Lo scorso luglio il Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario ha reso disponibili alcuni dati sugli esiti delle nuove procedure per il reclutamento dei docenti universitari ..........
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
Concorsi Universitari
Nome: Mariano D'AntonioData: 30.11.2002
La proposta di Tullio Jappelli di affidare ai Dipartimenti universitari ogni decisione in materia di assunzioni e promozioni dei docenti, non mi convince. La proposta ha certamente il merito, come dice Jappelli, di evitare i costi impliciti ed espliciti degli attuali concorsi, costi che egli quantifica in almeno 100 milioni di euro all'anno. Tuttavia, se si affidassero ai Dipartimenti le scelte di reclutare e promuovere i docenti, temo che l'obiettivo primo che sta a cuore a Jappelli ed a molti di noi, e cioé quello di favorire una maggiore mobilità dei docenti tra le sedi universitarie, sarebbe del tutto mancato. Anzi, accadrebbe il contrario: i Dipartimenti sceglierebbero candidati locali in percentuale altissima, più alta (se possibile) di quella attualmente raggiunta con i concorsi nazionali. Il motivo? La pressione degli interessi che premono localmente a favore dei candidati già avviati alla docenza e ben conosciuti e riconosciuti, spesso solo per quieto vivere, come meritevoli dai loro colleghi più anziani. Jappelli non ha fatto esperienza dei cosiddetti professori aggregati che prima della riforma degli anni '80 erano reclutati dalle Facoltà tra gli assistenti di lungo corso (tra i cosiddetti "aiuti") e che furono poi immessi, grazie ad una successiva legge, nell'organico dei professori ordinari dopo aver superato concorsi banditi e gestiti localmente. Né ricorda perché più giovane di me (come lo invidio!) il caso dei professori stabilizzati anziani ("ultranovennali") ai quali fu consentito negli anni '80 di accedere a concorsi riservati per un decimo dei posti di ordinario banditi dalle Facoltà. In ambedue i casi (gli aggregati e gli stabilizzati anziani) i candidati locali furono promossi al 100%.
La proposta di Jappelli di affidare la selezione ai Dipartimenti e non alle Facoltà (nelle quali invece deciderebbero, a suo avviso, anche docenti estranei alle discipline messe a concorso), si basa poi sul presupposto che i Dipartimenti siano organismi competenti anche in materia di didattica, ciò che attualmente non è: oggi i Dipartimenti universitari hanno competenza solo nella ricerca e, per la didattica, solo nella ricerca volta all'innovazione didattica, un'area di ricerca questa che é di solito trascurata. Jappelli ha in mente una trasformazione dei Dipartimenti, che dovrebbero occuparsi anche della didattica fino a rilasciare titoli di studio. E' un'ipotesi da discutere evitando però di cadere nel nominalismo che affligge l'Università e che consiste nel cambiare solo le etichette (una volta si chiamavano Istituti e da venti anni si chiamano Dipartimenti, domani quelle che oggi si chiamano Facoltà si chiamerebbero Dipartimenti).
La mobilità dei docenti tra sedi universitarie può essere ottenuta altrimenti, con misure più radicali: occorre rivedere lo stato giuridico dei docenti trasformando il nostro rapporto di lavoro da impiego a vita ad impiego con contratto rinnovabile. So bene che quest'ipotesi incontra valide obiezioni: la principale é che con ciò si avrebbero due regimi giuridici, uno per chi é attualmente in ruolo (ed ha conseguito diritti irrevocabili tra cui l'impiego a vita, tale essendo o quasi il pensionamento a 73 anni ammesso per i professori di prima fascia e a 68 anni per quelli di seconda fascia) e l'altro per i giovani che accedono alla carriera universitaria. Una soluzione potrebbe essere quella di consentire a coloro che sono oggi in ruolo il pensionamento volontario anticipato e l'affidamento agli stessi, su loro richiesta, di insegnamenti a contratto. Ciò potrebbe avvantaggiare specie le piccole sedi universitarie situate in luoghi più ameni delle grandi Università: un professore anziano ambirebbe, credo, a spostarsi in questi luoghi per concludervi, in serenità, la sua esistenza e, se potesse anche continuare ad insegnare, si sentirebbe meno inutile.
Infine, non va trascurata la mobilità degli studenti che è attualmente è bassa al pari della mobilità dei docenti. Gli studenti scelgono in maggioranza la Facoltà che sta sotto casa. Questa scelta premia le Università al di là dei loro meriti impedendo una sana competizione tra le diverse sedi e dunque abbassando l'incentivo a reclutare docenti validi che accrescano la reputazione di una Facoltà e perciò su tale base attraggano gli studenti. Attualmente tra gli studenti solo pochi privilegiati o avventurosi affrontano i costi pecuniari e psicologici dovuti allo spostamento verso altre sedi, lontano dal luogo di residenza della famiglia. Ma la mobilità degli studenti solleva il problema del sostegno pubblico al diritto allo studio (alloggi convenzionati, borse di studio, prestito d'onore), che in Italia è garantito a pochi.
Mariano D'Antonio
professore ordinario di Economia dello sviluppo, con (ahimé) 38 anni di servizio
Risposta:
Ringrazio molto Mariano D'Antonio per aver ripreso il tema dei concorsi universitari e allargato il dibattito al funzionamento complessivo dell'Università. Condivido molte delle sue affermazioni e gli obiettivi di favorire la mobilità dei docenti e degli studenti e, in ultima analisi, la qualità della ricerca e della didattica universitaria.
Cerco di precisare il senso della proposta di abolire i concorsi nazionali e affidare ai dipartimenti decisioni in materia di selezione dei docenti. D'Antonio ritiene che in questo modo i dipartimenti sceglierebbero solo gli interni. Ma già ora è così, come indicano i dati del Comitato di Valutazione. In molte sedi le percentuali di interni sono superiori al 90%, e in alcune sono del 100%. Quindi il rischio della proposta non è di peggiorare le cose, ma al più di lasciarle invariate.
Il successo della proposta dipenderà da come si riuscirà ad orientare le decisioni dei dipartimenti e premiarli in modo significativo per l'attività di ricerca che svolgono (con posti aggiuntivi, dotazioni di strutture e personale, fondi di ricerca). Sono il primo ad ammettere che non sarà facile stabilire parametri condivisi di valutazione della ricerca, ma secondo me varrebbe la pena tentare.
Ha perfettamente ragione D'Antonio a mettere in guardia dal rischio di proliferazione degli organismi decisionali. Se si decide di affidare il reclutamento ai dipartimenti occorre abolire le Facoltà, la cui funzione principale oggi è proprio quella del reclutamento. Abbiamo già Dipartimenti e Corsi di Laurea che si occupano, rispettivamente, di ricerca e didattica. I Corsi di Laurea potrebbero rilasciare i titoli di studio di base (le lauree) e i Dipartimenti quelli specialistici (i dottorati, come già avviene oggi, e in futuro le lauree specialistiche). Mi sembra che questo dovrebbe rassicurare D'Antonio, che teme giustamente un effetto puramente "nominalistico" della proposta.
Non credo poi che le proposte di D'Antonio per favorire la mobilità dei docenti e degli studenti siano alternative alle mie. Sottoscrivo integralmente quelle che riguardano il sostegno pubblico al diritto allo studio. Ben venga anche la proposta di trasformare i contratti dei docenti in contratti a tempo determinato. Noto però che, anche qui, in assenza di incentivi significativi da parte dei Dipartimenti o delle Facoltà, la proposta andrebbe incontro alle stesse critiche che mi rivolge D'Antonio. Si direbbe che dopo uno o due decenni di attività non si può non rinnovare un contratto a un docente in servizio, "spesso solo per quieto vivere" come dice D'Antonio. E quindi tutto rimarrebbe come prima.
In conclusione: penso che se si sceglie la strada dell'autonomia occorre programmare un sistema di incentivi efficace e lasciare alle strutture periferiche le decisioni. Se invece si preferisce un sistema centralizzato (scelta su cui non sono affatto contrario per principio), si torni ai concorsi nazionali e si elimini però l'autonomia di budget delle singole Facoltà. Mi sembra che oggi l'Università sia rimasta in mezzo al guado, tra centralismo e autonomia, e che soffra dei difetti di entrambi i sistemi.
Tullio Jappelli