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Per una riforma radicale dell'università

di Roberto Perotti, Categoria Scuola e Università, , Data 20.11.2003
Il sistema universitario italiano non è più riformabile. Serve un cambiamento globale che spazzi via concorsi, valore legale della laurea, accesso gratuito, finanziamento assicurato e posto a vita per i docenti. Da sostituire con il riconoscimento del ruolo centrale della ricerca e con la consapevolezza che ogni ateneo deve assumersi la responsabilità delle sue scelte didattiche e organizzative. Solo così si svilupperà una competizione capace di premiare i ricercatori e le sedi migliori e garantire più efficienza e più equità. Come già avviene in Gran Bretagna.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Ricerca e didattica
    Nome: Paolo Pezzuoli  Data: 09.07.2005
    Gentile professor Perotti, ho letto diversi suoi articoli sui problemi che affliggono la nostra università e sulle soluzioni proposte, e concordo, in generale, con Lei. Le dico subito che, pur essendo laureato (ingegnere) non ho mai pensato di rimanere in ambito universitario: subito dopo la fine degli studi ho cercato lavoro altrove, né l'idea di intraprendere la carriera accademica mi ha mai stimolato. Questo, naturalmente, discende dalle mie personali caratteristiche e preferenze, e da questa ottica, un po' “esterna” all'ambiente degli Atenei, vorrei proporre alcune considerazioni. L'abolizione del valore legale della laurea è certamente indispensabile, ma non tanto per i problemi burocratici – giuridici legati a concorsi ed abilitazioni dei docenti, da Lei citati più volte, quanto per consentire alle imprese, ed anche alle pubbliche amministrazioni, di selezionare il personale ad alto livello non valutando il titolo di studio in modo generico, ma, per esempio, privilegiando una certa laurea di una certa università rispetto ad un altra. In tale modo si eviterà la corsa alle università “di manica larga” (tanto quel che conto alla fine è il “pezzo di carta”. Un ulteriore vantaggio, a mio parere, verrebbe dall' eliminazione del “culto” del titolo di studio tanto diffuso in Italia, (dove si entra in crisi se non si può premettere “dott.” al proprio cognome): ciò servirebbe anche a modificare certe organizzazioni aziendali rigidamente gerarchiche dove può succedere che una struttura si regge in pratica su un diplomato, posto ad un gradino basso in quanto sovrastato da laureati non necessariamente più efficienti, e faciliterebbe sicuramente i sistemi di valutazione dell'efficienza del lavoro di ciascuno, così difficili da far digerire. Da qui arrivo alla seconda osservazione: non concordo completamente sulla valutazione dei docenti fatta solo in base alle pubblicazioni. Certo, rispetto al sistema attuale, questo è di gran lunga migliore. Ritengo però che non tutte le pubblicazioni siano equivalenti, e che il rischio maggiore, adottando in maniera esplicita tale sistema, sia la classica soluzione all'italiana: improvviso proliferare di nuove riviste italiane che pubblicano tutto. La valutazione dovrebbe essere fatta con criteri assolutamente internazionali, limitando le pubblicazioni italiane ai pochi ambiti (non so quanti ne esistano) veramente prestigiosi. Ritengo inoltre che l'Università sia utile in quanto prepara persone che, per la maggior parte, andranno a fare diverse attività: guai se tutti gli studenti volessero intraprendere la carriera universitaria! In questa ottica, un buon ricercatore non è necessariamente un buon docente: sono due ruoli diversi ( è un po' come, in ambito ospedaliero, la differenza fra il bravo primario ed il principe dei chirurghi). Ricordo alcuni miei professori eccezionali dal punto di vista didattico: alcuni di essi erano anche ottimi ricercatori, altri no. Ricordo anche un professore molto celebre nel suo campo, ma così poco didattico che ancora oggi la sua materia (peraltro non secondaria) è fra quelle che, se posso, evito. Una buona università deve avere validi ricercatori e bravi docenti, e non sempre le due cose possono coesistere nella stessa persona. Sarebbe però un inutile spreco sbarazzarsi di un buon ricercatore perché poco didattico, o di un buon professore perché non pubblica molto, oppure impegnare uno di essi in attività nelle quali non può esprimere il meglio di sé stesso. Cordiali saluti.
    Risposta:
    Caro dottor Pezzuoli, grazie del messaggio, con cui concordo pienamente. L'abolizione del valore legale avrebbe molti effetti positivi, tra cui quelli da lei indicati, soprattutto nella pubblica amministrazione. Sono d' accordo che un professore andrebbe valutato sia sulla ricerca che sulla didattica. Il problema è che valutare la ricerca è relativamente facile, valutare la didattica e' molto piu' difficile. Certamente la valutazione delle pubblicazioni va fatta seguendo criteri rigorosi, e privilegiando le pubblicazioni di caratura internazionale. In molti campi esisitono criteri ben cosolidati ed quasi universalmente accettati per valutare l' impatto scientifico di ogni rivista e di ogni pubblicazione. Cordiali saluti Roberto Perotti
  • privatizzazione
    Nome: Francesco Pirrone  Data: 25.06.2005
    Ho scoperto questo suo documentato contributo solo dopo aver spedito alla Voce una mia lettera (non ancora pubblicata) in cui, sollecitato dal "W la ricerca" di RAI 3, definivo inemendabile la nostra università. La mia conclusione sulla base di una permanenza a Chicago, con una esperienza universitaria in loco del figlio maggiore, era analoga a quella di Nicola Bordignon e favorevole quindi ad una forte privatizzazione del sistema, in ogni caso la sua proposta è la più brillante tra tutti i balbettamenti sull'università che ho sentito finora e le chiedo se per caso qualche suo contributo a riguardo è stato già mandato anche alla Fabbrica del Programma di Prodi. In ogni caso grazie!
  • Efficienza della ricerca italiana
    Nome: Marco Bianchetti  Data: 15.02.2005
    Vedo solo ora che rispondendo alle mie osservazioni del 18-12-2003 il Prof. Perotti si e' adontato credendo di leggervi un discredito verso il suo lavoro. A parte il fatto che mettere a confronto dati e interpretazioni (non le persone o le stature accademiche) e' il meccanismo base della scienza, non e' cosi': infatti "l'errore marchiano" che cito e' chiaramente riferito a "gli autori dell'analisi dati summenzionata", che e' "Key Figures 2001". Parimenti, la parola "giochetto" riportata nel mio testo e' chiaramente riferita al ricalcolo come da me riportato dell'indicatore menzionato poco sopra. Nessun riferimento quindi al lavoro del Dott. Perotti e nessuna volontà polemica, per la quale non ho alcun interesse. Tornando quindi al merito, concordo che sarebbe piu' utile domandarsi il perche' della differenza dei dati. Credo pero' che sarebbe ancora piu' utile, prima di annegare questa specifica questione dentro il calderone dei mail della ricerca italiana (cfr. ad es. la fuga dei cervelli), definire qual'e' l'indicatore migliore per misurare l'efficienza dei ricercatori italiani. Ripeto: a me sembra piu' corretto far riferimento all'efficienza come output/input, e non a output/popolazione. Non vedo nella risposta del Dott. Perotti alcun argomento a favore o contro di questa scelta, e mi spiace, perche' questo punto non e' secondario, visto che dal calcolo di questo indicatore si pretende di trarre informazioni su quali siano i punti deboli del sistema Universita' e Ricerca del nostro paese e su quali siano le corrette politiche di rinnovamento. Allora, Prof. Perotti, a suo parere qual'e' l'indicatore migliore ? uno dei due che ho indicato ? altri ? Per quanto riguarda l'interpretazione corretta del risultato, questa e', lo ripeto, che l'efficienza e la qualita' degli scienziati italiani, *misurata con questo indicatore e calcolata con questi dati*, non e' inferiore a quella di altri paesi "benchmark". Ne piu' ne meno. Cio' ovviamente *non* significa che usando dati diversi emerga lo stesso risultato (anzi, mi piacerebbe saperlo, credo che sarebbe un confronto interessante per verificare la solidità dell'indicatore). Tanto meno questo significa che i mali del sistema universita' e ricerca italiano, come la citata circolazione a senso unico dei cervelli, siano magicamente risolti (come forse il Prof. Perotti ha dedotto da quanto non ho scritto). Tutt'altro, e aggiungo anche io una ulteriore scontata domanda conclusiva: quanti sono gli studiosi stranieri che riescono, anche per sbaglio, a vincere un concorso da ricercatore o professore in una universita' italiana ? Nei miei 5 anni di ricerca in un dipartimento universitario ho visto parecchi postdoc stranieri, ma nessun concorso vinto da un non italiano. Anche perche' sono stati pochissimi e c'era una lunga coda di plurititolati. I motivi mi sembrano chiari: il finanziamento e le regole del gioco. Ma per influire su questi due fattori non abbiamo bisogno di dire che gli scienziati italiani sono incapaci. Molto piu' convincente l'argomentazione che si tratti di trovare regole migliori per liberare la loro creatività e potenzialità scientifica, all'interno di un sistema di regole meritocratiche. In particolare dei piu' giovani. Cordiali saluti Marco Bianchetti ADI - www.dottorato.it PS: per'altro sul problrma della circolazione dei cervelli e sulle difficolta' della ricerca italiana credo che la mia associazione abbia dato qualche contributo: si veda ad es. www.cervelliinfuga.it e www.dottorato.it/cervelliingabbia
    Risposta:
    sono perfettamente d' accordo che l' indicatore di pubblicazioni/ricercatore accademico e' piu' ragionevole di pubblicazioni/popolazione. Forse l 'indicatore migliore, che evita qualsiasi discussione su chi sia effettivamente un ricercatore e'citazioni/pubblicazione, magari standardizzato per tener conto della diversa propensione alle citazioni in discipline diverse. Questo indicatore mostra che l' Italia non e' messa particolarmente bene, come mostriamo in un recente articolo "Lo Splendido Isolamento dell' Universita' Italiana" (con Stefano Gagliarducci, Andrea Ichino e Giovanni Peri) http://www.frdb.org/images/customer/rapporto_3.pdf. Nello stesso articolo trattiamo inoltre del problema della fuga dei cervelli e del mancato arrivo dei cervelli stranieri in Italia. Grazie e cordiali saluti. Roberto Perotti
  • concorsi universitari
    Nome: Alessandro Spanu  Data: 21.01.2004
    Gent.mo Prof. Perotti, nel periodo 2000-2003 il numero dei docenti universitari è aumentato del 13%, il numero dei professori ordinari addirittura del 40%: stessa popolazione studentesca, qualità dell'insegnamento sempre bassa, ricerca scientifica insignificante. A ciò si aggiunga il fatto che i nuovi ordinari probabilmente sono, per lo più, associati o ricercatori della medesima facoltà promossi unicamente per anzianità e, per quanto riguarda i nuovi ricercatori, non dovrebbero essere infrequenti i bandi di concorso ritagliati su misura dei requisiti del raccomandato dal barone di turno o addirittura i concorsi con unico concorrente ( una contraddizione in termini...) Quo usque tandem ? Cordiali saluti. A.Sp.
  • Efficienza della ricerca italiana
    Nome: Marco Bianchetti  Data: 18.12.2003
    Riguardo a una valutazione comparata dell'efficienza della ricerca, cerco di aggiungere qualche dato a correzione di quanto pubblicato. 1) i dati sulla valutazione comparativa dell'efficienza della ricerca sono pubblicati nel documento "Key Figures 2001 - Special edition: Indicators for benchmarking of national research policies" della Commissione Ricerca dell'UE (http://europa.eu.int/comm/research/area/benchmarking2001_en.html), in particolare le figure: - 3.1.1: Deposito di brevetti UE negli anni 1999 e 2000 - 3.1.3: Deposito di brevetti USA negli anni 1999 e 2000 - 3.2.1: Pubblicazioni scientifiche internazionali nell'ultimo anno rilevabile (1999) - 3.2.5: Pubblicazioni scientifiche internazionali fortemente citate negli ultimi anni rilevabili (1995-97) 2) Erroneamente gli autori dell'analisi dati summenzionata calcolano l'efficienza come output/popolazione. Ad es. per quanto riguarda le pubblicazioni (fig. 3.2.1) si ha: --- IT: 457 pubblicazioni per milione di abitanti UK: 949 media UE: 613 --- Chiramente questo e' un errore (sembra anche un po' marchiano): l'efficienza e', per definizione, output/input. Pertanto va calcolata rispetto alle risorse effettivamente impiegate. Nel caso delle pubblicazioni, i ricercatori attivi. E sappiamo che l'Italia ne ha la meta' della media UE. Pertanto, se si rifanno i conti della fig. 3.2.1, si ottiene: --- IT: 346 pubblicazioni per 1000 ricercatori UK: 356 media UE: 269 --- Italia e Inghilterra hanno circa la stessa efficienza nella produzione di pubblicazioni scientifiche internazionali (dati 1999). Lo stesso giochetto funziona anche per le altre tabelle: se calcolata correttamente, l'efficienza e la qualita' della ricerca italiana sono in linea con la media europea. E ci sono parecchie sorprese. Un'analisi completa e dettagliata puo' essere reperita ad es. nelle pubblicazioni del Prof. Carlo Rizzuto (reperibili ad es. qui: www.bianchetti.org/ADI/Rizzuto-Numeri-Chiave.pdf), con il quale certamente potra' avere un approfondito scambio di opinioni e dati piu' recenti. Cordiali saluti Marco Bianchetti ADI - Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani www.dottorato.it
    Risposta:
    Lei si sarebbe evitato una brutta figura se avesse letto piu' attentamente il mio lavoro. Avrebbe visto che i dati che lei cita sono desunti (e correttamente) da un lavoro di J.S. Katz "Scale - Independent Indicators and Research Evaluation", Table 8. Quindi niente "errori marchiani" o "giochetti", solo molta disattenzione e superficialita' da parte sua. Ammettendo che i dati che cita lei siano corretti, sarebbe stato piu' costruttivo chiedersi quale sia la causa della differenza tra i miei dati e i suoi. Credo (ma e' solo una peculazione) che parte del motivo sia che i miei dati si riferiscono solo a "refereed papers", mentre puo' darsi che i dati che cita lei si riferiscano a lavori piu' in generale. Ma in un certo senso e' abbastanza inutile discettare su questi numeri: qualsiasi siano le cifre, si puo' sempre sostenere che la qualita' e' difficilmente misurabile, e che in base ai propri gusti la produzione scientifica dell' universita' italiana e' largamente superiore a quella di ogni altro paese. Non ho niente da rispondere a questo tipo di posizione. Ma la invito a riflettere su questa semplicissima domanda: quanti italiani vanno a studiare, specializzarsi, lavorare, e fare ricerca in Inghilterra o negli USA, e quanti inglesi o statunitensi vengono a fare altrettanto in Italia?
  • Processi decisionali e necessità di ridisegno, ma c'è anche la docenza...
    Nome: Tommaso Federici  Data: 12.12.2003
    Caro Perotti, concordo con lei quasi su tutto, e apprezzo la sua mancanza di remore, che è certo un portato di un percorso universitario svolto sotto altri cieli. La apprezzo e condivido al punto che molte delle proposte (libertà per le università di assunzione e programmazione dei corsi, abolizione dei concorsi e del valore legale del titolo di studio, ...) da lei indicate erano in un mio articolo di anni fa (mai pubblicato per l'improvvisa defezione del mio amico co-autore appena si profilò un concorso...) e spesso ne parlo, pressoché negli stessi termini, anche in pubblico. Solo, vorrei soffermarmi su un aspetto davvero critico nell'università (soprattutto in certi casi), che lei pone in modo troppo marginale, e cioè la docenza, intesa non solo sotto il profilo dell'erogazione di contenuti, ma anche sotto quello della capacità / volontà di intrattenere rapporti con gli studenti con lo spirito di fornire un servizio. Il che non vuol dire, ovviamente, soggiacere a qualsiasi estemporanea richiesta, ma dedicarsi con passione maieutica a far appassionare e far evolvere culturalmente e intellettualmente dei giovani che sono stati indirizzati o hanno scelto di seguire un professore e una materia. Quante volte capita (quando viene percepita l'onestà e la franchezza) di sentirsi dire da studenti: "quel professore non si vede mai", "quella professoressa arriva sempre impreparata e poi improvvisa", "quel professore non dà tesi", e financo "la mia tesi mi ha deluso, il prof. l'ho visto solo quando me l'ha assegnata e il giorno prima della discussione". Ora, seppure imperfetta, e lei ha documentato molto accuratamente tali imperfezioni, una qualche valutazione della ricerca esiste: nei concorsi, ma anche in qualche modo nell'accesso alle riviste più qualificate. Una valutazione della qualità della docenza, nel senso ampio che ho definito prima, svolta prima sotto il profilo dell'attitudine, e in seguito delle prestazioni, proprio non c'è, a meno che non vogliamo chiamare tale la farsa della lezione concorsuale. Si esercita una professione (anche per 50 anni) molto delicata, e che richiede doti e applicazione particolari, senza essere mai valutati (nel mondo anglosassone succede, e come...) da nessuno su quanto si ha e si sta dando. Certo si viene giudicati, ci si fa un nome, magari non buono, ma questo non esime altre generazioni di studenti da ripercorre gli stessi passi a vuoto. Si fanno anche esperimenti di questionari di valutazione distribuiti agli studenti (che, seppure da un solo punto di vista, possono dire molto...) ma poi non si analizzano i risultati. Naturalmente (Dio non voglia) non sto dicendo che tutta l'università è così, né che tutti i docenti sono degli incapaci svogliati. Dico invece che il sistema universitario nel suo complesso, non essendo disegnato per, non riesce a produrre, su diversi fronti, decisioni coerenti - ad esempio, selezionando (non solo i docenti, per la verità) soltanto chi risponde al profilo da occupare, rimuovendo chi (per qualsiasi motivo) non offre prestazioni corrispondenti alle caratteristiche del ruolo, allocando correttamente le risorse nel territorio, attivando solo corsi di laurea con una utenza plausibile ... - con quelli che dovrebbero essere i suoi obiettivi, che lei pure ha indicato. Non solo i processi decisionali sono incoerenti con gli obiettivi di sistema, ma in caso di errore non se ne scontano a pieno le conseguenze, e quindi il sistema non può per definizione auto-evolvere (anzi, semmai...). In questi casi, sono ancora d'accordo con lei, l'unica scelta organizzativa corretta è quella di procedere a una vera re-ingegnerizzazione del sistema senza dover rispettare alcun vincolo, se non il conseguimento dei veri obiettivi di fondo (ma devono essere condivisi...). Il miglioramento incrementale delle piccole/grandi "toppe", attraverso riforme cosmetiche e non radicali, non produce nulla, e talvolta aumenta perfino la complicazione. Ma, le domando, quanto sopra lo zero sono le probabilità di veder discusse e attuate queste riflessioni? E come coltivare, se ci sono, tali sparute probabilità? Ancora complimenti e cordiali saluti Tommaso Federici
    Risposta:
    Grazie per il commento e per l'apprezzamento. Sono ovviamente d' accordo con lei che l' insegnamento e' importante. Ma niente impedisce ad una universita' di considerare la performance nell' insegnamento come uno dei fattori che determina la decisione di assumere una persona definitivamente, dopo un periodo di prova. Certo un buon insegnante puo' sempre decidere di ignorare gli studenti una volta assunto definitivamente; ma questo e' un rischio che si corre anche con la ricerca, e piu' in generale con qualsiasi contratto di lavoro a lungo termine o a tempo indeterminato.
  • dissenso
    Nome: Rosario Nicoletti  Data: 02.12.2003
    Caro Perotti, Pensavo che LaVoce non fosse così lesta nell’acquisire le cattive abitudini dei mezzi di informazione italiani, la principale delle quali è la censura di ogni voce dissenziente. Ho inviato un commento sull’articolo di Perotti, che non è stato pubblicato forse perché contesta quanto viene affermato: l’università italiana non produrrebbe buona ricerca. A riprova viene citato un dato al quale non può essere – come ho scritto - attribuito tale significato. L’università italiana sta veramente affondando e non saranno le “trombonate” (che diventano Verbo) dei nostri brillanti giovani che saltellano da un paese all’altro ad indicare una via di salvezza. Questi bravi giovani non sanno nulla della realtà italiana (universitaria) verso la quale sembrano nutrire un odio viscerale, forse causato dallo scontro passato con qualche barone o baronetto, personaggi ben presenti nel panorama universitario (ed aggiungerei italiano in genere).
    Risposta:
    Il suo commento e' stato pubblicato oggi (vedi sotto), con la mia risposta. La sua dietrologia e' fuori luogo. Aspettavamo di pubblicare tutti i commenti insieme, per una nuova uscita de lavoce sul tema dell' Universita' che poi e' stata posticipata. No comment sulla seconda parte del suo "commento". Cordiali saluti Roberto Perotti
  • analisi poco convincente
    Nome: carla andreani  Data: 30.11.2003
    Il sistema si puo' senz'altro riformare. Conosco molto bene il sistema inglese avendo lavorato per 4 anni da quelle parti. mi sembra che la sua analisi, di questi tempi ce ne sono tante, sia nel complesso riassumibile in 'l'erba del vicino e' piu' verde' cordilamente carla
    Risposta:
    Il suo e' un certamente un modo di riassumere la mia posizione. Ne conosco molti altri, quasi tutti piu' utili. Complimenti per l' esperienza in Inghilterra.
  • concordiamo sullo scopo ma non sul metodo
    Nome: igor pesando  Data: 27.11.2003
    Capisco lo scopo polemico dello scritto e, spero, i nobili propositi che lo animano, pero' la situzione in fisica non e' cosi' drammatica. E credo anche che non sia cosi' scandalosa nelle materie _scientifiche_ in cui non vi sia sbocco alla libera professione. Le critiche sono essenzialmente queste: 1) tutto funzionerebbe se si assumesse un consumatore razionale e se le universita' avessero lo stesso potere economico. Pero' i consumatori non sono razionali e non sanno utilizzare tutta l'infomazione a loro disposizione (basta vedere come vengono scelti i fondi comuni o la vicenda fiat) e per di piu' universita' piu' grandi con piu' mezzi economici potrebbero convincere della loro superiorita' qualitativa. In generale la fama non sempre rispecchia la realta': la SNS non e' migliore di roma II e non credo che la bocconi sia il MIT.. 2) non produrrebbe equita' sociale poiche' i figli di benestanti, intelligenti e cretini che siano, avrebbero modo di frequentare le universita' migliori mentre anche i figli intelligenti di poveri ci penserebbero su tre volte prima di fare un debito per la vita. Meglio il modello danese: una borsa per tutti (eventualmente graduata sulle disponibilita' della famiglia) legata alla carriera. Inoltre nel futuro ci sara' sempre piu' richiesta di specializzazione qualificata che non si ottiene facendo poche universita' di eccellenza. 3) l'indicatore di produttivita' scelto "Lavori per M$" non e' indice della qualita' ma della produttivita'. Meglio "Impact factor medio per M$" che tiene conto della qualita' e non della quantita': si possono pensare apersone oberate dalla didattica o pigre che pero' producano poco ma di qualita'. In poche parole meglio 1 pubblicazione su Nature che 100 sui quaderni del dipartimento... Molto meglio sarebbe dividere gli scientifici che hanno la possibilita' di pubblicare su riviste internazionali peer reviewed dal resto. Dopo di che' una valutazione comparativa basandosi sul database del ISI e' fattibilissima. E si puo' rendere pubblico il risultato e legare la progressione economica, i finanziamenti, lelettorato passivo ed attivo a questi parametri.
    Risposta:
    Grazie per il commento. Un esame comparato dell' universita' italiana fatta sui dati ISI come suggerisce lei e' stata fatta dalla Confindustria in un lavoro curato da Giulio de Caprariis che ho citato nella risposta ad un commento precedente. L' universita' italiana ne esce con le ossa rotte in praticamente tutte le discipline. Anch' io do il mio piccolo contributo, curando una pubblicazione elettronica dal titolo "Il Bollettino dei Concorsi" , dalla peridocita' irregolare, dove elenco le pubblicazioni, divise per categoria come da lei suggerito, dei candidati e commissari nei concorsi di economia. Il Bollettino dei Concorsi e' scaricabile dal mio sito web a http://www.igier.uni-bocconi.it/perotti Confesso di non capire certe sue altre affermazioni. "In generale la fama non sempre rispecchia la realta': la SNS non e' migliore di roma II e non credo che la bocconi sia il MIT.." Sono d' accordo, ma non sono sicuro di capire perche' cio' infici il mio ragionamento. "Inoltre nel futuro ci sara' sempre piu' richiesta di specializzazione qualificata che non si ottiene facendo poche universita' di eccellenza." Anche ammettendo che la premessa sia corretta, non capisco la conseguenza.
  • riforma universitaria
    Nome: Francesco Di Giano  Data: 26.11.2003
    Condivido pienamente il suo articolo, ma credo in Italia sia molto difficile riformare l'università. Ci sono troppi baroni che commando e che formano una potente lobby... Inoltre i fondi destinati all'università arrivano in base agli iscritti, infatti le università fanno molta pubblicità per accapararsi più studenti... la migliore pubblicità di un'università è la sua ricerca pubblicata e applicata... Vorrei anche riportare due frasi scritte nel Manifesto per l'Europa di Romano Prodi che condivido: "Ci vuole il coraggio di adottare rigidi criteri di qualità nella scelta degli investimenti, di resistere alla facile tentazione di distribuire finanziamente a pioggia e alle pressioni per costruire in ogni città una nuova università ". quest'ultima parte si riferiva esplicitamente all'Italia, infatti nel nostro paese quasi ogni città ha la sua università, questo comporta dispersione dei finanziamenti e del capitale umano... L'altra frase è la seguente: "Persino le nostre università, così come organizzate e concepite, appaiono largamente insufficienti e incapaci ad assicurare possibilità di lavoro adeguate all'investimento operato dagli studenti e dalle famiglie e a garantire il livello di eccelenza necessario per permettere all'Europa di primeggiare nell'innovazione e di competere da pari a pari con i paesi più avanzati, Stati Uniti in testa." Cordiali saluti Francesco Di Giano
    Risposta:
    Grazie per l'apprezzamento