dovrebbe prevedere una diminuzione più pronunciata del rapporto debito Pil per i paesi relativamente più indebitati. Si tratta di un fatto puramente meccanico, in quanto a parità di disavanzo e di crescita, il rapporto debito Pil tende a ridursi tanto più rapidamente quanto più elevato risulta il suo livello iniziale. Ad esempio, con un disavanzo del 2 per cento e una crescita del 4 per cento, il rapporto debito Pil dovrebbe diminuire del 2 per cento all'anno in un paese in cui il rapporto debito Pil è inizialmente pari al 100 per cento e rimanere invece costante nel caso in cui tale rapporto si situi al 50 per cento. (1)
Sarebbe quindi utile che il ministro dell'Economia suggerisse ai suoi colleghi, e soprattutto al presidente del Consiglio, di non insistere ulteriormente sull'introduzione della regola aurea, in quanto inevitabilmente questa regola va associata a condizioni molto più stringenti di quelle previste dal Patto sulla dinamica del debito. Ma forse no. In fondo, anche il ministro dell'Economia dovrebbe rendersi conto che ciò di cui la finanza pubblica oggi assolutamente necessita è proprio una regola sul debito che ne vincoli ogni ulteriore crescita, ne forzi una rapida diminuzione e ci metta al riparo dalla ritorsione dei mercati.
(1) La variazione del rapporto debito Pil è uguale per definizione al rapporto tra disavanzo e Pil meno il tasso di crescita nominale del Pil moltiplicato per il livello iniziale del rapporto debito Pil. A parità di disavanzo e di crescita il rapporto debito Pil diminuisce quindi più rapidamente nei paesi con un livello inizialmente più alto di tale rapporto.
Sono passati solo pochi mesi da quando il ministro Domenico Siniscalco, da poco insediatosi sulla poltrona di Quintino Sella, inaugurò una nuova stagione di trasparenza sulla finanza pubblica. Le cifre esposte nel Dpef erano da brividi. Solo per rientrare nei limiti dei parametri di Maastricht servivano perlomeno 40 miliardi di euro su due anni. Per finanziare una riduzione tutto sommato contenuta della pressione fiscale ne servivano altri 12. Nel complesso, il 4 per cento del Pil, da reperire soprattutto con tagli strutturali di spese e aumenti di imposte. Ma in politica, soprattutto per un Governo non proprio granitico, quattro mesi possono essere un'eternità. E così trasparenza e realismo sulla situazione dei conti pubblici sono stati presto sostituiti da confusione e opacità. Proviamo a ricapitolare quanto è successo.
Cronaca dello sgretolamento della legge di bilancio
A settembre viene portata in Parlamento la Legge finanziaria. Una scatola semi vuota, fatta di tagli di spesa di dubbia efficacia (è il parere della Corte dei conti) e assai poco trasparenti (il servizio Bilancio della Camera produce un documento di 170 pagine di rilievi e richieste di chiarimento), di aumenti estemporanei di imposta , di misure a rischio bocciatura da Eurostat (Anas), di provvedimenti una tantum (potevano mancare?) e basata su ipotesi ottimistiche di crescita.
A ottobre, comincia da parte della stessa maggioranza che l'ha presentata, lo svuotamento della Finanziaria, per quel poco di sostanziale in essa contenuto. La revisione degli studi di settore da automatica diventa discrezionale e soggetta ad accordo preventivo con le parti interessate, l'adeguamento degli estimi catastali viene rinviato sine die, si amplia l'area di esenzione dal campo di applicazione del nebuloso tetto del 2 per cento alla crescita della spesa, aprendo prima falle e poi voragini nel bilancio pubblico.
A novembre subentra il caos. Perse quelle poche (vere) risorse individuate dalla Finanziaria, mancano i soldi per coprire i tagli di imposta, a lungo promessi. Ma la politica non ci sta, pretende gli sgravi fiscali e si rifiuta di tagliare le spese, incurante dei moniti del Fondo monetario secondo cui, anche in assenza di sgravi fiscali, servirebbero perlomeno 6-7 miliardi di minori spese semplicemente per rimanere sotto il tetto del 3 per cento nel 2005.
L'ingegneria fiscale
In un mondo ideale (quello di Gordon Brown?) la politica economica sarebbe caratterizzata da rigore e stabilità, offrendo segnali il meno possibile contraddittori tra di loro, indispensabili per consentire a imprese e famiglie di investire nel proprio futuro e in quello del paese. E in Italia? Dal bonus figli al bonus nonni. Dalle due aliquote Ire alle 4+1. Dalla franchigia al tetto sulle deduzioni Irap. Dalla certificazione dei diritti alla pensione d'anzianità alla probabile chiusura delle finestre. Dal trasferimento del Tfr ai fondi pensione con compensazione per le imprese al trasferimento del Tfr all'Inps senza compensazione.
L'ingegneria fiscale di questo Governo sembra non avere limiti spazio-temporali. Si cambia tutto e fino all'ultimo secondo disponibile per la presentazione di un testo in Parlamento. Non è certo la prima volta che un esecutivo interviene in corso d'opera sulla struttura di una legge di bilancio già in discussione alle Camere, ma non si era mai arrivati a questo punto del processo di bilancio con tanta incertezza. Il fatto più grave è che ogni nuova misura proposta, mentre è ancora allo studio dei tecnici e oggetto di trattativa nella maggioranza, viene immediatamente annunciata pubblicamente e in modo confuso. È la strategia degli annunci. La stessa che ha fatto sì che gli sgravi Irpef siano stati "venduti" come imminenti alle famiglie da anni, quelli sull'Irap abbiano una storia non meno lunga di annunci alle imprese. A cui spesso si aggiunge la strategia dell'estemporaneità. Due anni fa il Governo senza alcun preavviso cessò di finanziare misure che avevano stimolato la conversione di lavori temporanei in contratti permanenti (il bonus occupazione), senza curarsi del fatto che le imprese avevano già programmato e spesso messo in atto la propria politica di assunzioni proprio facendo conto su tale incentivo. Oggi si annuncia la sua reintroduzione sotto spoglie diverse (lo sgravio Irap condizionato alle assunzioni), salvo poi rimettere tutto nel cassetto dopo l'ennesimo ripensamento del presidente del Consiglio.
Incertezza come fonte di sprechi
C'è un costo in tutto questo bailamme di cifre e di proposte. Quello di buttare via i pochi soldi disponibili per politiche che ci portino ad agganciare la ripresa internazionale. Gli incentivi e gli sgravi fiscali servono per indurre comportamenti "virtuosi": si intende spingere le famiglie ad aumentare i consumi oppure le imprese ad assumere più lavoratori e investire in ricerca e sviluppo. Ma se domina l'incertezza sulla natura, l'entità e la durata degli interventi, i beneficiari saranno solo coloro – famiglie e imprese – che avrebbero aumentato i consumi o assunto nuovi lavoratori anche senza il contributo dello Stato. Con questi interventi si hanno solo dei "windfall beneficiaries", degli operatori che si trovano un regalo inatteso quanto inutile.
E gli ammortizzatori sociali?
Certo, quella di tagliare le tasse è stata una promessa. Ma quante altre ce ne sono state? Oltre a quello con gli italiani, il Governo ha sottoscritto un contratto che ha valore legale col paese, il Patto per l'Italia. Prevede una mini-riforma degli ammortizzatori sociali. Meglio di niente. Perché non cominciare dal rispettare quel Patto dando più certezza alle famiglie, paurose di perdere lavoro e di diventare più povere (entrambi i rischi sono aumentati nell'ultimo decennio)?
Forse è venuto il momento per i ministri "tecnici" di fare sentire la propria voce invece che nascondersi dietro al paravento del presidio dei saldi. Conta tantissimo cosa si taglia e come si spende, non solo il saldo. E conta anche il modo con cui si arriva a decidere e come lo si comunica all'opinione pubblica.
Il quadro della politica economica in Europa è desolante. Tralasciando la politica monetaria, entrambi i pilastri su cui doveva poggiare la politica economica del nostro continente – il Patto di stabilità e crescita e l'agenda di Lisbona di riforme strutturali – necessitano di un'urgente e radicale opera di manutenzione.
Il Patto di stabilità e crescita
Cominciamo dal Patto di stabilità. L'obiettivo di rigore fiscale che avrebbe dovuto portare i paesi membri a conseguire il pareggio di bilancio entro il 2004 preparando i conti pubblici alle ricadute del processo di invecchiamento e consentendo alla politica fiscale di svolgere pienamente il suo ruolo di stabilizzatore del ciclo, è stato presto dimenticato, prima ancora che il rallentamento economico esercitasse i suoi effetti sui conti pubblici. Il Patto di stabilità rimane però uno strumento essenziale di coordinamento delle politiche fiscali in un'unione monetaria. In tale contesto, infatti, il mercato dei cambi non disciplina più le scelte di politica fiscale. Si appiattiscono quindi gli spread fra paesi e si indebolisce la sanzione di mercato nei confronti dei paesi meno virtuosi. Di conseguenza, politiche fiscali insostenibili in un paese membro si ripercuoteranno sui tassi di interesse di tutta l'area monetaria più che sui differenziali fra paesi. È un'esternalità negativa che la politica fiscale in un paese esercita sugli altri membri dell'area monetaria. Al Patto di stabilità era nei fatti assegnato il compito di internalizzare il più possibile questo effetto. Ma vi è un'altra esternalità, di segno opposto, che pesa non poco nel giudizio dei critici del Patto. È vero infatti che un miglioramento dei conti pubblici conseguito esclusivamente attraverso riduzioni di spesa o aumenti di imposte deprime l'economia e riduce la domanda di importazioni, con inevitabili effetti recessivi anche sulle altre economie dell'area. Oggi, in una situazione di forte rallentamento economico, è questo secondo effetto a prevalere.
L'agenda di Lisbona
Passiamo all'agenda di Lisbona. L'obiettivo era di favorire l'adozione di misure volte ad accrescere il potenziale di crescita delle economie dei paesi europei. L'attuazione delle riforme di Lisbona è però in gravissimo ritardo, come denunciato non solo dalla Commissione, ma anche dal Comitato di politica economica dell'Ecofin. Progressi più significativi avrebbero prodotto benefici di rilievo. Una crescita più rapida infatti non solo migliora i saldi di bilancio nel paese in questione, ma stimola i flussi di importazione e si ripercuote favorevolmente sui livelli di attività economica in tutta l'area. È un'esternalità positiva, a differenza del Patto di stabilità: l'adozione di politiche virtuose da parte di un paese ha ricadute favorevoli sui livelli di attività e sui conti pubblici di tutti i paesi dell'area. A ostacolare l'adozione dell'agenda di Lisbona hanno però contribuito i costi, anche di bilancio, delle riforme, le conseguenti resistenze politiche all'interno di ciascun paese, la riluttanza dei paesi membri a conferire ulteriori poteri alla Commissione e, di riflesso, la scelta di un metodo, quello del coordinamento aperto, in cui i paesi si limitano a confrontare le proprie esperienze di riforma nell'improbabile ricerca di una "best practice". A differenza del Patto di stabilità, questo metodo non fornisce nessun incentivo, in positivo o in negativo, ad attuare le riforme per le quali, a parole, i governi si erano impegnati.
Il possibile rimedio
Un ovvio rimedio alla situazione di stallo che caratterizza sia il Patto di stabilità sia l'agenda di Lisbona consiste nel legare più strettamente i due programmi. Più che scorporare alcune voci "virtuose" di bilancio, ad esempio gli investimenti pubblici, dal computo del saldo di bilancio a fini dell'applicazione del Patto (anche molte voci di spesa corrente hanno effetti positivi sulla crescita, troppo spesso gli investimenti pubblici sono totalmente improduttivi), si dovrebbe consentire ai paesi che procedono più speditamente sulla strada delle riforme di struttura margini più generosi (ma limitati, nell'ordine dello 0,2-0,3 per cento del Pil) nella valutazione delle politiche di bilancio. I vantaggi sarebbero ovvii. Si stempererebbero le esternalità negative di una politica di mera restrizione fiscale che riduce la domanda aggregata anche nel resto dell'area. Si fornirebbe un incentivo ad attuare politiche di riforma, consentendo in particolare ai governi di compensare, nel breve periodo, i gruppi sfavoriti dalle riforme. L'obiettivo di crescita diverrebbe finalmente parte integrante del Patto di stabilità e l'agenda di Lisbona si vedrebbe dotata di strumenti operativi. Non mancheranno inevitabilmente le obiezioni a questa proposta. Valutare un programma di riforme strutturali è un esercizio intrinsecamente difficile,ma non impossibile. Non ci dovrebbero essere dubbi ad esempio che la liberalizzazione degli ordini professionali o lo smantellamento di un monopolio nel settore delle industrie a rete costituiscono un progresso anche se è difficile misurarne gli effetti. Ogni anno, sia la Commissione attraverso l'Implementation Report, sia il Comitato di politica economica dell'Ecofin, attraverso l'Annual Report, forniscono una valutazione dettagliata delle nuove politiche di riforma del mercato dei beni, dei servizi, del lavoro e dei capitali adottate dagli stati membri. Rimane ancora da definire a chi verrebbe affidata la valutazione delle politiche di riforme di un paese membro. All'Ecofin? No di certo. L'incentivo a un accordo collusivo in cui le riforme di tutti i paesi ricevono una valutazione favorevole sarebbe troppo forte. Una ragionevole soluzione di compromesso sarebbe di delegare alla Commissione tale valutazione, con l'obbligo però di sentire il Comitato di politica economica. Si eviterebbe così di conferire poteri giudicati eccessivi alla Commissione, si preserverebbe il metodo comunitario e si utilizzerebbero al meglio le competenze esistenti.
Per diminuirne l'apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell'ultima sigaretta. Si dice con un bellissimo atteggiamento: "mai più!". Ma dove va l'atteggiamento se si tiene la promessa? L'atteggiamento non è possibile averlo che quando si deve rinnovare il proposito. (Italo Svevo, La Coscienza di Zeno)
Abbiamo l'ennesima riforma delle pensioni. Poteva essere l'ultima della serie, ma non lo sarà. Come nella Coscienza di Zeno, sembra che chi governa abbia "la malattia dell'ultima sigaretta". Dichiara sempre che sarà l'ultima e se la fuma con grande voluttà, sapendo in cuor suo che non e' così, che non sarà davvero l'ultima.
Abbiamo già espresso su questo sito un giudizio sulla riforma Maroni-Tremonti, evidenziando le sue iniquità, chiarendo che non è una riforma strutturale, dunque non definitiva e che rischia di far lievitare la spesa previdenziale da qui al 2008 per via di fughe anticipate verso le anzianità. Il rischio di fughe è stato confermato da un sondaggio recente sulle determinanti le scelte di pensionamento (vedi Fasani), dall'andamento delle domande di pensionamento d'anzianità nell'ultimo anno e dalle voci ricorrenti di una chiusura delle finestre verso le anzianità nel 2005, che rende sempre meno credibile quella "certificazione dei diritti acquisiti" che si è voluta introdurre nella delega proprio per evitare le fughe.
I lati positivi della riforma sono due: i) l'avere per il momento scongiurato un ulteriore downgrading del nostro debito pubblico e ii) lo stimolo offerto al decollo della previdenza integrativa, con il trasferimento del Trattamento di Fine Rapporto (Tfr) ai fondi pensione.
La strada del decollo della previdenza integrativa passa attraverso i regolamenti attuativi della legge delega. Ed è un sentiero minato. Il primo ostacolo da superare è l'idea di trasferire il Tfr a gestione separata presso l'Inps, che potrebbe essere inserita nella prossima Finanziaria. Sarebbe una scelta diametralmente contraria all'idea di far decollare la previdenza integrativa. Vediamo perché.
Cosa prevede la legge delega
Il Tfr ha oggi una duplice funzione: da una parte, è una fonte di finanziamento per le imprese a basso costo (in periodi di inflazione superiore al 6 per cento, per fortuna un lontano ricordo, il Tfr offre un rendimento reale negativo ai lavoratori); dall'altra, si tratta di un ammortizzatore sociale, di una somma di cui poter fruire per fronteggiare congiunture negative, per esigenze di liquidita' (ad esempio per comprare una casa a sè o ai propri figli) oppure verso la fine della propria carriera. La riforma ora approvata propone che il Tfr diventi uno strumento di previdenza integrativa, un accantonamento per la vecchiaia che possa fornire al lavoratore rendimenti da capitale gestito, anziché fissati per legge, dunque potenzialmente superiori a quelli oggi offerti dal sistema pensionistico pubblico. Giusto perché sono, dopotutto, soldi dei lavoratori. Per facilitare il passaggio del Tfr ai fondi pensione si introduce il meccanismo del silenzio assenso: a chi non dichiara di voler fare altrimenti, i nuovi accantonamenti di Tfr vengono automaticamente dirottati verso i fondi pensione.
Perché il Tfr all'Inps è una cattiva idea
Si parla ora di trasferire i flussi di Tfr rimasti presso le imprese all'Inps. L'obiettivo e' palese: migliorare i conti pubblici, il flusso di Tfr