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Riforma delle pensioni e domanda di lavoro

di Pietro Garibaldi, Categoria Lavoro, / Pensioni, Data 02.10.2003
Un dibattito tutto concentrato sugli interventi sull'offerta di lavoro ignora le possibili conseguenze sul lato della domanda. Che probabilmente tenderebbe a diminuire perché l'aumento della vita lavorativa determina una crescita del costo del lavoro. Oltre agli incentivi per chi rimanda la pensione, è necessario pensare a premi per le imprese, magari sotto forma di sgravi fiscali. Ben sapendo che il sistema imprenditoriale assorbe già molte risorse pubbliche.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • aumento della vita lavorativa
    Nome: zorro  Data: 05.10.2003
    Quello di cui nessuno si preoccupa in questa riforma è che l'aumento della vita lavorativa non è una variabile indipendente. Da esperienze dirette ed indirette aziendali, ho vissuto le due crisi sistemiche del 1992 e del 2001 (quest'ultima tuttora in essere), dove le aziende private (piccole, medie e grandi) sono ricorse massicciamente all'espulsione di ultra cinquantenni (e non solo), attingendo a piene mani all'interinale ed all'outsourcing, in un crescendo clima di precarizzazione. In questa situazione, al di là dei "garantiti" del pubblico e del para-stato, chi ci "garantisce" a noi 40 anni di contributi ? Non c'è molto ipocrisia da parte di tutti (Sindacati compresi) che si preoccupano della "gradualità" della riforma, dimenticandosi completamente della nostra generazione (che è poi quella del baby-boom degli anni '60) a cui perlomeno la riforma Dini lasciava un qualche spiraglio di scelta? Perchè ad esempio non si è optato per l'estensione del contributivo a tutti ?
    Risposta:
    Sono daccordo con lei, e ho scritto quell'articolo proprio in quella prospettiva. In realtà se uno è assunto in una azienda con più di 15 dipendente è protetto dall'art. 18 e quindi 40 anni di contributi sono quasi garantiti. E' vero che per le piccole imprese il problema è serio, è vi è abbastanza ipocrisia in materia. Cordiali saluti, PG
  • delega
    Nome: Lucia Fimiani  Data: 03.10.2003
    Condivido pienamente la sua analisi, ma il disegno di legge delega n. 2145, attualmente in duscussione al Senato, stabiliva l'esenzione totale dal versamento dei contributi e che tali contributi venissero destinati al lavoratore in misura non inferiore al 50% mentre la parte rimanente sarebbe stata destinata alla riduzione del costo del lavoro. Mi chiedo perchè in questi giorni non se ne parla più?
    Risposta:
    E' quello che mi chiedevo anche io. Grazie del suggerimento, se effetivamente nel decreto originale in senato è come lei dice (non era solo per i nuovi assunti?) c'è stato un grosso cambiamento di rotta. Pietro Garibaldi
  • e se invece....
    Nome: Vito Piepoli  Data: 03.10.2003
    Ma l'aumento del salario per chi decide di rimanere chi lo paga? Se è l'azienda, non potrebbe destinarsi parte degli oneri previdenziali per la creazione di un fond di "solidarietà sociale" atto a garantire un salario minimo sociale ai giovani disoccupati in attesa di trovare lavoro, e con obbligo di accettare l'impiego per il quale si sono formati, pena la perdita del salario sociale? Ovviamente il controllo sull'uso del fondo dovrà essere di competenza di un organo europeo(visto l'uso politico che in Italia se ne farebbe!) Ipotesi utopistica?
    Risposta:
    L'aumento del salario lo paga lo stato che invece di incassare i contributi (a carico di azienda e lavoratore) li darà tutti al lavoratore. Contributi per lo stato non ce ne saranno proprio. Quella di un fondo è forse una buona idea, ma dovrà essere finanziata con altri proventi. PG
  • Pensioni e lavoro
    Nome: Giovanni  Data: 03.10.2003
    Caro Pietro, il punto che sottolinei e' interessante. Perche' pero' invece non concentrare gli incentivi su una buona riforma del training dei lavoratori (e forse, piu' in generale, su delle misure che rendano piu' flessibile il salario dei lavoratori anziani, aumentino la produttivita', ecc)? Mi sembra sia meglio avere dei lavoratori piu' produttivi invece che dei lavoratori poco produttivi sovvenzionati da soldi pubblici... Piu in generale, mi sembra che l'invecchiamento della popolazione richiede una trasformazione profonda della societa', e non mi sembra possa essere risolta con aggiustmanenti al margine dell'esistente. Le politiche inglesi tipo "anti age discrimination" per i lavoratori anziani mi sembrano interessanti (anche se ancora forse allo stadio di "marketing" politico). Per quanto riguarda i problemi di domanda di lavoro, sono d'accordo, anche se capisco che il dibattito si concentri sull'offerta, visto che il problema pensionistico non e' solo un problema di finanza pubblica, ma soprattutto un problema di diminuzione attesa della fascia dei 20-59 anni, ovvero del numero di lavoratori ceteris paribus. Saluti e complimenti per l'eccellente sito, Giovanni
    Risposta:
    Giovanni: grazie dei complimenti. L'idea di riqualificare i lavoratori più anziani è giusto, il problema è che senza cambiamenti questi anziani se ne vanno in pensione. Il provvidimento mira invece a diminuire tale incentivo. Sull' anti'age discrimination sono daccordo con te, per ora forse si tratta solo di propaganda.