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Alcune risposte sul Patto

Categoria , Europa, , , Data 18.12.2003
Lorenzo Bini Smaghi interviene nel dibattito sulle conseguenze della decisione Ecofin di non sanzionare Francia e Germania per aver superato per tre anni di fila i vincoli di deficit consentiti dal Patto di Stabilità e Crescita. Riproponiamo per i nostri lettori anche i contributi di Innocenzo Cipolletta, Riccardo Faini, Francesco Giavazzi, Daniel Gros e Tommaso Monacelli e la lettera di Vincenzo Visco .
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Risposta a Visco
    Nome: Luigi Cavallaro  Data: 22.12.2003
    Se avesse ragione Vincenzo Visco a definire «retoriche» le sue otto domande, se cioè fosse vero che per ciascuna di esse si dà una e una sola risposta, non si potrebbe concludere diversamente da come egli suggerisce: data la relazione diretta fra livello dei tassi d’interesse di mercato ed entità dei disavanzi del bilancio pubblico, se la convergenza fiscale dei Paesi aderenti all’Unione si arresta e ciascuno di essi si dà alla finanza allegra, la politica monetaria della Bce diventerà più restrittiva; per di più, non è detto che allo stimolo fiscale faccia seguito la crescita, visto che a parità (o quasi) di deficit l’economia americana decolla e quella europea ristagna. Meglio sarebbe, perciò, lasciar stare riforme come l’introduzione della golden rule: intanto perché non sempre maggiori spese per investimenti inducono una crescita strutturale del Pil, in secondo luogo perché potrebbe diffondersi la perniciosa idea che non si debbano introdurre tetti espliciti o impliciti all’espansione del bilancio e giungersi così ad azzerare i surplus primari prima e ad aumentare le spese correnti poi. In realtà, non è certo che le domande di Visco siano soltanto retoriche. Innanzi tutto, la relazione fra livello dei tassi d’interesse e disavanzi di bilancio da lui postulata esiste (e dunque esiste la possibilità che l’aumento dello stock di debito dell’Unione si traduca in un aumento dei tassi d’interesse) se si pratica una politica fiscale espansiva in presenza di vincoli alla crescita dell’offerta di moneta. Rimossi quei vincoli, la relazione ovviamente cade. Allo stesso modo, l’arresto della convergenza fiscale fra i membri dell’Unione (cioè della convergenza al ribasso del deficit e dello stock di debito) può implicare una politica monetaria più restrittiva solo in presenza di una banca centrale (com’è disgraziatamente la Bce) che ha inscritto nel proprio statuto l’obbligo di perseguire la stabilità dei prezzi anche a costo di creare recessione e disoccupazione. Dotando la banca di altri obiettivi, il pericolo sarebbe scongiurato. Lo conferma proprio il caso statunitense, dove la ripresa è frutto di una politica fiscale drasticamente espansiva e di una politica monetaria più che accomodante, che testimonia di quanto la Fed abbia abbandonato le rigidità suggeritele dai monetaristi ortodossi. Quanto poi all’obiezione secondo cui le spese per investimenti non hanno lo stesso impatto espansivo di quelle correnti per educazione, ricerca e welfare, non si potrebbe essere più d’accordo. Ma ciò – contrariamente a quanto Visco lascia intendere – non significa che l’adozione di una golden rule sia inutile: significa soltanto che dovrebbe decidersi a livello europeo che cosa è «investimento pubblico», ricordandosi che per lo Stato non vale il vincolo del profitto e dunque la redditività di una sua iniziativa va misurata in termini reali e non monetari. Per dirla con un esempio, cos’altro è l’aumento della vita media della popolazione se non il rendimento reale dei massicci investimenti in salute che l’Europa fece nei trenta gloriosi keynesiani? Ed è così difficile capire che il miglior investimento che una società che invecchia può fare è quello di assicurare ai propri anziani un’esistenza diversa e migliore di quella che – taglia qua, taglia là – gli stiamo apprestando? Considerazioni del genere, ovviamente, sono possibili a condizione di aver chiaro un fatto tanto incontestato nella letteratura economica quanto ignorato a livello politico: e cioè che non esiste alcun livello di debito pubblico che non sia «sostenibile», purché sia dia un’adeguata crescita (che, ricordo, di solito è inversamente correlata al livello dei tassi d’interesse). Messa così la questione, hanno certo ragione quanti sostengono che il problema non è (solo) il Patto di stabilità ma, più in generale, l’architettura del Trattato di Maastricht. Ma si sbaglia a non considerare che la credibilità di una sua qualunque modifica non è esclusa in partenza, dipendendo in larga misura (se non completamente) dalla possibilità di inventare meccanismi istituzionali che tengano a bada l’inflazione senza per ciò stesso condannare la politica economica all’impotenza delle (e ai guasti provocati dalle) supply-side policies. Basterebbe una rapida occhiata all’Economia politica del lavoro di Ezio Tarantelli (1986) per convincersi che, al riguardo, non siamo all’anno zero.