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Due Italie anche nella povertà

di Chiara Saraceno, Categoria Povertà, Data 22.12.2003
Complessivamente le famiglie povere in Lombardia sono la metà di quelle sotto la soglia più bassa in Basilicata. E anche se si registrano importanti differenze all’interno di ciascun raggruppamento di Regioni, resta evidente il dualismo economico tra Centro Nord e Mezzogiorno. In particolare, al Sud la più elevata incidenza della povertà è sistematicamente accompagnata da una maggiore intensità. Per portare tutti alla linea di povertà relativa servirebbero 6,6 miliardi. Ma la Finanziaria ha solo vaghe parole sul reddito di ultima istanza.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • POVERTA' & STATISTICA
    Nome: RICCARDO MARIANI  Data: 22.01.2004
    Gentile Chiara Saraceno, La definizione di poverta' relativa sara' anche scientificamente impeccabile certo che non e' l' ideale per comunicare con il lettore comune a meno che non si ammetta la povera' SOLO come una forma di diseguaglianza (in questo caso, si scoprirebbe, paradossalmente, che un modo di combattela consiste nell' eliminazione dei ricchi). Anche affermare che la poverta' assoluta e' relativa ad un periodo determinato non passa inosservato agli occhi dell' analfabeta economico. Non sara' che la "poverta'" colpisce e risulta inaccettabile per chiunque mentre a non accettare la "diseguaglianza" si rischia di ritrovarsi tra gli invidiosi? Vorrei segnalare un commento al corto circuito tra economisti e lettori comuni. R.E. Rector e K.A. Johnson su WWW.HERITAGE.ORG descrivono il "povero medio" americano: e' proprietario di un' auto, ha un impianto di aria condizionata, possiede frigorifero, lavastoviglie, lavatrice, forno micronde, 2 tv color.lettore DVD o VCR, uno stereo, gode di copertura sanitaria, non abita ambienti sovrafollati (la metratura della casa in cui vive e' superiore alla metratura del parigino appartenente alla classe media), soddisfa tutti i suoi bisogni essenziali, possiede uno o piu' cellulari, il 25% dei poveri e' proprietario della casa in cui abita (casa con le caratteristiche di cui sopra). L' immagine che ne esce spiazza il lettore comune ma cio' solo a causa di concetti mal definiti (anche il linguaggio scientifico dovrebbe comunicare). Mischiare poverta' e diseguaglianza, forse, svia anche circa le contromisure da adottare per combattere il fenomeno: RECTOR/JOHNSON individuano la causa principale della poverta' nella scarsita' di ore lavorate dai poveri americani (mediamente 16 alla settimana). Chi si e' occupato del nostro welfare (leggi sul salario minimo, indignazione per le gabbie salariali ecc.) non sembra certo preoccupato di intaccare il male alla radice. Daltronde qualcuno ha teorizzato che in un paese in cui gran parte delle decisioni sono prese con il metodo democratico i poveri (carenti di una loro lobby) se la passeranno sempre male. Cordiali saluti.
    Risposta:
    Ha in parte ragione a sostenere che la povertà relativa è in ultima istanza una misura di disuguaglianza. L'individuazione della soglia (il 50% piuttosto che il 60% del reddito o del consumo medio procapite) segnala a quale livello si ritiene che la disuguaglianza sia ritenuta problematica, o inaccettabile. Ha anche ragione a dire che paradossalmente, se si usasse esclusivamente questo criterio di misurazione, se tutti fossero ugualmente privi di mezzi nessuno sarebbe povero. O anche un abbassamento complessivo del tenore di vita potrebbe portare a ritenere che la povertà sia diminuita, ovvero che i poveri stiano meglio. E' ciò che è successo tra il 2001 e il 2002. Per questo da diversi anni la Commissione di Indagine sulla esclusione sociale prima, e poi l'ISTAT utilizzano, accanto alla misura relativa di povertà quella assoluta, con un paniere di beni che si mantiene fisso nel tempo di cui vengono aggiornati solo i prezzi. Le assicuro che nel caso italiano il paniere di beni è molto essenziale. Ha ancora ragione a chiedere un maggiore rigore nell'uso dei termini e nella esplicitazione dei criteri che si utilizzano. Non sono invece d'accordo con lei quando dice che il problema della povertà è solo una mancanza di lavoro. Le ricerche sia italiane che statunitensi che di altri paesi segnalano che sono in aumento sia i working poor, ovvero coloro che pur lavorando prendono un salario troppo basso, sia le famiglie povere in cui almeno un adulto è occupato. Quest'ultimo fenomeno, che riguarda soprattutto le famiglie con figli, deriva da uno squilibrio tra reddito e numero dei consumatori e può essere affrontato sia aumentando il numero dei lavoratori in famiglia (sostegno all'occupazione delle madri) sia rafforzando il sistema di trasferimenti alle famiglie con figli. I paesi che hanno più successo nel contrastare la povertà di queste famiglie adottando una combinazione dei due approcci. In Italia invece non si fa né l'una né l'altra cosa (a parte risibili una tantum). cordialmente
  • Bufale (la povertà non c'entra più)
    Nome: gianni elia  Data: 22.01.2004
    Noto con disappunto per la seconda volta nel sito (la prima mi è capitata nel forum "Moneta e inflazione") che le risposte che mi sono date dovrebbero essere considerate esaustive perchè rimandano a qualcun altro: seguono la metodologia di "Istat e la Commissione di Indagine sulla esclusione sociale... la Banca d'Italia" oppure sono quelle che si trovano in una "sterminata letteratura" (nell’altro caso). Mi domando se ci sia qualcosa di scientifico o analitico in questo. Proverò a sollevare il caso presso la redazione. Così il fatto che “In nessun paese sviluppato si stima l'incidenza della povertà in relazione al tenore di vita disponibile ai più qualche secolo fa, o anche rispetto a qualche paese in via di sviluppo” non aggiunge nulla alle mie affermazioni. Tanto più che non spiega perché le statistiche allora riguardino anche la crescita del reddito nazionale. Una persona che spende meno di un’altra o di una media di altre non è necessariamente povera né la ricchezza e il benessere possono misurarsi in termini esclusivamente monetari (a maggior ragione se come in questo caso poi l’indagine è limitata alla spesa per consumi di quegli individui). L’esempio di Luigi XIV sta solo a significare che le persone che lei individua come povere secondo parametri cui lei non è in grado di attribuire al cui valore esplicativo sono molto più ricche (non necessariamente di denaro) del Re Sole. Saluti e grazie per l’attenzione
    Risposta:
    Confesso che non capisco bene l'osservazione. Comunque ripeto che per stimare la povertà nella letteratura nazionale e internazionale si utilizzano diversi metodi, che a loro volta si riferiscono ad un concetto relativo o invece assoluto di povertà. Nel primo caso (è ad esempio ciò che fa EUROSTAT), si misura l'incidenza e l'intensità della povertà in relazione al tenore di vita medio della popolazione, così come è indicato dal reddito o dal consumo. Si dice che è povero chi non ha un reddito, o un consumo, pari alla metà del reddito (o consumo) medio procapite di quel paese. Ovviamente, per eguagliare famiglie di ampiezza diversa si utilizza una scala di equivalenza. Nel secondo caso si individua un paniere di beni ritenuti essenziali per vivere in una determinata società e se ne determina il costo sulla base dei prezzi correnti e si dice che è povero chi non ha i mezzi per acquistare quel paniere. L'ISTAT e la Commissione di Indagine sulla esclusione sociale utilizzano entrambe le misure. A seconda che si utilizzi il criterio della povertà relativa o assoluta le stime danno stime di incidenza di povertà diverse (più alte per la povertà relativa). Lo stesso avviene a seconda che si utilizzi il consumo o invece il reddito. Ciò non significa che siano arbitrarie, o inaffidabili, solo che sono parziali. Spero di averle dato se non una risposta esaustiva, impossibile in un breve spazio, almeno sufficiente.
  • Bufale & statistica
    Nome: gianni.elia@email.it  Data: 21.01.2004
    "L’incidenza di povertà relativa è calcolata sulla base del numero di famiglie (e relativi) componenti che presentano spese per consumi al di sotto di una soglia convenzionale." A un qualsiasi essere pensante basterebbe questo incipit per capire che si tratta di una bufala piuttosto che di un'indagine. Il povero di oggi dispone di uno standard di vita che nemmeno LuigiXIV si poteva sognare. Se aggiungiamo poi che l'indagine è in "termini strattamente monetari" viene il dubbio che forse si tratta di un copione da cabaret.
    Risposta:
    In nessun paese sviluppato si stima l'incidenza della povertà in relazione al tenore di vita disponibile ai più qualche secolo fa, o anche rispetto a qualche paese in via di sviluppo. Sia che si adotti una definizione cosiddetta assoluta (ovvero in riferimento ad un paniere minimo di beni), sia che si adotti una definizione relativa (ovvero in riferimento al tenore di vita medio), il riferimento è sempre alla società e al tempo in cui si vive; in termini di costi, ma anche di standard di adeguatezza. Le stime della povertà basate vuoi sui consumi (come fanno l'Istat e la Commissione di Indagine sulla esclusione sociale) vuoi sui redditi, come fanno altri paesi e, in Italia, la Banca d'Italia, rispondono a criteri scientifici del tutto consolidati e utilizzati in sede internazionale. Presentano i limiti di tutte le stime. Ma sono tutt'altro che bufale.
  • due italie?
    Nome: Alessio Mori  Data: 27.12.2003
    Gentile Chiara Se va a leggere i dati sul pil regionale dell'Istituto Tagliacarne, vedra' che la usare la soglia dell'80% per il sud e 120% per il nord ha molto senso, anche in considerazione della diverso livello di presenza della economia sommersa e del diversa dimensione media degli abitati urbani. Altra questione e' l'idea di integrare il reddito delle famiglie povere per portarle ad una condizione di vita piu' dignitosa. Mi ha fatto pensare a quel famoso detto che a chi ha fame non si deve dare un pesce (= elemosina) ma insegnargli a pescare (istruzione, poca criminalita' e infrastrutture) Speravo di leggere questo, dopo quarant'anni di cassa del mezzogiorno che non ha giovato al Sud, bensi' solo ad una parte della classe politica e dirigente di questo paese. Distinti saluti, Alessio
    Risposta:
    E' senz'altro sensato integrare la linea della povertà tenendo conto delle diversità territoriali nel costo della vita. Ma queste non sono date automaticamente dalle differenze nel PIL . E forse più che della sola dimensione regionale occorrerebbe tener conto dell'ampiezza del comune di residenza. Quanto all'"insegnare a pescare piuttosto che dare il pesce" proprio l'esperienza della Cassa del mezzogiorno insegna che forse è meno semplice di quanto non sempbri e non tanto per colpa dei meridionali in generale ma della loro classe dirigente. Inoltre il sostegno al reddito proprio a questo dovrebbe servire: a consentire a chi è povero di investire in formazione, in miglioramento del proprio potenziale, senza dover arrabattarsi per procurarsi spezzoni di reddito senza alcuna speranza di migliorare. Essere poveri è molto faticoso e disperante, mi creda. cordialmente